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mar

15

mag

2012

Recensione MARILYN MANSON - Born Villain

MARILYN MANSON

Born Villain

Cooking Vinyl Records

data release: 2 maggio 2012

 

Per la gioia della maggior parte delle istituzioni religiose degli Stati Uniti, ma anche di migliaia di altre collettività cristiane e non sparse per il mondo, finalmente è uscito il nuovo lavoro di Marilyn Manson. Quindi iniziate pure a scrivere i vostri motti su qualche bel cartello da portare in segno di protesta al concerto più vicino del “Reverendo”. Mi raccomando parlatene anche agli amici, perché in fondo è giusto che si sappia che in giro circola ancora la musica del diavolo. Dopo i Beatles, passando per i Led Zeppelin e i Queen fino ai più recenti Iron Maiden, si è sempre fatto un gran parlare dell’influenza negativa che un certo tipo di musica aveva e ha apparentemente sui giovani e sui “credenti” in generale e Marilyn Manson è l’ultimo in ordine, a subire, senza alcun motivo valido, l’attacco di “fanatici”, che nel nome del “signore” critica, distrugge e cerca di eliminare il rock’n’roll dalla faccia della terra, poveri illusi.

 

Manson torna con un grandissimo album, un chiaro ritorno alle origini, con meno suppellettili, ma tanta voglia di aggredire l’ascoltatore. Tredici brani che svariano dal rock più tirato, nero e tenebroso, a pezzi più slow, meno cantati, quasi in prosa, che hanno fatto di Brian Hugh Warner (qualcuno non sarà ancora convinto che Manson sia il suo nome vero?) il suo marchio di fabbrica. “Hei, Cruel World” suona molto pesante, più metal che rock come il primo singolo estratto “No Reflection”, per poi tornare a quei suoni più elettronici, lenti, distorti che caratterizzano gli ultimi lavori. “Slo-mo-tion” è un torchio che gira lentissimo, un serpente che ti strangola nella sua morsa senza neanche fartene accorgere, mentre un pezzo come “Lay Down Your Goddamn Arms”, ricorda lavori meno recenti, come quel calcio in faccia con boots dalla punta d’acciaio che è “Murderers Are Getting Prettier Every Day”, ti lascia sdraiato al suolo e speranzoso che ti siano scordati di te. Personalmente non avrei scelto la title track “Born Villain” per dare il titolo all’album perché trovo che ci siano almeno sei pezzi che potevano giocarsela meglio per essere insigniti di tal titolo, tra queste sicuramente “Breaking The Same Old Ground”.

 

 

Il teatrino Grand Guignolesco ha riaperto, si affrettino signori ad acquistare il bigletto, perché lo spettacolo merita, incuriosisce, esaspera, intimidisce. Abbiamo la donna barbuta e il cane a tre teste e l’inquietudine a farla da padrone. Il Reverendo è tornato, alleluia.

 

Recensione di Emiliano Vallarino