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ven

13

lug

2012

Live/Foto Report JON OLIVA'S PAIN,White Skull,Clairvoyants,Kingcrow, Max Pie@Live Club – Trezzo d'Adda 10 Luglio 2012

Live Report a cura di Andrea Evolti

25 anni e non li dimostra: Hall of the Mountain King, uno dei capolavori dei Savatage e del metal mondiale, compie un quarto di secolo. Non lo si crederebbe ad ascoltarlo, ma è così: l'arte supera il tempo, le avversità ed i limiti fisici. Solo così si può spiegare l'incredibile coinvolgimento emotivo di fronte ad un performance artistica di elevata intensità, come quella offerta dai Jon Oliva's Pain, martedì 10 Luglio, per celebrare l'anniversario di HOTMK, così minata da problemi di suoni veramente imbarazzanti.

 

Si inizia con i belgi Max Pie che riusciamo a vedere, per problemi di traffico, solo nei due pezzi finali, tratti dal loro debutto Initial Process: poco per dare un giudizio, se non notare un impasto sonoro interessante tra power metal americano con venature melodiche europee.

Si torna in Italia con i laziali Kingcrow, band prog metal dalle molteplici sfaccettature, che ingloba elementi riconducenti ai Vanden Plas, uniti a scelte folk ed epiche che ne fanno una sorta di evoluzione in chiave metal di gruppi quali i Ten. Sfortunatamente, con il six-piece capitolino, iniziano degli imbarazzanti problemi di suono che si riverseranno anche sulla band di Jon Oliva ma che danneggeranno pesantemente proprio la band di Roma. Frequenze basse a livelli inconcepibili ed assenza dei toni medi ed alti, non solo oscureranno gli altri strumenti e complicheranno la vita al singer Diego Marchesi, ma renderanno, in molti passaggi, quasi impossibile l'ascolto della prova fornita dai fautori dell'ultimo Phlegethon. Un vero peccato, perchè la band ha qualità non trascurabili e meriterebbe di essere ascoltata in condizioni certamente migliori.

 

Per fortuna i problemi tecnici sembrano risolversi, quando a calcare le assi sono i lariani Clairvoyants. Nati come cover band degli Iron Maiden, i 5 comaschi, con all'attivo due album, oltre a mostrarsi padroni del palco ed assolutamente a proprio agio di fronte ad un pubblico che cresce costantemente, sembrano non aver risentino della sindrome da clonazione che colpisce molte tribute-band che si evolvono verso le composizioni personali. Lo stile Maiden, ovviamente, ha influenzato i 5 lombardi, ma il loro songwriting si è inspessito in potenza (senza perdere in melodia) ed ha inglobato anche elementi di street/hard rock che fanno dei brani di Word to the Wise e The Shape of Things to come creazioni personali e con un carattere musicale ben definito, grazie, soprattutto al cantante e frontman Gabriele Bernasconi ed al lead-guitarist Luca Princiotta. Suoni ottimi, energia, carattere e freschezza per un metal classico che merita attenzione e profusione di entusiasmo.

Gli White Skull sono un'istituzione per l'undergound italiano: sul campo di battaglia fin dal 1988, il five-piece di Vicenza è sempre rimasto fedele, senza per questo diventare noioso o stantio, al power metal di matrice Rage/Grave Digger, incrociato con la robusta melodia U.S. Oggi, con il rientro alla voce della storica frontwoman Federica 'Sister' De Boni, la formazione veneta ritorna alla carica con un concerto tutto potenza, cuore, energia e visceralità che incontra il giusto entusiasmo del pubblico, anche in occasione del compleanno della spina dorsale degli WS, il chitarrista e compositore principale Tony Mad, che cade lo stesso giorno di quello del compianto Ronnie James Dio. Da Embittered a Pubblic Glory, Secret Agony, toccando il recentissimo Under This Flag, Federica & Co., grazie anche alle performance stellari dell'ax-man Danilo Bar e del propulsore umano Alex Mantiero (drums), i 5 veneti portano il calore del pubblico al giusto grado di fusione con una serie di brani granitici ed anthemici, che concludono uno show ottimo (forse con la sola pecca tecnica del volume della voce di Federica, a volte, un po' basso) con l'inno di battaglia Asgard. In alto i corni e....skoll!!!!!!

Le emozioni si possono vedere, sentire e toccare e nemmeno i problemi tecnici di un mixing di suoni sciagurati, con frequenze alte della voce inverosimili, che sono, invece, quasi latitanti negli altri strumenti, possono appannarle. Quando, dietro al pianoforte bianco dal quale fuoriesce un fumo che ci riporta ai tempi di Gutter Ballet, si materializza l'imponente sagoma di Jon Oliva e degli altri componenti del suo progetto, Jon Oliva's Pain, il cuore e la mente vengono catapultati in un universo onirico, tra fiaba e racconto orrorifico, tra dramma e musical, dove il tempo si discioglie ed i fantasmi non terrorizzano ma cullano, come quello del compianto Chris. E si parte proprio con la title-track di Gutter Ballet, con l'esplosione del pubblico che dopo aver 'danzato' nei vicoli di New York (dove sarebbero ambientati i brani di GB e di Streets: A Rock Opera), si ritrova a correre nella notte con Sirens e (appunto) Power of The Night. Jon è a suo agio con il doppio ruolo di tastierista/cantante, anche se, ogni tanto, la stanchezza dovuta alla sua mole da dei problemi di esecuzione fluida; per fortuna è supportato da una band collaudata da 4 album, dai quali viene eseguito solo Festival. Il resto è Savatage tribute (escludendo Don't talk to Me dei Doctor Butcher) con Edge of Thorns a riaccendere il delirio tra i presenti, con Jon che se la cava egregiamente ad eseguire un brano, in originale, cantato da Zack Stevens, per poi passare a due splendidi estratti da Streets: Tonight He grins again e la meravigliosa Ghost in the Ruins, dedicata da Jon al fratello Chris e con un excursus di 6 minuti di duelli di assoli tra le due chitarre Jerry Outlaw e Joseph Diaz, per un momento di pura magia musicale. Poi, arriva il momento per cui tutti sono qui: Hall of the Mountain King richiede il suo tributo. L'incipit di 24 Hours ago ha l'effetto di una bomba in una cristalleria, scatenando cori di entusiasmo, nonostante la non certo sufficiente qualità dei suoni. Stasera, però, parliamo di magia e questi problemi vengono superati agilmente dai una serie di esecuzioni incendiarie dei classici di questo capolavoro, da Beyond the Doors of the Dark, alla title-track da delirio, passando per le energiche White Witch e Devastation, sulle quali Jon accusa un po' di stanchezza. Il rito sembra essersi concluso, ma il pubblico richiede un suggello artistico ed emotivo al quale Jon non può e non vuole sottrarsi: torna al pianoforte ed inizia a suonare le note della bellissima All that I bleed, cantando le prime due strofe, che poi si trasformano, con un boato del pubblico, in quel gioiello che brilla nella notte dal nome di Believe. Il resto, problemi tecnici e brevi momenti di appannamento fisico, sono bazzecole al cospetto di quello che è arte, magia ed emozione; e quando Jon (e Chris) sono insieme sul palco, credetemi, tutto diventa possibile perchè...all they ask of you is believe!

Foto a cura di Valeria Portinari

White Skull

Clairvoyants

Kingcrow