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mar

07

ago

2012

Recensione TESTAMENT - Dark Roots Of Earth

TESTAMENT

Dark Roots Of Earth

Nuclear Blast

 

 

Nonostante sia il peggior periodo dell’anno per far uscire un album, soprattutto visto che trattasi di un disco molto atteso dai fan della prima ora, questo “Dark Roots Of Earth”, decimo full lenght dei Testament, storica thrash metal band di San Francisco, sarà sicuramente un ottimo acquisto, per chi, come me, si sarà ricordato dell’infausta scelta temporale della casa discografica e potrà far esplodere i padiglioni della propria cuffia dinamica, sotto il sole di questo torrido agosto. Sin dall’iniziale “Rise Up”, prima di nove tracce ( nella versione deluxe si trovano anche chicche succulente come la cover di “Dragon Attack“ dei Queen, “Animal Magnetism” degli Scorpions e “Powerslave” degli Iron Maiden), è chiaro il ritorno a sonorità classiche della band che trovano il loro apice in album come “ The New Order” o “ Practice What You Preach”. Quel thrash melodico che ritrova la grandiosità di Chuck Billy che, dopo aver improntato su sonorità più growl e meno performanti gli ultimi lavori, dove l’uniformità delle linee vocali è palese e, unita ad una vena creativa venuta meno, aveva fatto pensare alla fine prematura di una delle migliori proposte musicali di un certo metal pesante che ha fatto grandi, oltre ai succitati Testament, band del calibro di Metallica o Megadeth, torna ad un uso della propria voce molto più indirizzato e comprensibile, pur restando sempre fottutamente arrabbiato. Il resto lo fanno Gene Hoglan che sostituisce Paul Bostaph dietro le pelli e la storia antica e recente della band, cioè Greg Christian al basso e Eric Peterson alla chitarra, fondatori del gruppo e i virtuosismi del “ragazzaccio” Alex Skolnick che divide da sempre la sua vena creativa sulla sei corde metallica con la passione e la frequentazione lavorativa e non dei maggiori jazz club del vecchio e del nuovo mondo.

 

Brani come “Man Kills Mankind” o True American Hate” sono tutto ciò che caratterizza da sempre l’andatura thrash tipica del combo californiano, mentre la quasi lenta (chiamarla ballad sarebbe inopportuno) “Cold Embrace” mi fa ripensare ad un pezzo come “Return To Serenity”. Chuck si fa apprezzare per quella pulizia vocale della quale in tempi non sospetti era il maggio esponente nel brano che da il titolo all’album, mentre Skolnick ci ricorda in “Throne Of Thorns” che la sperimentazione, se si hanno le capacità, è tutt’altro che improvvisata e fine a se stessa, in fondo jazz-fusion e metal sono due generi che mischiano in egual misura genio e sregolatezza e talvolta (non sempre), trovano una stessa via di espiazione. La produzione è nelle mani di quel genio malato di Andy Sneap e dire che sfiora la perfezione non è per nulla esagerato. A questo punto mi sento di consigliare questo disco a tutti coloro che amano un certo discorso fatto di thrash melodico e cattiveria sonora, riff cartavetrati e linee vocali talvolta imprudenti e fuori controllo. Nonostante la nomenclatura della band direi che è ancora lontanissimo il momento di scriverne il testamento.

 

 

Recensione di Emiliano Vallarino