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gio

11

lug

2013

Intervista al giornalista musicale e scrittore GIANNI DELLA CIOPPA - "esiste una vita dovuta ed una vera.."

Gianni Della Cioppa noto giornalista musicale, scrittore e non solo, è un uomo dalle mille risorse che, grazie alla sua passione per la musica -in continua crescita-, è sempre riuscito a dare vita a molti progetti. Ha da poco pubblicato un nuovo libro "Va Pensiero", che si aggiunge alla già lunga lista di libri pubblicati negli anni. Ciò che leggerete in questa intervista, sono parole vere, sincere, di chi con sacrificio e trasparenza porta avanti una passione smisurata e stupenda per la Musica.

 

Intervista a cura di AngelDevil Rock 

 

 

RRM: Giornalista, scrittore e appassionato di Musica. Un percorso senz’altro creativo. Come nasce?

Innanzitutto Angel vorrei ringraziarti di questa opportunità di poter apparire sul tuo bellissimo sito. Per risponderti, da bambino mi è sempre piaciuto scrivere, anche se poi ho fatto un percorso di studi tecnico, ma un professore di italiano in quarta superiore seppe restituirmi l’amore per la letteratura e così non ho mai più smesso.

La mia passione per la musica rock si è sviluppata in tanti modi, da ragazzo suonavo, organizzavo concerti e scrivevo recensioni, che ancora conservo, solo per me stesso. Ovviamente sin dagli anni ’70 leggevo di tutto riguardo al rock, libri (rari a trovarsi invero) e tutte le riviste in circolazione (Ciao 2001, Muzak, Popstar diventato poi Rockstar, Tuttifrutti, Sound, il primo Mucchio Selvaggio, la scoperta di Rockerilla…), e poi le fanzine che trattavano di metal, genere che nei primi anni ’80, precedentemente dell’uscita di HM, Metal Shock ed altre riviste, era confinato quasi esclusivamente in questi giornalini ciclostilati. Essendo nel giro in modo attivo è stato naturale collaborare con alcune fanzine (Headbanger, Metal Thunder), poi dall’incontro con Beppe Riva, il maestro del giornalismo metal in Italia, ho avuto la possibilità di scrivere per Metal Shock, e da allora non ho mai più smesso. Vedere la mia prima recensione pubblicata, era il febbraio 1989, è stata un’emozione che non dimenticherò mai.

 

Devi pensare che non è come oggi dove, attraverso internet, tutti possono farsi un blog e scrivere, allora c’era una vera selezione. Era dura iniziare, ma era ancora più difficile restare nel giro, perché i lettori erano critici e non sono pochi quelli che, dopo un primo periodo di collaborazione, sono stati sbattuti fuori dalle redazioni perché scrivevano castronerie o male. Per me fu una grande soddisfazione vedere che mi veniva offerto sempre più spazio. Ho avuto anche la possibilità di diventare redattore di Metal Shock, ma dovevo trasferirmi a Roma, cambiare vita ed in fondo non ne avevo voglia.

 

RRM: Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?

Sulla mia carta d’identità alla voce professione c’è “Scrittore”, e credo che sia corretto. Non conta quello che fai, ma quello che ti senti. Dico sempre che per tutti esiste una vita dovuta ed una vera e per me è la seconda che conta. In fondo anche quando faccio conferenze sulla storia del rock, in realtà è come se si srotolasse un libro che ho scritto in testa. Non c’è giorno dove non mi si accende un’idea per un libro, un racconto, una storia. Spunti che poi sedimentano, crescono, scompaiono, ritornano. A pensarci bene concretizzo un centesimo delle cose che vorrei fare. Ma credo che sia così per molti.

 

RRM: “Va Pensiero” è il tuo nuovo libro, uscito per la Crac Edizioni. Raccontami di questa tua nuova sfida ed esperienza editoriale.

L’idea del libro, ovvero parlare di quegli artisti che pur suonando rock hanno scelto di cantare in italiano (opzione che definisco l’ossimoro per eccellenza), mi circolava in testa e nel cuore da tempo, ma lo spunto decisivo me l’ha dato Marco Refe, l’editore della Crac Edizioni che in uno dei nostri incontri di presentazione del libro “Steve Sylvester, Il Negromante del rock”, sempre per Crac, mi aveva suggerito di presentargli un prospetto dell’opera, perché la cosa lo interessava molto. E così il progetto ha preso forma ed è decollato in breve tempo, per poi concretizzarsi in circa dodici mesi. Per fare un lavoro più esauriente possibile ho coinvolto due amici Walter Bastianel e Marco Priulla, esperti e grandi conoscitori della scena rock italiana, che hanno scovato nomi veramente incredibili, dando quel tocco di completezza che se avessi lavorato da solo, non avrei mai raggiunto. Anzi colgo l’occasione per ringraziarli ancora per il loro prezioso contributo e per aver sopportato le mie paranoie nei dettagli. Si sono rivelati dei grandi collaboratori in tutto. Ne approfitto anche per fare i complimenti a Marco Refe, è una persona fantastica, innamorata della musica, e che cerca di pubblicare libri di qualità, ma evitando di trattare i soliti nomi che naturalmente avrebbero una maggiore presa sul pubblico.

 

 

RRM: Se dovessi presentare il “Va Pensiero” ai nostri lettori e convincerli ad acquistarlo, cosa diresti?

Il libro ha 380 pagine, quindi è di fatto una sorta di enciclopedia. Dopo la mia introduzione, c’è la prefazione di Omar Pedrini che da sola, tra aneddoti e curiosità, vale il prezzo. Poi, dopo un capitolo “Le Origini” dove analizzo i precursori del rock IN italiano, c’è l’ossatura portante del libro, una prima parte di schede, con storia, commento e discografia dettagliata dei gruppi/artisti, poi una seconda parte con schede più brevi, per band meno note o dalla storia breve, seguono i capitoli “Anomalie” (dedicato chi canta in fonetico o latino), “Cosa Nostra”, chi usa il dialetto della sua zona o band ironiche, poi “Fuori Concorso” dove accenno a quei nomi di grande successo che in qualche modo solo legati al rock e poi capitoli brevi su “Quasi punk”, “Sul confine”, “Folk rock”, “Electro wave pop”, “Le rockesse”, una sezione deicata alle raccolte ed infine interviste ad addetti ai lavori (Federico Guglielmi, Giancarlo Passarella, Mario Riso, Nicola Zaccardi, David Bonato), che conoscono bene la scena italiana, da cui emergono spunti molto interessanti. Inoltre il libro è ricco di foto e copertine e ci sono numerosi box sparsi, che parlano di etichette specializzate, festival ed altre curiosità, che danno un respiro alla lettura e decorano la grafica, per la quale debbo ringraziare Daniele Cardinali che ha svolto un lavoro immane. Insomma, senza falsa modestia, credo che sia un lavoro ben curato, complesso e che possa piacere a chi ha cuore la scena rock italiana dal 1980 ad oggi. Se fino ad oggi non c’è la voce su wikipedia “Rock italiano”, da domani grazie a “Va Pensiero” si potrebbe anche fare".

 

RRM: La prefazione del libro è ad opera di Omar Pedrini, come mai hai scelto proprio lui?

Credo che Omar sia il personaggio più vicino ad un’immagine di vero rocker che abbiamo mai avuto in Italia. Con i Timoria ha costruito un percorso di crescita del genere, portando il rock suonato con le chitarre nelle case di tutti gli italiani, ha avuto stagioni esaltanti ed altre in ribasso, come tutti, ma è ha sempre avuto molto da raccontare, perché ha vissuto tutto il percorso del rock tricolore, ha contribuito fortemente a conferirgli un’immagine creativa. Ma fondamentalmente ho pensato a lui, perché Omar Pedrini è una persona vera, che pur vivendo all’interno di alcuni meccanismi dei “piani alti”, non ha mai perso la sua spontaneità, la sua passione onesta per la musica, diffondendola come musicista ed in televisione, con alcuni interessanti programmi, parlando anche di realtà minori e non solo di personaggi famosi. Quando gli ho proposto l’idea del libro, si è subito dimostrato entusiasta e per me è una soddisfazione enorme avere la sua prefazione su “Va Pensiero”, un libro che parla appunto della musica, direi della scena musicale,che lui stesso ha contribuito a creare e diffondere.

 

 

RRM: Come giornalista, quali sono le cose di cui vai più orgoglioso. E l’abbaglio più clamoroso?

Non è mai semplice analizzare il proprio lavoro, ma oggettivamente, con la prima edizione del libro “Italian Metal Legion” del 2005, credo di aver restituito impulso alla scena metal italiana storica. Infatti da lì in poi è stato un proliferare di ristampe, reunion e nuovi dischi, che hanno dato energia anche alla scena nuova. Di questo mi prendo il merito senza riserve. Spero che la stessa cosa possa accadere per il rock IN italiano, grazie al recente “Va pensiero”. Un’altra cosa di cui vado particolarmente orgoglioso è che nel mio libro “133 TOP ALBUM HR & HM” del 1991, avevo inserito “When Dream And Day Unite” dei Dream Theater, ricevendo critiche da molti colleghi, in quel momento tutti felici di cavalcare il fenomeno grunge/crossover, che io stesso amavo, ma che non ritenevo l’unica cosa da seguire. Il tempo ha poi detto che il prog metal ha dominato la scena per tutti gli anni ’90 e non solo.

L’abbaglio più grande? Scrivendo migliaia di recensioni ed articoli ne avrò presi a bizzeffe, sicuramente per me il più clamoroso è non aver compreso subito l’importanza dei Kyuss, mi ricordo che feci una recensione di “Blues For The Red Sun” abbastanza tiepida. Succede.

 

RRM: Tutti quelli che ti conoscono o che ti leggono, ti dipingono come un vero appassionato di musica, pieno di energia ed entusiasmo. Ma cosa ti spinge ad avere sempre motivazioni?

Non ha mai avuto momenti di stanca?

I momenti di difficoltà e delusione sono all’ordine del giorno, ma poi mi basta una canzone nuova che mi emoziona, una messaggio di complimenti, un apprezzamento inatteso, che tutto sparisce. Guarda io sono un positivo per natura, per me non conta niente altro che la musica. Ho scritto bene di gruppi che mi hanno smerdato in giro (per ragioni spesso ridicole), perché per me la loro musica era buona ed ho messo quella davanti alle persone. Non so in quanti avrebbero fatto altrettanto. Credo che musica e persone che la suonano siano cose diverse, è importante scindere questa cosa, mentre vedo che in giro in pochi comprendono questa cosa fino in fondo. Per quanto riguarda l’entusiasmo Angel, quello arriva da solo e poi cosa spiegarti, visto che tu sei una trascinatrice nata. Anzi sono io che ti chiedo dove trovi l’energia per fare tutto quello che fai?

 

RRM: Tutti ti definiscono un generoso. Non credi che alla lunga possa diventare un difetto?

Forse, infatti alcune volte sono sommerso di richieste: gruppi mi mandano i loro file da ascoltare, musicisti che vogliono pareri, in questo senso facebook è una “condanna”, ma nei limiti cerco di trovare il tempo per tutti. Comunque per risponderti, dico che ognuno deve essere quello che è, mai per sé stesso, piuttosto per l’obiettivo generale. Anche nel calcio ero un ottimo uomo spogliatoio, sia nelle stagioni dove giocavo titolare, che in quelle dove sedevo pacificamente in panchina (e giocando portiere, di panchina ne ho fatta abbastanza). Mi viene naturale sperare nel bene altrui, credo di essere l’unico interista al mondo che era dispiaciuto nel vedere la Juve in serie B, tutti quegli insulti ai giocatori, ai tifosi, li ho trovati pieni di cattiveria. Gli sfottò ci stanno, ma poi basta. Ero e sono contento solo per Moggi, una persona sgradevole come poche.

 

Comunque per me parlano i fatti, da quando scrivo ho portato tantissimi collaboratori nei giornali. È tutta gente di qualità, che ha anche proposto e scritto cose che avrei fatto volentieri io, ma non ho mai pensato al mio ego, ma al fatto che la rivista ne traeva giovamento. Penso a Fabio Zampolini, Alessandro Ariatti, Jacopo Meille, Giovanni Loria, Anna Minguzzi, tutti ottimi collaboratori, che hanno alzato la qualità delle riviste. Ho tentato persino di riportare nel giro Beppe Riva (cose non andata a buon fine per sue questioni extra musicali), che con la sua classe ed esperienza avrebbe certamente oscurato tutti, me compreso. Ma ripeto non ne ho mai fatto una questione di vanto personale, quanto di crescita di spessore qualitativo del giornale.

 

Gianni con Melissa Auf Der Maur
Gianni con Melissa Auf Der Maur

RRM: Qualche anno fa, hai scritto un romanzo in parte autobiografico come “Il Punto G.D.”, hai qualche nuova idea per un libro di fantasia?

L’ispirazione è una cosa fantastica, quasi magica, ma anche terribile. Avevo in testa una storia bellissima, almeno per me, con tutti i tasselli che erano andati al loro posto. Si trattava solo di iniziare la fase di scrittura. Poi la storia mi è come sfuggita e si è frantumata nella mia mente, svanendo di colpo, tanto che non sono più riuscito a ricomporla. Sono ancora qui che aspetto che completi il suo giro lontano da me, per poi tornare. Spero di essere ancora io a riprenderla. Perché, come ben sai, le idee, le storie sono nell’aria e sta solo a noi catturarle.

 

 

RRM: Come vedi la scena rock musicale di questi anni? Come vivi la tecnologia nella musica?

Non sono uno che lotta contro la tecnologia, prendo atto che ha modificato completamente l’approccio all’ascolto, alla vendita e alla diffusione della musica, rendendola fruibile ovunque e sempre, ma sono anche convinto che questo non sia necessariamente un passo avanti, e spero che mi sia consentito avere un opinione personale. Oggi la musica è concepita semplicemente come un sottofondo, una compagnia in macchina, in treno, in autobus, mentre si passeggia o corre o si lavora davanti al pc. Oggi vediamo tutti, giovani e non, con le loro cuffiette nei timpani, ma temo che nessuno si renda conta di cosa sta veramente ascoltando.

Poi c’è la sproporzione tra investimenti per la registrazione e tipo d’ascolto, la qualità delle incisioni è sempre migliore, ma si ascolta con apparecchi scadenti. Oggi quasi nessuno sotto i 40 anni ha un vero impianto stereo, girano solo questi compatti dove c’è tutto in poco spazio e l’ascolto è tutto uguale, che sia rock, jazz, classica: una cosa oscena. Moltissimi addirittura ascoltano la musica attraverso il pc, un cosa imbarazzante. Una volta almeno c’era chi aveva un bell’impianto stereo in macchina, oggi nemmeno quello perché te lo vendono incluso con l’auto, ovviamente di qualità mediocre. Ma è stato stravolto anche il concetto stesso di ascoltare musica, una volta ascoltare un vinile era un momento quasi di catarsi, lo facevi da solo, in assoluto silenzio, senza fare altro, accarezzavi la copertina, leggevi le note, i testi, sapevi tutto di quel disco, poi lo riascoltavi con gli amici, cercavi di cogliere ogni sfumatura, scambiavi opinioni, si litigava anche. Questi invece sono tempi dove tutto corre veloce ed un disco dura una settimana e poi viene dimenticato. Per fare un esempio pensa al nuovo album dei Black Sabbath, l’attesa è durata decenni, ma se leggi sul web è già stato accantonato per fare posto a cento altre uscite, quando due anni si sono riformati i Soundgraden la curiosità è durata il tempo di un disco e tour, il ritorno degli Alice In Chains era stato acclamato da tutti, oggi è uscito il secondo album post reunion e non se l’è filato nessuno e lo stesso per novità forti come Kiss, Bruce Springsteen, persino Bob Dylan è stato liquidato con una risonanza dei mass media durata un mese scarso. Torno a ripetere, avere troppo non genere più nemmeno emozioni. Non parliamo della diffusione della musica, è gratis ovunque (masterizzazioni, youtube, spotify o pensiamo a tutte le radio web, piccole, ma anche di grossi network specializzate in vari generi), ma proprio per questo non la vuole davvero nessuno, si vive di ascolti di singole canzoni, nemmeno complete, quasi per caso, smanettando sul computer tra youtube, spotify e suggerimenti forzati dei social network. Non si vendono più CD/LP, ai concerti non ci va nessuno (tranne a quelli dei soliti 10/15 big che durano da 30 anni, a prezzi da fuori di testa), per altre migliaia di band rimangono le briciole delle briciole. Al pubblico manca la vera curiosità per il semplice fatto che ha già tutto a portata di mouse.

 

Oggi tutti pontificano dal proprio computer, nei forum, nei social network, poi non escono di casa nemmeno per un concerto dietro l’angolo. In questo modo non si da valore alla musica, quando si ha tutto senza sacrifici, allora è la fine di tutto. Io faccio parte della generazione che rinunciava a tutto per risparmiare i soldi per comprare i dischi, con viaggi in altre città, in negozi che per noi erano dei santuari e la gente come te la (ri)conoscevi lì, con il tuo stesso disco in mano. Non voglio fare il solito antiquato che dice “Una volta bla bla…”, capisco che i tempi siano diversi, ma ho l’impressione che molti giovani ascoltatori di oggi, reggeranno poco, perché sono spinti da una passione passeggera. La musica è semplicemente una scelta tra le tante cose da fare, non un motivo per vivere, come è successo a molti che oggi hanno dai 40 anni in su.

 

Guarda ai concerti, anche di band minori, vedi quasi sempre le stesse facce e sempre meno ragazzi, oramai capelli bianchi, teste pelate e pance abbondanti sono sempre più presenti, mi sembra che da tempo manchi il ricambio generazionale. Non parliamo poi di chi suona, ed oggi suonano in molti (e questo da una parte è bellissimo), solo che sono proprio i musicisti che non alimentano la loro stessa passione, non partecipando ai concerti e non acquistando dischi. Io negli anni ’80 suonavo in una band (puro dilettantismo), ma compravo anche più musica del solito, perché volevo capire come crescere e non mancavo a nessun concerto. La cosa assurda è che oggi i concerti “minori”, sono quasi tutti gratis o costano pochi euro, tuttavia sono sempre vuoti. Poi non ha senso che le band si lamentano se vengono pagate poco. Ma come può un gestore fare incassi con trenta presenti? Non è solo questione della crisi, che certamente influisce, ma di passione e pigrizia, due cose che non possono coesistere. Una soluzione? Io non la vedo, oramai le cose vanno così: quando i vecchi dinosauri spariranno per questioni anagrafiche, resteranno solo nomi di passaggio, spinti e costruiti dalle major con azioni pubblicitarie massicce o da qualche merdoso talent show, dureranno il tempo di fare “grossi” guadagni e assorbire la fetta maggiore del mercato, e poi verranno sostituiti da altri eroi di passaggio (Che se ci pensi è quello che avevano predetto, in tono fantascientifico i Rush nel brano capolavoro “2112”). Il tempo delle band che resistono decenni è finito, ci sono fenomeni passeggeri (il che non esclude che non siano di qualità), sostituiti da altri nel giro di qualche anno. Tutti, anche i nomi minori, avranno un’unica strada per mantenersi: i concerti, con ingaggi proporzionati al pubblico che sapranno richiamare. Questo a mio avviso è positivo, perché c’è sempre ricambio continuo, e quindi energie fresche, ma il problema è che sarà (è) impossibile essere aggiornati perché l’offerta è esagerata, rispetto al tempo che un ascoltatore può investire. E quindi ci saranno tantissimi gruppi di qualità che nessuno ascolterà e conoscerà mai. Questa non è una novità, da sempre esistono grandi band che muoiono nell’indifferenza, ma questo aspetto adesso si moltiplicherà. Insomma è un gran casino, e tutto è successo adesso che la musica è ovunque e spesso gratis. Insomma qualcosa vorrà pur dire. Io, ti ripeto, penso che quando tutto sia facile e gratis, manchino le vere motivazioni, quelle che ti fanno ardere dentro. Una volta un disco di chiunque te lo dovevi sudare, anche solo per registrarti la cassettina dal vinile, oggi in tre secondi è sul tuo pc. Per voi è meglio così? Io la penso diversamente. Ma, voglio chiarire, che oggi è un momento stupendo per la musica perché proprio il fatto di non vendere niente, ha portato gli artisti ad essere semplicemente loro stessi, quindi senza compromessi, infatti ci sono tantissime cose interessanti, diverse, fuori dagli schemi, c’è tanta musica buona in giro, perché suonata in assoluta libertà. Ma chi la ascolterà? È questo la vera domanda del rock di questo terzo millennio. Anche la stampa cartacea/web ha perso del tutto la sua influenza, non è più in grado di cogliere le novità e per le band avere una o mille recensioni buone è solo una questione di soddisfazione personale, non certo di vendite.

 

 

RRM: Tutti ti riconoscono come uno dei massimi esperti italiani di hard & metal, ma un’accusa che ti viene rivolta è che hai dei gusti diciamo così “allargati”. Cosa rispondi?

Negli anni mi sono preso volentieri l’etichetta di esperto in hard rock ed heavy metal e l’ho messa a frutto scrivendo anche dei libri, ed in effetti sono i generi che amo e conosco di più, ma credo di appartenere ad un’altra generazione di recensori. Io provengo come cultura, letture musicali, conoscenza e cultura dagli anni ’70, un periodo dove era impensabile essere settoriali. Questa è una cosa di cui sono molto orgoglioso, non potrei mai limitarmi ad un singolo genere musicale. Sarebbe come dire che un giornalista sportivo può scrivere solo di calcio. Probabilmente è lo sport che conosce meglio, e su cui ha maturato maggior esperienza, ma certamente è in grado di commentare ciclismo, pugilato, automobilismo, pallavolo e molto altro. È un punto molto importante per me, non riesco a limitarmi ad una sola cosa, ma questo è nella mia natura. Siamo già così limitati nella vita, che crearsi delle barriere anche nell’arte è di una tristezza infinita. Ma per me è una cosa naturale, non c’è nessuna forzatura. Nel cinema, per esempio, adoro l’horror, come i film impegnati, le commedie leggere, i documentari, i classici, adoro registi visionari come Cronenberg, Lynch, Gus Van Sant, ma anche le storie semplici se ben fatte. Nella musica abbraccio infinite sfumature, sono terrorizzato dal crearmi steccati. La buona musica è ovunque, ma non lo dico io, lo dice la storia: per fare un esempio gli Abba io li ho sempre amati, e molti mi prendevano in giro, oggi nel pop vengono considerati quasi al pari dei Beatles. Ma chi dice che nel pop, nella disco music, nel cantautorato, nel jazz, nel R&B non possa esserci buona musica? Sinceramente quelli che tutta la vita ascoltano solo un genere – e ne conosco tanti - mi spaventano un po’. 

 

Oggi passa il messaggio che c’è solo musica di merda. È una balla colossale, c’è grande musica in giro, è solo più nascosta e bisogna cercarla. Ma io allargo il tiro su questo tema e parlo non più di musica, ma di vita. Ma come ci si può arrogare il diritto di dire che il bello, il giusto sta nei bianchi, nei neri, gialli, rossi; nei cattolici, nei protestanti, nei musulmani? Il mondo, per colpa nostra, è allo sfascio e noi siamo qui a perdere tempo con nord, sud, etero, gay, crocifisso in aula o non crocifisso e compagnia bella. Nel rispetto del prossimo ognuno è libero di fare, essere, vivere come meglio crede, perdere energie e tempo per queste divisioni è pazzesco, non posso pensare che ci siano persone così limitate. Quando ho visto mia figlia, anni fa, giocare senza problemi in un parco con una bambina down, mi sono emozionato ed ho pensato che forse qualcosa di buono come genitori avevamo seminato. I bambini sono così, senza barriere, siamo noi adulti che gli mettiamo gli scudi addosso, invece dovremmo liberargli le ali, perché dovrebbero essere rapiti dalla bellezza, non dalla paura del diverso. Ma diverso da chi e cosa? Tutti siamo diversi e la cosa straordinaria è questa.

  

RRM: Cosa vuoi dire ai lettori di Rock Rebel Magazine?

Di essere sempre curiosi, di non fernarsi solo ai soliti nomi di cui tutti parlano e scrivono, là fuori ci sono tonnellate di buona musica sconosciuta, che ha solo bisogno della vostra passione. E poi un’altra cosa: fidatevi di AngelDevil, sempre.