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gio

01

ago

2013

Recensione libro - VERSIONI DI ME, il romanzo rock di Dana Spiotta 

Ricordo come notai, con vera tristezza, che avevamo deviato da una strada accettabile, che le nostre vite stavano andando nella direzione sbagliata. Pensai letteralmente le parole: quanto abbiamo deviato, ma non so se era proprio così. Ciò avrebbe voluto dire che prima eravamo stati sulla strada giusta.

Scrivere una recensione di Versioni di me è davvero difficile. 

Potrei iniziare dal titolo italiano, molto più evocativo e azzeccato di quello originale (Stone Arabia), per comprendere il quale bisogna praticamente arrivare alla fine del romanzo.

Oppure potrei iniziare tentando di raccontarvi qualcosa della storia di Denise e suo fratello Nik, cresciuti nella Los Angeles degli eccessi rock e glitter degli anni 70 e giunti a metà delle loro vite incastrati in un limbo di nostalgia e paure, legati da un rapporto di dipendenza celato dietro a meccanismi consolidati di occultamento dei sentimenti, come spesso succede tra fratelli.

O ancora potrei tentare di descrivervi lo stile narrativo di Dana Spiotta, così accattivante, inusuale, sfaccettato e coinvolgente, che saltella tra presente e passato, tra narrazione in prima persona e in terza persona, tra articoli scritti da Nik che descrivono una versione alternativa di se stesso e digressioni sulla vita di Denise, fino ad arrivare a un video documentario girato dalla figlia di Denise, che dovrebbe raccontare la vera vita di Nik. 

Ma qual è la vera vita di Nik? Quella fatta di droghe, alcol, solitudine e un lavoro come barista per tirare a campare o quella di un artista, di un creativo incompreso e appagato da se stesso, eccentrico e iperproduttivo, che vive in un mondo immaginario descritto nelle sue "Cronache"?

Spesso una sola vita nasconde più versioni di se stessa.

Nik è entrambe le cose, un musicista rock, un artista che in gioventù ha sfiorato il successo ma gli è andata male, si è chiuso in se stesso e passa la maggior parte del tempo a realizzare album che registra in casa, per i quali crea copertine e inventa etichette discografiche, fino a produrli in poche copie. Ma soprattutto, Nik compila con cura maniacale le sue “Cronache”, centinaia di articoli, recensioni (positive e negative) e lettere di fan, sulla sua musica e sulla vita da rockstar che non ha mai raggiunto.
Realtà, fantasia e memoria s'intersecano e si sovrappongono in un titanico lavoro di catalogazione, di creazione di una realtà parallela in cui Nik è un rocker di successo.
C'è davvero rimpianto dietro a questa operazione? All'apparenza no e non ci è dato saperlo. 

E chi è Denise? Donna di mezza età ossessionata dalla perdita della memoria, che accudisce la madre malata, con una figlia lontana e una marcata ipersensibilità per i fatti di cronaca che la bombardano attraverso i media. Di certo, da sempre, una fan - forse l'unica rimasta - dell'opera artistica di Nik e la sola in grado di capirlo e giustificarlo nelle sue scelte.
Denise ci racconta di sé e di Nik, presentando capitolo dopo capitolo le proprie versioni sovrapposte, accumulate nel tempo, una delle quali è probabilmente lo stesso Nik, un’altra sua madre, un’altra ancora sua figlia Ada.

Questo romanzo fa un lavoro sporco, - già iniziato da Jennifer Egan nel suo Il tempo è un bastardo - si prende la briga di analizzare in modo profondo ma al contempo disincantato quel che succede nella seconda parte della vita, quando bisogna convivere coi sogni irrealizzati e con i problemi scomodi, con la capacità di invecchiare e con la ricerca di motivazioni per continuare a vivere. 
Quando la memoria sembra diventare più importante del momento vissuto, perché in essa è racchiuso il senso di vite che non trovano più motivazioni concrete.
E lo fa parlando del lato oscuro del rock, di quei risvolti a cui mai nessuno pensa, di chi non ha sfondato, di chi ha continuato nell’ombra, di chi ha preso strade alternative, non importa se giuste o sbagliate, ma forse le uniche possibili.

Dana Spiotta, come osserva Jennifer Egan, ci regala una meditazione quasi onirica sulla fama e il successo, la tecnologia e l'immaginazione, facendo riflettere - tra l'altro - sul senso della creazione artistica, sull'importanza o meno di avere un riconoscimento pubblico, sul significato dell'arte come manifestazione di sé e della propria vita e sul valore della vita in rapporto a ciò che ha senso per noi stessi e non in base a quello che ne pensano gli altri.

 

Recensione di Matteo Bertone

 

the80svampire.blogspot.com - www.matteobertone.it