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mer

09

ott

2013

Live Report THE AGONIST + Threat Signal + Mors Princium Est + Dawn Heist + Ferium @ Rock and Roll Arena, Romagnano Sesia (NO) - 6 Ottobre 2013

a cura di Andrea Evolti 

Per tutti quelli che lo definiscono (a sproposito! Parere personale) metalcore, una serata impedibile; per quelli che vedono in questi nuovi gruppi, al di là dei tentativi delle compagini meno dotate di calcare l’onda, nuove leve per una visione diversa del death/thrash melodico, nato in Scandinavia e adottate dal Nord America, un’occasione per rendersi conto di quanto di buono ed interessante ci sia in queste realtà, se si chiudono gli occhi davanti alle apparenze e si aprono le orecchie al metal di The Agonist, del supporting-act Threat Signal e di altre tre formazioni (dovevano esserci solo gli Arsis, ma modifiche recenti hanno scombussolato i piani di molti, compresi noi, che ci siamo persi gli israeliani Ferium: chiediamo scusa agli appassionati della band.) che hanno incendiato il palco di Romagnano Sesia.

 

Persi per poco i Ferium, riusciamo ad arrivare in tempo per l’inizio della performance degli australiani Dawn Heist. Il quintetto di Sydney, che sembra l’unico ad avere qualche riferimento core nel proprio sound (mutuato dal crossover metal statunitense), si destreggia bene sul palco, grazie ad ottimi suoni ed una buona compattezza sonoro, dove spiccano le chitarre possenti e la buona voce di Patrick Browne: nulla di eccezionale, però. Spesso la formazione autrice dell’unico (finora) full-length ‘Timewave Zero’, ricorda molto i P.O.D., specie per certe linee vocali e tanti, ed anche troppi, gruppi crossover/nu-metal americani, con doppie chitarre che rifanno lo stesso riff stoppato mille volte e poche variazioni dai tempi cadenzati, oltre ad una presenza di campionamenti di tastiera massicci, ma molto derivativi. In tutta onestà, senza infamia e senza lode.

 

Sono finnici e, di conseguenza, sono pazzi, ma sanno anche suonare puro swedish-melodic death di carattere ed elevata fattura, rivisto con un occhio non manieristico, ma famelico di bruciante energia. Sono i Mors Principium Est e, con un monicker di questo tipo, ci si poteva solo aspettare sinfonica violenza: e così è stato. Dotati di un chitarrista solista di gran gusto e talento, lo ‘straniero’ Andy Gillion (Gran Bretagna), la formazione di Pori si produce nel meglio del suo repertorio, che vanta già 4 album, tra cui l’ultimo ‘…and Death said Live’, assaltando i presenti già molto reattivi, con sinfonie di riff al magma e tempi serratissimi, dettati dal bel lavoro del drummer Mikko Sipola, il tutto incorniciato dallo straziante e penetrante salmodiare del singer Ville Viljanen, ottimo cantore della ‘falciatrice’. Gran bella band, fresca nel suo essere classica e che rende benissimo il suo valore dal vivo grazie ad una notevole visceralità.

 

Compatrioti degli headliner, i Threat Signal sono una realtà ormai affermata del panorama melodic-death americano, che coniuga armonica violenza swedish all’uso dei tempi e del groove americano delle band thrash/power quali Pantera, Machine Head e Lamb of God. A guidarli c’è un frontman di razza come Jon Howard, stasera in stato di grazia, con dietro di sé una sezione ritmica svizzera, composta da Muha (drums) e Kavanagh (bass), assolutamente terremotati per pesantezza, quanto brucianti nelle accelerazioni. Ad aumentare l’impatto e le devastanti conseguenza su di un’audience preda del demone del mosh-pit, oltre ad i brani che fuoriescono dai lavori ‘Under Reprisal’, ‘Vigilance’ e ‘Threat Signal’, le chitarre di Travis Montgomery, supportato dal live-performer Kris Norris, il quale sarebbe ancora più esaltante se si lanciasse di più in assoli rapidi ed essenziali, suo marchio di fabbrica, a quanto pare. Ma è l’insieme la forza del combo dell’Ontario e l’energia ridonata indietro dai presenti ne è la testimonianza, per una prestazione davvero di alto livello.

 

Lo ammetto: non avendo mai visto dal vivo i The Agonist, nonostante avessi apprezzato molto il loro lavoro in studio, temevo, influenzato da una certa critica che li vuole più fenomeno di costume interno al metal attuale, per la presenza di una singer che non passa inosservata come Alissa White-Gluz, forse ritenuta più un elemento estetico che un vero e proprio punto di forza della band: mai dar retta alle critiche senza ascoltare la musica, specie in sede live! Il five-piece di Montreal, oltre a possedere una singer assolutamente incredibile per potenza, varietà tecnica, espressività timbrica ed una presenza scenica che cattura, anche in virtù della sua marziale essenzialità, si dimostra essere band matura per coralità ma, soprattutto, una devastante macchina da combattimento musicale, pronta a dare calci in faccia a chiunque. Il loro death metal, fusione della melodia swedish e della dinamica tecnica thrash americana, è ricco di spunti, richiami totalmente personalizzati, filtrati dalle influenze dei singoli elementi, i quali concorrono a rendere i brani di album come la rivelazione ‘Lullabies for the Dormant Mind’, l’esordio ‘Once Only Imagined’ o l’ultimo ‘Prisoners’ delle letali gemme di rabbia cesellata e multiforme.

 

 

Le chitarre della coppia Marino/Jobin intessono, scolpiscono, incidono e forgiano allucinazioni che diventano sogni e delusioni che si tramutano in armi letali, con un plot di riff esplosivi ed in perenne sviluppo, sempre pronti a trovare una nuova via che conduce ai climax dei refrain dove Alissa svaria dai più ferali growl di stampo death, ad harsh vocal più vicini al thrash per passare, con naturalezza disarmante a clean-vocal a volte più soave, altre volte più taglienti, nasali e psicotiche, senza perdere di vista, però, l’impatto del brano. Vedere tutto questo reso perfettamente in sede live e con la furia della formazione canadese lascia, in alcuni frangenti, annichiliti, se si osserva anche l’affiatamento e la fluidità della sessione ritmica composta dalla batteria del funambolico Simon McKay, che accelera, rallenta, appesantisce e tratteggia sfumature, non risparmiando mai una goccia di sudore e dal basso impietoso e fluido di Chris Kells: tutto perfettamente coeso con il lavoro, anche solista (splendido e puntuale) delle due chitarre e dalla composta furia lirica della White-Gluz, che guida la band nei suoi spettacolari assalti ad un pubblico che non si fa pregare per versare sudore, senza voler essere catalizzante a tutti i costi, ma che spicca proprio per la sua capacità di essere sempre perfettamente parte singola di una coralità di individualità ben definite. Le conclusioni? Romagnano Sesia è stata sconquassata da un terremoto canadese che non va giudicato dall’aspetto, da preconcetti o dalla pigrizia mentale che porta a fare i saccenti di turno: questo fenomeno sismico di talento si chiama The Agonist e prima di dire che piaccia o meno, va vissuto live, specie in una performance come quella di domenica 6 Ottobre. Non fidatevi di chi dice che il Canada è un posto noioso!.