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07

nov

2013

Live Report ARCTURUS + Riul Doamnei + No More Fear + Artaius @ Tempo Rock, Gualtieri (RE), 2 Novembre 2013

Report a cura di Andrea Evolti - Foto di Stefania Guarino

E’ una data speciale per gli Arcturus, quella del 2 Novembre al Tempo Rock di Gualtieri (RE), perché, oltre ad essere l’unico concerto in Italia di questo loro tour, segna il ritorno sulle scene (mancano dal 2007) di una delle formazioni più particolari ed originali del metal estremo, per le quale ‘avant-guarde metal’, non è un termine usato a sproposito.

 

Primi del trittico di opening-act tutto italiano della serata, sono gli ‘home-boys’ Artaius di Sassuolo. Six-piece che, dal nome, sembra molto ispirarsi alla formazione di Hellhammer & Co., gli Artaius sembrano invece essere il risultato di una fusione di Within Temptation, Eluveitie, Nightwish e qualche frammento di Vintersorg, specie per le tastiere di Giovanni Grandi, il migliore in campo della serata, dato che il resto della formazione sembra soffrire ancora molto di inesperienza e di pecche tecniche non trascurabili come una scarsa compattezza di gruppo ed il punto debole della lead-singer Sara Cucci, davvero carente nelle sue parti liriche. Per ora, solo tanto lavoro da fare.

 

Ennio Morricone deve essere andato a qualche concerto di Entombed, Dismember ed At the Gates…solo così si può spiegare l’esistenza dei micidiali No More Fear. Sulle scene fin dal 2001 e tornati sul mercato lo scorso anno con il terzo lavoro ‘Made(e) in Italy’, il quintetto di Sulmona mostra il suo teatrale pragmatismo riversando sul pubblico il suo sound catramoso ma melodico, quasi una sintesi tra le due scuole svedesi, Stoccolma e Gotheborg. A questo si aggiunge un senso della melodia a volte magniloquente, altre volte ironico e cinico, tanto da fare accostamenti con i parmensi Dark Lunacy, ma anche con la musica di Morricone stesso. Gran presenza scenica del singer Kemio Nero, ottima coesione live della band (sugli scudi la chitarra di Massimo Peluso e la batteria di Gianluca Orsini) e pezzi che entrano nella carne con la spettacolarità di una 44 Magnum, come ‘Cemento Armanto’ e ‘Don Gaetano’. Bella prova e….baciamo le mani!!!

 

Assieme agli Arcturus, i veronesi Riul Doamnei (il fiume romeno dove, secondo la tradizione, si sarebbe gettata la moglie di Vlad III Tepes, alias Dracula) si dimostrano il gruppo più ‘scenografico’ della serata, con tanto di tonache cardinalizie, acquasantiere e asta per microfono degna dei Behemoth: ma la musica? Tranquilli, perché il quintetto veneto ci offre una prestazione di altissimo livello, offrendoci il suo black sinfonico dalle forti iniezioni di thrash metal, tanto che il paragone con i Dimmu Borgir di ‘Enthroned….’ e ‘Puritanical…’ è dobbligo. Il combo autore di ‘Fatima’, loro seconda fatica, però, mette anche in mostra un uso delle tastiere più ricercato da parte di Giorgio, teso a non utilizzare solo le orchestrazioni magniloquenti ma anche certe armonie e passaggi riconducibili agli Emperoro ed ai Limbonic Art. Assolutamente devastanti nelle accelerazioni fulminee quanto nei momenti più elaborati e cadenzati, i RD guadagnano molto anche grazie all’intesa delle due chitarre di Maurizio e Federico (quest’ultimo anche voce solista) ed alla tellurica batteria di Luca Ligabo. Alto potenziale per questa band, se continuerà la sua via di sviluppo personale delle influenze che stasera ci ha regalato uno show davvero entusiasmante.

 

E’ come partire per un viaggio nella galassia su di una nave con vele che sfruttano il vento solare, assistere ad una performance degli Arcturus, vista la rarità delle loro apparizioni, aumentata per il periodo di stop dal 2007 ad oggi. Alla sala macchine c’è sempre lo strabiliante Hellhammer, questa sera in splendida forma, con la sua fluida e fulminea doppia cassa, una vera pioggia di meteoriti e la sua capacità di alternare potenza e tocco, cosa davvero non comune nel panorama musicale, pronto ad intensificare o diluire i colori delle mappe stellari tracciate dalle tastiere di Sverd. Come sempre, però, le due avanguardie che reggono l’urto con il pubblico e lo guidano in questa traversata astrale, sono la voce del ‘comandante’ Vortex e la chitarra di Knut Valle (penalizzate, come un po’ tutti gli strumenti, da suoni non impeccabili e volumi un po’ esagerati) che, supportate dal lavoro di amalgama del basso di Skoll catturano ed esaltano i presenti con l’incredibile armonia tra le ricercate asimmetrie dei brani di ‘La Masquerade Infernale’ e le esplosioni di supernova che risalgono al primo lavoro ‘Aspera Hiems Simfonia’. Vortex, con la sua voce ieratica, cristallina ed onirica, sembra essere veramente un canto emesso dai corpi celesti e concretizza verbalmente la capacità della formazione norvegese di far sentire il pubblico in mezzo al silenzio cosmico, a questi spazi infiniti ed inconcepibili, per poi lanciarlo contro il bruciante nucleo di qualche stella quando Hellhammer aumenta la velocità delle correnti stellari e Valle avviluppa gli spiriti con i suoi assoli, dopo averli afferrati e feriti con i suoi riff multiformi. Uno degli apici di questo viaggio, il punto di non ritorno, è stata ‘Painting my Horror’, da ‘La Masquerade…’, uno degli album più belli mai scritti in ambito estremo che ha portato questo concerto a vette emotive altissime, mantenute da ‘Choas Path’ o da quel gioiello di solitudine stellare che è ‘Shipwrecked Frontier Pioneer’. Un viaggio soavemente inquietante, quello sulla nave degli Arcturus, dove tutto appare immoto e languido, anche se nella realtà dei fatti, avvengono rivoluzioni a livello atomico ogni tre secondi, che raggiunge la fine (per ora) con ‘Raudt og Svart’. Una nuova stella è il porto toccato, ma solo fino al prossimo allineamento planetario, aspettando il prossimo viaggio della Arcturus.