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2014

LiveReport METALITALIA.COM FESTIVAL con AT THE GATES, Impaled Nazarene,IN.SI.DIA.,Master ,Necrodeath e altri @ Live Club, Trezzo d’Adda (MI) - 17 Maggio 2014

METALITALIA.COM FESTIVAL @  Live Club, Trezzo d’Adda (MI) - 17 Maggio 2014

 

AT THE GATES - Impaled Nazarene – IN.SI.DIA. – Master – Desaster – Hour of Penance – Necrodeath – Any Face – Game Over 

 

Report a cura di Andrea Evolti

 

Le foto qui

 

 

AT THE GATES
AT THE GATES

Appuntamento di primordine al Live di Trezzo d’Adda, con il festival organizzato dalla webmagazine Metalitalia.com, con grandi ritorni, conferme, novità ed un headliner titanico, un nome che incute timore anche ai più navigati pogatori delle prime file: At the Gates!

 

Le ostilità iniziano attorno alle 3, con lo show d’apertura dei Game Over da Ferrara. Veloci, potenti, compatti e dal riffing caustico e dagli assoli taglienti, il combo italiano, molto vicino alla old-school del thrash americano (Exodus ma anche qualcosa dei Death Angel prima maniera ed i devastanti Nuclear Assault), dimostra una buona sicurezza ed una notevole efficacia in sede live. Buona prova per i fautori di ‘For Humanity’, finora unica prova sulla lunga distanza. Il pubblico si scalda e le cose sembrano cominciare per il verso giusto…sembrano.

 

Molto bravi, tecnici, creativi ma leggermente stati sul palco, i varesini Any Face sono i secondi a calcare le assi del palco del Live Club, mentre il pubblico continua ad aumentare, ottimo sintomo, visto che siamo appena ad inizio festival. Freschi del terzo lavoro ‘Perpetual Motion of Deceit’, il five-piece lombardo ci offre il suo violento e virtuoso death metal tecnico di scuola americana e con consistenti venature di dinamica thrash. Ottime le prove del chitarrista Antonio Polizzi e del singer Luca Pitzianti. Peccato, solo, per una certa staticità sul palco, unita a dei suoni che non sembrano essere all’altezza…e qui si apre un capitolo che durerà per quasi tutta la giornata. Notevole formazione (già vista meno di un mese fa con i Pestilence), gli Any Face ricordano il meglio del sound della Florida (Death del periodo ‘Sound….’, Atheist di ‘Piece of Time’) ed una furia thrash riconducibile alla scena svedese di Darkane e Soilwork. Complimenti davvero.

 

Grazie all’ottima idea di optare per un running order che non andasse dalla band meno conosciuta alla più nota (anche per questo si è avuta da subito una buona affluenza di pubblico, sin dall’apertura cancelli), ma offrisse una disposizione più eterogenea delle band, già alla terza esibizione possiamo ammirare, in tutta la loro ferale e distruttiva classe, i monumentali Necrodeath. In concomitanza con l’uscita della loro ultima release ‘The 7 Deadly Sins’, la formazione ligure, una delle punte del metal italiano in patria ed all’estero, assalta alla gola il pubblico, spingendolo al pogo più sfrenato, con una repertorio che va dai grandi classici del secondo periodo della loro carriera, come , 'At the Roots of Evil' ‘The Creature’ e ‘Master of Morphine’, per poi tornare indietro alle origini della leggenda black/thrash di casa nostra, con 'At the Mountains of Madness' e 'Mater Tenebrarum'. Sfortunatamente, nonostante la band sia in perfetta forma e non si risparmi minimamente nel creare la colonna sonora del Ragnarök, i suoni ne limitano molto l'impatto, specie per la piattezza della chitarra di Pier Gonnella (addirittura sparita durante il primi minuti dello show) che solo più avanti riesce ad ottenere il suono che rende la sua sei-corde un vero ordigno sonoro. Flegias in forma perfetta, trascinatore della sua band e del pubblico grazie ad un performance vocale lacerante e la consueta, incrollabile ed inarrestabile sessione ritmica Peso/GL, chiudono il cerchio di una performance che ha avuto tra i suoi picchi anche la nuova 'Lust', dall'ultima fatica. Un vero peccato per i suoni; per il resto, i 4 ghoul di Genova hanno mostrato, se ce ne fosse bisogno, chi sono i migliori cantori dell'Apocalisse.

 

Un vero peccato per gli Hour of Penance, seconde vittime dei suoni assolutamente deficitari per la maggior parte delle band: chitarre secche, piatte e (in alcuni momenti) anche assenti, hanno minato uno show potenzialmente devastante per un gioiello della scena italiana. Il quartetto capitolino, perla di death brutale, tecnico ed oltranzista, ha accusato il colpo di questo deficit acustico, diventando progressivamente un po' statico e distaccato anche sul palco (comprensibile, visto che si rendevano conto della problematica situazione della resa sonora) e non potendo far emergere tutto il potenziale contenuto in lavori come 'Pageantry for Martyrs', 'Sedition' e l'ultimo arrivato 'Regicide'. Era palese che la band stesse cercando di dare il meglio e che la sua precisione esecutiva fosse praticamente impeccabile, ma questi suoni hanno un po' disinnescato l'armamento dei 4 laziali che sono, comunque, riusciti a mostrare i picchi qualitativi della batteria di Payne e degli assoli della coppia Moschini/Pieri con quest'ultimo penalizzato nel suo inumano e oscuro growl, da un settaggio frequenze veramente carente. Davvero un peccato, anche se non è imputabile ad una mancanza degli HOP che hanno cercato di dare il massimo...cosa che è stata compresa dai più e non solo da chi già li conosceva.

 

Brutti, sporchi, cattivi, grezzi, minimali…ma con il fascino della feracità old-school: la portata Desaster, per i palati più robusti ed esigenti, è servita!

Un black/thrash vecchio stampo, quello del four-piece di Koblenz, che si rifà sia ai capisaldi di Venom, Celtic Frost/Hellhammer che alla brutalità degli albori Kreator/Sodom/Destruction, con anche inserti di melodie epiche e folk, il tutto in un feroce contesto teutonico. Anche per lo, i suoni sono tutt’altro che appropriati ma, a loro favore, gioca il fatto di avere, per natura un sound grezzo, veloce e d’impatto: da questo ne deriva una buona performance, di tutto rispetto, che ha attraversato al discografia del combo tedesco, da ‘A Touch of Medieval Darkness’ fino all’ultimogenito ‘The Arts of Destruction’. La voce lacerante di Sataniac e la chitarra di Infernal (le due assi portanti della band) fanno il resto, offrendo uno show solido, lacerante ed essenziale. Come dicevamo: per palati robusti, ma esigenti.

 

E’ la volta dei Master, pionieri del death metal più grezzo ed old-school (nati nel 1990 e con all’attivo 12 album) scatenare gli esperti del mosh-pit nelle prime file di un Live Club sempre più affollato. Missione compiuta e non solo grazie alla granitica potenza della band boemo/statunitense, vero schiacciasassi sulla linea dei Possessed. Speckmann, voce e basso, si mostra frontman carismatico, nonostante non sia, propriamente, un istrione, ma compensa con il suo growl gutturale, supportato dalla buona e varia chitarra (niente male gli assoli, anche se i suoni non sono migliorati di molto) di Alex Nejezchleba e dalla batteria di Zdeněk Pradlovský, che si producono in veri macigni di death metal old style ad alta velocità come ‘Judgement of Will’, ‘Unkonwn Soldiers’ e la conclusiva ‘The Truth’. Devastanti, meravigliosamente marci ma, allo stesso tempo, tutt’altro non dotati o imprecisi, i Master lasciano il palco dopo una ottima e ‘brutale dimostrazione di potenza’. Inossidabili.

 

Non si tratta di un normale concerto per i riformati In.Si.Dia. , vera e propria leggenda nazionale del thrash, tra le poche a cantare in lingua madre. Dopo 20 anni di silenzio, il four-piece bresciani, lanciato nel 1993 da Omar Pedrini nelle vesti di produttore, ritorna sulle assi del palcoscenico (dopo una data privata agli inizi di Aprile) con una formazione parzialmente nuova, senza il cantante/chitarrista Riccardo ‘Yard’ Panni, a cui viene dedicata la stupenda ‘Il Tempo’, da chi ha preso il suo posto, il bassista storico Fabio Lorini, mentre la chitarra che accompagna il solista Manuel Merigo, è ad opera del nuovo entrato Alessandro Venzi (Penthagon). Anche loro, purtroppo, vittime di suoni non certo all’altezza, che penalizzano gli incroci delle compatte chitarre dei brani più cadenzati quali ‘Sì…Realtà’, ‘Nulla Cambia’ e ‘Qual è la Differenza’ tratti da ‘Guarda dentro Te’ ma anche le intricate corse in stile Testament dei brani di ‘Istinto e Rabbia’, vale a dire ‘Grido’, ‘Parla Parla’ o ‘Sulla mia Strada’.

Ottimi gli assoli di Merigo, il più in forma, anche se risentono dei tagli sulle frequenze dei suoni come molto buona è la compattezza della band, spinta da un Gaspari vicino alla condizione ideale e con Fabio alla voce che sembra sempre di più a suo agio nei panni di lead singer (anche se un piccolo lapsus su di un verso non può essere nascosto). Prova assolutamente più che buona, con una band all’85% delle possibilità, spinta da un Live Club al 100% con essa, pronto a scandire tutti i testi di una formazione quasi incredula di fronte a tanto entusiasmo e, va detto, con un repertorio (anche se esiguo) spaventosamente attuale nei testi e nella proposta musicale. Sì…realtà….No….Paura!

 

Ci avviciniamo al climax della kermesse del Metalitalia Festival e tocca, adesso, ad una band da culto, un fenomeno che va oltre la semplice musica. Una formazione che si può anche non amare ma, di certo, non si può ignorare, spesso fraintesa per il loro umorismo dissacrante camuffato da oltranzismo black/punk/thrash/hardcore. Per il vostro piacere intellettuale, signori e signore, gli Impaled Nazarene. La formazione finnica, guidata da un folle, carismatico (ed anche etilicamente carburato) Mika Luttinen sale sul palco con la pesantezza di un cataclisma e gode (finalmente!) di suoni accettabili. L’epica ferocia del riffing minimale di Tomi Ullgrén è uno degli assi portanti della performance del quartetto di Oulu, che si snoda attraverso grandi classici come ‘Sadistic 666/Under a Golden Shower’, ‘Ghettoblaster’, ‘Zero Tolerance’ e ‘Karmakeddon Warriors’, supportata dall’indefesso ed instancabile lavoro di rullante e doppia cassa a velocità proibitive di Reima Kellokoski. Come cantore, profeta e padrone di casa vi sono, gli screaming black acuti, tormentati, laceranti di Mika, fautore di una prova di assoluto rispetto per intensità e durata (solo qualche piccolo cedimento nel finale…quasi fisiologico). La band non si risparmia, mostrando un repertorio ricco di svariate influenze, che vanno dal rock’n’roll alla Motörhead, passando per punk, thrash old-school ed, ovviamente, black metal, il tutto per la gioia dei pogatori più sprezzanti del pericolo e per un pubblico che riempie per più di ¾ l’area interna del Live Club. Poco altro da dire, se non che (anche grazie ai suoni) gli Impaled Nazarene si sono prodotti in uno dei migliori show della giornata. Whiskey, Satan and Rock ‘N’ Roll!

 

Ultimo atto del Metalitalia Festival e non poteva concludersi in maniera migliore, con la calata sul suolo italiano di una delle band simbolo del metal estremo mondiale, fondatori della swedish death metal scene di Gothenburg. Gli At the Gates, anche se in formazione a 4 (Anders Björler bloccato in patria causa un’intossicazione alimentare), hanno generato una superba sinfonia apocalittica sulle macerie di un mondo sempre più borderline: ‘Suicide Nation’, ‘Raped by the Light of Christ’, ‘Slaughter of the Soul’, ‘Terminal Spirit Disease’, ‘World of Lies’…..una sequenza devastante di capolavori del death scandinavo si riversano sui presenti come lava eruttata da un vulcano, mentre il pubblico genera un gorgo di incontenibile energia, una danza apocalittica supportata dalla filarmonica del Ragnarök. Tompa Lindberg è assolutamente stellare, inarrivabile dal punto di vista tecnico/interpretativo con i suoi growl/screma laceranti e pregni di rabbia, dolore e strazio, una prestazione fantastica, perfettamente coesa con la macchina della morte Erlandsson dietro le pelli, supportata da Jonas Björler al basso e da un perfetto, splendido Martin Larsson nelle vesti di chitarrista unico, bravissimo a non far sentire la mancanza di Anders ed a prodursi nei misurati e pregevoli assoli di ‘Under A Serpent Sun’ o ‘Nausea’. Set limitato causa formazione rimaneggiata, ok, ma assolutamente indimenticabile per pathos e qualità musicale. Il doppio sigillo finale, il colpo di grazia ad un pubblico esausto ma ancora reattivo e bellicoso, che vuole altri brani, lo danno con l’accoppiata ‘Blinded by Fear’ (la summa della produzione artistica e della filosofia musicale degli At the Gates) e la storica, meravigliosa ‘Kingdom Gone’. Nessun prigioniero, nessuna incertezza: gli At the Gates hanno dominato, con la promessa di ritornare a pieni ranghi.

 

Rimangono solo le macerie ed un pubblico entusiasta (nonostante i suoni abbaino inficiato non poco la qualità delle esibizioni) che si rilassa all’after-show con i dj-set tutti dedicati al metal. Si conclude così il Metalitalia Festival con un generalmente bilancio positivo per band, esibizioni, organizzazione degli spazi per il pubblico, stand, meet&greet e con solo qualche pecca per una gestione del sound, obbiettivamente, un po’ deficitaria. Nel complesso, però, il parere non può essere che positivo. Pollice in alto ed arrivederci all’anno prossimo!

 

 

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