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17

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2014

LiveReport SLAYER + ANTHRAX @ Live Club,Trezzo d’Adda (MI) - 15 Giugno 2014

Back to the Future……e non è solo un film. Assistere, tornare, segnare l’ennesima tacca di un concerto degli Slayer e degli Anthrax, due delle 4 colonne più celebri del thrash metal mondiale, è qualcosa che ti fa capire quando i concetti di vecchio, nuovo, anacronistico o innovativo, abbiano contorni sfuocati e confini molto elastici, labili: a volte non c’è niente di più rivoluzionario della tradizione.

 

Il palco per lo show degli Anthrax, con simboli, telone e batteria mastodontica, si sposa splendidamente con il colpo d’occhio di un Live Club gremito, quasi invivibile per la quantità di fan accorsi, i quali esplodono in un vero e proprio tuono quando i 5 newyorchesi salgono sul palco ed aprono le burlesche ostilità (come è nel loro splendido, unico stile) con il ‘Brano’ generatore di mosh-pit per antonomasia, ‘Caught in Mosh’: e da lì non ci saranno prigionieri. Benante e bello sono un motore inarrestabile ed elastico, Ian assieme al più recente acquisto, il chitarrista Jonathan Donais (Shadow Fall) appaiono affiatati ed in splendida forma, con il new-kid in gran forma sugli assoli di brani giganteschi, per impatto, personalità e (è vero…..questo è ciò che si percepisce) senso dell’innovazione (nonostante abbiano 25 e passa) quali ‘Indians’, ‘Madhouse’, le perle degli albori come ‘Deathrider’ o le fantastiche cover di ‘Anti-Social’ (Trust), ‘Got the Time’ (Joe Jackson) e ‘TNT’ (AC/DC, dal cover-album ‘Anthems’). Suoni perfetti, pieni, potenti e definiti (come vuole la tradizione Anthrax) e poi un Belladonna splendido, che parte piano, non rischiando su alcuni acuti per concentrarsi sulla qualità della voce nelle strofe e tonalità medie ma che, progressivamente, si scalda sempre più e fa salire la sua voce per altri brani-simbolo come ‘I’m the Law’ o ‘Be All, End All’, in cui dimostra che la stoffa del frontman, oltre che quella di uno dei cantanti thrash più duttili e dotati di questo genere, c’è ancora, come in tutta una band in stato di grazia, la quale riceve applausi in conclusione di gig, soprattutto dopo l’annuncio di Ian di un nuovo album in cantiere dando la sensazione che l’ora e cinque minuti siano stati veramente troppo pochi. Colpire, stupire, divertire, far pensare: questo è il metal e questi sono gli Anthrax. Assolutamente stratosferici.

 

 

Siamo onesti: chi non ha pensato (temuto), che dopo la tragica scomparsa di Jeff Hanneman

il 2 maggio 2013  (dopo 18 di assenza dalle gig Slayer) e dopo l’ennesimo split con Lombardo, gli Slayer potessero essere giunti a quella terribile parola che avrebbe trasformato la più devastante macchina di morte musicale dal vivo in un ricordo da mettere nel museo del metal o, peggio ancora, in una sorta di carcassa (di lusso, sia chiaro) che si sarebbe trascinata per i palchi, ricordando la nostalgia degli anni d’oro del thrash?

Ammettiamolo, l’abbiamo temuto tutti. E’ bastato il fondale con lo zombie del soldato tedesco, l’essenziale imponenza del set strumentale, con batteria imperiosa e muro di Marshall sotto di essa e le poche note iniziali dell’incendiaria ed inquietante ‘Hell awaits’ per capire che certe energie non si possono disperdere, neanche a causa dei più tragici avvenimenti.

 

Gli Slayer 3.0 basano la loro miscela alchemica sulle colonne sopravvissute, Tom Araya, in forma splendida a livello vocale, dopo i problemi fisici che avevano colpito anche il frontman di origini cilene, e Kerry King, il torturatore delle sei corde, anche lui tirato a lucido ed in condizioni perfette per poter abbattere sui presenti, pronti a riprendere le ostilità in slam-dancing, sulle note di classici come ‘Mandatory Suicide’, ‘Postmortem’, e anthem relativamente più recenti come ‘Disciple’. A completare l’altra metà della tempesta, due nomi che sono, ormai, parte degli Slayer e della loro storia: Paul Bostaph, per la seconda volta successore di Lombardo, ad offrirci una performance più personale rispetto a quelle del periodo ‘Divine Intervention’ e di grandissima precisione anche se, va detto, i suoni di batteria molto puliti ma non così potenti (come l’iniziale volume delle chitarre), non hanno permesso di raggiungere il 100% dell’efficacia su pezzi come ‘The Antichrist’ o ‘Reign in Blood’. Tassello finale, Gary Holt, session che ormai sta diventando (suo malgrado) il 4 Slayer, con il suo stile solistico ricco, pirotecnico ma perfettamente incastrato nel mood lacerante ed oscuro del four-piece californiano, tanto da offrire uno splendido scontro di stile con l’artistico e virtuoso caos di King negli assoli, specie nei duelli di ‘War Ensemble’, ‘Die by my Sword’ e la titanica ‘Seasons in the Abyss’. Piccole pecche sonore che non inficiano una chirurgica, essenziale e spietata prova di violenza artistica e sadico amore verso i fan, ai quali vengono offerti, in 90 minuti di puro massacro, altre gemme storiche come ‘Dead Skin Mask’, ‘South of Heaven’, ‘Black Magik’, dove l’amalgama della ‘nuova formazione’ sembra incastrarsi con il mood tradizionale degli Slayer: arricchimento senza stravolgimento. Allo stesso modo, dopo aver dato prova di altro chirurgico sadismo artistico con ‘At the Dwan they sleep’, Araya, parco di parole ed interazione con il pubblico, sempre per dar spazio alla musica, non dice nemmeno una parola su Hanneman. Il motivo è semplice: le parole sono poco per ricordare uno dei creatori dell’album e di uno dei brani più estremi del metal. Si materializza, verso la fine del concerto, dietro le spalle della band ed al posto dello zombie-wehrmacht, la gigantesca dicitura-epitaffio ‘Hanneman – 1964 – 2013 – Still Reignin’, poco prima che partano le note di ‘Angel of Death’. Non serve altro: questa è l’essenza degli Slayer nel ricordare, con laconica, micidiale profondità una delle sue anime. Qualche pecca di suono non scalfisce di molto (anche se gli Anthrax hanno fatto la gig perfetta) l’ennesima, indiscutibile dimostrazione di quanto il passato possa essere spaventosamente innovativo e meravigliosamente distruttivo. They still reign!