CONDIVIDI

dom

05

ott

2014

LiveReport IN FLAMES+Wovenwar + While She Sleeps @Live Club,Trezzo d'Adda (MI), 2 Ottobre 2014

Report a cura di Andrea Evolti

'Li vogliamo ricordare così...', è il più classico e onorevole degli elogi funebri: peccato che, per la band di Friden e soci, non si possa utilizzare! Il concerto di giovedì 2 ottobre al Live Club di Trezzo Sull'Adda ha sancito, se gli ultimi tre album ('Siren Charms' è talmente imbarazzante per la sua patinatura che copre il prosciugamento artistico auto-indotto, del combo svedese, che fa apparire 'A Sense...' e 'Sounds from....' dischi quasi belli) non fossero stati sufficienti, l'abbandono degli In Flames della loro vera natura musicale di innovatori del metal estremo per inseguire (sebbene con una certa cura) tutto il tren melodic/finto-core/finto-metal del momento (che, per ironia della sorte, traeva esso stesso ispirazione da alcuni tratti della band di Gotheborg). Ma passiamo alla straziante cronaca degli eventi.

 

Aprono la serata del Live Club (che registra subito una notevole affluenza di pubblico) i britannici While She Sleeps, five-piece dedito ad un metal-core dalle forti influenze hardcore-punk ma dai suoni massicci che ricordano i Caliban e qualche influenza vicina allo stoner, più che altro per la corposità del sound di chitarre. Guidati dal singer Lawrence Taylor, ottimo front-man e dalla voce brutale ed abrasiva, la band si comporta discretamente sul palco, anche se deficita paurosamente di personalità e varietà compositiva, dato che i brani del loro unico full-length ufficiale 'This is the Six', del 2012, appaiono veramente molto simili e tutti improntati su di un sound massiccio espresso in mid-tempos, se si eccettua qualche accelerazione in stile punk-hardcore americano. Senza infamia e senza lode, ma anche abbastanza monotoni.

 

Tocca agli americani Wovenwar calcare il palco del live, prima del main event con gli In Flames. La presenza di due componenti fondamentali degli As I Lay Dying nelle file degli Wovenwar, vale a dire Phil Sgrosso alla chitarra e Jordan Mancino alla batteria, stuzzica la curiosità di buona parte del pubblico, la quale viene appagata da uno show gradevole e stimolante, dove le tipiche partiture vocali, estremamente melodiche del metalcore americano si mischiano con una scrittura dei brani molto più vicina ad un hard-rock melodico molto orecchiabile, una sorta di strana versione americana dei Green Carnation. A catturare l'attenzione dell'ascoltatore sono sicuramente la buona fattura dei cori (sempre molto melodici ed orecchiabili) ed il lavoro chitarristico del duo Sgrosso/Hipa, coadiuvato dalla terza chitarra del singer Blay, che si producono nell'esecuzione delle track tratte dall'opera prima omonima del combo americano, pubblicata proprio quest'anno. Niente di così esaltante, però sicuramente vario e suonato con perizia ed energia, anche se , alle orecchie più esigenti, sembrava di ascoltare una versione hard-rock della soundtrack di Dawson's Creek, anche se con una performance più che dignitosa.

 

 

Bisogna sempre essere obbiettivi.....ma ci sono casi, come quello di stasera, in cui il distacco risulta quasi impossibile. L'ingresso dei 5 svedesi, con tanto di scenografia a base di luci multicolori dal gusto vagamente retrò anni '80 (di tutto rispetto e che era già stata usata per il tour di 'Come Clarity' e, prima ancora, per 'Reroute to Remains'), viene accolto dal boato del pubblico, per il 60% formato da ascoltatori che non sembrano essere grandi fan dello swedish-death e partono subito con l'uno-due d'apertura del nuovo lavoro, 'In Plain View'/'Everything's Gone' che ci da subito l'idea di quello che sarà l'anima del concerto: ottima prova della band svedese, fantastici suoni ma la quasi totale assenza, nei brani, della forza trascinante dei 'Menestrelli futuristici del death', con anche le melodie da cantori dell'apocalisse, ormai sostituite da linee melodiche, sicuramente efficaci, ma orfane di quella personalità unica che ha fatto del combo nord-europeo una delle colonne del metal moderno. Friden, vestito come Tony Hawk, si produce in una performance vocale di tutto rispetto, come il resto della band: precisi, puntuali, impeccabili....ma privi di quell'energia tipica dei loro live-act. La cosa che secca terribilmente, non solo gli hard-core fan degli In Flames, è constatare come il five-piece si trasformi quelle volte (poche...anche questo è significativo: quasi a voler cancellare il passato. Prima il logo e poi le setlist live) che ritorna ad eseguire i brani storici, come la splendida 'Trigger' o la vorticosa 'Resin', tratta da 'Colony': in questi casi, la voce di Friden torna a cantare poesie forgiate a fuoco nelle cortecce degli alberi, la batteria di Svensson a produrre tuoni e guidare tempeste, più che a fare la telescrivente ritmica (anche se impeccabile) e le chitarre di Gelotte ed Engelin intrecciano e cesellano le visioni del futuro prossimo venturo, elevandole con i bellissimi ed puliti assoli melodici del primo. Va detto che, anche nei pezzi nuovi, qualcosa del guitar-work del passato sopravvive in sede live, ma è solo un fantasma. Quando gli IF hanno suonato i (pochi) pezzi del loro repertorio classico, si ascoltava una band superiore, di personalità e che ha dato e potrebbe ancora dare moltissimo al metal. Nel momento in cui eseguono brani come 'Paralyzed', 'Monsters in the Ballroom' da 'Siren Chamrs' ma anche dai due (deludenti) precedenti lavori, ad esempio 'Ropes' o 'Where the Dreadships dwell', la sensazione è di avere davanti i Linkin' Park con i suoni di una band modern/hard-rock...ed a poco serve l'energia ed il feeling con un pubblico che viene coinvolto moltissimo, fino a far salire uno dei ragazzi sul palco a filmare con uno smartphone, l'esecuzione di 'Only for the Weak', uno dei pochissimi pezzi storici eseguiti dalla band; pare che buona parte del pubblico presente conosca gli IF solo da a 'Sense of Purpose' e non si renda conto che la conclusiva 'Take this Life', dallo splendido (ed ultimo vero album della band) 'Come Clarity', sia una sorta di malinconico e triste addio di una band ancora piena di cose da dire,non solo al suo passato, ma alla sua identità metal.

 

Si dirà: 'Se ne sono andati suonando bene'....vero. Il problema è che vedremo, temo, il fantasma degli In Flames a lungo, sapendo quanto possono dare ancora, ma costretti da scelte palesemente di marketing, a recitare una parte, per loro, terribilmente riduttiva. Come vedere Gary Oldman, che recita nel cast di Beautiful. Addio....o arrivederci, menestrelli del death metal.