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sab

11

ott

2014

Recensione EXODUS - Blood In Blood Out 

EXODUS

Blood in Blood Out

Nuclear Blast

Data pubblicazione: 10 ottobre 2014 




Il rinnovamento del rinnovamento: concetto arduo da mettere in pratica, ma gli Exodus, gruppo che, a mio avviso, deve far cambiare la definizione di ‘Faboulos Four’ per Anthrax, Megadeth, Metallica e Slayer, come le quattro colonne del thrash prima era. Infatti, si dovrebbe parlare di ‘Faboulos Five’, dato che la formazione di San Francisco è stata tra i forerunner del thrash metal (nonché fornitrice di Kirk Hammet ai Metallica, dopo lo split con Mustaine).


Dopo questa breve solfa di storia del thrash (mi pagano anche per questo!), torniamo al ‘rinnovamento del rinnovamento’. Dopo l’uscita di Steve Souza dalla band, all’indomani di ‘Tempo of the Damned’, lo stile degli Exodus aveva fatto passi in avanti da gigante, offrendoci quei due cupi gioielli di feroce e drammatico thrash che furono ‘Exihibit A’ ed ‘Exihibit B’, grazie anche alla voce brutale ed aggressiva del singer Rob Dukes. Con questo nuovo lavoro, che vede, oltre al rientro della voce storica degli Exodus, Souza, anche l’inserimento del mastermind degli Heathen, Lee Altus (dopo una lunga gavetta come live-session nella band di Holt e soci) la band californiana ritorna, in parte alla maggior dinamica e brio delle composizioni del primo periodo, soprattutto il terzo lavoro, ‘Faboulos Disaster’. Attenzione: non stiamo parlando di bieca operazione nostalgia per quelli che amano blaterare di ‘old school’, appena sentono un riff prodotto meglio che nel 1985.


Gli Exodus di ‘Blood In Blood out’ (con anche una copertina che vira a riprendere lo stile del primo periodo) cercano di inserire quel brio sfacciato e dirompente degli esordi con la rabbia maturata e consapevole di una band degli anni ’10 di questo secolo. Sebbene l’iniziale ‘Black 13’ lasci un po’ perplessi (non per i campionamenti dell’intro) per un certo manierismo thrash che non ne fa, di certo, il pezzo più forte del disco, con la title-track e ‘Salt the Wound’ si assapora la dirompente freschezza di un lavoro riuscito quasi del tutto. Dico ‘quasi’ perché, sebbene le chitarre di Altus e Holt vadano a segno in maniera micidiale e briosa (come vedere il Joker di Ledger che fa fuori qualcuno) con riff sia veloci che in mid-tempos, a volte ultra complessi ed acrobatici, altre estremamente lineari ed efficaci, come ‘BTK’ o ‘My Last Nerve’, si ha l’impressione, in alcuni passaggi, che il brano appaia, nella resa un po’ forzato e caricaturale e, mi spiace dirlo, la colpa è principalmente della voce del caro Souza. Il suo stile tagliente ed aggressivo, che tanto ha dato ha gli Exodus, si produce, nel 70% dei casi, in una interpretazione molto buona che sa ridare un ingrediente del passato senza cancellare quello sviluppato dal grande operato del predecessore Dukes ma, a volte, come nella già citata opener ‘Black 13’ o in alcuni passaggi di ‘Collateral Damage’, ‘Numb’ ma anche in pezzi riuscitissimi quali lo stesso ‘Salt the Wound’ o la title-track, la voce di ‘Zetro’ Souza appare quasi forzatamente nasale, ‘paperinesca’ (perdonate questo orribile neologismo) e non dà quel taglio di feroce sarcasmo che riesce a donare in gran parte del disco ma appare, purtroppo, quasi fuori luogo. Questo fa perdere molto a pezzi che hanno un comparto musicale potente, vario, estroso (gli assoli della ditta Altus/Holt non si discutono, come resa…almeno nel 90% del disco) e con una miscela di cupezza, potenza, dinamica ma anche fluidità ‘Exodus old style’ dovuta alla sapiente produzione di Sneap ma, soprattutto, al drumwork di quel signor batterista che è Hurting, vero sharp-shooter della batteria thrash, supportato da un lavoro impeccabile del basso di Jack Gibson. In sostanza un gran bel album, per l’80% entusiasmante, ma con qualche pecca ed, a volte, la sensazione che, nel cercano un connubio tra passato e presente, per ottenere il futuro, la band si sia, sporadicamente, adagiata sul manierismo.


Tuttavia, parliamo di un album superiore, di ottima fattura e dalle buonissime idee, che sa prendere cervello e stomaco e ridà (anche se solo a tratti) quello smalto di sarcastico e abrasivo umorismo che avevano gli Exodus, mixato abbastanza bene con le cupezze degli ultimi periodi. Un buon modo per dare il bentornato a Steve Souza, aspettando che dopo l’optimum, ci regalino il capolavoro.



Andrea Evolti


Tracklist:

01. Black 13
02. Blood In, Blood Out
03. Collateral Damage
04. Salt the Wound
05. Body Harvest
06. Btk
07. Wrapped in the Arms of Rage
08. My Last Nerve
09. Numb
10. Honor Killings
11. Food for the Worms


Line up:

Lee Altus - Guitars 

Jack Gibson - Bass 

Steve "Zetro" Souza - Vocals 

Gary Holt - Guitars 

Tom Hunting - Drums