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mar

09

feb

2016

Live Report CORONER + Acid Death + Death Mechanism + V-Anger + Scream 3 Days @ Circolo Colony, Brescia - 6 Febbraio 2016

Report a cura di Andrea Evolti

 

L'oscurità corre veloce ed armoniosa e la violenza non è mai stata così visionaria....sì, sono impazzito e di gioia per la mia prima volta ad uno show dei Coroner nella dimensione a loro più congeniale: il club musicale. In scena al Colony di Brescia (con un ottimo riscontro di pubblico), il three-piece elvetico, accompagnato dalla perla rara dei greci Acid Death e da altre 3 formazioni italiane di notevole livello, hanno mostrato ancora una volta la loro oscura grandezza....e fatto innervosire i die-hard fan che attendono una nuova release!

 

Appena in tempo, per fortuna, e riusciamo a sentire almeno metà del concerto degli opener torinesi Scream 3 Days, formazione che vede tra le sue fila il bassista dei Braindamage Andrea Signorelli. La band si muove compatta a livello musicale, su di un death metal con influenze thrash e qualche riferimento alla sfumatura melodica del genere, più di tipo americano che scandinavo. 3 brani sono pochi per dare un giudizio, se non che si tratta di una formazione sicura di ciò che suona e per la quale si dovranno tenere le orecchie aperte in vista del debutto sulla lunga distanza. Great Expectations, avrebbe detto Dickens.

 

Diretti, compatti, distruttivi, arrabbiati e positivamente ignoranti i concittadini dello scribacchino autore di questo report (Pavia) V-Anger, quartetto dedito ad un thrash/hardcore d'impatto devastante (ottimi i suoni), privo di fronzoli ed anche fin troppo essenziale, che richiama Pantera, Sepultura periodo 'Chaos A.D.', Biohazard, Skinlab, D.R.I., il tutto con suoni pieni e di stile quasi Fear Factory. Estremamente diretti e distruttivi, vedono nel chitarrista Max Maestrelli e nel torturatore di pelli Rex, le loro colonne portanti dei pezzi del debutto 'In Shovel We Trust' (chiaro, no?), un piacevole contusione facciale. Bonus apprezzamento per l'intro rivisitata dell'opening-theme della serie originale 'Visitors' (V).

 

Feroci, abrasivi e veloci, i Death Mechanism sono una formazione italiana ormai consolidata nel panorama nazionale metal estremo. Fautori di un thrash classico che affonda le sue radici nella scuola tedesca e, specialmente, nell'operato dei Kreator e dei Destruction del primo periodo, rivisitato con dinamiche più moderne, il three-piece veneto non si smentisce e sale sul palco per non fare assolutamente prigionieri. Voce e chitarra laceranti ed abrasive, un vero tornado di filo spinato in faccia, sono ad opera di Pozza, che guida questo perfetto congegno mortale nell'esecuzione dei pezzi tratti 'Mass Slavery' e 'Twenty-First Century'. Velocità, velocità e ferocia: questo scatena un mini-mosh-pit nelle prime file, grazie anche al lavoro batteristico di  Manu, mentre i rapidi, isterici ed essenziali assoli di Pozza riportano alla mente i fasti del thrash teutonico e quel senso di Carpenter-movie che questo stile di metal estremo ha sempre evocato nell'ascoltatore. Ottima e spietata prova di una garanzia italiana.

 

Non ci speravo di poterli vedere dal vivo, ma, grazie al Cielo, si sono riuniti e tutto questo è stato possibile: gli Acid Death, four-piece greco dedito al death-tecnico progressivo, poco conosciuto ma con un seguito da culto, è sul palco del Colony e vedere un buon numero di persone conoscere i loro brani, fa solo piacere. La formazione di Atene, riformatasi nel 2012 e con all'attivo 4 lavori, tra cui il recente 'Hall Of Mirrors', guidata dal bassista/cantante Savvas Betinis, mette in mostra tutta la sua tecnica e potenza in brani articolati ma dal profondo ed introspettivo senso melodico, soprattutto quelli tratti dal debutto 'Pieces Of Mankind' dove risplende la chitarra solista di Dennis Kostopoulos (l'altro superstite della formazione originale), nonostante dei suoni un po' secchi all'inizio, che vanno a migliorarsi strada facendo. Passando per brani del sublime 'Random Manifest', in cui spicca l'operato, alle pelli, di Kostas Alexakis, si arriva al presente più orientato verso un death progressivo che incorpora alcuni elementi ritmici alla Meshuggah, ma sempre vicino all'elaborata ed intimistica struttura dei loro brani, così capaci, però, di avere una certa immediatezza (il mosh-pit delle prime file ne è la prova); 'Hall Of Mirrors' ed 'Eidolon', il penultimo lavoro, vede questo dualismo, dimostrato anche dal lavoro ritmico live dell'altra chitarra John Anagnostou. Ottima prova, per una band che è un piccolo gioiello da riscoprire.

 

Sarebbe superfluo fare un preciso report della performance dei Coroner al Colony: stellare, sarebbe la sintesi, in una parola, del loro show, anche perchè la band di Zurigo, dalla sua reunion, non ha ancora prodotto nulla di nuovo in studio. Va detto, però, che Ron (basso/voce) e Tommy (uno dei più dotati ed originali chitarristi del panorama metal...ed, aggiungerei, leggermente sottovalutato), supportati dal 'nostro' Diego Rapacchietti dietro le pelli, sulle assi del club bresciano, iniziando con brani come 'Divine Steps (Conspectu Mortis)' o 'Serpent Moves', ci offrono un'esibizione in cui l'oscurità degna della NWOBHM e della Dark Wave si fonde con l'estro dinamico e la furia del thrash metal tecnico, raggiungendo dei picchi atmosferici degni di una prog band. Non un solo minuto, secondo o nota risulta tediosa, anche quando si lanciano in medley e digressioni su 'Son of Lilith', 'Semtex Revolution', 'Metamoprhosis' o 'D.O.A' (l'apice della serata). Tommy intesse riff arzigogolatissimi eppure incredibilmente immediati e quando parte nei suoi assoli, vi è una fusione tra atmosfera (ottimi i suoni sugli effetti degli assoli, anche se, all'inizio, non erano propriamente centrati) ed energia, velocità e meditazione: un momento zen alla velocità della luce, avvolti nel buio di un club che sembra lo spazio siderale. Diego Rapacchietti gioca un ruolo fondamentale in questo e non fa da semplice spalla al basso cesellatore di Ron, che narra con un'aspra e sardonica rabbia le oscure litanie dei Coroner, con un drumming veloce, vario ed in grado di trovare sempre il tocco ed il tempo giusto nella complessa struttura del combo elvetico.

 

A concludere questo quadro galattico, quattro brani che riescono a generare un pogo addirittura superiore a quello degli altri brani: 'Masked Jackal', 'Grin' ed le due track conclusive per il bis, 'Reborn Through Hate' e 'Die By My Hand', sigillano l'ennesima, oscura e memorabile performance di questa band unica che dimostra come il piccolo club possa esprimere al massimo la grandiosità atmosferica del suo thrash iper-tecnico e progressivo e, allo stesso tempo, ci fa domandare come mai non siano al lavoro su del nuovo materiale. C'è gente che dovrebbe andare in 'pensione', mentre loro avrebbero il dovere di regalarci nuove perle. Per ora, godiamoci questi misteriosi e bellissimi artefatti di thrash dal sapore 'gotico'.