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OBSCURA

Omnivium

Relapse Records – 2011

 

 

Il cosmo è portavoce di qualcosa che viene da altrove...ogni suo movimento è una strana, aliena e violenta melodia che, spesso, parla di qualcosa di troppo importante per avere una forma o un concetto. Sembro delirare, ma la ragione di tutto questo non è dovuta a sostanze sintetiche ed allucinogene assunte in smodata quantità o alla vittoria del Milan (duro colpo, ma dal quale mi sto riprendendo), bensì dall'ascolto di quella gemma che è l'ultimo lavoro degli stratosferici Obscura, una delle band rivelazione di questi ultimi anni nell'ambito death-progressive e, secondo alcuni (me compreso), gli eredi dei Death. Omnivium, questo il nome dell'ultima fatica, la terza, del quartetto tedesco guidato dal cantante e chitarrista Steffen Kummerer e dal sue gemello delle sei-corde Christian Müzner, porta a livelli siderali le meraviglie sonore del precedente Cosmogenesis, grazie ad una ulteriore coralità, eterogeneità ed incremento, all'unisono, della violenza, della tecnica e della melodia. Ci lascia subito attoniti, fin dalle prime note, l'opener Septuagint, un vortice nebulare di velocità e violenza death ai limiti del black, dove la batteria di Hannes Grossman corre e danza, tra virtuosismi e ritmiche da tempesta solare, tappeto adeguato per il talentuoso operato di due tra le migliori chitarre del metal mondiale attuale. Attraversando Vortex Omnivium ed Ocean Gateaways, entriamo in contatto con artefatti provenienti da mondi che raccontano di silenziose civiltà sotto cieli dove le stelle brillano con luminosità inquietanti: questi mondi sono dentro noi stessi e gli artefatti sono gli ipnotici passaggi di basso del grandioso Jeroen Paul Tesseling (già nei Pestilence ai tempi di Spheres), che dialoga mediante lingue dimenticate con gli assoli di Kummerer e Müzner. Euclidean Elements (dove brilla l'assolo del 'nostro' special guest Tommy Talamanca, che fa il paio con il solo in Velocity del singer Morean dei Dark Fortress) ci scaglia di nuovo nel pieno delle tempeste stellari, dove ruggisce il growl cupo e violento di Steffen e le detonazioni acrobatiche di Grossman che portano ad onirici intermezzi di violenza mista ad assoli in pieno stile Cynic. La quiete galattica ci coglie ancor più di sorpresa rispetto alla violenza dei brani precedenti, con gli arpeggi classici di Prismal Dawn e la voce evocativa e pulita di Kummerer, prima di riesplodere con assoli e turbinii di drum-kit, fino a sfociare in una cupa e maestosa potenza che ricorda, nel brano Celestial Spheres, i Morbid Angel di Domination, mixati con la fluidità e la ferocia classicheggiante dei Necrophagist. Sofferenza e paura trasfigurate in arte pura, che fonde l'angoscia con la speranza ed il dolore con la felicità, in un tutt’uno cosmico che ha il suo culmine nella misteriosa e debordante A Trascendal Serenade, capolavoro di sensibilità Cynic/Athiest e mistico e poetico impeto degno dei Death di Symbolic, ma con la virtuosistica dinamica dei troppo sottovalutati Nocturnus. Paragoni questi che, però, non devono sviare il lettore: gli Obscura, con questo Omnivium sono andati anche oltre la piena maturazione e ricerca di personalità che già avevano nell'esordio Retribution e nella consacrazione di Cosmogenesis, anche grazie ad una produzione che ha del miracoloso. Essi hanno compiuto, in effetti, un passo in avanti nell'esplorazione di ciò che è artisticamente ancora ignoto. Lovecraft sarebbe stato fiero di loro...e se anche voi siete a volte terrorizzati dalle strane angolazioni che la luce del sole prende nei tramonti primaverili, se anche voi sentite un brivido d'inquietudine nei silenzi dell'Estate e volete gettarvi nell'ignoto mare della vostra anima, questo disco è stato creato per voi, che pensate ancora che il death sia e debba essere, una forma di arte. Iper-uranici.

 

Andrea Evolti

RED WARLOCK

Serve Your Master

My Graveyard Productions – 2011

 

 

Sembra incredibile, ma davvero l'heavy metal, quello classico, quello della prima parte degli '80s e che risente ancora molto della lezione dei '70s, quello che ha sempre quel flavor oscuro, arcano ma, allo stesso tempo, slegato da ogni appartenenza ad un periodo preciso della storia della musica, proprio quello, esattamente, si dimostra non solo attuale, ma all'avanguardia; sempre. A ricordarcelo una splendida novità italiana sul mercato metal, i Red Warlock (nome degno del miglior giocatore di D&D prima edizione!), direttamente da Sassari, con il loro debut-album Serve Your Master, titolo che più classico ed oscuro non si può. Oscurità e tradizione sono, infatti, gli ingredienti base di questo lavoro rivolto, però, ad una visione attuale e con uno sguardo al futuro, come dimostra la copertina del lavoro, dove oscuro Medioevo si fonde ad un futuro catastrofico. Rising from Hell, l'opener del disco, presenta sia caratteri classici che speed metal europei, ma è indubbio che le chitarre di Andrea Giribaldi e Gianni Corazza mostrino una duttilità ed una potenza moderna, con richiami alla maestosità doom scandinava ed alla mistica cupezza anglo-americana; ma è dal secondo brano che l'arcano viene svelato. Awakening (con uno splendido video supervisionato da His Goring Majesty Ruggero Deodato) è una splendida alchimia tra lo zolfo mistico di Merciful Fate ed Angelwitch, la dinamica e creatività tecnica di Metalchurch e primi Fates Warning e la maestosità di Cirith Ungol...il tutto suonato con la potenza degli attuali Vicious Rumors o Iced Earth. Da Sabrewolf, passando per Mark Of Betrayal, fino a Slave To The Master, è un susseguirsi di splendidi affreschi gotici...fatti con la più moderna computer grafica. Questo per sottolineare la freschezza con la quale tematiche classiche ci vengono presentate; e questa freschezza viene sia dalla batteria di Claudio Sechi, fluida, varia, con grande uso di doppia cassa e tempi non convenzionali, unita all'uso di piatti fantasioso, tratto tipico dei drummer NWOBHM, sia dal basso pulsante e fluido di Tony Rassu. Ma per ultimo, e non per motivi di importanza, c'è lui, la voce delle Erinni, il Bardo delle oscure foreste e dei segreti persi nelle nebbie del passato, che ora risorgono in cerimonie primordiali alla luce di fari allo xeno: Lord Goblin. Con un nome così, le aspettative sono molte; ed, infatti, il singer sassarese non ci delude, mostrando una teatralità ed una capacità interpretativa ed, a volte, quasi da oracolo in trance mistica, che è paragonabile solo alla sua ottima preparazione tecnica, caratterizzata da cambi di registro, timbri e tecniche vocali, a ripercorrere la strada già battuta da King Diamond, ma con uno sguardo anche ai generi estremi, visto l'impiego di qualche raw vocal, per dare credibilità ai passaggi, ai personaggi e, forse, anche alle diverse entità che prendono possesso del suo corpo in brani come Endless Line: in pratica, uno stregone che non disdegna l'uso dei notebook per i celebrare i suoi rituali. Grandissimo esordio per questa band che ci darà grandi soddisfazioni e che mostrerà, ancora una volta, la costante modernità del metal classico e la sua capacità d'inserirsi alla perfezione in contesti sonori moderni, senza perdere la sua identità. Complimenti vivissimi...from the Past come the Storms!

 

Andrea Evolti