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SILVERSTEIN

Rescue

Hopeless Records, inc.

 

Quinto full-length per i canadesi SILVERSTEIN, band attiva dal 2000 con una predisposizione ai suoni emotional/metalcore e, questo nuovo lavoro non si sposta da questa strada intrapresa fin dalla loro nascita. Il contenuto di questo “Rescue” è registrato e arrangiato molto bene, e il booklet presenta tutti i testi; insomma un prodotto ben curato in tutti gli aspetti. Tornando alla musica che si ascolta inserendo il Cd nel lettore al primo impatto lascia un pò indifferente, ci sono voluti diversi passaggi per cominciare ad apprezzare le tracce o almeno una parte di loro. Le due voci, quella più "cantata" e armonica e la "Scremo-core" si alternano senza sovrapporsi. Le liriche composte interamente da Told accontentano il loro folto pubblico fatto di adolescenti ribelli, ma non troppo, con storie struggenti di amori e problemi esistenziali con qualche preoccupazione per i genitori se si ritrovano a leggere cose come: "It's so familiar to me; a gun in your hand,a hole in my chest, and now you strike a match and inhale" che troviamo in "Sacrifice". Le songs meglio riuscite risultano quelle dove lo "Scremo" è meno presente o addirittura assente, da " Forget Your Heart" a "Burning Hearts" e "Replace You" che mettiamo sul gradino più alto. Il singolo scelto per il video che gira su Youtube è "The Artist" il pezzo più "Hardcore" ed urlato tra tutti da inserire tra i più belli di questo lavoro. Se amate il genere e se vestite una taglia in meno della vostra e rubate la piastra alla Mamma per lisciarvi il ciuffo "Rescue" fa per voi. Note tecniche: il produttore è Jordan Valeriote ed è stato registrato a casa loro in Canada agli Cherry Beach e Sundown Studio in quel di Ontario. Ripeto, per il genere è un buon prodotto e non lascerà delusi i sostenitori della Band.

 

Recensione di Luca Casella

WARRANT

Rockaholic

Frontiers Records

 

Tornano a far parlar di sé anche i Warrant, band che a cavallo tra gli anni 80 e l’inizio dei 90 aveva piazzato nelle classifiche americane due ottimi album (“Dirty Rotten Filthy Stinking Rich” e “Cherry Pie”) per poi venir travolta dall’ondata grunge. Numerose le vicissitudini della band, che arriva a cambiare due singer. La ritroviamo oggi, con un nuovo album, figlio di una nuova line-up ormai collaudata. Orfani di Jani Lane i quattro musicisti originari riescono -anche con l’aiuto di Robert Mason (ex Lynch Mob, Cry Of Love e Big Cock)- a sfornare un album di gran classe. Non devo starvi a ricordare quanto è importante il cantante in una band, che tipo di impronta riesce a dare con la sua voce -cosa che succede rarissimamente anche per altri musicisti- e questo album è riservato a quelle persone che riusciranno a superare lo scoglio dell’assenza di Lane. Apre l'album “Sex Ain't Love” giusto per far capire di che pasta sono fatti, seguita da “Innocent Gone” che cavalca un riff rubato agli Ac/Dc, qualche richiamo western per “Dusty's Revenge”. Le ballatone “Home” e “Tears In The City” sono toccanti ed efficaci quanto basta. “Show Must Go On” mi riporta alla mente i Buckcherry, anche se come band potrebbero essere i figli dei Warrant. Definito dal chitarrista Joey Allen come il miglior disco dei Warrant, mi permetto di specificare che i Warrant di Jani Lane erano un'altra cosa, fottutamente più grande, più spensierata e divertente (lo dimostrano anche le vendite di quegli anni) e che questo è sicuramente un ottimo album, roccioso, fatto da musicisti ispirati che sanno fare il loro mestiere.

 

Recensione di Andrea Lami

TITLE FIGHT

"Shed"

SideOneDummy Records

 

La SideOneDummy è un etichetta indipendente sempre attenta a sonorità "alternative", annovera tra le sue file gruppi del calibro dei Flogging Molly, Anti-Flag e Gaslight Anthem per fare dei nomi. Questa volta ci presenta questa giovane band dalla Pennsylvania dal nome TITLE FIGHT composta da quattro ragazzotti dalla faccia pulita, quasi da Nerd ma che con gli strumenti ci picchiano duro. Il loro è un Indie-Punk ( scusate il termine...) cioè un misto tra potenza Punk espressa in alcuni brani come "Coxton Yard" e "Flood of 72" per poi passare ad un piacevole Indie come in "Crescent-Shaped Depression" e "Where Am I?" . Alcuni brani mancano di velocità che li avrebbe fatti crescere di bellezza come "Society" . Altri episodi sono da dimenticare, su tutti " Safe Your Skin" e la conclusiva (tre minuti e trentotto di continui lamenti) "GMT". il brano meglio riuscito resta "Stab", o almeno meno "noise" per le orecchie. Paragonarli a band più note diventa difficile anche perchè li lascerei nel loro brodo a crescere ancora un pò sperando che decidano che strada intraprendere. Non si può dare un giudizio del tutto negativo a questo lavoro, ma di certo non siamo di fronte ai nuovi Sonic Youth...Sembra che dalle parti della California abbiano un buon seguito, soprattutto alle feste dei College. Il risultato finale è un voto alla simpatia ed ai loro volti da bravi ragazzi più che al disco.

 

Recensione di Luca Casella

BLACK 'N BLUE

Hell Yeah!

Frontiers Records

 

Il weekend scorso, mentre stavo mettendo in ordine la mia discografia, gran parte della quale è composta di hard rock anni 80/90, mi domandavo quale sarebbe potuta essere la prossima band che, cavalcando l’onda delle reunion, avrebbe dato alle stampe un nuovo album. La risposta non è tardata ad arrivare, visto le recenti pubblicazioni della Frontiers. Prima Warrant ora Black 'N Blue. L’assente giustificatissimo è Tommy Thayer, e come dargli torto visto che ormai fa parte integrante del carrozzone KISS, ma la sua assenza è meno influente di quella di Lane nei Warrant -giusto per fare un esempio-. L'album in questione non è niente di più quello che i fan della band vorrebbero ascoltare in pieno stile Black 'N Blue: canzoni cariche e coinvolgenti che riportano alla mente la discografia dei maestri Kiss. “C'mon” cattura l'attenzione ed il piedino parte all'inseguimento del ritmo, “Angry Drunk Son Of A Bitch” è un mid tempo che una volta eseguito dal vivo raggiungerà la sua completezza, il chorus di “So Long” è tanto semplice quando efficace, l'omonima “Hell Yeah!” che diventerà un classico della band. Un disco costruito per un pubblico di nostalgici che non hanno ancora esaurito la voglia di divertirsi. Proprio come chi vi sta scrivendo.

 

Recensione di Andrea Lami