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ON THE RISE

Dream Zone

Frontiers Records

 

Gli On the Rise sono una band norvegese che nel 2003 esordirono con l'omonimo “On the rise”, album che creò grande interesse ed entusiasmo, in quanto oltre ad essere un ottimo disco, rappresentava gli On the Rise come ambasciatori del più classico suono AOR ed eredi di band storiche come Toto e Journey. Da quel periodo di tempo ne è passato e finalmente, a distanza di sei anni, esce il 4 dicembre il loro secondo album “Dream Zone”, edito dalla Frontiers Record. Il tempo spesso logora e per gli On the Rise di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia. Dopo il divorzio con il compagno di avventure Bennech Lyngboe, Terje Eide (unico membro ufficiale del gruppo rimasto) si prende la briga di comporre e scrivere tutti i brani, valendosi della collaborazione di ottimi musicisti come Erik Engebretsen alla batteria, Christian Wolff al basso e di Eric Ragno (collaboratore, tra l'altro, dell'ultimo meraviglioso album dei Los Angeles) al piano e tastiere.Il risultato di questo disco tradisce un po' le attese. Le canzoni sono come al solito molto orecchiabili e piacevoli, con motivetti che rimangono subito in testa dal primo ascolto; ma per quanto riguarda l'evoluzione sonora ci sono ben poche novità. Occuparsi di tutto per Eide è stata una bella impresa e forse è proprio questo aspetto a rendere il suono di “Dream Zone” statico e banale. E' un classico disco AOR ma ci sono pochi spunti di modernità e di novità; alla fine siamo nel 2009, non più nell'85, e seppur questo disco sia suonato in maniera impeccabile non regala, almeno per il sottoscritto, grandi entusiasmi come per il loro disco di esordio. La mancanza di Bennech Lyngboe si sente eccome. Ogni traccia di questo lavoro scende in arrangiamenti già sentiti milioni di volte, come se Eide avesse avuto paura di azzardare e di prendersi troppa responsabilità. Alla fine ha voluto rimanere nelle sicure e confortanti braccia del più classico AOR senza sfociare, come ad esempio altre band contemporanee della stessa linea hanno fatto, in qualcosa di nuovo e creativo da amalgamare al “classico”. In ogni caso è un lavoro ben fatto, senza lode e senza infamia, dove i musicisti coinvolti cercano di dare il loro professionale ed onesto contributo. Ottima la title track “Dream Zone” che, fra tutte, è quella di maggior presa, ottima come singolo e con un motivetto orecchiabile che rimane subito in testa.. Molto intensa e coinvolgente anche la ballad “Edellyn”, con un suono di temporale a partire, con le chitarre ed il piano che attaccano con un emozionante duetto sonoro per poi arrivare all'a-solo spagnoleggiante che rende il tutto meno scontato e più intrigante. Grintosa anche “Get out of here”, con un riff molto potente di chitarra e un ritornello molto coinvolgente,  ottimo dal vivo per scatenare le masse; mentre l'a-solo qua perde parecchi punti. Sulla stessa lunghezza d'onda si trova “Why wait another day” dove è ottimo tra le altre cose il contributo dietro le pelli di Eric Engebretsen, il quale  suono si amalgama senza sbavature per tutto lo scorrere della canzone, come del resto in “Tomorrow Never Dies”. Il resto dell'album regala poche perle e sono bene o male brani ben fatti ma molto simili tra loro, dove è difficile trovare qualche spunto di rilievo da citare e dove la voce di Terje Eide, seppur ottima, lascia pochi segni di spicco, tenendola sempre sulle stesse tonalità. In definitiva dagli On the Rise potevamo aspettarci qualcosa di più. Un buon disco AOR, semplice e diretto, dal suono fresco e leggero, ma con quell'aria di “già sentito” che li fa perdere parecchi punti. Speriamo in un futuro con più idee e coraggio.

Review by SimoSuicide

MARKONEE

See the thunder

Escape Music/Frontiers Records

“See the thunder” è il secondo lavoro della band Bolognese Markonee,attivissima in infuocate esibizioni di supporto a grossi nomi internazionali quali Firehouse,d.c.Eric Singer Project, attualmente in giro per l’Europa con gli Winger. Il lavoro si avvale della produzione del leggendario Beau Hill,produttore tra l’altro di dischi dei Winger,degli Warrant ed Alice Cooper. La band non propone grosse novità musicali se non un ottimo e gradevole hard rock melodico in stile puramente anni 80, suonato con notevole abilità dai componenti della band. Ogni pezzo sa catturare la tua attenzione e scambieresti tranquillamente i Markonee per una band americana rock molto affermata,talmente è precisa la maniacale ricerca del particolare da parte della band. Le influenze della band son palesi e posso citare Gotthard,Winger e Whitesnake su tutti. Le chitarre di Stefano Peresson e Carlo Bevilacqua Ariosti sono molto compatte in ogni brano, il basso di Luigi Frati è molto tecnico e compatto, la batteria di Ivano Zanotti precisa e potente come potrebbe essere quella di un Pat Torpey e la voce di Gabriele Gozzi, molto valida e sa dare spessore in ogni canzone, senza rischiare falsetti e tonalità altissime, direi una voce che può regalarti emozioni come quella di Steve Lee. Da fan dei Guns N’Roses ho ritrovato diverse influenze in “Women and whiskey”, come alcune canzoni potrebbero essere su qualche disco degli Ac-dc come “Big K”. Molto bello anche il riffone che accompagna “Shores of another sea”, canzone davvero ben riuscita. Il cd è davvero molto valido, unico piccolo appunto da parte mia, che i Markonee dovrebbero essere un pochino più originali per poter rasentare la perfezione. Un disco che si ascolta molto volentieri in macchina, che non disturba e che regala sani emozioni rock n’roll senza troppi assoli chilometrici. Molto carica anche la terza canzone “See the thunder”, che ti fa scatenare ogni singolo muscolo.

Review by MauRnrPirate

JSS

One night in Madrid

Fronties Records

 

Cosa possiamo dire di Jeff Scott Soto? Un'artista con la A maiuscola, dalla grande versatilità artistica e che in quasi 30 anni di carriera ha collaborato con una miriade di artisti e band: dal suo esordio nel 1982 con Yngwie Malmsteen, per passare da Axel Rudi Pell, Lita Ford, Paul Gilbert, Steelheart, Michael Schenker, House of Lord, Zakk Wild, fino ai più recenti Journey, W.E.T. e Talisman. Da ricordare anche il suo contributo nella colonna sonora del bellissimo film “Rockstar”. Solo da 7 anni anni ha ripreso in mano la sua carriera solista con “Prism” uscito nel 2002, dopo l'esordio nel 95 con “Love Parade”, fino all'ottimo “Lost in the  Translation” del 2004 e l'ultimo “Beautiful Mess” che vede la luce nel 2008. Esce il 4 dicembre per la Fronties Records questo Cd live, in contemporanea con il DVD, “One night in Madrid”, registrato nella sala “Heineken” di Madrid lo scorso 18 Aprile 2009, data conclusiva del tour di Soto, nonché luogo di debutto da solista nel lontano 2002 e da qua, forse, si capisce la scelta “intima” e personale di Jeff di registrare un live proprio in questa location. Una performance che racchiude buona parte dell'immensa carriera di JSS. Lo si capisce subito dall'Intro dove ci sono scorci di alcuni dei brani che l'hanno reso celebre, per poi attaccare con la cattivissima “21 Century” dell'ultimo “Beautiful Mess” e “My color XTC” dei Talisman, una delle mie preferite in assoluto, con un miscuglio di ritmi funky e Hardrock, qua eseguita in maniera esemplare, dove è da segnalare l'ottima performance di Fernando Mainer al basso. Ho sempre pensato che per capire la bravura di un artista bisogna prima di tutto ascoltarlo live e vi assicuro che in questo album la grandezza di Jeff Scott Soto si sente tutta. Una voce grandiosa, che non stecca quasi mai, dando alle canzoni un'interpretazione “calda” e grintosa anche meglio che in studio, grazie anche ai talentuosi musicisti che lo accompagnano: trattasi dell'ottimo Jorge Salan alla chitarra solista, giovane musicista 23enne madrileno con all'attivo già 3 album (vi consiglio vivamente di ascoltarvelo!); Fernando Mainer (membro dei Tako) al basso, Edu Cominato alla batteria e BJ alla chitarra, entrambi membri del gruppo brasiliano Tempestt. Live che prosegue ininterrottamente con “Our Song” sempre di “Beautiful Mess”, per poi passare a “Drowning”, canzone celebre dell'album “Lost in the Translation”. Breve Drum solo del batterista Edu Comiato e si riparte con un po' di Funky, che parte con una Jam della band, passando dallo stupefacente Guitar solo di Jorge Salan, fino ad arrivare alla trascinante “Mountain”, sempre da “Beautiful Mess”. Si arriva poi a “Eyes of Love” (da “Prism”) e “Testify”, brani ben più Hardrock. Breve presentazione della band, con un'ovazione particolare per Jorge Salan, concittadino del caldissimo pubblico madrileno e si arriva alla bellissima “Broken man”, ballad che scalda le anime e i cuori del pubblico. La seconda parte di questo live può lasciare un po' spiazzati gli ascoltatori dall'animo rocker ma chi ama la musica e apprezza soprattutto il valore artistico e la versatilità di Jeff Scott Soto, può capire che la qualità e l'unione che riesce a creare la musica va aldilà delle barriere che etichettano i generi musicali. Questa seconda parte, infatti, è dedicata a tutta una serie di Medley, eseguiti al piano dallo stesso Jeff, di alcuni brani  Pop, ovvero “Hey”, l'ottimo arrangiamento di “Frozen” di Madonna fino a “Crazy”, famosa canzone dell'artista britannico di origini nigeriane Seal. A seguire altri Medley di pezzi celebri come “Holdin'On” e “Just Between us” dei Talisman. Breve intermezzo di “Jin&Tonic Sky” sempre di “Beautiful Mess”, dove JSS sfodera tutta la sua bravura alle tastiere, per chiudere poi con altri Medley che vanno dal Funky, al rock con i Queen, fino addirittura a toccare la Disco Music con brani come “Staiyn' alive” dei Bee Gees e “Macho man” dei Village People. In definitiva questo è veramente un album fantastico dove è racchiusa tutta la grandezza di questo artista fenomenale che ha dato, e continuerà a darlo per lungo tempo, un grandissimo contributo alla musica. Non lasciatevi scappare questo CD e nemmeno il DVD!

Review by SimoSuicide

THEM CROOKED VULTURES

Them Crooked Vultures

Rca Records

Il 2009 è stato un anno particolarmente ricco di importanti pubblicazioni discografiche e si sta per chiudere nel segno di questo, a dir poco eccellente, progetto chiamato Them Crooked Vultures. Le prime notizie sulla formazione di questa band formata da Dave Grohl alla batteria, Joshua Homme alle chitarre e voce e nonché John Paul Jones al basso,risalgono a dichiarazioni fatte alla stampa da parte di Dave nel periodo primaverile. Subito si scatenò un tam tam incessante di notizie su quello che stava combinando la band in studio;mista ad una grande attesa per il loro debutto live, che in Europa si concretizzò con la loro presenza in alcuni importanti festival estivi quali Pukkelpop in Belgio e soprattutto Leeds e Reading ad Agosto. Ci fu anche un inatteso ruolo di supporter per uno show della lanciatissima e affermata band indie rock Arctic Monkeys sempre in Inghilterra ad Agosto alla Brixton Academy. Tutti poi attendevamo al vaglio della prova discografica questo supergruppo e il risultato è anche superiore alle più rosee attese. La band sicuramente non potrà deludere la maggior parte dei fans delle tre bands affermatissime di cui fanno o hanno fatto parte i tre componenti della band vale a dire Foo Fighters, Queens of the stone age e Led Zeppelin. Parto col dire una cosa sincera, se qualcuno si aspetta un clone dei Foo Fighters,visto che sicuramente il nome che tutti hanno sulla punta della lingua dei tre è proprio Dave Grohl, è meglio che cambi aria o cerchi qualche altra band simile. Ci sono sicuramente molti riferimenti a diversi lavori dei Queens of the stone age,forse indubbiamente (anche perché alla fine ci ha suonato pure Grohl) è “Songs for deaf” e piccoli riferimenti ai Led Zeppelin, a mio parere personale. E’ un disco sicuramente frutto di lunghe jams in studio dei tre geni e non c’è una struttura precisa ed articolata di strofa, bridge,ritornello. Tutto avviene naturale e i tre non si producono in articolatissimi virtuosismi ma macinano riffs come un caterpillar pronto a travolgerti e spazzarti via. Trovo la batteria di Grohl suonata in questo disco in modo meno aggressivo che in altre sue composizioni coi Nirvana o Foo Fighters ma i riffs di Joshua sono taglienti come a qualche anno fa, da fan e a parere personale, gli ultimi lavori con i suoi Queens of the Stone Age,mi avevano molto deluso. Difficile trovare un pezzo debole in questo album, anzi ti trasporta in un’altra epoca ,sembra decisamente un disco anni Settanta in alcuni punti con molti riferimenti a Black Sabbath su tutti o anche qualche sonorità dark in auge negli anni Ottanta. Sicuramente è un disco che dal primo ascolto ti conquista e non puoi che decidere di ascoltarlo con frequenza assidua. Pezzi da segnalare? Potrei appunto dire tutti, ma il mio dovere di recensore e critico musicale mi porta a suggerirvi l’aggressiva seconda traccia “Mind eraser,no chaser”, che a un certo punto si mischia a una clamorosa marcetta militare in stile Esercito della Salvezza; la ritmatissima e spagnoleggiante “Bandoliers” con un lavoro impressionante e sincronizzato di John e Dave e ritmiche taglienti di Joshua. Una canzone scuotichiappe può essere sicuramente “Reptilies”, molto ritmata nelle parti di basso e con un incedere altamente oscuro che non può lasciarti fermo con il piedino. Segnalo anche il pezzo dal titolo lunghissimo “Warsaw or the first breath you take after you give up”, in cui il timbro di John Paul Jones è pesantemente palese nelle tonalità e accordi. In sostanza, siam di fronte a un capolavoro ed è un’ottima idea per i vostri regali natalizi.

Review by MauRnrPirate

LOS ANGELES

Neverland

Frontiers Records

 

La nostra terra italica è spesso criticata per la mancanza di alternative musicali che vadano al di là del genere melodico. Questa è la tendenza, sopratutto per i rocker nostrani che sono spesso costretti a decantare i prodigi di altri paesi che sfornano in continuazione nuovi talenti Rock. In Italia siamo sempre una spanna sotto a tutti quanti e non possiamo dare torto a tutto questo visto  quello che ci propinano continuamente in Tv, con i soliti Talent Show che plasmano dei ragazzi, magari anche dotati, a loro piacimento, facendoli scimmiottare davanti ad una telecamera con il microfono in mano.. Ma non è sempre così. Ci sono artisti che lavorano dietro le quinte dell'industria musicale “patinata” e riescono con il tempo a guadagnarsi la stima internazionale, anche se non gli vedremo spesso in Tv ma in ogni caso dotati di indiscusso talento. E' il caso dei Los Angeles che propongono la pubblicazione sul mercato europeo di “Neverland” il 4 Dicembre (12 Gennaio negli USA), loro secondo studio album, edito dalla Frontiers Record. I Los Angeles sono un progetto AOR/Hardrock interamente italiano che vede come protagonista uno dei più grandi talenti musicali nostrali degli ultimi tempi: sto parlando del cantante Michele Luppi; ex singer dei Mr.Pig ma soprattutto dei Vision Divine, con i quali pubblica nel 2004 l'apprezzatissimo disco”Stream of Consciousness”. Inoltre il nostro Michele ha partecipato a due world tour di Umberto Tozzi tra il 2002-03 in qualità di tastierista e corista. “Neverland” è prodotto poi dal bassista del gruppo Fabrizio Grossi il quale ha collaborato alla produzione di album di artisti di spessore come “The King of rock” Glenn Hughes, From the Inside e Steve Vai. Mica nomi qualunque. Al Songwriting di questo album hanno collaborato, tra le altre cose, il tastierista Eric Ragno (China Blue); Joey Sykes (Hugo), Roberto Priori e George Lynch (ex Dokken) alle chitarre e Tony Morra alla batteria. Non solo, ma ha collaborato per alcune song anche il chitarrista poliedrico Tommy Denander che nella sua lunga carriera ha lavorato con una miriade di artisti (Toto, BB King, Jimmy Page, Joey Tempest, solo per citarne alcuni...). Con tutti questi fior fiori di nomi è plausibile immaginarsi un disco della madonna e in effetti è così. “Neverland” è un gioiellino AOR che si colloca di diritto tra i migliori album di questo 2009. Un album non certo banale ma suonato alla perfezione dove ogni brano (11 in tutto) coglie la pura essenza dell'AOR. Ogni pedina si incastra alla perfezione in questo Puzzle, questi artisti suonano in maniera armonica ogni brano, dove ognuno trova la sua collocazione. Il suono grintoso delle chitarre di Priori e Sykes si amalgama alla perfezione con il ritmo danzante e melodico di Ragno alle tastiere e ad accompagnare tutta questa sinergia ci pensa il giro di basso incalzante di Fabrizio Grossi.  Ma a spiccare tra tutti è senza dubbio la voce di Michele Luppi: una delle voci più belle in circolazione che possiede una versatilità canora come pochi, passando da note basse a  alte con una facilità e naturalezza impressionante. Tutta questa classe si sente da subito con il brano di apertura “Neverland”: possente rullata di batteria, seguita da un breve intermezzo di sintetizzatori ed ecco attaccare il Guitar Riff grintoso in perfetto stile Hardrock di Sykes, a cui segue l'energico cantato di Michele, cavernoso all'inizio e in notevole ascesa verso il ritornello, con acuti spaventosi verso la fine del brano. Grande a-solo di chitarra, infine, a chiudere il brano. Questo è solo il preludio di quello che ci attende. Parte “Nothing to Hide” di Richard Marx e questa nuova versione è eseguita alla perfezione, dove Luppi anche qua riesce a dare un'interpretazione di grande spessore. Si arriva poi a “City of Angel”, ballad di gran classe ed intensità dove spicca l'ottimo contributo di Eric Ragno al piano e di Roberto Priori alla chitarra. Qua Michele canta con grande intensità ed emozione, dando al pezzo quel trasporto che lo rende un vero capolavoro. Seguono poi “Promises”, altra ballad, e “Wait for you”, per poi arrivare a “Nowhere to Run” con il grande contributo alla chitarra di George Lynch, che qua sfodera la sua grande classe sulle sei corde. Un brano in stile Dokken, con accenni di rock moderno ma con chitarre in ogni caso molto AOR e molto più dure verso il ritornello. Si arriva poi al vero capolavoro di questo album per il sottoscritto: “Tonight tonight”. Una song, semi-ballad, trascinante, dove Michele sfodera tutta la sua grande versatilità vocale, cantando con malinconia e grinta ogni singola nota. Ottimi poi i cori che accompagnano il ritornello, l'arrangiamento alle tastiere con quel ritmo “ossessivo” per tutto il brano e le chitarre incalzanti  dal suono un po' “sporco”. Spicca soprattutto l'ottimo contributo di Tony Morra che picchia e rulla sulle pelli con grande personalità. Una canzone che vale veramente la pena ascoltare! Si passa a “Higher Love”, altra AOR style, per poi arrivare “Living Inside”, dove in questo caso Michele cambia un po' lo stile del cantato, con toni meno accesi e più “Introspettivi” e dove il riff di chitarra fa il verso ai Van Hallen di “Why can't this be love”. Infine con le ultime due tracce, “Welcome to my life” e “Paradise”,  si perde un po' di freschezza iniziale anche se rimangono pezzi di ottima fattura, sempre e comunque in perfetto stile AOR. In questa seconda prova i Los Angeles si superano alla grande. In definitiva è semplicemente un grande album da avere e da ascoltare assolutamente. Straconsigliato!

Review by SimoSuicide

SPIN GALLERY

Embrance

Frontiers Records

 

Grande colpo della Frontiers Records che si aggiudica la pubblicazione di questo album degli Spin Gallery, “Embrance”,  in uscita il 4 dicembre. Secondo attesissimo album dopo l'esordio nel 2004 con “Standing Tall”, il quale ha riscosso moltissimi consensi dagli addetti ai lavori. Band svedese formata dal fondatore e frontman Kristoffer Lagerstrom (Voce) e Tommy Denander (Chitarre, Tastiere, Basso ed effetti), con l'aggiunta per questo lavoro di Glen Marks (batteria e Percussioni). Ci sono voluti 5 anni e un lavoro meticoloso per questo disco e stando alle dichiarazioni di Kristoffer Lagerstrom ne è venuto fuori un lavoro che meglio di così non poteva venire, riempiendolo di grande soddisfazione e orgoglio. In effetti se questo “Embrace” non rasenta la perfezione poco ci manca. Sarebbe limitativo dire che questo è un disco AOR; è infatti un lavoro molto eterogeneo che spazia in diversi generi musicali: dal rock melodico, al Pop, all'hard rock, anche se sempre e comunque nello stile anni 80. E' forte il richiamo ai TOTO ma ad esempio si sentono molte influenze di artisti come i Marillion o ad esempio Peter Gabriel, soprattutto in “Embrance” (title track che apre il disco) e nella seconda traccia “Stone By stone”, pezzo che azzarda qualche sperimentazione alla Pink Floyd, dove  l'amalgama tra piano-sintetizzatori e i riff di chitarra, con i suoi ripetuti cambi di ritmo, la fanno da padrone e dove il cantato di Kristoffer è sottile, quasi mistico, come se il suono lo accompagnasse verso uno stato di trance musicale. Con “Just a Momentary why” si arriva alla prima special guest di questo album. Si tratta infatti di Robin Beck; cantante che divenne molto popolare alla fine degli anni ottanta con un singolo, “First time”, che conquistò la numero 1 delle charts sia in america che in diversi paesi europei. Canzone che poi diventò la colonna sonora dello spot di una nota marca di bibite,  facendo diventare Robin una delle cantanti femminili più popolari dell'epoca, al pari di Enya o Whitney Huston. Un pezzo, “Just a momentary why”, decisamente Pop ma molto accattivante, perfetto come radio track, con un ritornello di facilissima presa con una sintonia vocale tra Kristoffer e Robin eccellente. Si arriva poi ad uno dei capolavori di “Embrace”. Sto parlando di “Brillance of the Drugs”: un brano da paura, decisamente più Hard rock, con un mood di chitarra molto moderno a partire, per poi attaccare con ritmi  più morbidi e midtempo, arrivando al ritornello con un riff potentissimo, quasi Metal. E' difficile racchiudere in una canzone diversi generi musicali, ma qua gli Spin Gallery ci riescono alla perfezione, creando un suono molto intenso dal grande trasporto emotivo. Un brano veramente grandioso! Con “Eyes wide open” si torna a ritmi pop rock e si arriva poi ad un'altra vera e propria chicca dell'album: “Blood in my Veins”. Una bellissima ballad acustica, con chitarre in stile Gypsy e ottimi arrangiamenti di violini. Brano molto dolce ma intenso con il cantato di Kristoffer che accompagna alla perfezione il ritmo della canzone, non esponendo mai troppo la sua voce ad acuti azzardati, seppur ne sia perfettamente capace, dimostrando di avere un ottimo senso musicale. Un brano che ti fa sognare con la sua “morbidezza” sonora con richiami che portano addirittura allo Sting di “Fields of gold” e ai Marillion. Un pezzo che dimostra la gran classe compositiva degli Spin Gallery. Si arriva poi a “You do the Things you do” altro brano che vede un'altra collaborazione importante. Si tratta di Dan Reed, musicista eterogeneo che ha collaborato anch'esso con diversi artisti di fama internazione come Bon Jovi e David Bowie. Anche questo un brano tipicamente anni 80 di rock melodico, anche qua a tratti Pop, con ritmi freschi e accattivanti. Altra song veramente interessante è “Without of love”, altra chicca del disco. Brano tipicamente AOR, con chitarre molto più dure che attaccano dopo un arrangiamento di sintetizzatori iniziali. Una canzone trascinante dall'inizio alla fine che raggiunge il suo culmine nel ritornello, con quel controcanto di “I can't...I can't...Sent you get you of my mind” che fa venir voglia di muovere tutto il corpo e lasciarsi trasportare dall'adrenalina che trasmette tutto il brano. Una voce molto sensuale quella di Kristoffer in questa song che ben si addice all'argomento del testo, ovvero di quanto una donna sexy possa turbare i pensieri di un uomo. Molto potente e veloce, infine, è l'a-solo di chitarra di Tommy Denander così come nella canzone che segue, “Tic Toc”, dove Tommy dall'inizio alla fine fa sentire tutto il suo talento compositivo, in un brano, anche questo, tipicamente AOR in stile Toto. Sullo stesso stile i brani che chiudono il disco. Si tratta di “Everything Fades” e “The End”, dove soprattutto in quest'ultimo si sentono ancora una volta accenni  alla Peter Gabriel  per quanto riguarda il ritornello, per chiudere poi in bellezza con riff di chitarra molto Hard rock. Sinceramente ho trovato grandi difficoltà a cercare dei difetti in questo disco. Siamo di fronte ad una band che farà senz'altro parlare di se negli anni a venire e che è riuscita ad amalgamare suoni e stili diversi, riuscendo in questo modo a creare uno stile unico e “nuovo”, per certi versi, nell'odierno panorama musicale. Un disco del genere non si sentiva da tempo; nel suo piccolo è un capolavoro. Straconsigliato!

Review by SimoSuicide

JULIETTE LEWIS

Terra Incognita

Roadrunner Records

 

 

"Terra Incognita", uscito a settembre 2009, è l’album solista di Juliette Lewis. Conosciuta da molti come attrice (indimenticabile le sue apparizioni in Cape Fear e Strange Days) torna con la giusta attitudine realizzando un lavoro che evidenzia una vocalità tagliente, rabbiosa, febbrile e ruvida. Il disco prodotto da Omar Rodriguez Lopez, chitarrista dei Mars Volta; è stato registrato in Messico e a Brooklyn, per poi essere mixato a New York da Rich Costey, già con Muse, Franz Ferdinand, Foo Fighters e Nine Inch Nails. Juliette Lewis ha grinta da vendere e con la sua aria smaliziata, l’energia che solo lei scatena sul palco stavolta attraverso i 43 minuti che compongono questo disco riesce ad incantare l’ascoltatore; si tratta di un centro perfetto. Difficile dissimulare il godimento che suscita la fruizione di un album come "Terra Incognita": il rock graffiante dalle incursioni psichedeliche, pervade tramite i 12 brani (la prima è un intro) di ottima fattura. La title-track, nonché l'emozionante ballad "Hu Hu", il blues ammaliante di "Hard Lovin' Woman", pezzo in cui la voce è accompagnata dalla sola chitarra, richiama alla mente gli anni settanta, quelli di Jimi Hendrix e Janis Joplin e "Fantasy Bar", splendida hit radiofonica, regalano le vibranti ed emozionanti espressioni artistiche di Juliette Lewis. Gli altri brani non citati si collocano perfettamente in un lavoro omogeneo, il giudizio soggettivo di ciascun ascoltatore potrà poi selezionarli negli episodi preferiti. Un album da ascoltare e riascoltare per lasciarsi conquistare dall’energia di Juliette Lewis.

 

Review by AngelDevil

KIMBERLY DAHME

Can't a girl change her Mind

Escape Music/Frontiers Records

 

 

L'equazione è semplice: prendi una donna, figa al punto giusto, classica bellezza californiana con il fisico da Pin Up, mettiamoci che sa cantare e strimpellare la chitarra, mettiamoci che è pure la bassista dei leggendari Boston e il risultato è lei: Kimberley Dahme. Esce il 27 Ottobre per la Escape Music questo suo disco solista, “Can't a girl change her mind”. Un disco di rock melodico con una spruzzata di Rock sudista, tanto caro agli americani. Kimberley è una musicista molto dotata, con una lunga carriera solista già prima di essere arruolata da Tom Scholz, anche se in questo lavoro non sfocia mai in virtuosismi tecnici. Sono tutte canzoni con melodie molto semplici e accattivanti, con ritornelli di facile presa a partire dalla title track “Can't a girl change her mind” che rimane subito in testa al primo ascolto, con semplici riff di chitarre che sfociano nel country e con la voce calda e sottile di Kimberley che ci accompagna con allegria e con il sorriso sempre stampato sulla faccia, per tutta la canzone. “Rock you like a baby” è invece una ballata con il piano che la fa da padrone, anche questa una traccia molto orecchiabile. Per trovare qualcosa di leggermente più “cattivo” si deve aspettare la quarta canzone: “You make me believe”. Anche questa una canzone con melodie country e pop rock; mentre per “Something we do” si inizia ad intravedere un po' di Soul e Blues con l'ottimo arrangiamento di Sax che spicca per tutto il brano. Ritmi soul che si concretizzano con “No Question”: un brano Gospel dove Kimberley se la cava molto egregiamente con la voce, accompagnata da cori pazzeschi che rendono il brano molto intenso e trascinante. Con “Jet Lag city” si sente finalmente un po' di AOR style, con l'ottima aggiunta, anche qua, del sax di Steve LeClaire, che arricchisce il brano; e si arriva poi ad un'altra intensa ballad AOR con “The Only Man”, forse la migliore del disco, dove si sente tutta l'esperienza e l'influenza che Kimberley ha maturato con i Boston. Un brano molto malinconico e trascinante dove le note del piano danzano alla perfezione con la calda voce della cantante. Il disco poi si chiude con “With you”, brano che sancì l'esordio con i Boston nell'album del 2001 “Corporate America”, qua riarrangiato sempre con l'apporto alla voce del leggendario Tom Scholz e Gary Phil. La bellissima Kimberley con questo album dimostra il suo grane amore per la musica rock, seppur furbamente cerchi di dare al disco un impronta più Pop. In ogni caso è un lavoro che si ascolta molto volentieri con ritmi freschi e avvolgenti, che riflettono l'essenza della vita californiana, fatta di allegria e spensieratezza ma tenendo sempre con sé uno spirito rock e ribelle, anche se tutto questo è presentato qua con leggerezza ed ironia, a dimostrazione che questa cantante oltre ad essere bella e talentuosa, è pure molto intelligente. Niente di eccezionale con questo lavoro, per carità, ma è ottimo per passare un'ora scarsa di spensieratezza.

Review by SimoSuicide

OVERLAND

Diamond Dealer

Escape Music/Frontiers Records

 

Steve Overland, a distanza di un anno da “Break Away”, pubblica un altro disco solista con questo “Diamond Dealer”, uscito il 15 Novembre per la Frontiers Records/Escape Music. Steve è senza dubbio uno dei migliori interpreti dell'AOR, con alle spalle anni di carriera con gli FM, più altri numerosi progetti compresi i suoi lavori solisti. Un artista dotato di una voce unica piena di intensità e tecnica, che per certi versi ricorda Bryan Adams. Per questo disco Steve chiama a collaborare degli ottimi musicisti come il chitarrista norvegese Tor Talle (In the rise), Martin Kronlund alla chitarra, Henrik Thomsen al basso, Imre Daun alla batteria e Egil Overdal al piano; tutti artisti ultra navigati e impegnati in molti progetti musicali nel corso delle loro carriere. Senza dubbio uno staff molto dotato e ricco di esperienza che rende questo album completo e compatto dal punto di vista musicale, senza mai una sbavatura o una nota fuori posto, dove a rendere tutto perfetto ci pensa la voce calda ed emozionante di Steve Overland. I brani di questo ottimo lavoro sono tutti ricchi di melodia che trasmettono un senso di pace e soavità, con pochi accenni al rock più duro. Un lavoro molto introspettivo in cui Steve sembra interrogarsi nel suo profondo e e nel suo passato per trovare delle risposte e dare dei messaggi di speranza e di amore. Dal Songwriting si nota come il cantante ponga delle domande e cerchi sempre di dare dei messaggi positivi. Già dalla prima traccia inizia questo viaggio psicanalitico con “Train, train”, dove tutto scorre, appunto, come un treno in corsa. Un brano molto energico, seppur melodico, dove sembra veramente di essere su di un treno in corsa e di guardare dal finestrino tutto ciò che passa dai nostri occhi e rimane dietro le nostre menti. “Won't you take me far away?”, si chiede Steve in questa canzone...e quante volte ce lo siamo chiesti tutti quanti noi. Questo viaggio continua per quasi tutti brani del disco con “You lift me Up”, “Where is the love” , “Roll back the years” e “City of dreams”, dove cantando “but with hope in our heart we can find all our dreams”, dà a tutti quanti noi la speranza e l'energia per essere ottimisti e affrontare i nostri momenti più duri della vita. Tornando all'aspetto musicale, con “I'm still breathing”, si sente qualche accenno alla Police nel riff iniziale, per poi tornare all'AOR più classico nel ritornello, con l'ottimo lavoro di Talle alla chitarra, che sfodera un suono molto accattivante e impeccabile nell'a-solo. Uno dei brani più riusciti insieme alla splendida “Hearts don't lie”: anche questa una song molto melodica ma con un suono corposo e un Chorus  coinvolgente, dove l'arrangiamento delle chitarre faranno sicuramente contenti tutti gli amanti del rock più duro, in cui  Talle sfodera tutta la sua bravura, e lo stesso dicasi per “After the Storm” in cui lo stile è sempre tipicamente AOR ma con un ritmo decisamente molto meno melodico e cattivo, anche se la tonalità di Steve rimane presso che invariata come negli altri brani del disco. Toni energici che continuano con “Bring me Water”, con il suono di chitarra e il virtuosismo di Tor e Martin a farla da padrone, mentre per “Coming Home”, brano che chiude il disco, si torna a ritmi ben più tranquilli e caldi. Anche in questo brano Steve è un tripudio di malinconia e passione e chiude con uno struggente “Memories of time apart will soon be dead and gone”. Un disco molto maturo e “saggio” con ritmi soavi che si saprà far apprezzare anche da quegli ascoltatori che calcano meno la scena rock. Un ottimo lavoro questo per Steve Overland, meno grintoso ma più “adulto”, che conferma il suo inestimabile talento di musicista, nell'attesa di rivederlo, si spera, con i leggendari FM.

Review by SimoSuicide

MASTEDON

It's a Jungle out there

Frontiers Records

 

Dopo il gradito ritorno dei Mastedon  proprio di queste settimane con “3” (trovate la recensione sul nostro magazine, n.d.a.), la Frontiers Records mette alle ristampe il primo lavoro della Band dei fratelli Elefante, “It'a a Jungle Out there”, datato 1989, con l'aggiunta di tre Bonus track: l'inedita “Wasn't it love” e due live registrati nel 91 a Cornerstone, “Island in the sky” e “Right hand”.“It's a Jungle out there”, oltre ad essere un disco AOR presenta alcune caratteristiche differenti rispetto a “3”, risentendo delle influenze dell'epoca. Ci sono infatti alcuni brani che sfociano nell'Hair Metal come in “Glory Bound” o “Love Inhalation”, con sonorità alla Motley Crue. In “It's Jungle out there”, title track che apre il disco, si sente addirittura un suono Heavy con chitarre molto pesanti e aggressive e la voce di John incredibilmente diversa da come siamo stati abituati a sentirla, con toni molto più cattivi e graffianti. Con lo scorrere delle canzoni si torna però ad atmosfere decisamente più AOR, mentre con “Innocent Girl” si arriva ad echi alla Bon Jovi di “Livin' on a Prayer”. Brano tra l'altro dedicato alla Pornostar e modella Shauna Grant, morta nel 1984.
Anche in questo disco i fratelli John e Dino si prendono la briga di scrivere e comporre quasi tutti i pezzi. Come ospiti ci sono  i soliti John Pierce al Basso e David Raven alla batteria, ma è da sottolineare soprattutto la presenza di John Patitucci: grande musicista newyorkese, e poliedrico strumentista, che nel corso della sua lunga carriera ha attraversato tutti i generi musicali; dal Jazz, al soul, al rock. Veramente un grande ospite che arricchisce di qualità questo già ottimo lavoro, ormai vecchio di 20 anni ma pur sempre piacevole da ascoltare. Consigliato a tutti quelli che hanno apprezzato “3” e vogliono approfondire la conoscenza di questo talentuoso progetto dei fratelli Elefante, chiamato Mastedon.

Review by SimoSuicide

INFINITY OVERTURE

Kingdome of Utopia

Lion Music/ Frontiers records

 

 

Gli Infinity Overture sono una Symphonic Power Metal Band Danese che con questo “Kingdome of Utopia”, uscito ad Ottobre per la Lion Music, giungono al loro debutto discografico. Band fondata dal chitarrista Niels Veilyt che chiama con sé due ottimi singer: Lene Petersen ma soprattutto  Ian Parry, ottimo cantante e produttore dalla carriera ormai più che ventennale. Alcuni se lo ricorderanno con gli Hammerhead; progetto Hardrock degli anni 80 che vide come membri del gruppo, tra le altre cose, il batterista Joe Franco (Twisted Sister) e prodotto da David Rosenthal (Rainbow). Artista che nel corso della sua lunga carriera ha poi militato in altre rock band (Elegy, etc.) e solo negli ultimi anni si è dato al Symphonic Metal, pubblicando nel 2006 “Visions”, suo album solista. Gli altri membri  ufficiali del gruppo sono Mads Damgaard alle tastiere, Jacob Vand alla batteria e Simon Westergaard al basso. La produzione è affidata a dei mostri sacri del genere come Sascha Paeth e Miro: produttori di band come Raphsody on Fire, Kamelot, Avantasia, Angra e Epica. “Kingdome of Utopia” è quindi da ritenersi un disco importante che possa gettare la basi per rendere gli Infinity Overture uno dei gruppi più rappresentativi del genere Symphonic. In effetti il disco non delude le aspettative e si colloca tra i lavori più interessanti del settore anche se le sonorità non sfociano mai in qualcosa di nuovo ma calcano perfettamente lo stile delle band citate sopra. Ottimi e maestosi arrangiamenti orchestrali accompagnati da fulminanti e potenti riff di chitarra, dove la dualità maschile/femminile delle voci di Ian e Lene danzano con grande armonia e complicità. Ovviamente è la voce potente ed intensa di Ian che spicca, mentre le dolci corde vocali di Lene sembrano più avere un ruolo di accompagnamento. I brani sono tutti di ottima fattura: si parte con “Millenia”, “The Great Believers” e “Warrior King”, primi tre brani di classica impronta Epic Metal, con introduzioni orchestrali e repentini attacchi di chitarre e grandi picchiate di batteria. Ottima soprattutto “Warrior King” con la grande intensità che riescono a trasmettere le note dei violini e l'alternanza dei due Singer, così come nella seguente “Wonderland”, dove a primeggiare sono soprattutto le tastiere e le chitarre che qua appaiono meno metal. Si torna poi al classico sound con “Temples of Doom” e “Kingdome of Utopia”, title track e singolo dell'album, con qualche sperimentazione progressive.Sorprende invece “Sacred Fire”; brano più AOR per l'impostazione vocale che si discosta molto dal resto dell'album, segno che per Ian quel genere è rimasto sempre nel suo cuore. Un ottima miscela in questa semi-ballad con una comunione tra orchestra e stile della canzone molto originale e piacevole. Anche qua a primeggiare è l'ottima voce di Ian con l'egregio aiuto di Lene nel bellissimo ritornello. Sarebbe molto trascinante anche l'a-solo se non ché  sfuma proprio nel finale di canzone. Il disco poi si chiude “War cry”, potentissima Power Metal song strumentale, a tratti progressive, che inganna con l'arpeggio spagnoleggiante di chitarra iniziale. Un brano molto valido dove è presente tutto il virtuosismo di Niels Veylyt alle sei corde.Un ottimo debutto, non c'è che dire. Per info sulla band visitate il loro Myspace: www.myspace.com/welcometoinfinity

Review by SimoSuicide

ANNHILATOR

Live at Masters of Rock

Steamhammer/Audioglobe

 

Gli Annihilator sono una delle band storiche del Trash metal, forse una delle poche band che nel corso degli anni sono rimaste fedeli al loro sound, al contrario di band blasonate come i Metallica, che, soprattutto negli anni 90 hanno abbandonato lo stile che li hanno resi un punto di riferimento proprio di questo genere musicale. Con questo “Live at masters of rock”, pubblicato dalla Streamhammer e uscito il 2 novembre,  gli Annihilator festeggiano i 20 anni della loro onesta carriera, iniziata nel 1989 con l'esordio discografico dell'ottimo album “Alice in hell”. Live registrato nell'edizione 2008 dell'omonimo “Masters of rock”, festival che si tiene regolarmente ogni anno nella Repubblica Ceca. Disco che vede la pubblicazione simultanea del Dvd dello stesso concerto. La line Up è oramai consolidata: il fondatore Jeff Waters (chitarra e voce); Dave Padden (chitarra e voce); Ryan Ahoff (Batteria); Dave Sheldon (Basso). La band, che in questa splendida cornice con più di 30.000 persone, ripropone la maggior parte dei loro successi, frutto di ben 12 studio album prodotti dall'89 ad oggi. Si va dall'apertura con “King of the Hall”, fino a brani classici come “W.T.Y.D”, Alison Hell” e “Clown Parade”. Un concerto tiratissimo e potentissimo, dove Waters e soci si concedono ben poche pause, mitragliando senza tregua tutte le canzoni proposte in scaletta, come nella più classica tradizione trash metal. Brani eseguiti in maniera esemplare con Padden e Waters che si alternano, oltre che nella voce, in riff al fulmicotone, seguiti da Ahoff che picchia senza sosta le pelli e le gran casse con grande velocità e forza. Concerto che si chiude con un brano tipicamente Hard rock, come lo stesso Padden tende a precisare prima dell'esecuzione: si tratta per l'appunto di “Shallow of Gary”, tratta dall'album “Carnival Diablos”. Song dal sound tipicicamente Ac/Dc e non è un caso se prima dell'esecuzione gli Annihilator omaggiano Angus & Co. con una breve introduzione di “Hells Bells”. Un brano che chiude degnamente l'ottima performance della band canadese. Gli Annihilator mostrano la loro grande esperienza sul palco con un live veramente ben eseguito che farà sicuramente contenti tutti i fan e gli amanti della band canadese ma anche di tutti i seguaci del Metal o di band come i Metallica.

Review by SimoSuicide

THE MEXICAN WHI-SKY

Into the Sun

Mexo Records

 

 

Quando si è sulla propria Mustang a 300 Km/h, con il sole battente e la polvere del deserto che ti entra nel naso, c'è poco a cui pensare. Ogni secondo a quella velocità è un'insidia: i serpenti a sonagli sono in agguato ma l'adrenalina che  trasmette tutta questa potenza è come una droga. Per il resto ci pensa il rock 'n roll a dire tutto quello che rappresenti in quei momenti. Questo è quello che viene da pensare ascoltando il disco di questi The Mexican Whi-Sky; band italiana di Venezia formata da tre componenti: Demis (batteria), Luke (Bass) e Enrico (chitarra/voce). “Into the Sun” è il loro primo album auto prodotto contenente  nove canzoni, dopo un promo cd di quattro tracce (tra cui presenti in questo album) uscito lo scorso 2008. Si parlava di deserto, polvere, caldo torrido...tutte componenti che band come i Queen of the Stone Age hanno sempre portato nei loro cuori. Infatti i riferimenti alla band di Josh Home e soci sono evidenti fin dall'inizio: suoni sporchi, grezzi, diretti, sabbiosi; con un giro di basso dal suono cupo che primeggia dall'inizio alla fine di ogni brano, con qualche accenno Blues come in “Into the Sun”, dove si sentono diversi cambi di ritmo, al contrario degli altri brani che sono più o meno tutti sullo stesso stile Stoner. Voce graffiante che intona poche frasi ripetute più volte; un suono di chitarra dolce che contrasta con la durezza del Drum&Bass. Ma rimane in ogni caso un disco che ha diverse pecche sia a livello compositivo che, ad esempio, nel cantato di Enrico, molto povero di melodia e potenza, steccando parecchie volte in alcune song, anche se tutto sommato la sua caratteristica vocale si amalgama perfettamente con lo stile dei brani.  Si sente che è un disco auto prodotto ma comunque ci sono parecchie idee buone che si sentono via via che si ascoltano le tracce del disco (molto trascinante “Muse of my music” e “Leaving the Bedroom”) e un talento che questi tre ragazzi veneziani devono assolutamente continuare a coltivare. Un disco consigliato a tutti i seguaci di band del genere Stoner come i Kyuss o, appunto, i QOTSA, non aspettandosi comunque niente di eclatante.Band link: www.myspace.com/tmwsrock

Review by SimoSuicide