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DROPKICK MURPHYS

Going out in style

Cooking Vinyl

 

I Dropkick Murphys sono cresciuti, sono diventati adulti e lo si intuisce dai loro ultimi lavori legati a filo doppio con la loro terra d'origine, l'Irlanda. Questo lavoro lo dimostra in pieno. "Going Out In Style" è un disco Folk con qualche influenza rock-punk, per sentire una canzone con un pò di verve bisogna aspettare la traccia N° 8 "Deeds Not Words" , per me la migliore dell'album. Il singolo che dà il titolo al CD è piacevolmente orecchiabile e scorre via bene. "Memorial Day" sembra una song dei Flogging Molly , "Cruel" e "Broken Hymns" sono Folk a tutti gli effetti e "Sunday Harcore matinee", a discapito del titolo, di Hardcore non ha nulla. Non potevano mancare due "Traditional" ri-arrangiati in chiave moderna che chiudono l'ascolto. Insomma i tempi di "Do or Die" sono molto lontani, non li rimpiangiamo totalmente, prendiamo atto dell'evoluzione del gruppo e continuiamo a seguirli anche dal vivo, dove danno il meglio di se. Aspetto il loro concerto Italiano per commuovermi ancora quando intoneranno la loro versione di "Worker's Song" del poeta operaio Dick Gaughan. Nel disco ci sono partecipazioni illustri come il Boss Bruce Springsteen, Fat Mike dei NOFX, Chris Cheney dei Living End e Lenny Clarke dei Rescue Me. Prodotto da Ted hutt per la Cooking Vinyl esce accompagnato da un Booklet completo di testi e una intro sulla vita di Cornelius "Connie" Larkin veterano della guerra in korea a cui è dedicato il disco. Per info: www.dropkickmurphys.com/connie. Concludendo un lavoro che non deluderà i Fans e che potrebbe acquisirne di nuovi, visto che il Folk stà tirando molto. Giudizio stringato perchè mi aspettavo un pochino di più ma promossi a fine trimestre.

 

Recensione di Luca Casella

TRAVIS BARKER

Give the Drummer Some

Interscope Records

 

Travis Barker è certamente una persona che non è mai scontata. La maggior parte delle persone lo conoscono per il suo martellante lavoro dietro la batteria nei Blink 182 ma il tatuatissimo musicista non è soltanto questo. E’ un affermato stilista rock con un suo brand che spopola tra musicisti e fans dello skate di tutto il mondo ed è un affermatissimo produttore, autore di tantissimi remix di artisti rap, uno tra tutti Busta Rhymes. Sulla vita di Travis, si puo’ tranquillamente scrivere una sceneggiatura di un film che sbancherebbe ai botteghini. Altro che “The Social Network”. Travis è nato poverissimo, ha avuto tutto quello che poteva dalla vita, sposandosi anche alcune volte con donne bellissime ma ha pagato un prezzo altissimo al destino. Tantissimi, ricorderanno il terribile incidente aereo di svariati anni fa in cui morirono quattro persone; Travis ustionato per la maggior parte del suo corpo, combatté una battaglia tra la vita e la morte per un certo periodo di tempo. Ora, tra i vari impegni dei riformati Blink 182, Travis trova il tempo per realizzare il suo primo lavoro solista a suo nome. Ambizione è la parola giusta che mi è venuto spontaneo associare a questo progetto. Già la copertina, disegnata dal notissimo Pinhead (autore delle copertine dei dischi piu’ storici dei Metallica e numerosi altri), ci fa capire che Travis non scherza.

La lista degli ospiti presenti in questo disco è sterminata e comprende ogni tipo di personaggio. Il cd è uscito in varie versioni e la versione in mio possesso contiene ben sedici tracce impreziosite dalla presenza di nomi quali Slash, Corey Taylor, Lil’ Wayne, Snoopy Dogg, Tom Morello, Pharrell e numerosi altri. Premessa doverosa per tutti: dimenticate ogni tipo di sonorità tipica dei Blink 182 e soprattutto, se decidete di dare una chance al buon Travis acquistando il cd, siate aperti di mente e pronti ad ascoltare tantissimi generi musicali. Si parte infatti con la title track “Can a drummer get some”, un rap incessante cantato da Lil’Wayne che rappa su una base dalle sonorità decisamente etniche, impreziosite dall’inconfondibile drumming selvaggio di Barker per poi proseguire sulla falsariga con “If you want to” che vede la presenza di Pharrell e Lupe Fiasco. Il primo ospite rock è Tom Morello, che praticamente rifà tutto quello che fa nelle sue ospitate nei Cypress Hill in “Carry it”, che viene rappata grintosamente da RZA. Il tamarro per eccellenza del rap e prezzemolino in cinquantamila dischi, Snoop Dogg insieme a Ludacris, interviene in “Knockin”, decisamente molto piu’ suadente e tranquilla rispetto alla tripletta iniziale di rap assassino. Il cd continua cosi’, senza particolari innovazioni e comunque su un buon livello di gradimento fino a “Saturday Nights”, pezzo spagnoleggiante che vede la presenza di Tim Armstrong, suo compagno nel side project “Transplants” e soprattutto dell’altro presenzialista della musica, Slash. L’assolo di Slash è assolutamente nella media e certamente non andrà ad annoverarsi negli annali. Canzone senza infamia e senza lode. Si riprende poi con il rap in tutte le sue forme e interpretazioni. La canzone che mi ha colpito maggiormente è “Raw shit”, cantata da Tech9N e Bun B e con un lavoro assolutamente superlativo di Barker in sottofondo. Segnalo prima di chiudere questa recensione anche “ Beat goes on” , dove gli ospiti son i Cypress Hill, molto aggressiva che ti fa saltare e “On my own”, canzone rock aggressivissima e da pogo massiccio, che non c’entra niente con il resto dell’album e interpretata magistralmente da Corey Taylor. Sostanzialmente un disco che non fa gridare al miracolo, che non è niente di innovativo ma che dimostra palesemente che Travis Barker è un batterista coi cosiddetti “contro cazzi” e un artista completo.

 

Recensione di MauRnrPirate

INFINITY OVERTURE

The infinity overture part I

Lions Music

 

Risulta abbastanza difficile trovar qualcosa d'interessante da dire di questi Infinity Overture, nati musicalmente nel 2005 e di ritorno sugli scaffali con la nuova fatica dopo solo due anni di distanza dal precedente “Kingdom Of Utopia”. La musica proposta è un symphonic metal con qualche influenza: un mix tra i nostri Rhapsody (Of Fire), qualche tempo dispari a là Dream Theater, voce femminile in pieno stile Nightwish con qualche cantato growl a chiudere il tutto. Purtroppo l'impressione è stata quella di creare una sorta di Rhapsody con voce femminile con l’aggiunta di qualche ingrediente in più per strizzare l'occhio sia a destra che a sinistra, però tutto questo infinito calderone non mi convince fino in fondo. Sia chiarissimo, fortunatamente il disco in questione è suonato e prodotto in maniera ottima (Sasha e Miro sono una garanzia per questo genere), ma le canzoni contenute non mi hanno conquistato, nemmeno dopo diversi ascolti. Inconfondibile la voce del nostro Fabio Lione ospite nel primo brano “The Hunger” grazie al quale il disco sembra partir bene. Purtroppo tutto si scioglie come neve al sole, peccato: le qualità sembrano esserci, ma ovviamente non bastano... li aspetterò nel II capitolo.

 

Recensione di Andrea Lami

OVERDRIVE

Angelmaker

Lion Music

 

Dopo aver “studiato sulla rete” un po' la storia di questa band ed aver capito che ci troviamo di fronte ad una band che ha trent'anni di storia (non continuativi!!!), mi ha assalito una tristezza incredibile. Si perché trent'anni d'attività non sono proprio pochi, (anzi) e se in tutti questi anni una band non riesce a togliersi di dosso quell'etichetta di ''scimmiottare'' questo o quel gruppo, vuol dire che c'è qualcosa che non va. Come al solito l'album in questione è piacevole, ma questo piacere nell'ascoltarlo è dovuto solamente al fatto che rientra nei generi che ascolto abitualmente e quindi non mi ha provocato nessun prurito. Le fonti d'ispirazione per gli Overdrive sono principalmente gli Iron Maiden, praticamente presenti un po' in tutte le canzoni contenute nell'album, fino ad arrivare al plagio per “Under The Infuence”/“Flash Of The Blade”. Le altre band che tornano alla mente sono i Judas Priest, gli Accept ma anche gli Scorpions negli episodi più tranquilli. Il pezzo meglio riuscito risulta essere la cover “I Know There's Something Going On” di Russ Ballard (autore tra l’altro di “God Give Rock And Roll To You” e “Voices”) e questo è tutto dire.

 

Recensione di Andrea Lami