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DURAN DURAN

All you Need is Now

Edel Records - 2011

 

A distanza di qualche anno dallo sfortunato (in termine di vendite) “Red carpet massacre” e dopo una fortunatissima pubblicazione nello scorso Dicembre in esclusiva solo per I-tunes, tornano sul mercato effettivo, con dei cd “fisici”, i leggendari Duran Duran con “All you need is now”. Dopo aver interrotto il loro contratto con la Epic Records e dopo essersi convinti pienamente che la collaborazione con Timbaland (che tra l’altro fu la causa principale della fuoriuscita del chitarrista Andy Taylor, per una seconda volta dalla band) non aveva prodotto i risultati sperati, la band si trova a ridiscutersi completamente. Il ritorno al loro sound tipico e inconfondibile lo si era avuto solo in parte con il disco della reunion “Astronaut”e gli ultimi pezzi che avevano conquistato completamente milioni di fans in tutto il mondo, erano sinceramente presenti solo in quel pezzo, tranne “Fallin’ down” tratto da “Red carpet massacre”.

Dopo aver convinto l’amico produttore Mark Ronson, famosissimo per aver lanciato una stella quale Amy Winehouse, si mettono al lavoro per ricreare quella magia che ancora oggi conquista legioni di fans in tutto il mondo e influenza parecchie bands nei loro suoni. Un esempio palese, i The Killers, che secondo me non sarebbero mai esistiti senza loro. Rispetto alla versione che ha spopolato letteralmente su I-tunes, questa versione “fisica”del cd contiene svariati pezzi supplementari, tra le quali la meravigliosa “Mediterranea”, che era stata concessa ad uso e consumo, solo del fortunato brand di Steve Jobs, in un momento successivo alle nove canzoni. La fortunata hit “All you need is now” apre le danze. Una composizione che non dispiacerebbe a Trent Reznor o Liam Howlett con parti di sintetizzatori del buon Rhodes, che non ha mai suonato cosi’ aggressivo. La sezione ritmica dei due Taylor è assolutamente precisa e scoppiettante come un chicco di popcorn e le chitarre del “quinto Duran non ancora ufficializzato” Dom Brown intersecano alla perfezione il ritmo danzereccio del brano, che ti trasporta in pieni anni 80, rivisitandoli e aggiornandoli ai giorni nostri. La performance dei Duranies a “Quelli del calcio”, trasmissione cult di Rai Due, il mese scorso, aveva scatenato entusiasmi mai visti per tante bands che vogliono essere alla moda, senza esserlo.

La moda è nel DNA dei Duran Duran e tali germi sono stati trasmessi anche ai figli, visto che la figlia di Simon Le Bon è una modella molto quotata.

Ma torniamo al disco con una canzone che sembra provenire direttamente da “Rio” (chi ha detto “Sound of thunder”, alzi la mano) e con coretti assassini: tale amarcord risponde al nome di “Blame the machines” e penso che i grandi fan della band quali Andy e Morgan possano pienamente gradire. La differenza tra la produzione di Timbaland e Mark Ronson è estremamente diversa: mentre il primo li ha “Timberlakizzati” e adeguati alle sonorità moderne con comunque qualche buon risultato nonostante tutto; il secondo semplicemente sembra dirgli: “Voi siete i Duran Duran. Siete idoli per milioni di fans in tutto il mondo e influenza per tanti musicisti. Non deludete e ricreate la magia.” E Mark Ronson, ci riesce in pieno. “Being followed” che si apre con ritmi altamente new wave e degni dei migliori “The Cure” del passato è la prova che Mark non si è limitato a fare il produttore e ha stravolto quel magico sound. Questa canzone diventerà sicuramente un “sing a long” nell’imminente tour mondiale in partenza, che si spera ripassi in Italia dopo lo showcase segreto a Milano del mese scorso. La band, ricordo è stata scelta dal sindaco di Milano, Letizia Moratti per suonare all”Expo” della Fiera di Milano/Rho del 2015 e questo dice tutto, del peso che la band ha ancora. “Leave a light on” è la ballad del disco. Ballad a dir il vero atipica, con chitarre acustiche e non struggentissima come ad esempio “Ordinary world”. La voce di Simon Le Bon è semplicemente magnetica in ogni parola che pronuncia. Le tastiere di Nick Rhodes riportano invece ad alcune sue partiture usate per la loro ballad piu’ famosa, l’immortale e unica “Save a prayer”. Molto attenti alle varie realtà musicali da sempre, i Duran Duran ospitano vari personaggi all’interno di questo cd. La prima persona che fa capolino è Ana Matronic dei “The Scissors Sisters” (credo che nessun gruppo sia mai stato cosi’ alla page , negli ultimi 10 anni n.d.a) che duetta con Simon in “Safe”, senza rubare eccessivamente la scena all’ora barbuto leader. Un pezzo molto ballabile, nato apposta per futuri remix di Ronson e che vedo molto ballato nei clubs londinesi o newyorkesi. Sicuramente un episodio molto vicino a “Red carpet massacre”ma che sinceramente non è bellissimo come le precedenti canzoni d’apertura dell’album. Il ritmo si mantiene alto con “Girl panic!” che già nel titolo va a riprendere l’idea musicale dietro a “Girls on film”. Chissà se ne faranno un video ipercensurato, pieno di tette e culi in ogni formato, come “Girls on film”. Una delle canzoni che sinceramente ho apprezzato di piu’ nel cd, ballabilissima e pieno revival Eighties. Una breve ouverture strumentale che riprende il ritornello di “All you need is now” , intitolata “A diamond in the mind” è preludio al duetto tra Kelis ( una panterona suadente con una voce a dir poco sensuale ) e Simon Le Bon. Pezzo orchestratissimo che vede anche la partecipazione di un altro apprezzatissimo compositore, Owen Pallet degli Arcade Fire e di un’orchestra vera e propria, The St Kitts string orchestra.

Questo pezzo è il pezzo dove John Taylor, si esprime al meglio col suo basso slappatissimo e funkeggiante. “Other people’s lives” è semplicemente di un’altra epoca. Chiudete gli occhi e rivedrete Simon coi capelli biondi lunghi, John col ciuffone biondo, Nick come sempre truccatissimo e Roger in canottiera dietro le pelli. Certo manca quel amante del vino rosso di Andy,ma anche Dom Brown suona perfettamente nei Duran Duran e non è certo l’ultimo arrivato, viste le innumerevoli collaborazioni di cui cito solo Elton John. Altro pezzo da evidenziare nella lista con un bel pennarello giallo fluorescente. “Mediterranea” dalle sonorità etniche va tranquillamente ad annoverarsi tra le loro canzoni della loro sterminata discografia per qualcuno che voglia un suggerimento delle loro canzoni meravigliose. Semplicemente spegnete la luce, fatevi un The verde, accendete le candele allo zenzero o i bastoncini d’incenso e lasciatevi insomma trasportare da questo capolavoro che vale da solo l’acquisto di questo eccellente lavoro. “Too bad you’re so beautiful” non aggiunge ne toglie nulla all’economia del disco. Ritmo alto, coretto che ti si appiccica addosso come un venditore di rose al ristorante e che ti regala cinque minuti di spensierata allegria. Allegria che permane alta nella successiva “Runaway runaway”, che potrebbe ricordarmi l’incedere della loro “Last chance on the starway”, con le chitarre di Dom Brown assolutamente padrone della scena. Inoltre verso i due minuti c’è un cambio di ritmo che praticamente solo pochi riescono a riprodurre in modo dignitoso. “Return to now” non è altro che un’altra ouverture che va ad introdurre la conclusiva (perlomeno nell’edizione normale del cd, visto che nell’edizione deluxe c’è un altro pezzo) “Before the rain”. Avete amato “The chauffeur” e il suo video in bianco e nero? Bene, questa fa per voi. Assolutamente eterea e con parti orchestrali veramente toste. Un cd che ogni Duraniano/a deve avere assolutamente. Un cd a cui ha lavorato , insieme a loro, anche Nick Hodgson dei Kaiserchiefs. Un ritorno assolutamente gradito e spettacolare, senza un episodio deludente.

 

Recensione di MauRnrPirate

THE STROKES

Angles

Rough Trade/Rca – 2011

 

Quando ormai le speranze per un nuovo lavoro in studio dei “The Strokes” erano ridotte al lumicino, ecco invece arrivare sul mercato discografico questo “Angles”. Sono un fan della band, l’ho apprezzata visceralmente nei due dischi d’esordio, mentre mi avevano deluso non poco nell’ultimo “First impressions on earth”. La band è riconoscibilissima tra tante, vuoi per il cantato inconfondibile di Julian Casablancas, vuoi per le chitarrine di Nick Valensi e anche per il bel drumming pulito e potente allo stesso tempo di Fabrizio Moretti, noto anche ai settimanali scandalistici per essere stato diverso tempo insieme a Drew Barrymore. Eredi certamente dei Velvet Underground, con un look iperfirmato e tagli di capelli all’ultimo grido, gli Strokes hanno saputo raggiungere ogni traguardo in campo musicale e probabilmente sia le troppe pressioni e sia la voglia di tentare qualcosa diverso dal loro sound iniziale con svariati progetti solisti, li ha fatti un pochino deragliare dalle rotaie. Probabilmente questo album è anche una scusa per poter riprendere l’attività live che tra l’altro li vedrà protagonisti su palchi prestigiosi quest’ estate quali Reading e Leeds in Inghilterra e al Summer Sonic in Giappone. Attività live , che era comunque ricominciata l’anno scorso, con uno show segreto a Londra e un’esibizione al prestigioso “Isle of Wight Festival”. L’album ha una lunga gestazione ed era stato annunciato già due anni fa alla stampa , con periodici raffreddamenti di facili entusiasmi sull’effettiva pubblicazione o meno, in varie dichiarazioni successive di Casablancas. Dieci canzoni nuove, tentano di rinverdire e dare smalto alla fama della band.

Si parte davvero bene con “Machu Picchu”, molto reggaeggiante e suonata come sempre alla grande da una band , che in fatto di tecnica è davvero di un altro livello. Una composizione che in talune parti mi ha ricordato i vecchi lavori di una defunta band australiana, i Men at Work, che spopolavano negli anni Ottanta. Il primo singolo “Under cover of darkness”, che ha anticipato il disco il mese scorso, è la seconda traccia del disco. Chiare celebrazioni auto celebrative della loro canzone piu’nota “Someday” affiorano prepotentemente per tutto il brano, per altro piuttosto deludente e che di certo non si fa ricordare per l’originalità globale, ma piuttosto per il tentativo di Julian Casablancas di esplorare nuove tonalità vocali. Se invece avete nostalgia dei troppo sottovalutati “The Cars”, ascoltatevi l’attacco di “Two kind of happiness”, che poi si perde via in alcuni frangenti con sovrapposizioni di carattere etnico, che personalmente indeboliscono una canzone decisamente sopra la media. La psichedelia, la musica dei Balcani e la new wave piu’ sfacciatamente anni Ottanta, convivono invece in “You’re so right”, uno dei pezzi piu’ strani che abbian mai composto e che si basa molto sulle chitarre distorte di Hammond Jr e Valenzi. “Taken for a fool” è sicuramente il pezzo (secondo me) maggiormente riuscito di questo lavoro. Non snatura il loro inconfondibile stile, è molto ballabile e cafone allo stesso tempo e la voce di Casablancas è la degna depositaria delle lezioni vocali di illustri luminari come Lou Reed, Tom Petty e altri che hanno fatto del cantato “nasale” il loro trademark. “Games” è invece un pezzo assai brutto e personalmente penso sia l’ennesimo tributo, trito e ritrito, ai Muse. Peccato solo, certe parti stile videogioco da sala giochi anni Ottanta e un senso di dejavu’ e noia, che caratterizza questa canzone. Preferisco sorvolare su episodi come le successive “Call me back” e “Gratisfication”, pezzi che sembrano dei demos e finiti sull’album per riempirlo e non abbellirlo. Fortunatamente il livello dell’album ritorna su standard consoni al nome “The Strokes” con l’oscura “Metabolism”, molto aggressiva ed eterea allo stesso punto. Album che viene chiuso in maniera dignitosa da “Life is simple in the moonlight”, pezzo che sembra nato specificatamente per la sede naturale del live e che ti fa venire voglia di un bel lounge bar in qualche quartiere di New York.

Un disco che sicuramente bruttissimo non è, ma che non avvicina proprio il leggendario esordio di “Is this it”.

 

Recensione di MauRnrPirate