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DEVILDRIVER

Beast

Roadrunner Records - 2011

 

Dopo la consueta "pausa" di un anno, regolare dal 2003, loro anno di formazione, puntuali come sempre, tornano, con il loro quinto album, i Devildriver e decidono di farlo nella maniera più cattiva e violenta possibile, infatti, Beast (e mai titolo sarebbe stato più azzeccato) segna un'inversione di rotta della band di Dez Fafara che nel precedente Pray for Villains aveva invece deciso di far forza su melodie e tempi che si addicevano più che altro alla corrente MetalCore di contaminazione più europea che statunitense. Ecco, se vi aspettavate un seguito sulla falsariga della release precedente, avete sbagliato in partenza, infatti quello che ci propone il quintetto di Los Angeles è un disco di dodici tracce pregno di cattiveria, violenza, ritmi serrati e suoni monolitici che si rifanno un po' a quelle che erano le prime release della band senza lasciare all'ascoltatore molti spazi per poter respirare. Quello che più mi lascia a bocca aperta è la frequenza frenetica con cui la band continua ad alternare riff su riff senza far perdere omogeneità, tiro e violenza ad ognuna delle tracce che compone questo album. Da segnalare è sicuramente la "chicca che non ti aspetti" ovvero una cover dei Sixteen Horsepower, gruppo country-rock di Denver che, prima di arrivare al loro scioglimento nel 2005 pubblicarono Black Soul Choir, che Dez e soci hanno ben pensato di rivoltare come un calzino rendendola quasi del tutto irriconoscibile. In conclusione, se avete bisogno di un disco che contenga songwriting pressoché moderno ma con la violenza e la cattiveria tipica delle band estreme di qualche anno fa, allora comprate Beast e non ve ne pentirete di certo.

 

Recensione di Mattia Jay Giambini

LA FONDERIE

Downtown Babele

Autoproduzione / Halidon - 2011

 

Orrore !! La prima voce che le nostre orecchie colgono e che fa da intro è quella di un tale Bruno Vespa cui seguono altre gracchiate tristemente note quali quella di Sgarbi, della Elia, ecc., la cui finalità unica è di introdurre la prima track “Cosa guardi in TV?” un breve escursus sulle scempiaggini che ci propinano, soprattutto durante le ore del pranzo e della cena. L’orrore finisce qui, per fortuna, il resto è tutta un’altra storia. Sorprese dopo sorprese si susseguono gli undici brani, davvero differenti tra loro, che parlano idiomi misti così come lo è il loro sound (da qui la Babele del titolo) ma con un rock presente sebbene sfumato che fa da addensante e collante. I brani scorrono, tra buoni armonici e testi spessi così, con un po’ di influsso di Bluvertigo e di Afterhours, ma è un dettaglio, la personalità è tanta, e questo non può fare altro che piacere. Dopo tre tracce abbastanza veloci, la quarta “Dimenticar l’aria” con il suo rock pop lento rilassante, parole profonde e una voce che si mixa all’effetto acustico creandone un tutt’uno, ci concede una pausa, ma è solo un attimo, si riparte con “Giorni da vendere” dando una sferzata di energia, il tutto sempre dentro le righe, mai esagerato, il risultato è rilevante, alcune tracce sono più compatte di altre sia in sonoro che in versi, si torna al lento con la bella “Tutto il tempo che mi dai”, che chiude coi lievi fiati, restiamo ancora sul soft ma più rock con la lunga “Come scivola un vestito” e il suo sound ottanta/novanta darkeggiante.Torniamo al rock di “Autostrade” dall’intro light sempre di provenienza eighty, una sferzata al suono tiene fino alla chiusura. In ogni caso questa seconda parte dell’album resta più lenta e di un cupo da new wave. “Il gigante” mette la parola fine con eleganza mai invadente. Sì, questi cinque milanesi nati artisticamente un paio di anni fa in un garage nella zona Naviglio Grande a Milano, amano prima di tutto sperimentare e non lasciarsi cadere nel vortice dello scopiazzamento tout court. Il pop rock di facile grip che ne esce non è mai scontato, anzi, ne fa scaturire un lodevole lavoro consigliato, e allora indossiamo i nostri Ray Ban “che ci offrono uno splendido riparo da chi cerca di capire senza sapere ascoltare il soffio del vento” e cavalchiamo le onde dell’ascolto, ne saremo ripagati, “gli altri se ne vadano affanculo”. Line-up: Paride Sommo_voce; Paolo Scaglia_chitarra; Davide Borroni_chitarra; Enrico Fossati_basso; Mattia Martini_batteria. Link: www.youtube.com/lafonderie ; www.myspace.com/lafonderie

 

Recensione di Margherita Simonetti

M.ILL.ION

Sane & Insanity

Metal Heaven - Frontiers Records - 2011

 

I M.ILL.ION sono di Goteborg in Svezia e non sono certo un gruppo alle prime armi. Attivi fin dal 1989 e hanno sfornato, con questo Sane & Insanity, la bellezza di 7 album. A certificare che non sono dei novellini il fatto che la loro attività live li ha portati ad aprire per nomi altisonanti come MSG, Magnum, Halford, Nazareth, Status Quo e Saxon, solo per citarne alcuni. Le loro influenze principali vanno a pescare nel rock di Thin Lizzy, Deep Purple, Whitesnake, Rainbow che viene coniugato ad un certo Aor di classe. Ma veniamo all’album in questione. Dopo un breve intro (Sea Of Fate) si parte con Cry To Heaven, brano che strizza l’occhio a sonorità nettamente commerciali. Ulrich Carlsson, il cantante, possiede una bella voce che da il meglio su toni prettamente bassi e melodici, ottimo il nuovo chitarrista Andreas Grövle, che dimostra già di trovarsi a proprio agio nelle sonorità del gruppo. Il Secondo pezzo, Everyday Hero, ha un ottima carica! Hard Rock di classe con un grande ritornello. Buona anche la sezione ritmica che risulta molto precisa e potente. Bella anche Tomorrow Never Dies, che mi ha ricordato i 1st Avenue (gruppo cult dell’Aor). Il Brano è dotato di una buona linea melodica, dove Angelo Modafferi (tastiere e nuovo innesto della band) compie un ottimo lavoro. Raise My Glass è un anthem hard rock dove le chitarre spadroneggiano supportate da una linea melodica accattivante. Ancora molto buona la prestazione del singer e nota particolare per i cori davvero ben riusciti. La track numero 6 è quella che da il nome all’album. Intro di tastiere che prepara il terreno ad un mid-tempo d’atmosfera. Ottimo il solo di chitarra che si fa apprezzare non tanto per la velocità d’esecuzione quanto per il la linea melodica che ricama. Hell’s Gate è la classica cavalcata hard rock, supportata da un buon riffing di chitarra e da un ottima sezione ritmica. Under My Wings è forse il pezzo che mi è piaciuto di più. Introdotta dall’urlo di Ulrich Carlsson parte veloce e diretta. Ritmo incalzante, tanta melodia e ottimo ritornello fanno di questa song un piccolo gioiellino. Discreta Fuel To My Heart, la prima power ballad del cd che ancora una volta mi ricorda i già citati 1st Avenue. Si ritorna a pigiare il piede sull’acceleratore con Drama Queens. Pezzo tirato dall’inizio alla fine con doppio assolo (tastiere/chitarra), quando i M.ILL.ION vogliono picchiare duro sanno proprio farlo bene. Bellissima la seguente Test Of Time molto vicina alle sonorità hard rock vecchio stile (vedi Deep Purple). Hate e Seize The Day concludono questo Sane & Insanity con la loro solita carica hard rock fatta di riff granitici, tastiere in bella evidenza, assoli ben congeniati e ritmo stile cavalcata.

Tutto sommato questo settimo platter dei M.ILL.ION è un lavoro gradevole che si lascia apprezzare per le sue ottime linee melodiche e per la potenza che riesce a sprigionare. Bisogna però anche dire che l’originalità non è proprio il loro forte. Sane & Insanity è un buon cd, prodotto alla perfezione con musicisti preparati ma che non sarà certo ricordato come una pietra miliare del genere. Consigliato a chi ama l’Hard Rock made in Scandinavia e ai devoti dell’Aor.

 

Recensione di Fabrizio Tasso