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MICHAEL MONROE

Sensory Overdrive

Spinefarm Records – 2011

 

Michael Monroe torna sul mercato discografico con un cd di purissimo, bastardo, grezzo, rabbioso rock n’roll. Un cd che sto ascoltando tantissime volte questi giorni. Ogni volta che lo metto nel mio lettore, son letteralmente a bocca aperta. Michael non ha di certo inventato l’acqua calda con questo cd che è degna prosecuzione dei suoi piu’ alti picchi come artista sia come solista sia soprattutto con i suoi gruppi (Hanoi Rocks, Jerusalem Slim e Demolition 23) . Piuttosto ha saputo di nuovo creare quella magia e quell’energia che solo lui e pochi altri rockers autentici sanno trasmettere con le loro composizioni. Undici tracce che vanno a toccare vari generi e dove troviamo accanto a lui musicisti di indubbio valore che non vogliono certo recitare la parte di attore non protagonista nel bel film che Michael ha saputo ricreare, creando musica, in questo cd. La coppia di “guitar heroes” formata da Steve Conte e Ginger è garanzia totale di talento, genio e sregolatezza, mentre la sezione ritmica è formata dal fido Sami Yaffa(che oltre ad aver militato negli Hanoi Rocks, l’ha accompagnato in svariati progetti) al basso e dal batterista Karl Rosqvist, ex Danzig. Le prime due canzoni “ Trick of the wrist” e “78”son tipicamente anthem s sleaze-punk ai massimi livelli. Indubbiamente entrambe le canzoni hanno un ingrediente in piu’ rispetto ai precedenti lavori solisti del biondissimo e sempre in forma smagliante Michael e tale ingrediente ,sapientemente segreto e praticamente inimitabile è dato dal rossissimo Ginger. Decisamente l’energia e il modo di abbracciare un po’ tutti gli altri generi dei Wildhearts fa capolino nei due brani. Il ritmo, si velocizza ancora di piu’ con “Got blood”, pezzo iperveloce dove le rullate di Karl e i riffs assassini di Ginger, dominano la scena. Michael canta in modo molto veloce e con la grinta di un ragazzino.

Il bello che questo personaggio ha avuto soddisfazioni molto grosse dalla musica, quanto dolorose perdite (Razzle non ti dimenticheremo mai) ma ogni volta, difficilmente sbaglia a centrare il bersaglio. Certo, probabilmente a mio avviso, gli ultimi lavori degli Hanoi Rocks erano un po’ sottotono e con questo suo progetto, Michael ritrova tutta la grinta possibile. Un episodio molto radiofonico “Superpowered superfly”, tra Soul Asylum e Tom Petty continua a gettare carbone nella sala motori del treno “ Sensory Overdrive”. Tale canzone ricorda molto da vicino, talune produzioni presenti in “Not fakin’it”. “Modern day miracle” è aperta da un riff martellante e preciso come un soldato di “Medal of Honour” e ti spazza via ogni resistenza. Posso dichiararmi ufficialmente prigioniero dell’esercito Monroe che semplicemente in questa versione e dopo svariati live insieme è semplicemente vincitore su tutta la linea. Inoltre son convinto che quel coretto “Shut up” diventi uno dei favoriti ai suoi concerti che si terranno a Maggio in Italia. Un branco di piranhas lasciati senza cibo da una settimana potrebbe fare meno male che le note di “Bombs away”, una canzone che solo band nuove di sleaze e street saprebbero comporre, prese a vedere se il kajal sta meglio in questo o quel altro modo o se la depilazione del petto è riuscita in modo eccelso e sbavature. Ritmo che rallenta di parecchio con “All you need”, con i tipici coretti degli Hanoi Rocks e con quel senso di “Everlong”dei “The Wildhearts”, che riaffiora qua e là nel corso del brano. Un brano molto radiofonico o perlomeno che una radio intelligente e non schiava del mercato e delle sue marionette, trasmetterebbe in heavy rotation. Un altro brano molto grintoso e senza sbavature è invece “Later won’t wait”, impreziosito dal sassofono di Michael che domina la scena ad un certo punto e che poi introduce la stessa canzone ripresa a velocità maggiore che le battute iniziali. In ogni disco c’è sempre qualche sorpresa e qualche personaggio che non crederesti mai presente: in questo caso tale sorpresa è la cantautrice country americana Lucilla Williams. Un duetto molto riuscito a dir il vero anche se sinceramente al primo ascolto, ti lascia un po’ spiazzato e sinceramente un po’perplesso. La migliore canzone dell’album è decisamente “Center of your heart”. Michael semplicemente indiavolato nel cantato, le chitarre di Ginger e Steve si sfidano in un duello al fulmicotone, il basso di Sami pompa adrenalina ogni secondo e la batteria di Karl è un motore che spinge al massimo .

Non si potrebbe chiudere un album senza un presenzialista: Lemmy. Negli ultimi anni, tra Slash,Airbourne,Probot, ce lo troviamo in tantissimi dischi o video. Nel pezzo “Debauchery as a fine art”(mai titolo fu piu’azzeccato per questi due amanti di ogni tipo di eccesso) si limita principalmente a fare i cori tranne in poche battute in cui sfida a duello Michael. Anche questo una perla assoluta. Rockers, fatevi del bene.. compratevi questo album ma soprattutto andate a vedere Michael Monroe a Maggio. Trovate i dettagli delle date qui.

 

Recensione di MauRnrPirate

YUT

Yut!

Smoking Kills Records / Halidon

 

Esordio per i milanesi YUT con l’omonimo album che pare uscito da un film in bianco e nero, queste le tinte che lo rappresentano. I testi, un po’ tutti uguali e cupi, esprimono rabbia , rammarico, desolazione, il tutto per un rock sporcato dall’elettronica che oggi va di moda, sembra lo si faccia per rinnovare e rinfrescare il rock, anche se non è che lo si ritenga per forza necessario. La voce bassa e tenebrosa dà senso all’armonico in genere, anche se pecca di mancanza di energia e sprint. In ogni caso quello che ne risulta è un album dal sound electro-rock cupo, spesso mono-tono come il buon vecchio dark richiede(va), sostenuto dalle pelli e da strumentazioni valide. Ultimamente la new wave sembra stia risbocciando come fosse un genere a cui appigliarsi quando non si ha fantasia, ma Bauhaus, Joy Division, Sisters of Mercy and Co. per andare sull’internazionale oppure i (primi) Litifba e i Diaframma per citare due band di casa nostra, stanno bene dove sono, e difficile è emulare tali divinità, ma soprattutto l’antagonismo non lo si ritiene necessario, lì c’è già tanta “robba”, soprattutto se si pensa che dopo venti / trenta anni circa sono ancora loro gli idoli indiscussi del genere. Qui, quasi ogni intro alle dieci tracks viene da lì, richiama il tono cupo più Sisters of Mercy che Bauhaus, in ogni caso, è da quel post punk gothic rock e darkwave inglese che si attinge come la manna. La bella track “Intro (Il metodo Stanislavskij)” very eighty/ninety, quasi tutta in armonico, con il cantato dal minuto 3:21, introduce al cupo darkeggiare. Si prosegue sulla stessa lunghezza d’onda , con alcuni brani di maggiore spessore, quali “L’incredibile” e il suo electro new wave sound, “Nudo”, che prende spunto dalle perle della band di Peter Murphy, “Martin Eden” e la molto profonda e densa, forse la migliore “Luminoso e Nero”, che chiude con sentito pathos un lavoro che richiede di alcuni ascolti per essere assimilato nella sua totalità al fine di non dare un giudizio veloce e troppo semplicistico. Questo esordio andrebbe personalizzato così da rafforzare le buone potenzialità del progetto YUT, dove sicuramente lo spessore c’è, negli anni che furono il successo sarebbe stato assicurato, ora urge svecchiamento (quasi) immediato. Link: www.yutnet.com ; www.myspace.com/yutband . Distribuzione digitale: BELIEVE

 

Recensione di Margherita Simonetti

MAUVE

The Night All The Crickets Died

Face Like a Frog Records / Venus

 

Cosa significa indie ? Estratto da Wikipedia (che precisa la distinzione tra la musica indie e l’indie rock): “Il termine musica indie (neologismo della lingua inglese derivato dalla contrazione del termine independent) è riferibile ad un insieme di generi musicali caratterizzato da una certa indipendenza, reale oppure percepita, dalla musica pop e da una cultura cosiddetta mainstream (cultura di massa), nonché da un approccio personale alla musica stessa”. Vado avanti….”Il termine Indie è spesso confuso con il tipo di suono prodotto dal musicista quando è in realtà il modo in cui il suono è presentato o prodotto. Infatti, esso è spesso associato a un artista o a un gruppo che non fa parte della cultura mainstream o che fa musica al di fuori dell'influenza della stessa. Sebbene lo stile musicale di questi gruppi possa variare molto, tale associazione deriva infatti da un atteggiamento tipo "fai-da-te" e dall'abilità di lavorare al di fuori delle grandi corporations”. Proseguo …”Tale espressione viene utilizzata per ricomprendere tutti quegli artisti musicali che non firmano contratti con le cosiddette etichette major”. E qui mi fermo. Ecco, uscire dalla cultura di massa, questo è indie in primo luogo, non omologarsi, questo è indie in secondo luogo, fare musica alternativa, questo è indie in terzo luogo... Si potrebbe intendere l’indie rock, ossia quel genere nato a cavallo degli anni 80/90 in UK e negli USA, comunque sempre di alternative si parla, si potrebbe anche intendere il non firmare contratti con le major, e ci siamo, se consideriamo come major la Emi, la Sony, la Universal e la Warner, e facciamo come se le altre etichette non esistessero, le snobbiamo proprio. Ora, tutto questo per dire che, definire una band indie è una grossa responsabilità, visto che alla band stessa è richiesta una soggettività inusuale e fondamentale a prescindere. I Mauve di indie hanno poco, perché quello che manca di più è proprio la tanto richiesta personalità nonostante l’indiscutibile e indiscussa professionalità. L’album, fresco d’uscita e con lunga gestazione, “The night all the crickets died”, ci fa trascorrere quarantacinque minuti circa di ascolto di buona musica, ben strutturata, con buoni armonici, con testi (in inglese) abbastanza interessanti e con voci intonate, il tutto però senza il condimento, ossia senza quella emozione necessaria per gustare il piatto completamente. Il disco è veloce, le tracks migliori sono la prima e l’ultima che portano lo stesso titolo “The solitude of the ship (I)” e “The solitude of the ship (II)”, come sigillo di valida apertura e chiusura. Nota di merito l’ha “Ludovico”, dall’ intro di batteria consistente quindi basso e chitarra in risalto e voce alla Peter Murphy (si esagera, ma è per fare intendere il genere), “Summer shade” un lento alla Cohen con cori di poco spessore, segue la più rock “Grasshopper in your hands” e “Hang_over” dove il cantato femminile dall’inglese sempre un po’ forzato non spacca, è troppo stridente, invece quello maschile risulta essere più pieno, nel pezzo. Con “Black dogs” abbiamo la certezza che il pozzo dei desideri da cui si attinge è ancora quella new wave a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta, facendoci intuire che sembra che non si sia più in grado di inventare nulla di nuovo, ancora da lì, dai soliti Ian, Peter, Robert Smith & Co., che non danno, ma tolgono, in questo caso completamente, la personalità. Ciò non significa che l’album non sia interessante, anzi, è solo poco personale; le basi sono state gettate, ora non resta che proseguire, su e giù dal palco, come i rockers (stavolta di casa nostra) insegnano. Line-up: Carlo Tosi (chitarra e voce), Alberto Corsi (chitarra e noise), Elda Belfanti (batteria e voce), Matteo Frova (basso). Link: www.myspace.com/feelmauve

 

Recensione di Margherita Simonetti