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THE POODLES

Performocracy

Frontiers Records

 

E' in arrivo dalla Svezia, binario 4 e non a caso, il nuovo lavoro dei The Poodles e che segue in perfetta sintonia i tre precedenti "Metal Will Stand Tall" (2006), "Sweet Trade" (2007), e "Clash Of The Elements" (2009), senza dimenticare il live "No Quarter" uscito lo scorso anno; l'imminente "Performocracy", in uscita per la Frontiers, unisce nel titolo le due parole Performance/Democracy e che porta il significato di "The Power of Performance or Rule by Performance" e presenta 13 tracce di innato e inconfondibile stile che da 5 anni Jakob Samuelsson frontman dalla voce calda e graffiante, Henrik Bergqvist l'ottimo guitar man, Pontus Egberg l'aitante bassista e Christian Lundqvist l'energico drummer, offrono attraverso un consolidato melodic/hard rock accattivante e sopraffino allo stesso tempo e che porta le radici dei connazionali Treat, ma con grande e rispettabile personalità. E allora tutti in carrozza destinazione "Performocracy" e con permanenza al vagone ristorante per gustare il ricco menù di 13 portate: si inizia con le atmosfere orientaleggianti di "I Want It All" per una track brillante e impreziosita da un azzeccatissimo chorus, il detto recita "chi ben comincia è già a metà dell'opera" e il quartetto svedese ha già stupito con "la prima" per poi proseguire con il rock puro e cristallino di "Until Our Kingdom Falls", anche qui il chorus è autentica poesia come il solo di Bergvist e il finale. Un breve giro acustico e parte la piacevole carica di "Father To A Son" per un'altra emozione move style senza fine e credetemi, ci troviamo di fronte a una Signora band e che si conferma tale con la successiva "I Believe In You" di sonorità rock più tranquille, ma sempre di classe eccelsa. E adesso giù il cappello perché arriva "Cuts Like A Knife", singolo principe e meritevole di tale titolo per 4 minuti e poco più di elegante e coinvolgente maestria, adoro il piano che apre e chiude la presente chicca per poi lasciare spazio alla prima ballad dell'album "As Time Is Passing", dove la voce di Samuelsson arriva dritta al cuore come una freccia lanciata delicatamente e dalla quale non vorremmo mai separarci. Anche se solo in piccola parte "Love Is All" mi ricorda le atmosfere di uno tra i brani più celebri del passato: "You're In The Army Now", bellissimo il chorus che lascia immaginare immense distese e dove numerose file di soldati si muovono per portare messaggi di pace, purtroppo la realtà non è questa, ma visto il titolo della traccia permettetemi l'auspicio che la stessa potrebbe omaggiare se pur simbolicamente, ci tenevo a sottolinearlo augurandomi fortemente di mettere d'accordo tutti. Ancora sano e nutriente rock con le più che interessanti sonorità di "Your Time Is Now", fantastico l'intermezzo soft e il solo che segue non è assolutamente da meno e, udite udite, ospite d'eccezione Mr. Joey Tempest!! Da sballo l'intro di "Action" per una traccia che ricorda il David Lee Roth solista, naturalmente in original Poodles style e a tal proposito ecco l'apoteosi di "Bring Back The Night" avvalorata da un chorus melodicamente teatrale che già si presenta all'inizio accompagnato da un arpeggio di grande effetto, ottimo il giro ritmico a sei corde, altrettanto ottima la strofa a tutto rock e il solo che rafforza l'epicità di un'originalissima, appunto, melodic/rock song. Un menù che fino ad ora ha confermato senza dubbio tutte le premesse e continua a omaggiare prelibatezze inimitabili anche con la frizzante ed energica "Vampire's Call", altra potenziale hit radio e che i cori rendono ancora più tale per poi arrivare al doppio dolce finale con le altre due ballads dell'album "Into The Quiet Nights" e la conclusiva "Don't Tell Me" di atmosfere rockeggianti, ma non per questo meno intense della già citata "As Time Is Passing". Siamo arrivati al termine di questo incredibile viaggio, ma prima di scendere e correre ad acquistare il cd trovo doveroso aggiungere che la line-up non è sempre stata la stessa in quanto Henrik Bornqvist ha sostituito alla chitarra Pontus Norgren dopo i primi due lavori e adesso, "Perfomocracy" arriviamo!! E' vero che c'è tempo fino al 15, ma un capolavoro di così pregevole e spiccato valore merita la pole position assoluta e ci aspetta anche l'imperdibile sito web: www.poodles.se

 

Recensione di Francesco Cacciatore

PAJARRITOS

Sauce Wars 

Autoproduzione/Self

 

L’artwork tamarro ha poca congruenza con i brani contenuti nel terzo e nuovo dance album della crew dei vigevanesi PAJARRITOS, abbastanza raffinati, curati e non lasciati al caso. Undici tracce tutte (tranne una) sullo stesso filone funky, per dichiarare che questo genere qualche fiammella di vitalità ancora ce l’ha. SAUCE WARS, che chiude (forse) la supposta trilogia iniziata nel 2007 con THE SAUCE MOB e proseguita l’anno successivo con SAUCE INVADERZ, è una sauce di facile e ben strutturato ascolto, dove il collante funk unisce il fluire in quella guerra nello spazio contemplata nei testi in inglese (tranne uno) con inserti in italiano qua e là. Il buon vecchio funky soul è qui sporcato da chitarre, fiati e campionature, virando anche verso il rock per dare un tocco di graffiante e cattivo al lavoro tutto, senza scordare l’hip hop e un pochino di rap. Il mix partorisce un non-genere ballabile, che diffonde energia e colore. L’album apre con “Pyramid”, che dà senso alla cover grezzissima, e col suo riff “older that the pyramid” prende subito, segue il pezzo “Fu#k” cantato in italiano, l’unico, e prosegue stando nel funky style un poco alla Paolo Belli e i suoi Ladri di Biciclette (“Ghost upstairs”), per poi andare verso “Pol’s boutique” senza cantato, e riprendere con due voci la bella “My funk”. Via via le tracce scorrono, alcune con fiati in primo piano, altre con le vocals in evidenza, quella femminile alta, intonata così come quella maschile, seguendo uno stile che richiama Nina Zilli e Giuliano Palma, solo per lo stile però, intendiamoci. Purtroppo la title track, che è anche quella che chiude il lavoro, sembra un po’ fuori tema per usare una terminologia da professore di liceo che correggendo il compito in classe capisce che non è stato rispettato l’argomento, è un 7 min e 4 secondi di rock senza cantato ballad style con elettronica spruzzata qua e là, che richiama i vecchi dinosauri del rock, e non si riesce a vedere l’annesso e il connesso col resto. E’ un genere totalmente diverso e che qui ci sta come i cavoli a merenda. Il disco chiude con una perla tratta dal mitico “Grosso guaio a Chinatown” di John Carpenter: “Abbiamo fatto tremare i pilastri del cielo, non ti pare? Puoi dirlo forte. Sì lo dico forte”… A parte ciò, stabilito che ancora una volta la black music in questo genere la fa sempre da padrona, qui il senso c’è e la direzione è giusta: sempre dritto. Link: www.pajarritos.net ; www.myspace.com/pajarritos ; www.facebook.com/pajarritos

 

Recensione di Margherita Simonetti

LA VICTORIA

LA V.

Autoproduzione / Wondermark

 

La release è datata 18 Marzo 2011, anticipata da “ In fuga da me”, singolo inserito poi nel full lenght LA V. del progetto musicale LA VICTORIA. Ammettendo che il primo ascolto ha destato perplessità, è dal secondo in poi che il giudizio diventa inderogabile: segno positivo. Un lavoro che si snoda in dodici tracce che emanano maggior forza nella prima metà (e mezza) dell’album, ma che non ha cadute di stile mai, fino alla fine. La prima song “Ritento, sarò più fortunato” parte con un leggero swing anni ’60 e poi ci spara quel rock’n’roll che risulterà essere l’anima della band. Segue la traccia di cui abbiamo parlato all’inizio, che è un pop radiofonico semplice e tratta di fughe tardo adolescenziali. L’armonico si sviluppa tra un rock’n roll giovane e sprintoso e un pop allegro e vivace. L’insieme delle strumentazioni denota coesione nonostante la giovane età anagrafica della formazione, e la voce è intonata, non sensazionale ma ben miscelata con il sound e con i testi. “La grande ingiustizia” ruba l’intro a quei Franz Ferdinand d’oltremanica maestri di lifting e inventori del genere, chapeau a loro, decretandola una delle tracce migliori dell’album. Segue un lento, “Anna Moore” che ci sta bene, così come la dolce ballata “Bambola russa”. Poi torniamo in terra inglese, per una song molto Brith Pop anni ’90 “La finale”, alla Blur, andando verso la chiusura, che come si è detto in introduzione è un po’ sottotono, ma mai scadente. Il fatto che si sia utilizzata la lingua italiana ne fa apprezzare i testi, semplici e avvincenti, fuori dall’ordinario, meno male, diretti e per nulla esigui, anzi con carattere. Non c’è che dire, un posto in quel panorama alternativo underground se lo meritano, anche solo per l’originalità e per il tentativo di svecchiamento del rock n’ roll italiano, senza la presunzione di inventare nulla, ma di fare bene quello che a loro riesce bene. Una nota importante è che la traccia “7” fa parte della colonna sonora di un film del regista Francesco Bruni, “Scialla”, di uscita imminente. Line-up: Ermanno Finotti_voce; Federico Nardelli_chitarra e voce; Valerio brunoli_chitarra; Dario Gambioli_basso e voce; Gianluca Neroni_batteria. Link: www.myspace.com/lavictoriaband ; www.facebook.com/lavictoriaband

 

Recensione di Margherita Simonetti

VAINS OF JENNA

Reverse Tripped

Cleopatra Records

 

I Vains of Jenna ritornano sul mercato discografico con un nuovo cd di covers e soprattutto con un nuovo cantante Jesse Forte, che ha preso il posto del dimissionario Lizzy DeVine. I due frontman son estremamente diversi sia nell’impostazione vocale, quanto nel look. Indubbiamente la voce di Jesse è sicuramente piu’ settantiana e meno viziosa di quella del buon Lizzy. Dimenticatevi in questo disco le sonorità sleaze che li hanno resi molto popolari grazie a brani quali”Lit up/let down” o “Noone’s gonna do it for you” e godetevi una band che tributa omaggio a tanti brani storici, rivisitandoli con assoluta maestria in alcuni frangenti e facendo rimpiangere gli originali in altri momenti. Molti sicuramente son rimasti un attimino spiazzati dall’opener “Fuck you”, canzone lontana anni luce dal loro sound e molto radiofonica. Cover di Cee-Lo Green, un rapper che va per la maggiore e rifatta completamente da capo a piedi in una versione che sicuramente Tom Petty apprezzerà. Solida e compatta è anche la loro versione del classico di Eddy Grant “Electric Avenue” che vede la presenza di Frukwan dei Grave Diggaz. Il disco man mano prosegue con momenti molto simili agli originali, come “Get Back” dei The Beatles e una versione stravolta del megaclassicone “Smoke on the water”, quasi irriconoscibile non fosse altro per le parole del testo. Molto rallentata e che impieghi un attimo a digerire. Presente il buon polpettone della nonna? Ecco, avete l’idea di cosa vi aspetta, quando parte questa canzone. Nicki Kin, il loro chitarrista ha detto di non prendere troppo seriamente il disco e di considerarlo come covers rifatte per divertirsi e certamente il divertimento non deve essere stato poco in studio, quando han risuonato il classico dei “The Zombies”, “She’s not there”. Grinta e passione che si miscelano in un risultato convincente. L’immancabile “California dreamin” dei The Mamas and The Papas, che i piu’ attenti ricorderanno anche come “Ti sogno California”dei Dik Dik , non aggiunge molto all’economia del disco ma certamente fa capire che il nuovo acquisto Jesse è davvero bravo su disco. Loro ormai son californiani acquisiti o quasi e presenteranno il loro disco in un party esclusivo a Los Angeles ad Inizio Aprile. Pochi avrebbero associato il nome del piu’grande compositore di ballate della storia(insieme a Bernie Taupin ovvio), Elton John ai Vains of Jenna. Eppure il miracolo avviene e il megahit”Goodbye yellow brick road” dello stravagante Baronetto inglese viene ripreso dalla band svedese in una versione, che personalmente ho trovato in alcuni frangenti, come pura trascinazione musicale. Non esattamente la cover maggiormente riuscita del lavoro. Una band troppo sottovalutata da tanti rockers, i Mountain son degnamente tributati con una riuscitissima versione del loro classicone “Mississipi queen”, sicuramente uno dei picchi del disco. Il cd continua cosi’ ,senza infamia e senza lode sostanzialmente con altri classiconi senza età e senza tempo quali “Blowin in the wind”di Bob Dylan o “Wish you were here” dei Pink Floyd. Non sono tanto per le bands o gli artisti che stravolgono completamente le loro origini e annacquano la loro formula che li ha resi famosi. Questo è il caso dei “nuovi”Vains of Jenna. Probabilmente cresciuti a livello musicale in vari passaggi in cui dimostrano un assoluta maestranza nel suono dei loro strumenti ma sicuramente diversi parecchio in questo cd rispetto a quelli che conosciamo. Quando una band decide di fare un disco di sole covers, solitamente un po’ del suo background rimane vedi i casi dei Guns N’Roses o degli L.A.Guns. I Vains of Jenna , in questo cd, dimenticano quasi completamente il loro sound, anche se qualche momento gradevole rimane. Da rivalutare in sede live e soprattutto un full lenght album di studio completo col nuovo cantante Jesse Forte dopo l’ep del 2010 “We can never die”, dove comunque eran ancora abbastanza riconoscibili. Indubbiamente personalmente Lizzy DeVine, mi mancherà sempre.

 

Recensione di MauRnrPirate