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ARGETTI

New Seeds

No Reason Records

 

Ascoltando questi Argetti sembra di trovarsi di fronte una delle tante band britanniche emergenti che prendono chiaramente ispirazione da band come i Libertines o, meglio ancora, da quel folle di Pete Doherty, fieri del loro essere britannico e innovativo. Ma in realtà questo trio non è né di Liverpool, né di Manchester ma di Vicenza. Marco Mantovani, Enrico Belloni ed Enrico “Punch” Pancera sono da qualche anno immersi nel progetto Argetti con ben due album già pubblicati e soprattutto il secondo “Flags of Karma” del 2008 che ha dato a loro un mercato più ampio andando a toccare diversi paesi europei e d’oltre oceano. Dopo la dipartita del cantante Guido Becchetti c’è stata la vera e propria svolta. Il gruppo decide di rimanere compatto e di lavorare ad un nuovo disco che dia una chiara impronta di maturità compositiva. Nasce così “New Seeds”( No Reason Records), registrato e prodotto nel rinomato “Hate Studio” di Rosà (Vi), dove hanno prodotto anche Pino Scotto, The Sun e The Fire, per citare alcuni nomi. La loro anima è ricca di Punk Rock ma questa volta i vicentini hanno voluto aggiungere elementi senza dubbio accattivanti come contaminazioni Indie rock, Garage e Alternative, rendendo unico e pieno d’interesse questo nuovo disco. Sei tracce dinamiche, contemporanee, ricche di melodia e intensità. Un cocktail inedito e originale che allontana gli Argetti verso l’immediatezza del Punk Rock, trovata solo in parte nella melodica “No Wig” che apre il disco. Una punk rock song in Mid tempo se vogliamo alla Goober Patrol. Ma già dalla seconda “Everything Lands” la musica cambia: apertura con un cupo riff di basso dalle facili accostature Stoner e una chitarra dal riff chiaramente Indie che si racchiude in un cantato essenziale e coinvolgente. Per riascoltare un po’ di punk rock bisogna aspettare la quarta “Sides” che ci ricorda da dove gli Argetti sono venuti. Anche questo è un brano ben fatto con chitarre potenti e dal giusto appiglio ritmico. Ottima anche “Roofless House” ma la vera e propria chicca è la conclusiva “Splinters”. Quel riff iniziale che ha quel qualcosa di semplice ed essenziale rende il brano unico e trascinante al punto giusto e che ricorda, in alcune sue sfumature, i leggendari The Smith. L’unica pecca di questo disco sono forse le poche tracce che lo compongono, cosa che può fare storcere il naso all’ascoltatore ma in sostanza gli Argetti hanno voluto in qualche modo premiare la qualità e non la quantità del lavoro. Missione compiuta. Anche questa volta il nuovo lavoro “New Seeds” avrà una distribuzione ampia ed importante, andando a toccare diversi paesi europei, compreso il Nord america e il Canada, supportato da un massiccio lavoro “On the Road” della band, che macineranno chilometri su chilometri per suonare con quell’entusiasmo che gli ha sempre contraddistinti. Link: www.myspace.com/argetti

 

Recensione di SimoSuicide

V8 WANKERS

Iron Crossroads

SPV

 

Motori, tattoo, Kustom culture, giacche in pelle, donne e tanto rock'n'roll. Questo, più o meno, è il sunto di quello che viene prepotentemente sparato dalle casse quando si inserisce il nuovo album dei teutonici V8Wankers. Sesto capitolo di una carriera nata nel 2000 a base di birra e schitarrate potenti. Un sound che abbraccia dai Turbonegro ai Motorhead, tanto per capirci. Ottimo Rock'n Roll veloce e rumoroso, piacevole, tutte le tracce scorrono bene senza far venire la voglia di premere il tasto "skip" . Il tutto inizia con un inconfondibile suono di un motore V8 "made in usa" ( 8 cilindri a V tipico delle Muscle Car Americane ) e si parte per un viaggio su lunghe strisce di asfalto che portano da costa a costa ripercorrendo la storia del suono nato negli anni cinquanta, ma con molta più adrenalina e suoni distorti rispetto all'originale. Quattordici tracce compresa l'intro che non stancano e si fanno riascoltare volentieri. Se amate i gruppi sopra citati questo disco è per voi. Da evidenziare la title-track e le veloci "Give To Me" , "Gone Electric" , "Lone Wolf No Club" con un bel riff e la conclusiva "live By Rock'n Roll Die By Rock'n Roll" ottimo pezzo vicino al sound dei primi AC-DC. Prodotto da Tommy Newton per la tedesca SPV il prodotto appena sfornato è vivamente consigliato da gustare a bordo di una Mustang o di una GTO66 , a vostra scelta....

 

Recensione di Luca Casella

KING KOBRA

King Kobra

Frontiers Records

 

I King Kobra sono un gruppo “hair metal” -in origine chiamati D.N.A.- nato da un’idea del batterista Carmine Appice nel 1984 che voleva dar vita ad un suo progetto personale dopo le esperienze con Vanilla Fudge, Rod Stewart, Ozzy Osbourne. L’idea di Carmine era quella di lavorare con il talentuosissimo singer Mark Free, cosa alla fine messa in pratica grazie all’aiuto dei due chitarristi: Mick Sweda (poi Bulletboys), David Michael Phillips (Keel-Icon e successivamente Lizzy Borden e Big Cock) ed al bassista Johnny Rods (successivamente W.A.S.P.). Questa formazione incise due album, “Ready to Strike” (1985) e “Thrill of a lifetime” (1986) dopodiche Mark Free, deluso dal mancato successo, abbandona la band. Seguirà ancora un album intitolato semplicemente “King Kobra III” (1988) prima del primo scioglimento. Nel 2000 Appice decide di riformare la band includendo il cantante bassista Kelly Keeling (Batoun Rouge, MSG, John Norum, George Lynch) e Mick Sweda, Steve Fister (Lita Ford) alle chitarre e dando alla luce “Hollywood Trash” (2001) un album arricchito della presenza di ospiti quali C.C. DeVille e lo stesso Mark Free in due pezzi. Purtroppo la band si scioglie per la seconda volta.

Tuttavia non è stata ancora scritta la parola fine, perché oggi i King Kobra tornano con la formazione originaria, con la sola defezione di Mark Free in favore di Paul Shortino. L'album in questione parte subito alla grande con “Rock This House”, un brano dove Appice detta i tempi ed il resto della band gli corre dietro. “Live Forever” coinvolge, grazie all'atmosfera che sa creare, mentre “Tear Down The Walls” inizia come un già sentito (“Sword And Stone” dei Bonfire inclusa nella colonna sonora del film Shocker) per prendere una direzione completamene differente. L'album scorre via grazie alla qualità delle canzoni e ci ritroviamo ad ascoltare “Fade Away” la ricercatissima ballad che chiude questo lavoro. La voce graffiante di Shortino diventa il trademark del gruppo e risulta vincente, tanto da caratterizzare ogni composizione. I King Kobra sono tornati e sono di nuovo “pronti a colpire”, speriamo che sia la volta buona e che il pubblico nostalgico di certe sonorità si accorga di loro.

 

Recensione di Andrea Lami

URIAH HEEP

Into the wild

Frontiers Records

 

Qui siamo davanti alla storia: un gruppo nato in Inghilterra nei primi anni settanta con all’attivo oltre venti album. La storia della band è lunghissima da raccontare nelle poche righe concessemi: formazione embrionale, pubblicazione di album, litigi, sostituzioni di praticamente tutti i musicisti, escluso il membro fondatore Mick Box, scioglimento, reunion celebrata da un album live per sondare il mercato per rientrare nel classico iter tour-disco-tour-disco. Nella lunga discografia mi pare giusto menzionare “Salisbury” (il secondo album dato alla luce!!) un’opera rock monumentale datata 1971 (e quindi ha tanti anni come chi scrive!!) che si apre con “Bird Of Prey”, da molti considerato il primo esempio di epic metal, e si chiude con una suite di ben 16 minuti che da il titolo all’album stesso. Dopo una pausa discografica lunga ben dieci anni, nel 2008 tornano ad incidere album di musica inedita e lo fanno con una certa regolarità, visto che quello che ho tra le mani è il terzo lavoro. La formazione di quest’ultimo è rodatissima e composta da musicisti di spessore rilevante, visto che praticamente è la stessa del 1987 se si esclude il batterista Gilbrook unitosi solo di recente alla band. Ma veniamo al disco, che si apre con due brani in pieno stile Uriah Heep di forte impatto e capaci di far smuovere il culo all'ascoltatore. Non è da meno l'omonima “Into The Wild”, aperta da un organo hammond. Dopo diversi ascolti posso tranquillamente dichiarare che gli Uriah Heep non aggiungono o tolgono niente alla loro carriera se non un album particolarmente ispirato e molto piacevole. Ci sarebbe solo da capire perché i Deep Purple -compagni di viaggio quanto meno stilisticamente parlando- abbiano raccolto più fama e successo: gli strani casi del destino!!

 

Recensione  di Andrea Lami