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BLACK STONE CHERRY

Between The Devil And The Deep Blue Sea

Roadrunner Records

 

Ragazzi il 2011 sembra regalarci un sacco di belle sorprese. Questo terzo cd dei Black Stone Cherry è veramente una bomba!! Il gruppo del Kentucky sforna uno di quei dischi che sono capaci di far sobbalzare l’ascoltatore sulla sedia al primo ascolto. Già dalla prima traccia “White Trash Millionaire” si capisce subito che il livello del cd è altissimo. Il muro sonoro creato dalle chitarre di Ben Weels e di Chris Robertson è qualcosa di portentoso. Non è da meno la sezione ritmica che sembra un rullo compressore!! Grande il ritornello, costruito apposta per essere urlato dal pubblico durante i concerti. Stesso discorso per la seguente “Killing Floor”, dove il riff di chitarra si indurisce ulteriormente per sfociare in un altro ritornello da “Paura”. Gli effetti usati per filtrare la voce donano un tocco alternativo che impreziosisce non di poco il valore del pezzo. Con “In My Blood” si rallenta un po’ il ritmo. In sottofondo la chitarra acustica fa da supporto ad un altro riff davvero pesante. Ottimo l’uso della doppia voce e di gran gusto l’assolo di Ben Weels. Per farvi un’idea: immaginatevi i Black Crowes più heavy e potenti. Ma i pezzi successivi non smettono di stupire. “Such A Shame” picchia duro con le sue chitarre super distorte e il suo ritornello ancora una volta azzeccato. In questo pezzo mi hanno ricordato i Foo Fighters più ispirati. “Won’t Let Go” è la prima power ballad del cd. Che dirvi? Assolutamente spettacolare. L’inserimento della voce femminile nel ritornello è la ciliegina sulla torta. Altro brano da concerto è “Blame It On Boom Boom”, subito bissato da “LIke I Roll” che con le sue atmosfere Southern Rock mi ha ricordato i Bon Jovi di “Lost Highway” (con una bella dose di chitarre in più). “Can’t You See” invece strizza l’occhio agli Alice In Chains, ma conserva comunque il trademark che contraddistingue i Black Stone Cherry. Altro pezzo dove la fanno da padrone le “sei corde” è la successiva “Let Me See You Shake”. Pezzo davvero devastante, ma dotato di un’ottima linea melodica e di un splendido groove. “Stay” è la seconda ballad. Altra grande canzone. Refrain spettacolare e ritornello “pompatissimo” ne fanno uno dei pezzi migliori del cd. “Change” è un'altra mazzata nei denti! Grandi chitarre, cambi di tempo, ritmo sostenuto e distorsioni varie ne fanno un pezzo adattissimo per essere suonato dal vivo. Chiude questo fantastico cd “All I’m Dreamin’ Of”. Chitarre acustiche e slide portano una ventata di tranquillità dopo le dosi massicce di adrenalina che i Black Stone Cherry ci hanno rovesciato addosso per tutta la durata di questo “Between The Devil And The Deep Blue Sea”. Sono davvero rimasto impressionato dalla potenza e dalla freschezza che sprigiona questo disco. Non è certo il lavoro più originale degli ultimi anni, ma ha dalla sua una carica trascinante e a mio modesto parere contiene almeno 3 potenziali Hit Single! E di questi tempi è una cosa rara. Dategli un ascolto e ve ne innamorerete.

 

Recensione di Fabrizio Tasso

ATOME PRIMITIF

Three Years Three Days

Urban49 / Halidon

 

Line-up: Azzurra Giorgi (voce); Clelia Patrono (chitarra, programming); Giacomo Ferrera (basso); Claudio Cicchetti (batteria). I quattro in questione producono il primo full lenght THREE YEARS, THREE DAYS, un titolo che dice tutto (o quasi) ossia tre anni di lavoro e tre giorni di registrazione per dare alla luce 11 tracce che vanno inserite in quel ramo del rock alternativo sporcato di elettronica che volge alla moda dei giorni nostri. I romani ATOME PRIMITIF vogliono calarci in un mondo onirico, irreale e ovattato sospeso su una nuvola, accompagnati da una voce suadente e intonata che ci illustra questo viaggio nel fiabesco. Dopo l’intro di particolare risalto, si entra nel vivo con “Indù” e l’electro “Air”, di lento si prosegue con “January the 7th” e con la cupa “Silver House”. L’ascolto giunge a “Machine”, dove sentiamo un certo effetto Bjork ma anche, per andare più indietro, quell’eccentrica Siouxie che ha spopolato nel genere. Qui dagli anni Ottanta non si fugge, anzi il sogno prosegue con “Tuna Drama”, e il suo mondo da favola noir. Poi arriva “Walking” con delle piccole tracce di shoegazing, e via di ascolto fino al finale rock con distorsioni che segnano “Amor & psyche”. Il risultato globale è quello di un qualcosa di ben fatto, siglando l’esordio come interessante per coloro che si avvicinano al genere; mancano quella tanto desiderata originalità e quella freschezza possibilmente attribuibili a una giovane band. E’ proprio vero: non si esce vivi dagli anni Ottanta, sono tanta roba, qualche sopravvissuto lo riusciremo a trovare? Link: www.myspace.com/atomeprimitif

 

Recensione di Margherita Simonetti