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THE MANIACS

The Maniacs

Against 'em All Records 

 

 

Una forte scossa di adrenalina fuoriesce dall'omonimo debut album dei  milanesi The Maniacs che, arriva dopo un demo (2006) ed un EP (2008). Impeccabilmente piacevole, carico ed orecchiabile al punto giusto, e all'insegna di un fresco punk -rock è un lavoro dall’impatto deciso. La produzione ad opera del mitico Olly (The Fire,Shandon, Rezophonic) è molto buona: curata tecnicamente nei minimi dettagli e quindi molto efficace, gradevole all'ascolto e sicuramente fruibile a molti rockettari. Con una miscela sonora cangiante i The Maniacs incarnano tutte le sfaccettature più moderne del rock. Musica questa che fa pulsare il cuore e che mette in corpo una sana voglia di muoversi. Ascoltando le tracce del disco tutto si fa tranne che restare seduti. Si parte alla grande con "Crash":energetica, scoppiettante, veloce-incredibile la sua orecchiabilità-il pogo ha inizio!È il turno del singolo "Changing myself" é irresistibile col suo piglio che, con la giusta carica dovuta al ritmo tipicamente di stampo punk/rock e, all'ottima dose di melodia, subito ti entra in testa. Tengono perfettamente la rotta anche "Rollercoaster" e la sorprendente "Money, money money". Nota di merito anche per la cover in versione rock della famosissima "Maniac", brano di Michael Sembello, che in molti ricorderanno nel film Flashdance. Per concludere direi che in questo questo omonimo esordio, le 12 canzoni presenti sono tutte da godere. www.myspace.com/maniacmansionmusic 

 

Reviw by AngelDevil

FIRE

Thrill me

Avenue Of Allies Music/ Frontiers Records

 

I Fire sono una formazione maltese non proprio di primo pelo, on the road già da una dozzina d’anni, con all’attivo un album di debutto (“Ignite”) datato 2006. “Thrill me” conferma quanto di buono avevamo già sentito nella precedente fatica, mantenendo invariata la direzione musicale. Il lavoro in questione è un album divertente con un ottimo ritmo, coinvolgente sin dal primo ascolto, merito di una sezione ritmica di tutto rispetto. Il filone musicale di riferimento è l'hard rock melodico, anche se loro stessi si definiscono come un mix tra Whitesnake e Judas Priest. Nel 2010 il rischio di essere obsoleti è dietro l'angolo, questo per un discorso squisitamente commerciale, perché come ben sappiamo il rock non invecchia mai ed infatti le canzoni contenute in questo cd filano lisce, complice proprio il ritmo sostenuto. Tutto il gruppo ne esce a testa alta per il risultato di quanto siano riusciti a racchiudere in questo album, anche se forse il chitarrista Robert Longo (che, mi preme sottolineare, dichiara che il suo gruppo preferito siano i nostrani Elio E Le Storie Tese!) spicca rispetto al resto del gruppo ma per il semplice fatto di essere quello che ha composto tutte le canzoni del lotto! Nota di merito per la copertina, tanto semplice, quanto bella ed accattivante: si sa che un bel paio di tette attirano gli occhi maschili, un po' come il miele per le api. La padrona di questo decolleté diventa attrice protagonista nel videoclip realizzato per l'omonima canzone (il link lo potete trovare direttamente sul sito del gruppo www.firemalta.com) nel quale i musicisti suonano sopra a dei cubi in pieno stile Whitesnake e i giochini sexy con le labbra si sprecano, dal mettere il rossetto, al giocare con la lingua con una fragola o con una collana di perle.

 

Review by Andrea Lami 

ANGELS of BABYLON

Kingdom Of Evil

Metal Heaven

 

Gli Angeli di Babilonia sono un nuovo gruppo nato dalla mente dall’ex drummer dei Manowar Rhino, che coadiuvato dal cantante David Fefolt (le cui doti sono già state apprezzati in un cd del nostro connazionale Alex Masi), dal chitarrista Ethan Brosh ma soprattutto dall’ex Megadeth Dave Ellefson dà alle stampe “Kingdom Of Evil”. La fusione dei generi dai quali provengono questi quattro musicisti è un cocktail ad alto tasso alcolico che potrebbe lasciare stordito l’ascoltatore. Le coordinate stilistiche del combo viaggiano nei binari del metal classico con qualche accelerazione power e qualche arrangiamento “sinfonico”. Visti i personaggi in questione, ci si aspetterebbe un disco tirato, con la sezione ritmica a fare la parte del leone, ma non è così, dal momento che la maggior parte delle canzoni sono ballad o semi-ballad. Fefolt e Brosh reggono il passo fornendo una prova sicuramente positiva. Il disco in questione scorre con piacere ma non lascia il segno, le canzoni sono gradevoli ma nessuna cattura l’attenzione in maniera particolare. I pezzi che rispettivamente danno il nome al gruppo ed il titolo all’album sono quelle maggiormente curate e tra le più gradevoli dell’intero lotto. Tirando le somme, questo platter è il classico “compitino” svolto senza infamia e senza lode, che forse verrà apprezzato dalla grande famiglia Manowar o dai fan di Ellefson.

 

Review by Andrea Lami 

ANGEL HOUSE

The Gun, The Love & The Cross

Escape Music

 

Angel House non è la tana della nostra AngelDevil, ma una band nata nel 2004 a Birmingham. Questo trio ha iniziato la carriera musicale, un po’ come tanti, suonando in lungo e in largo, proponendo materiale proprio e qualche cover. Dopo la pubblicazione di un singolo composto da due tracce, nel 2006 dà alle stampe l’album d’esordio, “World On Fire” (prodotto da Mark Stuart dei Magnum) che riceve critiche molto positive e permette loro di aprire i concerti di band come i Blue Oyster Cult, gli americani Mountain, i Tyketto, Toby Jepson (ex Little Angels) ed altri ancora.“The Gun, The Love & The Cross” è quindi il secondo album per il terzetto, prodotto ancora una volta da Stuart, stampato una prima volta nel giugno e successivamente nel mese di novembre dello scorso anno, contenente una decina di brani hard rock con influenze provenienti dagli anni 70/80. L’album è un condensato di rock con un buon gusto melodico, il ritmo dello stesso è mediamente alto, eccezion fatta per la classica ballad finale il cui intro richiama alla mente il duetto Lita Ford/Ozzy Osbourne. Non c’è un brano che si erge rispetto ad un altro e questo fa si che l’album abbia una sua personalità proprio nella sua totalità. Piacevole.

 

Review by Andrea Lami

STATE OF ROCK

A Point Of Destiny

Metal Heaven/Frontiers

 

Il chitarrista Robin Bobel, quattro anni dopo l’uscita dell’ultimo album dei Frontline, decide di comporre questo STATE OF ROCK. Nel progetto si uniscono a Hitch Bauer e Rami Ali (altri due Frontline) e quindi c’è solo da trovare chi può prendersi carico del ruolo del cantante. Il boss dell’etichetta suggerisce di contattare il gettonatissimo Tony Mills (Shy/TNT). La chimica tra Bobel e Mills è ottima e le canzoni che partoriscono sono di pregevole fattura, complice l’esperienza. “Black & Blue” è la canzone che apre l'album, un mid tempo con un simpatico ritornello. Segue “Without My Love”, altra canzone che si mantiene sugli stessi ritmi del precedente pezzo ma con un riff più diretto, tanto da candidarla tra le preferite dell'album. Un’intro di tastiera introduce “Heartless Dreamer”, costruita su un altro giro di chitarra interessante, un pezzo che non lascia il segno ma ci traghetta al primo lento dell'album, “Don't Make Me Cry”, dove Mills cattura l'attenzione e si esprime al meglio, cantando in tonalità più tranquille rispetto alla media dell'album. “Hanging In The Balance” che qualche anno fa sarebbe stato l'ultimo pezzo del lato A, scivola via sul giro di tastiera e si fa ricordare esclusivamente per l'assolo. Ecco arrivare il mio secondo brano preferito di questo dischetto: “Freedom”, del quale ho apprezzato particolarmente i cori. “Count Me Out” e l'omonima “A Point Of Destiny” sono altre due canzoni piacevoli ma non troppo incisive, chiudono l'album “Friction” dove la frizione viene realmente schiacciata per cambiare marcia e per schiacciar un po' sull'acceleratore e “Somewhere”, altro brano che si unisce al gruppo di quelli meno incisivi. L'unica pecca di questo album è -paradossalmente- il cantato di Tony Mills il quale, pur dimostrando di essere un bravo singer, ha un modo di cantare che rende i pezzi “simili”. Come dice lo stesso Bobel, l'equazione che riassume questo disco è: 75% di FRONTLINE + 25% di SHY = 100% STATE OF ROCK. La matematica non è un’ opinione, la musica si.

 

Review by Andrea Lami

THE STEVE GRIMM BAND

History Of A Bad Boy

Avenue Of Allies/ Frontiers 

 

Steve Grimm ha iniziato il suo approccio con la musica suonando il piano all’età di nove anni, per passare solamente cinque anni dopo alla chitarra. Dopo essersi diplomato al Berklee School of Music di Boston inizia la sua carriera musicale nei Bad Boy, i quali hanno diviso il palco con i grossi nomi della musica mondiale come AC/DC, Journey, Fleetwood Mac, Styx, Ted Nugent, Alice Cooper ed altri ancora. Attualmente alterna i suoi impegni tra l’insegnamento nella Scuola Pubblica di Milwaukee (il suo paese d’origine) e la composizione di musica. Questo album è semplicemente la raccolta di due EP e di un CD, più precisamente l'EP “Prisoner Of Passion” pubblicato su vinile nel 1989 per le prime sette canzoni, l'EP “Turn The Key” pubblicato in cassetta nel 1992 per le successive quattro tracce ed il cd “Heaven's In Your Heart” pubblicato a cavallo tra il 1994 ed il 1995 per gli ultimi 10 brani. Ventuno canzoni per un cd sono sicuramente un malloppo un po' esagerato da digerire per chi non è fan di Grimm o dei Bad Boy, ma ci proviamo con entusiasmo, visto che il genere trattato è gradevole. Il primo ep scivola veloce e l'esecuzione di questi brani ci riporta alla mente gruppi come gli FM, senza mai arrivare alla loro grandezza e ogni tanto, forse complice un suono di batteria datato, qualche pezzo pop rappresentativo della fine degli anni '80 (personalmente ho in testa le varie colonne sonore di film con i quali siamo cresciuti come i vari Beverly Hills Cops, per fare un esempio).Il secondo ep è composto da solo quattro pezzi e la destinazione è sempre la stessa, anche se qui i suoni della batteria sono leggermente migliorati, meno eighty. Finalmente entriamo nel cuore di questo lavoro con l'ascolto dell'album. Qualcosa è migliorato, tanto che ascoltando i brani sembra di ascoltare John Waite/Bad English, anche se si sente la nostalgia del tocco di Neal Shon. Il problema di queste canzoni è che non ci sono chorus, riff o qualcosa che si stampi in testa e che faccia canticchiare. Gli ep sono un qualche modo giustificati in quanto prime registrazioni, ma l'album purtroppo no. Una ristampa esclusivamente per i fan di Grimm.

 

Review by Andrea Lami 

DREAMSIDE

Lunar Nature

Lion Music 

 

Quinto lavoro per i Dreamside, gruppo olandese che si muove tra le coordinate gothic-metal. I richiami ai big dei generi (chi ha detto Nightwish o Evanescence??) sono ancora evidenti.

Non ho mai ascoltato le precedenti produzioni, ma in questo lavoro sono chiare le novità che i Dreamside vogliono apportare. Non sono il solito gruppo clone che, amando un genere, cerca di riprodurlo al meglio. I nostri si cimentano in qualche sperimentazione, una volta con il ritmo techno, un'altra con uno strumento come il violoncello nel tentativo di dare quel qualcosa in più per essere il più riconoscibile possibile. La voce della italo-olandese Kemi Vita è sicuramente la parte migliore di questo lavoro, mentre quella del cantante Rogue, le cui apparizioni sono sporadiche, riporta alla mente i timbro di Peter Steele dei Type Of Negative. Dare alle stampe un dischetto del genere, quando il gothic-metal non è più la moda del momento è sicuramente una dimostrazione di carattere e costanza. Complimenti ai Dreamside che realizzano un altro lato del loro sogno.

 

Review by Andrea Lami 

VENDETTA

Heretic Nation

Lion Music 

 

 

Tornano sugli scaffali dei negozi specializzati i Vendetta, ma di quali Vendetta si tratta? Sì perché, stando ad una ricerca effettuata sul sito rockdetector.com (uno dei database più aggiornati) attualmente esistono 15 gruppi con lo stesso nome. Fino a quando nessuno registrerà questo nome, c'è spazio per tutti. Questi Vendetta vengono da Newcastle e propongono un album rigorosamente votato al metallo, come dimostra anche la copertina con l'ennesimo guerriero in armatura avvolto da fiamme, immagine che fa pensare che all'interno dell'album le sonorità e le tematiche proposte siano vicino all'epic metal. Non sarà così. Già il brano d'apertura ha quel qualcosa di power metal, anche se sprovvisto della classica doppia cassa a mitragliatrice, caratteristica che possiamo ritrovare in altri pezzi qui contenuti. Proseguendo nell'ascolto si può riconoscere qualche velata “citazione” al maestro Malmsteen nell'esecuzione di scale su e giù per il manico della sei corde, qualche “già sentito”, un po' classico del genere. Tolto il cantante/chitarrista Edward Box che ha all'attivo due album strumentali, il resto del gruppo esegue il proprio compitino senza impressionare più di tanto l'ascoltatore. In un mare discografico talmente vasto come quello del metal-powermetal-epicmetal, l'unico modo per ritagliarsi uno spazietto è quello di proporre qualcosa di innovativo oppure di accattivante, qualcosa che colpisca l'ascoltatore tanto da farlo affezionare al gruppo al punto di comprare il cd o di andar a sentire il gruppo in sede live. Purtroppo questo qualcosa viene a mancare. Dopo gli ascolti del caso non mi sento di dar la sufficienza a questo lavoro. Sarà perché il mio è un giudizio a caldo e la vendetta, si sa, è un piatto da assaporare freddo?

 

Review by Andrea Lami 

BORISLAV MITIC

The Absolute

Lion Music 

 

 

Borislav Mitic altri non è che l’ennesimo talentuoso chitarrista che si affaccia (o riaffaccia nel suo caso, visto che questo è il terzo album) sul mercato discografico. Nato in Serbia (e quindi sarà sicuramente il miglior chitarrista serbo!), imbraccia la prima chitarra all’età di 11 anni e, dopo numerose esperienze, nel 1997 decide di spedire i suoi lavori al “Pippo Baudo” dei chitarristi virtuosi, che risponde al nome di Mike Vaney (scopritore di chitarristi come Malmsteen, Becker, Gilbert ed altri ancora) riuscendo ad impressionarlo a tal punto che lo stesso gli proporrà un contratto discografico. Numerose sono le occasioni che gli si parano davanti (co-scrittura dell’album d’esordio di John West -Artension, Royal Hunt-; collaborazione con l’ex UFO Phil Mogg, collaborazione con Vitali Kuprij) tutte purtroppo sfumate per problemi una volta di passaporto, una volta per scelte stilistiche. Arriviamo così al 2004, quando Mitic viene invitato nella natia Serbia per una serie di concerti e si accorge di quanto sia ancora amato e riconosciuto, al punto da decidere di fermarsi ed aprire una casa discografica propria. Kuprij lo richiama per una partecipazione e viene inoltre chiamato a suonare nel progetto “Expedition Delta” (tra i cui ospiti figura il nostro Andrea “Andrew Mc Pauls” De Paoli). I tempi sono pronti per buttar sul mercato il nuovo lavoro strumentale intitolato “The Absolute” il cui intro “acustico” inganna, ma solo per i primi venti secondi perché poi accelera alla grande sfiorando ritmiche proprie del trash metal, anche se le scale eseguite per tutta la lunghezza dell'album richiamano alla mente lo svedese Yngwie Malmsteen (eccezion fatta nel brano “Within All Existence” dove viene chiamato in causa Satriani, un altro vero maestro della sei corde). Un album strumentale è per lo più destinato ad un pubblico di chitarristi, questo in particolare mi sento di consigliarlo a quei chitarristi alla ricerca di tecnica e velocità.

 

Review by Andrea Lami 

MISSING TIDE

Follow The Dreamer

Lion Music 

 

I Missin Tide altri non sono che l’ennesimo gruppo hardrock/heavy metal, proveniente dalla Danimarca (la patria dei Lego e dei fratelli Laudrup!!), più precisamente a Copenaghen, formatisi nel 2007 e i cui membri son già conosciuti per aver militato in altre band più o meno famose come Royal Hunt (il cantante Heirk Brockmann ed il chitarrista Jacob Kjaer), Pretty Maids/Kingdom Come (il batterista Allan Tschcaja) e Manticora (il bassista Kasper Gram). La copertina “horror” non deve spaventare perchè i pezzi contenuti in questo dischetto sono ricchi di melodia e molto orecchiabili, un misto tra hard rock con una spruzzatina di doppia cassa che fa tanto powermetal. Il singer Brockmann, proprio per essere stato il cantante nei primi album dei Royal Hunt, ha un timbro molto familiare ed è nel pezzo lento del disco “Broken Wings” che dimostra tutta la sua bravura, grazie ad un interpretazione sopra alle righe, tanto che si dice che sia lui ad aver vissuto in prima persona l'argomento trattato dalla canzone. Le linee melodiche sono il centro, il fulcro delle canzoni ed intorno ad esse sono stati costruiti potenti riff di chitarra ed una solita sezione ritmica, il tutto viene messo insieme per dar vita ad un grande album rock, ne sono la dimostrazione i pezzi granitici come “Follow The Dreamer”, “Traces of Fire” o “Never Surrender”. Il brano che chiude il disco, intitolato “Long Live The Heroes”, altro non è che un tributo alle grandi band hard rock degli anni '80, che oltre ad aver influenzato questo quintetto, hanno fatto la storia di questo genere musicale. Una piacevole sorpresa che acquista sempre più personalità ad ogni ulteriore ascolto.

 

Review by Andrea Lami 

STARGAZER

Stargazer

Avenue Of Allies

 

 

Il nome Stargazer ha visto la luce nel mese di settembre 2008 dalla mente creativa di Tore Andrè Helgemo (voce) e William Ernstsen (chitarra) che, unitamente a due session-man quali Morten “Morty Black” Skaget al basso (TNT) e Steinar Krokstad alla batteria (Stage Dolls), sono riusciti a mettere in piedi questo bel progetto. La storia del gruppo parte dall'estate del 2001 a Trondheim, in Norvegia, una città dove il rock sta di casa. Helgemo inizia a comporre musica nella sua città natia ma, non del tutto soddisfatto, decide di formare una band vera e propria. Ernstsen dal canto suo era stanco e non completamente soddisfatto del lavoro di insegnante di chitarra ed era in attesa di qualcosa di speciale. La fortuna vuole che il bassista che lavorava con Ernsten fosse lo stesso che collaborava con Helgemo. Il passo successivo è semplice. Ernsten -sentendo parlare benissimo delle doti canore di Helgemo- lo va a vedere/sentire. Alcuni mesi dopo Ernsten rimpiazza il chitarrista e il puzzle degli Stargazer comincia a prendere forma. Il primo nome scelto dal gruppo fu F.R.I.E.N.D. E con questo nome diedero alle stampe un EP intitolato “Window To The World”, un album prodotto praticamente da soli, che attirò l'attenzione di Rune Nordahl (TNT) tanto da metterli sotto contratto. Questo album d'esordio contiene undici traccie di indubbio valore, in bilico tra l'hard rock classico e l'AOR. Spiccano nel mazzo le due ballad “This Is The Night” e “The Cage”, dove è facile apprezzare sia il gusto di Ernstsen nell'assolo ma anche le qualità sonore di Helgemo che si diverte a giocare su tonalità alte. Gli altri brani che compongono questo album d'esordio sono ricchi di patos e di adrenalina, in particolare la song che chiude l'album, quella “Window To The World” il cui divertente ritornello sembra uno scioglilingua. Da oggi in poi, quando alzeremo gli occhi al cielo, sapremo di non essere più soli, con noi ci sarà lo Stargazer. Consigliato agli amanti del genere.

 

Review by Andrea Lami