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TORNA ALL'ELENCO
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RAVENSCRY
Ravenscry
Autoprodotto

 

Ascoltare la musica dei Ravenscry equivale ad un viaggio sonoro attraverso le atmosfere gothic/metal. Un fondersi di melodie di piano e chitarre distorte; orchestrazioni che fungono da completamento alle chitarre. Musica che vive di un'atmosfera ipnotica, immersa in contesti di volta in volta rock, metal, classic, elettro. Canzoni per nulla facili da eseguire, ma che la band padroneggia completamente, mentre la voce di Giulia regna sovrana, cantando in modo eccellente tutti i pezzi. L'EP composto da 5 brani, di cui gli ultimi tre vanno a comporre una sorte di mini-suite, a titolo "Redemption", è stato registrato e mixato tra Los Angeles e l'Italia dai validi Simone Mularoni & Simone Bertozzi e Dario Ravelli in Italia e da Fabrizio Grossi e Tom Baker a L.A., e si sente! L'ascolto di queste bellissime composizioni cattura magicamente la mente e poi irrompe a tratti con lo stesso effetto di un temporale: atmosfere avvolgenti, e imponenti. Lasciatevi quindi trasportare dalla forza di "Nobody", e "Calliope", e abbracciare dalle delicate melodie di "Redemption I-Rainy", "Redemption II- Reflection" fino allo svanire lentamente delle note in chiusura di "Redemption III-Far Away". Nell'attesa del debut album un plauso a Fagio, Mauro, Paul, Simon e Giulia per questo EP! Visitate le pagine web: www.ravenscryband.com - www.myspace.com/ravenscryband

 

Review by AngelDevil

TWINSPIRITS
The Forbidden City
Lion Music

 

"The Forbidden City" è l'ultima fatica datata 2009 degli italiani Twinspirits fautori di un progressive metal assai interessante, graziato dall'eccellente preparazione tecnica dei suoi esecutori: Göran Nyström - Voce;Tommy Ermolli - Chitarra; Alberto Rigoni - Basso; Daniele Liverani - Tastiere;Dario Ciccioni - Batteria. Un concept album che evidenzia l'interessante disposizione dei musicisti alla esplicazione di un verbo sonoro ricco di nuovi spunti interessanti. Pur possedendo un evidente bagaglio di tutto rispetto, non lasciando prevalere l'aspetto meramente tecnico, prediligono un approccio viscerale: passione alla composizione, mostrando carisma, classe ed energia. Dieci composizioni (68 minuti) ove prevale un'atmosfera imponente ma alla stesso tempo soffusa ed avvolgente; tratto caratteristico del loro indescrivibile 'stile', indotta anche dalla bella voce del nuovo cantante svedese Göran Nyström, le cui doti notevoli sono espresse al meglio, e alle onnipresenti tastiere di Daniele Liverani che, con perizia dona al sound di magniloquenza e profondità. Ascoltando questo disco ci si imbatte in un turbinio di emozioni che si scontrano e si intrecciano con cascate di note, il risultato è assolutamente stupefacente! Ci sono tracce più efficaci come le atmosferiche "Taste The Infinity","Hide This Feeling" (la mia preferita) con un bel duetto con Göran e Irene Ermolli; quelle poi dalla sturttura più dura e rocciosa "Number One", "Everything", la strumentale "BTR" e ancora la raffinata "I Am Free". I Twinspirits hanno fatto davvero un ottimo lavoro e si riconfermano una delle migliori realtà progressive metal made in Italy. Link: www.myspace.com/twinspiritsband

 

Review by AngelDevil

 

FEAR FACTORY

Mechanize

AFM Records – GmbH - 2010

 

Non se ne può parlare come un disco qualunque...sia nel bene che nel male. Il ritorno dei Fear Factory, o meglio, il ‘ritorno al futuro' della band di L.A., non si limita al rientro in formazione di Dino Cazares dopo l'esperienza (grandiosa, per chi vi scrive) dei Divine Heresy e la rinnovata (almeno apparente) pace con l'amico/collega di sempre, Burton C.Bell, ma è un esempio perfetto di one step back nella prospettiva di farne molti di più in avanti. Accompagnati dal fedele Byron Straud che riforma la coppia ritmica degli Strapping Young Lad con il monumentale ed onnipresente Gene Hoglan (Olde-Volbers ed Herrera messi da parte per motivi non ancora chiari) i FF tornano non dove li avevamo lasciati a livello di formazione storica, vale a dire l'inconcludente ed insipido Digimortal, ma ancora più indietro, nei tre anni di tempo che abbracciano l'esordio Soul of the New Machine e Demanufacture. Molti passi indietro, ma non per la classica operazione nostalgia in questo caso (o furbizia di marketing per riacquistare i vecchi fan delusi) ma per avere un new start e rimettersi a correre a capofitto tra circuiti, macchinari, network e cyborg verso un futuro incerto, oscuro, ma con un alito di speranza. Oscuro come le atmosfere e coi ritmi feroci di matrice death nel loro esordio che ritroviamo in tracce come Fear Compaign ed Industrial Discipline, i Fear Factory spiazzano con questa ripartenza da zero, dalle origini, per poi inserire la potenza ed il dinamismo lirico dei refrain dello storico Demanufacture su questo impianto spigoloso: il risultato? Semplice: grandi brani come i due precedentemente citati, l'opener-title-track, Powershifter e Christpliotation, che ci gettano tra le plumbee architetture di un futuro apocalittico, gotico-meccanizzato e spietato, dove i rumori meccanici e salmi elettronici sembrano inneggiare alla vittoria della macchina ed alla deumanizzazione degli esseri umani, ma dove esplode, con la potenza di un inno di rivoltosi (sembra di vedere Terminator Salvation...vero e questo disco sarebbe potuta essere una giusta colonna sonora) con il dirompente lirismo dei refrain e le sfuriate alla Demanufacture che si fondono alla perfezione con le intransigenze sonore degli inizi e gli elementi di novità portati da Hoglan e Cazares: schizofrenia ritmica ed improvvise irruzioni solistiche (sì avete capito bene...Dino ha portato gli assoli dai Divine Heresy nei FF...solo alcuni brani) che rendono più equilibrato l'insieme e rendono maggiormente incisivi gli assalti della prima parte dell'album. Eh sì perché, la seconda parte, caratterizzata da brani come Oxidizer e Designing the Enemy, lascia spazio a brani più diluiti ed atmosferici (sempre nell'ottica FF e rispetto all'assalto iniziale) e questo è, a mio avviso uno dei punti deboli dell'album, in quanto lo rende leggermente sbilanciato e fa scemare di molto la tensione nelle track finali. Assieme ad un leggero senso di ‘freno a mano tirato' da parte della band, la decisione di ripartire un po' troppo dal glorioso passato, rischiando non moltissimo, sono queste le poche pecche di un disco finalmente esaltante e degno dei primi due capolavori del quartetto di L.A., che torna in una fase di metamorfosi, con un gran bel disco a mostrarci come l'attualità, spesso, sia la cosa più nostalgica del mondo ed il passato....il miglior modo per ricominciare a guardare con speranza al futuro. La Macchina ha ritrovato la sua Anima.

 

Review by Andrea Vash Evolti

 

AMERICAN DOG
Mean
Bad Reputation

 

Torna la musica degli American Dog, la band di Michael Hannon(vocals and bass) ex-Salty Dog/Dangerous Toys; insieme a Steve Theado-guitars and vocals e Keith Pickens-drums. Musica questa che ci scalda con 11 canzoni secche, graffianti, polverose, torride di vero e sanguigno hard blues rock . Una vera manna per gli amanti del genere. Ad aprire questo CD ci pensa "Just One More", ma è con "Cat Has Got You By The Tongue","Drivin' Down The Sidewalk", "Mine All Mine" e "Ain't Dead Yet" che l'atmosfera si scalda piacevolmente, con la voce roca di Michael Hannon in perfetta armonia con il sound infuocato del basso, chitarra e batteria. Mentre ascolterete "Gonna Stop Drinkin' Tomorrow" sentirete i riff di chitarra che tintinnano come speroni: sembra di respirare l'aroma piacevolmente stantio di certi polverosi luoghi. Ottima anche l'interpretazione per la cover "This Ain't The Summer Of Love" dei Blue Oyster Cult's. L'album si chiude con il rock roccioso e cazzuto di "Motherfucker". Le canzoni si susseguono con fervore facendoci immaginare di viaggiare in un vecchio pick-up Ford degli anni ‘60; tra le tipiche strade americane che ti conducono in una cittadina di campagna, mentre le note di queste canzoni sono la colonna sonora di un viaggio che profuma di fieno e di libertà. Disco che consiglio per gli amanti del genere. Band Links: www.americandog.us - www.myspace.com/americandog

 

Review by AngelDevil