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TORNA ALL'ELENCO
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IRON MASK
Shadow Of The Red Baron
Lion Music

 

Terzo lavoro in studio per questa power metal band belga guidata dal virtuosissimo guitar hero Dushan Petrossi, che arriva a distanza di quattro anni dal precedente "Hordes of the brave" che ricevette un ottimo riscontro tra tanti fans. Il lavoro è curatissimo in ogni particolare,a partire dall'artwork della splendida copertina disegnata da Eric Philippe, che vede raffigurato il Barone Rosso in versione scheletro,in perfetto stile metal. Undici i brani presenti in questo lavoro, dove Dushan e la sua chitarra la fanno da padroni,lanciata alla velocità della luce in tanti pezzi come ad esempio la tiratissima canzone che da il titolo all'album:"Shadow of the red baron" con la batteria del nuovo arrivato Eric Stout(ex Reign of Terror)che domina lungo tutto il brano con la sua doppia cassa. La voce di Goetz"Valhalla Jr"Moore è potentissima e cristallina e ricorda parecchio voci quali quelle di Graham Bonnett e da una dimostrazione eccelsa ad esempio nel mid tempo "Sahara" che vede anche un assolo molto Malmsteeniano dell'ospite Eric Mattsson e con un coro molto potente che sicuramente sarà stracantato ai concerti del gruppo. Le liriche dell'album son molto influenzate da una grave e lunga malattia che poi ha portato alla morte della madre di Dushan presenti nelle varie "Forever in the dark"; "My angel is gone" e "We will meet again", che tributano in modo emozionante sia musicalmente sia nel cantato, questa persona fondamentale nella vita del guitar hero belga. Ovviamente non è un concept album dedicato alla madre di Dushan e ci son anche narrazioni di storie epiche quali "Black devil ship" dove secondo me c'è l'assolo migliore di tutto il disco. Altra canzone degna di nota e molto potente è "Universe" con un coro molto cristallino e con partiture chitarristiche neoclassiche molto suadenti e incisive. Da segnalare anche la finale "Ghost of the Tzar"dove viene raffigurato musicalmente il fantasma di uno zar russo,con assoli al fulmicotone,batteria suonata molto potente e con la voce quasi gutturale dall'oltretomba a narrare.Un episodio che si discosta da tutti i precedenti brani ma che fa apprezzare moltissimo la forza di questa band. Sostanzialmente un buon disco, che sicuramente comunque pecca di originalità,producendo un effetto "dejavu'"con palesi riferimenti in alcune partiture ai Rainbow o a diverse power band scandinave,forse troppo pulito come suoni in alcune parti ma che sostanzialmente si lascia ben ascoltare.

Review by MauRnrPirate

KROKUS
Hoodoo
Sony Music

 

A distanza di quattro anni da "Hellraiser" (2006) tornano ad infuocare con il loro hard rock gli svizzeri Krokus con un nuovo album, "Hoodoo". Una band storica che ha venduto più di 10 milioni di dischi nel mondo (tra cui due dischi d'oro negli USA) i Krokus, da sempre paragonati agli Ac Dc per via della voce di Marc Storace simile a quella del grande Bon Scott, si ripresentano più informa che mai con un nuovo contratto discografico con la Sony Music e questo sedicesimo album in grado di mostrare tutta l'essenza dell'Hard n' Heavy e del puro Rock n' Roll. Al fianco di Marc Storace troviamo i suoi fidi compagni compagni di un tempo: Von Vorh, Fernando Von Arb, Frank Steady e Mark Kohler. Composto da 11 canzoni, compresa la cover di "Born To Be Wild" degli Steppenwolf (strepitosa interpretazione), l'album evidenzia più che mai che questa è una band cazzuta in grado di produrre un concentrato di Rock all'ennesima potenza tra schitarrate metalliche, elettrizanti e distorte, riffs veloci, semplici e potenti e melodie trascinanti. Si parte subito con il rock n' roll trascinante di "Drive It In": un chorus semplice ed orecchiabile ed un cantato grintoso e graffiante che ti fa muovere con gran goduria. Si passa alla bellissima "Hoodoo Woman" (primo singolo con relativo video clip), un pezzo Hard n' Roller su una trascinante base Blues. Si prosegue con il cantato sporco e grintoso di Marc con un altro brano semplice e roccioso, "Rock'n'Roll Handshake" per poi rallentare il ritmo nella ballad "Ride In To The Sun". E con melodie disegnate dalle chitarre sorrette e accompagnate dalla batteria e dal basso si prosegue in un esplosivo susseguirsi di riffs energici e briosi di "In Too Hot", "In My Blood", "Keep Me Rolling" e "Firestar" che hanno la capacità di metter di buon umore l'ascoltatore. Un album questo godibile al 100% che farà la gioia di molti fans. Disco consigliato a tutti. Da avere assolutamente!!

 

Review by AngelDevil

HUMAN TEMPLE
Murder of crows
Escape Music

 

Son passati ormai sei lunghi anni dal debutto "Insomnia" ed eccoci qui pronti ancora ad ascoltare i finlandesi Human Temple con questo buonissimo album chiamato "Murder of crows". Guidati dall'ugola pulitissima del cantante Janne Hurme,la band ci regala un disco senza particolari cadute di tono che paga certamente pegno a bands quali House of Lords, Dokken e nomi simili, che inizia pero' con 1 grintosissima opener "Not my fault" dominata dall'iniziale ottimo attacco di tastiera stile quasi gotico di Jori Torander. "Empty stages" e "Just one night" son invece due ottimi episodi di AOR classico,molto compatto e suonato con maestria dove i vari session men (eh si, perché la band non vede ufficialmente tra le sue fila chitarristi ma vari sessionmen) si esprimono in assoli infuocati e molto degni di nota. "Promised land" inizialmente sembra una jam session molto blueseggiante,per poi evolversi in un mid tempo molto gradevole con sempre Jori Tarander a disegnare trame di pregevole fattura con la sua tastiera. Janne Hurme non è certamente uno screamer,uno che tenta di andare a prendere le note piu'impossibili e con voce che sa entrarti in circolo domina la bellissima "Lie" che è la mia canzone preferita di questo album. Una canzone che vorresti ascoltare spesso anche per radio,vorresti usarla in sottofondo nei tuoi spostamenti in auto e che vorresti sentire nel tuo MP3 o Ipod quando sei in giro. La band è attiva dal lontano 1998,ha avuto diversi cambi di line up che certamente hanno influito sulle lunghe pause per registrare i vari albums,visto che appunto il primo è del 2004 e questo del 2010. La ricerca del particolare è evidente, nulla viene lasciato al caso,ogni partitura viene eseguita con eccelsa padronanza e i vari ospiti quali Jani Liimatainen(che era coi Sonata Artica) regalano man mano nuova luce alle composizioni originali della band."Ghost of you" è un altro pezzo che segnalo alla Vostra cortese attenzione, un pezzo AOR che mi ricorda molto i Queensryche e sonorità del loro capolavoro "Operation mindcrime". Davvero un pezzo molto riuscito e con un coro molto potente e un assolo dell'ospite Ossi Manninen molto pulito e convincente. "Emily" è il pezzo sicuramente piu'tirato insieme all'iniziale "Not my fault", molto 80 sound,grintoso come un pezzo dei Junkyard o dei Sea Hags,visto che alcune parti mi han fatto pensare al loro modo di suonare. Le seguenti "Secret" e la conclusiva "What about my broken heart" non abbassano il tiro di questo gradevole album. Non certo un capolavoro ma un onestissimo lavoro fatto da professionisti e musicisti che suonano con molta passione.

 

Review by MauRnrPirate

LAST AUTUMN'S DREAM
A touch of Heaven
Frontiers Records

 

Si era temuto il peggio per questa band dopo la tragica scomparsa lo scorso anno del fondatore e grande musicista Marcel Jacob, suicida come sappiamo nella sua casa di Stoccolma il 21 Luglio 2009. Ex Europe e Malmsteen; un talento che è riuscito a portare gli svedesi Last Autumn's Dream alla ribalta con ben 5 lavori in 5 anni dando un grande contributo ricco di entusiasmo alla musica rock. Un talento ancora vivo nei nostri cuori ma soprattutto nei cuori dei membri della band che pubblicano il loro sesto lavoro proprio in memoria di Marcel. Già il titolo, "A touch of Heaven", è molto esplicito e diretto e in tutte le canzoni sembra di sentire lo spirito di Jacob che ci delizia con il suono del suo basso, nonostante che il sostituto Nalley Pahlsson faccia di tutto per non farlo rimpiangere ma anzi cercando di onorarlo riuscendoci egregiamente. Un disco in cui il compianto bassista aveva iniziato a lavorarci prima della sua morte, come dimostra il brano di apertura "A requiem to Marcel Jacob" con una breve introduzione e dedica della band. Poi con la pazienza, la tenacia e qualche ospitata mostruosa come Jeff Scott Soto nel brano "Last Mistake", rendono questo lavoro un gioiellino dell'AOR. I primi 5 brani sono da infarto dove spicca su tutte la splendida Power Ballad "Candle in the Dark" a cui fa seguito l'altrettanto trascinante "Come rain or Shine", che con i suoi dolci cori lo rende un ottimo singolo per le radio. Brano alla Talisman, ma non poteva essere altrimenti, per quanto riguarda "Last Mistake", dove Jeff Scott Soto contribuisce con dei cori incredibili come solo lui riesce a fare. Molto più rockabilly invece "See my baby Jive" dove dalle sonorità sembra di essere catapultati in un Musical alla "Greese" ma in sostanza rimane un brano molto gradevole e scanzonato che fa venir voglia di muoversi in allegria per 5 minuti di spensieratezza. Con "Renegade" si torna in atmosfere ben più intense e malinconiche. Un brano straziante e carico di emotività, sia nella musica che nella voce del Singer Mikael Erlandsson, con ampi riferimenti al compagno scomparso. Ottimo anche il contributo di Malecek alla chitarra dove sfodera un A solo da pelle d'oca. Molto più Hardrock invece "What's on your mind" e "How long". Il disco si chiude infine con l'ottima cover "Surrender" dei Cheap Trick, storica band popolarissima negli States e in Giappone ma che in Europa ha riscosso meno successo. Un brano che si discosta poco dalla versione originale se togliamo qualche effetto alle tastiere di Ulf Wahlberg che ha contribuito tra l'altro ai brani "Candle in the Dark" e "See my baby Jive". Chiusura in grande stile con l'ottima ballad AOR "Jenny's Eyes" che rappresenta l'ultimo saluto della band al grande Marcel Jacob con frasi toccanti come "And her soul's got a touch of this heaven, and the voice of an angel, her heart lives forever, i can see open skies, lookin' in Jenny's Eyes"; da brivido... Questo "A touch of Heaven", uscito il 22 Gennaio per la Frontiers, è l'ultimo contributo che Jacob dà alla musica e i suoi ex compagni lo rendono un vero e proprio capolavoro ricco di classe, talento, energia e, ovviamente, grandissima malinconia. R.I.P Jacob!

 

Review by SimoSuicide

SORA
Desire and Truth
Avenue of Allies

 

Seconda uscita discografica questa per i grintosissimi SORA, dopo il debut album "Demented Hour" uscito nel 2006 che riscosse grande interesse e ampi consensi in tutto il Mondo. Band capitanata dal Frontman, chitarrista e produttore (e chi più ne ha più ne metta) canadese Erol Sora, accompagnato da Jason Solyom alla batteria, Brendan Mooney al basso e Gregory Macdonald alle tastiere. Un album, questo "Desire and Truth" in uscita il 26 Febbraio per la Avenue of Allies, che è un puro distillato dal più classico Hardrock supportato come riferimento da alcune delle più band importanti del genere come Whitesnake, Rainbow e UFO. Un disco energico e trascinante dove i riff di Sora sprigionano un energia come non si sente spesso nei giorni d'oggi. Qua è difficile trovare un brano ripetitivo o privo di originalità nonostante questo genere musicale sia stato consumato ormai migliaia di volte e questo "Desire and Truth" è bello soprattutto per questo, in quanto non stanca mai l'ascoltatore e porta una ventata nuova molto originale e interessante. Erol Sora è veramente un grande talento delle 6 corde in quanto riesce ad unire una tecnica strabiliante all'emotività figlia dei più grandi musicisti del rock. Brani come "The Storm has just Begun" e "Diamond in the Wind" rendono bene l'idea di quanto appena detto, dove la calda voce vibrante della chitarra la fa da padrone ed è come se in tutto il disco avesse una voce propria. E' come se tutta la band, compresa la buona voce di Erol, facesse da accompagnamento a ciò che la chitarra riesce a sprigionare. Ottima anche la ballad "When you're Gone" e la grintosa "Rock & Roll Dog" che ci ricorda quanto l'Hardrock abbia ancora molto da dire."Desire and Truth" è sicuramente un lavoro che farà molto parlare di sé, ben più di quanto è riuscito a fare il precedente "Demented Hour". Se per molti il secondo disco è quello più difficile, per i Sora questa è stata sicuramente una dura prova ben più che superata. Straconsigliato!

 

Review by SimoSuicide

SHYLOCK
Rock Buster
Frontiers Records


Continua in maniera interessante la carriera dei germanici Shylock che pubblicano il 26 Febbraio il loro quinto album "Rock Buster" ancora una volta sotto la Frontiers Records. La terra germanica ci ha ormai abituato a delle ottime uscite e Matthias Schenk, Johannes Amhrein, Achim Thiergartner, Michael "Nudge" Bayer (rispettivamente Voce, chitarra solista, batteria e chitarra) continuano a seguire questa linea sfornando un album dalle melodie eterogenee che vanno da un Hardrock melodico moderno con richiami tipicamente americani come in "Damn Good", "Wrong Planet" (dove si possono percepire dei riferimenti ai Chemical Romance) e l'energica "Dawn", fino al più classico AOR con brani come "Rose of Cairo" e "Sunshine vs. Rain"; sempre e comunque mantenendo una loro caratteristica ben precisa che a piccoli tratti sfocia nel Crossover con "We are". Il disco risulta gradevole ed entusiasmante e già dalla copertina lo possiamo intuire. Sono certamente una band che sa far divertire e ha le idee giuste nel comporre le loro canzoni che risultano trascinanti e di facile presa, con grandi schitarrate e riff semplici ma ben eseguiti. Ovviamente qualche pecca c'è e alla fine delle 12 tracce che compongono il disco si può essere pervasi da quel pensiero di "scontato" ma sinceramente al giorno d'oggi si sente di peggio e "Rock Buster" è senza dubbio un ottimo lavoro che poco ha da invidiare a molte band a loro affini. Il saper miscelare diversi generi in un unico lavoro non è semplice e gli Shylock qua ci riescono abbastanza bene sapendosi far apprezzare da chiunque li ascolti.

 

Review by SimoSuicide

KEEL
The Right to Rock (25th anniversary edition)
Frontiers Records

 

Sono passati ormai 25 lunghi anni da quando un album dalla copertina decisamente bella e rock( 2 angeli con una chitarra in mezzo uniti tra loro 3 da fulmini) colpiva l'attenzione di moltissimi heavy metal kids sparsi sul Pianeta Terra. Ron Keel era già noto al pubblico per essere stato il leader degli Steeler, band in cui militava pure un "certo" Yngwie Malmsteen e dopo lo scioglimento della band formo' i Keel nello stesso 1983. Dopo un iniziale scioglimento dovuto alla possibilità poi fallita di entrare nei Black Sabbath,la band incise il primo album "Lay down the law" nel 1984 che ottenne un discreto successo, ma l'attenzione del grande pubblico arrivò principalmente con questo basilare "The right to rock". La band,reduce da una riunione con date prestigiose anche al Rocklahoma 2009 ripubblica questo album tramite la validissima Frontiers Records ri-registrando come bonus tracks anche la title-track "The right to rock". E'proprio la title track che da inizio al cd,le chitarre di Brian Jay e Marc Ferrari cominciano a duellare,le urla da screamer di Ron Keel, dotato di una voce molto potente e sporca allo stesso tempo già ti trasportano nel tipico e unico metal sleaze anni 80. I cori son potentissimi e non puoi fare a meno di lasciarti trasportare dal sound aggressivo della band. Si prosegue lanciati a tutta birra con la seguente "Back to the city" che ti fa scatenare. La cover dei Rolling Stones "Let's spend the night together" è suonata in una loro particolarissima maniera e non si limitano a scimmiottare nota per nota Richards e compagni.I cori son potenti e c'è pure un assolone che ne Wood ne Richards azzarderebbero con quelle scale velocissime. "Easier said than done" si apre con un riff deciso iniziale,è decisamente influenzata dai Kiss e non a caso il produttore di questo disco è il Vampiro in persona, Mr Gene Simmons e prosegue senza mai accelerare in un gradevole mid tempo dove è eccellente il lavoro della sezione ritmica formata da Kenny Chaisson e dal session man per questo disco,il notissimo batterista Steve Riley,che poi lascio' la band per entrare nei W.A.S.P dapprima e poi negli L.A.Guns successivamente. "So many girls,so little time" è un inno vizioso alla cosa piu'bella che esiste,vale a dire il sesso e al fatto che esistono cosi' tante ragazze e si ha sempre cosi' poco tempo.L'assolo presente è sicuramente uno dei piu'belli del disco,la voce di Ron a un certo punto simula una sirena per poi ritornare al ritornello che puo'essere considerato come un anthem da cantare a squarcia gola. Proseguendo nella recensione,posso dire che nel disco non ci son cadute di stile,di ritmo, è solo onesto heavy metal rock anni 80 suonato con passione e cuore,con strumentisti che sanno il fatto loro e son compattissimi tra loro. E'un disco che consiglio di recuperare anche ora,per chi non ce l'ha e per ovviamente i fans dei Keel che hanno molti ricordi legati ad esso,al fatto che all'epoca era un disco che non era facilissimo trovare ma che ora grazie alla Frontiers e a questa eccellente riedizione è a disposizione del grande pubblico e dei kids in maniera certamente piu'consona. Segnalo il pezzo piu' veloce "Speed demon"che ti fa scatenare ogni centimetro del tuo corpo ed è come un treno lanciato ad alta velocità che non rispetta alcun segnale...un pezzo che sicuramente sarebbe piaciuto molto a Dave Mustaine per esempio. Come bonus per questo cd ci son il remix di "Easier said than done" e "The right to rock" risuonata dalla band che si è riunita nel 2008 e che rendono ancora piu' interessanti questo cd, già di per sé molto bello.

 

Review by MauRnrPirate

BETZY
Romancing the Bone
Lady Lovely

 

Quanto proposto in "Romancing The Bone", il notevole progetto musicale di Fabio Cussigh, può essere catalogato sotto la voce-musica dalle mille sfumature- evitano il facile ricorso alla solita formula commerciale. Graziato dalla buona preparazione tecnica ed impreziosito da marcati riferimenti al blues più vigoroso, rock, jazz, british pop e suoni "speziati" non scontati, grazie alla strumentazione usata: chitarre, mandolino, batteria, piano, sax, basso, synth e programmazione; si evidenzia la volontà di offrire un prodotto personale. Nato tra le righe di un diario, regala una serie di racconti che si sussuguono (la storia del giovane peccatore Frank McKlusky racconta la storia di sé e del suo antagonista, il Reverendo Crawford, che ogni giorno cerca di salvargli l'anima e di bere tutto il suo whiskey), e prendono vita in questo disco grazie anche al lavoro di Ru Catania (Africa Unite, Wah Companion), musicista e produttore piemontese, che in studio è riusciuto a trasformare in musica le pagine di Betzy.

 Il disco dà il meglio di sè già con l'ottima doppietta iniziale,"Just A Call", e la suadente "Shop Girl"; con "Goldfinger", "Little Student", "Sisters Are Better", "Betzy" si evidenzia l'ottima disposizione alla esplicazione di un verbo sonoro ricco di spunti interessanti. "Romancing The Bone", è un disco che cresce ascolto dopo ascolto, in grado di compiacere diverse fasce di pubblico grazie alla sua immediatezza e versatilità, che personalmente ho apprezzato molto. Web: www.myspace.com/betzybetzy -  www.ladylovely.it

 

Review by AngelDevil

BRIAN HOWE
Circus Bar
Frontiers Records

 

Brian Howe è da ritenere una leggenda nel panorama musicale. Un artista stimato da tanti grandi colleghi come Ted Nugget o Pat Travers, al quale è spettato l'arduo compito di sostituire un certo Paul Rogers nei Bad Company nel lontano '84 (il quale, come sappiamo, s'è preso una bella gatta da pelare qualche anno fa, sostituendo l'insostituibile Freddy Mercury nei Queen, ma questa è un'altra storia...NDR.), guadagnandosi la stima di chiunque lo sentisse cantare. Un artista di spessore che, per la gioia di tutti, ci regala in questo inizio 2010 il suo album solista "Circus Bar", in uscita il 26 Febbraio per la Frontiers Records, a 13 anni dal suo debutto solista con "Tangled in Blue" ("Touch" per il mercato europeo). A produrre questo lavoro è stato chiamato Brooks Paschal; storico produttore dei Bad Company e di altre band importanti come i Tesla, partecipando anche in veste di chitarrista e bassista per questo lavoro. Inoltre Brian ha chiamato a sé altri grandi musicisti come Dean Aicher, Miguel Gonzalez, Wayne Nelson e il grande Pat Travers che ha partecipato al brano "My town". Chi ascoltasse questo lavoro senza sapere minimamente chi sia Brian Howe penserebbe di trovarsi di fronte ad un giovane ventenne che suona dell'ottimo rock melodico facendo viaggiare la mente dell'ascoltatore verso le onde del mare della california. A colpire infatti in questo "Circus Bar" è soprattutto la freschezza dei suoni e l'allegria e spensieratezza che riesce ad emanare; con brani riusciti e suoni semplici creati dal più classico chitarra/Basso/batteria dove si amalgama alla perfezione la voce frizzante di Brian che, nonostante l'età matura, mantiene sempre quella brillantezza tipica di un ragazzino. Non sorprende allora sapere che tutti i brani di questo disco sono stati partoriti nei pressi del lago Atitlan in Guatemala, dove Brian s'è rifugiato per trovare la musa ispiratrice e una spensieratezza e allegria che solo certi luoghi sanno dare; lasciandosi travolgere dal mare e dalla grande ospitalità e delle tradizioni degli abitanti.Ben venga allora al Guatemala perchè questo disco è veramente ben riuscito con brani "solari" come "Could have been you" e la trascinante open track "I'm Back" dove Howe sprigiona tutta la sua energia con voce malinconica alla Bryan Adams. Ottima tra le altre cose "Surrounded", una vera e propria chicca di rock melodico con un ritornello che fa sognare. Nel disco sono anche presenti due cover dei Bad Company: "How 'bout That" e "Holy Water", qua eseguite in modo impeccabile anche se fedeli all'originale. In sostanza questo è un disco da avere, non solo per la classe che Brian Howe riesce a far trasparire con la sua voce ma soprattutto per la qualità compositiva delle song, dove è difficile trovare un difetto o una nota fuori posto. Quattordici brani di gran fattura!

 

Review by SimoSuicide

GIANT
Promise Land
Frontiers Records

 

Ci sono voluti ben nove anni per vedere finalmente il ritorno dei Giant. Grandissima band che nei primi anni novanta riuscì a riscuotere un notevole successo con due album fantastici come "Time to Born"e "Last of the Runaways"; in un periodo in cui tutto ciò che era AOR o Hair Metal o Hardrock veniva surclassato dal popolo di Seattle. In questo i Giant rappresentarono l'eccezione sfoderando due album di gran classe. Passarono diversi anni e tornarono nel 2001 con un nuovo album, "III", anch'esso ottimo. Ed eccoci finalmente di nuovo qua ad ascoltare questo "Promise Land" che vede la luce il 26 Febbraio ancora una volta sotto la nostrana Frontiers Records. Molte cose sono cambiate a partire dalla Line Up, che non vede più alla voce lo storico singer David Huff sostituito dall'ottimo Terry Brock (ex Seventh Key); in più oltre ai membri originali Mike Brignardello e David Huff (quest'ultimo alla batteria), si aggiunge un altro grande chitarrista nonché membro dei Winger, John Roth. Quasi tutto il materiale poi è stato composto dall'ex storico chitarrista Dann Huff, partecipando anche alla registrazione in veste di musicista di qualche brano.
Un disco, questo, che non delude certo le aspettative dei fan in quanto le sonorità sono in perfetto stile Giant, con melodie intense dal punto di vista sonoro, in perfetto AOR style, come in "Believer", "Never Surrender" e la semi ballad "Our Love"; fino ad arrivare in sfumature ben più Hard rock e Southern con la conclusiva "Save Me". 12 brani suonati con grande tecnica ed esperienza dove la voce di Terry non sfigura affatto anche se in ogni brano non si sente quella peculiarità da renderlo "spiccato" in confronto alle altre song. Ecco, forse l'unica cosa che manca a questo "Promise land" è il cuore, nel senso che non fa trasparire quell'entusiasmo e grinta che ad esempio in altri lavori dei Giant si percepiva. Un disco ottimo, certo, ma suonato soprattutto con la testa, la tecnica ed il mestiere, ma poco con il cuore e ascoltandolo, a lungo andare, perde un po' di brillantezza risultando un po' ripetitivo. Il colpo di coda, però, lo dà come detto il brano conclusivo "Save me" che risveglia un po' dal torpore generale, seppur piacevole, di tutto il CD, dando la giusta carica e anche un po' di stupore generale. Uno stile Suthern dove la voce di Terry si amalgama a meraviglia. "Promise Land" segna senza dubbio un grande ritorno di una band leggendaria sperando di non dover di nuovo aspettare tutti questi anni per riascoltare qualcosa di nuovo e questa volta, ci auguriamo, con più energia e passione.

 

Review by SimoSuicide