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SHINING LINE

Shining Line

Avenue Of Allies/Frontiers

 

 

I progetti ALL STAR hanno una buona tradizione nella scena del Rock Melodico, AOR ed Hard Rock, già in passato vari cantanti e musicisti hanno unito le forze per registrare grandi album, basti ricordare i famosissimi Avantasia di Tobias Sammet, Voice Of Rock della coppia Lausmann/Voss, Radioactive di Tommy Denander, Genius di Daniele Liverani. Tocca ora a Pierpaolo "Zorro11" Monti (batteria e percussioni) ed Amos Monti (basso) continuare su questa strada, coadiuvati nel lavoro da Marco "Dandy" D'Andrea (Planethard)  e da Mario Percudani (Hungryheart) nonché da Alessandro Del Vecchio (Edge of Forever, Moonstone Project) in veste di tastierista e produttore e da Michael Voss per la parte relativa al mixing e mastering. Prendiamo il biglietto al casello e si parte a tutta velocità sull'"Highway to love", ottimo brano d'inizio con Erik Martensson (voce e cori - Eclipse/W.E.T.) e Tank Palamara (solo di chitarra – Oxido) che si fa apprezzare per il chorus accattivante. Si continua con "Amy" dove Harry Hess, singer degli Harem Scarem attira su di sé l'attenzione con una prestazione fantastica, tanto da far passare in secondo piano l'outro di tastiera di Michael T. Ross (Hardline, Lita Ford, Angel). "Strong Enough" accoglie la coppia Robbie e Brian LaBlanc (Blanc Faces) capaci di portare voce e cori ad altissimi livelli trasformando una pezzo classico AOR in qualcosa di elevato. Una piccola parentesi strumentale di Alessandro Del Vecchio ("Heaven's Paths"), tanto breve quando efficace, ci traghetta verso "Heat Of The Light" con Robin Beck pronta a raccogliere il microfono, con tutta la sua grazia e la potenza della sua voce.

Il duo Mikael Erlandsson (voce - Last Autumn's Dream, Salute) Michael Voss (chitarra - Mad Max, Voices Of Rock, Casanova e Demon Drive) ci spiegano che, per quando la strada dei successi sia complicata, non si può fermare il rock e questo ottimo brano è un esempio. "The Meaning Of My Lonely Words" con le parti vocali affidate a Michael Shotton (Von Groove, Airtime) è forse il brano meno incisivo dell'intero album. Un' intro di Del Vecchio ci prende per mano e ci porta verso "The Infinity In Us" con Michael Voss al suo secondo gettone, ma questa volta in veste di cantante, bella canzone impreziosita dall'assolo di Vinny Burns (Dare, Ten, Asia). Su "Still In Your Heart" abbiamo l'esordio di Bob Harris (Axe, Edge Of Forever) e Sue Willets (Dante Fox) che alternano alla voce, creando un pregevole duetto. Il ritmo si fa un po' più sostenuto su "Homeless' Lullaby" dove i singer Ulrich Carlsson e Johan Bergquist (entrambi M.ill.ion) riescono ad offrire una buona prestazione coadiuvata dall'assolo di un Marko Pavic (Pavic – Catena) in ottima forma. "Follow The Stars" eseguita da Phil Vincent (voce di Tragik, Circular Logik) mi colpisce più per le parti di chitarra alle quali si alternano Matt Filippini (Moonstone Project) e Michael Voss (e siamo a tre!!). Il penultimo brano dell'album "Unbreakable Wire" è caratterizzato dalla presenza di quattro cantanti: Brunorock, Jack Meille (voce – Mantra e Tyger Of Pan Tang), Graziano De Murtas (Wine Spirit) ed Alessandro Del Vecchio le cui voci si intrecciano come nel miglior reticolato stradale americano. Chiude l'album "Under Silent Walls" un brano diviso in tre parti: una prima strumentale (Blossom: From Night To Dawn) molto intima e toccante; una parte centrale (Alone) nella quale troviamo il cantante Michael Bormann (Rain, Charade, Jaded Heart, The Trophy, Redrum, Zeno) e le cui parti di chitarra, assolo compreso, sono affidate a Percudani assolutamente all'altezza degli ospiti che l'hanno preceduto; ed una parte finale (Overture/Epilogue: Death Of Cupid) affidata al quartetto che ci ha accompagnato per tutto il disco: Mario Percudani alla chitarra, Alessandro Del Vecchio alle tastiere, Amos Monti al basso e Pierpaolo "Zorro11" Monti alla batteria, (ricordiamolo), quest'ultimo mastermind dell'intera opera. Una sorta di saluto particolare, più intimo, da parte di questi musicisti, senza l'ausilio di nessun guest.

 

Gli ospiti contenuti in questo dischetto sono inseriti nel contesto con attenzione e con particolare cura nel rispetto delle canzoni stesse e donano all'album una varietà rilevante: opere del genere risultano più facilmente scorrevoli quando in ogni canzone c'è qualcosa da scoprire. Ma la parte da protagonista la fanno le canzoni, tutte molto buone, alcune veramente da far invidia ai maestri del genere.

 

Recensione di Andrea Lami

COHEED AND CAMBRIA

Year Of The Black Rainbow

Roadrunner Records

 

Torna l'espressione di pura genialità dei Coheed and Cambria, band di New York, capitanata dalla mente geniale del cantante-chitarrista di origine portoricana Claudio Sanchez, con un nuovo e quinto disco in studio intitolato "Year Of The Black Rainbow" disponibile nei negozi già dal 13 Aprile 2010 per la Roadrunner Records. Se lo spaccato di originalità compositiva di Claudio Sanchez, autore di una serie di fumetti intitolata "Armory wars" i cui capitoli sono narrati in ciascuno dei precedenti quattro album della band, una sorta di prequel, che dovrebbe giungere al termine proprio con questo disco, che invadevano già il precedente lavoro ci avevano conquistato, accade così che per "Year Of The Black Rainbow" vengono qui portate in trionfo. Fantasia e virtuosismo dei singoli membri si uniscono per questa opera sonora lucida, innovativa e rivoluzionaria, la cui gestazione è così particolare che servirebbe un capitolo a parte per parlarne. L'album composto da 12 brani è una miscela di alternative metal/emo inzuppata di progressive rock e psichedelia, ambizioso e godibile. Sin dalle prime note della bellissima "The Broken", il tocco vocale di Claudio Sanchez è inconfondibile, è capace di cantare su tonalità altissime e acute, in modo impressionante. E' innegabile che ci troviamo di fronte all'ennesima prova di ambizione di uno tra i gruppi interessanti dei nostri tempi e lo dimostrano le spettacolari "Here We Are Juggernaut", "Made Out Of Nothing"; le due ballate dolci e orecchiabili "Far", "Pearl of the Stars" che faranno gioire anche i fan dei 30 Second To Mars. E ancora l'energica e corposa "World of Lines" e la conclusiva "The Black Rainbow" altrettanto coinvolgente ed emozionale. Disco da ascoltare e riascoltare per amarlo nel modo giusto e per apprezzare il mondo fantastico creato dai Coheed and Cambria. Acquisto consigliato!

 

Recensione di AngelDevil

SKILL IN VEINS

Skill in veins

Avenue Of Allies/Frontiers

 

Gli Skill In Veins sono il neonato gruppo nato dalla mente del chitarrista Andrea "Andream" Lanza, che contatta Alessandro Del Vecchio (Edge Of Forever, Moonstone Project ed altri), gli propone il proprio materiale, che si rivela essere talmente interessante da convincerlo ad impegnarsi nella produzione dell'album (in questione). La successiva band costruita intorno ad Andream sarà così composta: Francesco Jovino, ex batterista di U.D.O. e dal suo partner Nik Mazzucconi al basso e Gabriele Gozzi (Markonee, Killer Klown) alla voce. Il genere proposto dal quartetto è un hard rock crudo, senza tanti fronzoli, che possiamo avvicinare ai grandi nomi come Badlands, Cry Of Love, Lynch Mob fino ad arrivare ai più famosi Skid Row, Guns 'N Roses. Nessun richiamo vero e proprio, nessun riff rubato e già questa è una vittoria, ma le coordinate musicali sono quelle. Difficilissimo non rimanere catturati dalla funkeggiante "You're Doing It Again" che strizza l'occhio a Extreme/Living Colour o dalla blueseggiante "Just One Drink" molto più vicina a certe cose dei grandi Badlands o con la conclusiva "We Don't Believe In Fables" capace di creare un'ottima atmosfera, tre brani che si distinguono dal resto dell'album, composto da song violente e dirette. Quello che ne viene fuori è sicuramente un ottimo debutto, assolutamente valido in ogni sua parte, dal cantato, al song-writing fino ad arrivare alla tecnica del musicisti. Un prodotto finale forse non troppo personale, ma siamo solo al debutto, diamo tempo agli S.I.V. di crescere fino a creare un proprio trademark.

 

Recensione di Andrea Lami

AXEL RUDI PELL

The Crest

SPV

 

Avviso ai naviganti: la recensione che vi accingete a leggere sarà quanto di più lontano dall'obbiettività, dall'imparzialità e dall' analisi empirica e razionale. Ammetto infatti di essere innamorato perso di questo immortale tedescone dal look improbabile e dal sound immutabile e granitico. 'The Crest', tredicesimo studio album di Axel Rudi Pell, è un viscerale monumento all' Hard Rock nato con i Rainbow, forgiato dai Black Sabbath griffati Ronnie James Dio, plasmato dalla pulizia e marzialità tipicamente teutonica di marca Accept. Il merito di questo elisir di eterna giovinezza è sicuramente da condividere con il "parterre du roi" che oramai in pianta stabile accompagna la nascita, la gestazione ed infine la consacrazione in sede live delle composizioni nate dal plettro del lungocrinito Guitar Hero. L'inossidabile ugola di Johnny Gioeli (Hardline), il tellurico drumming di Mike Terrana (Rage, Masterplan, Tarja), il puntuale contrappunto di Volker Krawczak (bass) e il balsamo sinergico di Ferdy Doernberg (keys) sono manna per i padiglioni auricolari dell' ascoltatore. Si apre con il riff di 'Too Late' ed è subito orgasmo: un robusto mid tempo squarciato da un chorus da 10 e lode, una tastiera (Malmsteen style) avvolgente e l'attesa per il solo....quel solo...melodico, caldo, d'altri tempi. L'opener è semplicemente perfetta e non ammette repliche. 'Devil Zone' ci ammalia tra un' intro di chiara estrazione barocca e l'esplosione controllata firmata Cozy Powell, pardon Terrana. Ora è finalmente chiaro il concept che ci accompagnerà lungo tutti le dieci stazioni di 'The Crest', alzi la mano chi di voi possiede nella propria discografia (rigorosamente in vinile s'intende) un disco intitolato 'The Headless Cross' firmato dall'accoppiata Tony Iommi, Tony Martin.Quando ci immergiamo anima e corpo in 'Dreaming Dead' capiamo che il canovaccio sopra descritto non vuole essere solamente un punto di partenza bensì un tributo in piena regola. E quale momento migliore per rinverdire le gesta di un certo tipo di heavy metal vergine, privo di inutili orpelli edulcorati, produzioni iperpompate, doppia cassa modello "pistola più veloce del west' e zero attitudine. Il groove, la voglia di cantare a squarciagola sgorga senza freni nella ballad 'Glory Night' e nell' anthem 'Prisoner Of Love', rimbalza baldanzoso e fiero in 'Burning Rain' per terminare la sua corsa tra le braccia dell' immancabile affondo strumentale di 'Noblesse Oblige' e non potrebbe essere altrimenti. C'è tempo di menzionare anche il fil rouge, con tanto di citazione cercata e trovata, che unisce gli otto minuti di 'Dark Wawes Of The Sea' al classico di Pell 'Oceans Of Time' nonchè l'esordio del nostro in qualità di produttore, inutile dirlo...percorso netto anche in questo caso. Pollice verso invece per la copertina veramente insulsa e per il look sfoggiato dal quintetto nelle foto del booklet interno. Andate  immediatamente a comprare (ho detto comprare non scaricare) 'The Crest' e vi ritroverete come il sottoscritto a tirare fuori dalla soffitta quel vecchio sdrucito chiodo, le Adidas alte di ordinanza, quegli stinti pantaloni a rigoni modello Steve Harris drammaticamente stretti ma che vi facevano sembrare John Holmes, il resto è affidato agli dei del metallo. Timeless.

 

Recensione di Alessio Minoia

GLITTERATI

Are you one of us?

Demolition Records/Frontiers

 

 

Dalle stelle alle stalle. Si riassume con queste quattro parole la prima vita artistica degli Glitterati, band inglese che, sfruttando la scia lunga della "sweden rock expliosion" riuscì ad ottenere un major deal sfruttando una manciata di buone song, un' ampia dose di sfacciataggine, un discreto look e un colossale Culo con la C maiuscola. Come definire altrimenti la chance di realizzare il proprio debut album (2003) via Atlantic Records sotto la supervisione e produzione di un certo Mike Clink (Metallica, Guns 'n' Roses, Sea Hags, Whitesnake), godere in patria di recensioni entusiastiche, di aprire per Kings of Leon, The Killers, David Lee Roth, Wildhearts, Jet ed entrare senza colpo ferire nel bill dei prestigiosi 'Download' e 'T in the Park Festival'? Per completezza di informazione: l'opera prima di Paul Gautrey e soci non era per niente male, purtroppo l'originalità latitava clamorosamente e quindi, malgrado la "solite" operazioni di doping giornalistico da parte dei saccenti giornalisti d'oltremanica (Kerrang su tutti) ed il platonico titolo di 'Best newcomer british act' poco si mosse a livello di vendite; l'Atlantic fece il resto segando in quattro le velleità di una prova di appello e, di fatto, congelando ogni attività artistica degli Glitterati. Finiti icanditi? Evidentemente no, considerato il fatto che stiamo scrivendo di 'Are you one of us?' e che anche questa volta abbiamo un grosso calibro alla consolle: quel Matt Hyde noto per l'opera prestata a Trivium e Slipknot. E poco importa se la DR2 Records non è una major, poco importa se non ci si trova di fronte ad un capolavoro che cambierà la storia del rock, poco importa se (forse) il treno del grande successo è oramai transitato verso un'altra stazione, la vita è sempre, sempre, SEMPRE una questione di palle, di capacità nello scrollarsi di dosso la polvere rimettendosi in piedi ancora una volta, fieri e convinti dei propri mezzi. Hardcore Superstar, Hellacopters, Wildhearts, Hanoi Rocks, Tiger Tailz, L.a. Guns, Jetboy, Faster Pussycat...insomma è il rock più etilico, fumoso e lercioso il riferimento delle dodici tracce in nostro possesso. Definire 'Are you one of us?' un disco unico nel sottobosco sarebbbe esercizio di fede, definirlo fresh, funny and groovy è invece la pura e sacrosanta verità. Bily James (drums), Baz Morrison (bass), Gaff (guitar), John Emsley (guitar) e il già citato Paul Gautrey (vocals) hanno giuidiziosamente lasciato che il tempo lavorasse in loro favore, facendo maturare lentamente le loro capacità compositive e rifinendo le asperità di un sound delicatamente grezzo e scoppiettante. L'opener 'Right from the start' chiarisce immediatamente che Glitterati è una compagine solida, compatta, che sposa egregiamente la componente melodica di un refrain accattivante per nulla pacchiano con l'immediatezza di una ritmica quadrata e assassina, è un rock n'roll che paga il giusto tributo a Ginger e The Almighty ma che non dimentica le proprie radici adottive spottando di quando in quando sostanziosi riferimenti alla tradizione glam a stelle e strisce di fine eighties. E se il mood di pezzi come 'Fucks me up', dell'anthemica 'Fight fight fight' per non dimenticare 'Overnight Superstar' è essenzialmente in pugno in faccia ben assestato, le stimmate della grande rock band affiorano improvvisamente nella ballad 'Shanti' (suadente e sexy come un rigoglioso paio di chiappe che ti si agitano davanti) e nella decadente 'Cash Cow' che sembra direttamente trafugata dalle recording session di 'Wake me when it's over' (e se non sapete di chi sto parlando peggio per voi!). La sensazione è che per la definitiva messa in orbita dei Gllitter boys serva solamente un brano veramente ruffiano e mainstream e/o magari una collaborazione con qualche mammasantissima del settore. Da parte mia l'invito è a lasciar perdere per un'oretta l'esordio da autentico paraculo di quel capellone di Slash (a mio giudizio fiacco), navigare tra le acque meno battute di 'Are you one of us?' con il dolce ausilio di una birra ghiacciata, una buona sigaretta....ah....tassativamente in dolce compagnia. Tonico.

 

Recensione di Alessio Minoia

MUTINY WITHIN

Mutiny Within

Roadrunner Records

 

 

Più che promettente CD d'esordio per i Mutiny Within, giovane band nata nel 2002 nel New Jersey, che si affaccia sulla ribalta internazionale, a fine aprile 2010, con l'omonimo full-length, sotto la validissima e attenta Roadrunner Records. Presentati come i più dotati e più giovani re del shred-prog metal del New Jersey, hanno già ricevuto complimenti lusinghieri da John Petrucci e Mike Portnoy dei Dream Theater. Stilisticamente la band propone con entusiasmo una musica che dal punto di vista dell'esecuzione strumentale si presenta molto bene, tanto sono perfetti gli arrangiamenti, priva di sbavature o inutili orpelli ma allo stesso tempo ricca e, soprattutto a livello vocale, finemente cesellata. Non a caso John Petrucci ha affermato "il contenuto melodico rende l'album piacevole all'ascolto, mentre il livello tecnico gli conferisce potenza e lo rende per me più interessante del tipico metal". In queste 11 canzoni c'è davvero una concezione 'universale' che consiste nell'aver creato un indovinatissimo, fresco e a tratti spumeggiante, sicuramente gradevole e immediato all'ascolto, miscuglio di sonorità progressive, power, thrash e metalcore. E' difficile, infatti, segnalare o peggio raccomandare singoli brani in un lavoro come questo che si presenta così compatto sotto il profilo della qualità di tutti i singoli brani che lo compongono. Ma è anche vero che, alcune tracce riescono a primeggiare per l'interpretazione vocale (unisce una naturale intensità, una profonda vocalità) del giovane cantante Chris Clancy. Tra i brani più rappresentativi dell'opera vanno senz'altro segnalati il primo singolo "Awake", "Images", "Year Of Affliction", "Forsaken" e l'hard rock track "Undone". Per concludere questa recensione direi che tutto è ben dosato, vaporoso quanto basta, potente e melodico. Buon ascolto!

 

Recensione di AngelDevil

CYRIL ACHARD

Violencia

Lion Music

 

Che strana sensazione. I primi dieci minuti di questa dichiarazione d'intenti bellamente intitolata 'Violencia' mi hanno lasciato esterrefatto. Mi chiedevo se in realtà ci fosse stato un errore perchè la sensazione di trovarsi di fronte all'opera prima o (peggio) di un live in studio autoprodotto e chissà, per quale strano scherzo del destino, distribuito sul mercato europeo era forte. Così, per evitare di innestare il pilota automatico il vostro umile recensore ha deciso di fare un piccolo passo indietro, scappare sul web e reperire qualche notizie in più su questo fantomatico Cyril Achard. Sorpresa sorpresa: non solo siamo in presenza di uno shredder affermato nonchè discretamente conosciuto nel vecchio continente ma che, con questo nuovo capitolo della sua discografia, taglia nettamente i ponti con il passato lanciandosi senza rete, puntando tutto su un approccio essenziale, rock seppur virtuosistico. Dimenticate overdubbing, acrobazie musicali, effetti, giochi di prestigio, ricchi premi e cotillon: groove, ritmo, riff, alchimia tra gli strumenti la fanno da padrone e così, magia delle magie, il platter (ma si dice ancora così??) assume ben altra pasta e consistenza. Supportato dal preciso e pulito Franck Hermanny (al basso) e dal monolitico Eric Lebailly (alle pelli) il francesino asfalta senza colpo ferire i nostri padiglioni auricolari riversandoci otto infuocati capitoli densi di suoni catchy e lineari. Vincente la scelta di limare al massimo il numero dei brani evitando passaggi estremamente arzigogolati, prediligendo sempre e comunque il sound puro/incontaminato come l'assenza di una seconda chitarra in appoggio dimostra ampiamente. Da qui in poi possiamo riprendere il cammino interrotto all'inizio di questa recensione: i primi dieci minuti vi lasceranno l'amaro in bocca visto che 'Brutalize' e 'Saint Hetfield' potranno apparire monolitiche, severe, a tratti ripetitive nell'incedere ma il tempo galantuomo accorrerà in aiuto del dotato (tecnicamente parlando s'intende) Cyril. 'Strong Hearted' vi avvolgerà in una spirale di potenza, con la title track, 'Sweet and Furious' e 'It's a gloomy day' vi ritroverete a maledire il giorno in cui avete deciso di tagliarvi i capelli perchè "Metal is fucking cool !" Sia ben inteso, 'Violencia' è un disco rock a 360°, in grado di immagazzinare i retaggi progressive dei Fates Warning di 'Parallels', il candore tecnico di un Vinnie Moore prima incarnazione ('Mind's eye'), le cesellature raffinate che solo generi come il jazz e la fusion (mi risuona il nome di Daryl Stuermer) e l'approccio tout court di quel mostro della sei corde che risponde al nome di Steve Morse. Troverete tanta passione, sentimento e ferocia determinazione ma gi amanti del funambolismo possono dormire sonni sereni in quanto abbondano, scale, note, soli e prelibatezze del genere.

Il verdetto finale su quest'opera è decisamente positivo, forse una strada poco personale e dinamica già percorsa in precedenza da ben altri numi tutelari del settore, basti pensare al Satriani uscito con un disco omonimo mosso dalla medesima esigenza musicale (correva l'anno 1995) ma in ogni caso percorsa con sincerità e senso della misura. Si tratta molto probabilmente di un percorso artistico che porterà il buon Cyril e i suoi fidi pard verso una nuova dimensione con il prossimo cd ma, per il momento, chissenefrega. Outsider.

 

Recensione di Alessio Minoia

GENERAL FIASCO

Buildings

Infectious Records

 

I General Fiasco sono una band nordirlandese formatasi nel 2007 ed è la classica band che si forma tra i banchi di una scuola superiore. La band è un trio di adolescenti dedita a sonorità punk –indie molto poppeggianti che ha saputo attirare la mia attenzione grazie alla trasmissione in heavy rotation del loro ballabilissimo singolo "Ever so shy" da parte di Andrea Rock e Giulia Salvi nella loro seguitissima trasmissione "Virgin generation" su Virgin Radio. La band non è ancora maggiorenne anagraficamente e questo trio di ragazzini ci mette un'energia grandissima nelle loro composizioni molto punk indie spruzzate pesantemente di pop. I punti di riferimento che vengono subito al mio orecchio posson essere certamente i The Strokes,i The Kooks,gli Arctic Monkeys e gli Snow Patrol di cui saranno il supporto in una data che attirerà molte persone allo "Homecoming ward park" il prossimo 5 Giugno.La band inoltre si esibirà in diversi festival tra i quali il prossimo prestigiosissimo Glastonbury e sta facendo un tour incessante nel Regno Unito. Il disco è uscito lo scorso 22 Marzo e io mi son procurato subito la deluxe edition che vede anche l'esecuzione live in acustico di diversi pezzi del disco. La band è formata da Owen,basso e voce e dal fratello Enda alle chitarre e basso e viene completata dal batterista Leaky,entrato in un secondo momento nella band. Dieci canzoni dai testi molto spensierati,tipicamente adolescenziali,ma che ti entra in circolo subito e ti mette allegria addosso.La band , non è certamente formata da mostri di tecnica musicale,ma è molto grintosa nell'insieme.Le canzoni,strizzano molto l'occhio alla programmazione radiofonica.

L'opener "We are the foolish" ha dei cori molto belli e diversi spunti che la fan ricordare ma è la bellissima "Ever so shy" che ti molla la prima pappina in faccia,con una linea di basso,che sembra esser fuoriuscito direttamente dal grandioso "Is this it?"dei The Strokes con la voce di Owen,che mi ricorda parecchio in taluni tratti quella di Jack White dei White Stripes.Un pezzo che sicuramente è il loro manifesto d'intenti con quella "Let's get wasted,all I ever do" che canti ogni attimo. Vi piaccion i Placebo e adorate Brian Molko?Avete detto di si,date un ascolto a"Please take your time" e apprezzerete. Un ritornello che gronda rabbia adolescenziale in ogni sua nota,uno stacco di chitarra indiavolato e un basso slappato ti fan saltellare,bello contento.

Altro pezzo molto ritmato è "I'm not made of eyes", poppeggiante al massimo e con un coro con molto pathos,la batteria suonata velocemente da Leaky, batterista tipicamente indie come formazione. La voce in falsetto in talune parti di Owen e una riuscita partitura orchestrale fanno di"Sinkin ships "invece uno dei momenti piu' belli del disco, anche se effettivamente si discosta dal sound globale di questo primo loro lavoro. "Rebel get by" invece fu il loro primo singolo e sicuramente avrà attirato l'attenzione dei giornalisti di "NME" o "Mojo",tipico sound indie britannico senza particolarissima inventiva globale,ma che si fa ascoltare molto volentieri. Pezzo con alcuni cambi di tempo. Molto d'atmosfera è invece "Talk to my friend" che mi ricorda i primi U2 senza ovviamente avere il carisma dei quattro leggendari irlandesi, ma molto grintosa nelle chitarre e nel cantato rabbioso di Owen. Questa deluxe edition vede come bonus disc alcuni brani del disco suonate in acustico, l a rabbia della band rimane intatta anche senza chitarre elettriche e quella stravolta maggiormente è certamente "We are the foolish" che vede anche la presenza di un piano nella sua versione. Sostanzialmente la band è ancora acerba sotto diversi punti di vista ma lascia presagire ,se non si perde via,un bel futuro,che siano magari i prossimi Ash,visto che la loro "Ever so shy", mi ricorda molto quando era arrivata alle mie orecchie la mitica "Girls from Mars"e come lei è una canzone davvero strabella. Un disco che consiglio agli amanti di sonorità alla Strokes,Kooks e che si lascia volentieri ascoltare.

 

Recensione di MauRnrPirate

DRIVE SHE SAID

Dreams Will Come

AOR Heaven

 

 

La collaborazione oramai ventennale tra Mark Mangold and Al Fritsch sembra proseguire senza gli intoppi (soprattutto discografici) che ne avevano minato le fondamenta durante i primi anni di questo nuovo secolo. Tecnicamente 'Dreams Will Come' non è altro che una compilation scrigno contenente il meglio di quanto pubblicato fin ora (5 dischi) dal fantomatico duo che, nell'ultimo lustro, ha trovato finalmente una meritata attenzione proprio sul mercato europeo, da sempre ricettivo verso l' hard rock/aor di matrice statunitense come dimostrano i ripetuti tour di top band del calibro di Journey, Foreignen, Dokken e/o la nascita di un festival interamente dedicato al genere (il Firefest Festival). Ed è proprio in occasione di questo evento dell' ottobre scorso che il leader Mangold allestisce una all-star band con Jon Binova (chitarra), Mark Sorrentino (batteria) e Paul Ranieri (basso) dando nuova linfa ad un progetto che non è mai riuscito a raccogliere, a livello di vendite, quanto giustamente seminato qualitativamente. Il successo di quella esibizione va al di là di ogni più rosea aspettativa e, anzi, frutta alla band a stelle e strisce la resurrezione definitiva grazie alla Metal Heaven di Georg Siegl, passando dalla distribuzione della nostrana e immancabile Frontiers Records di Serafino Perugino. Il risultato di questo assegno in bianco è il dischetto luccicante in mio possesso, perfetto e bilanciato ibrido tra piccole e preziose chicche come la 'I Found Someone' che i più attempati di voi ricorderanno al top delle classifiche americane grazie alla magnifica voce di Cher (1987), oppure 'Fool's Game' di Boltoniana memoria (1983). Sarebbe però ingeneroso fermarci solo sui due meravigliosi diamanti firmati dalla penna del buon Mangold: tutti i 17 pezzi brillano di luce propria, grazie alle straordinarie capacità vocali di Fritsch, capace (per giunta) di suonare tutti gli strumenti nella rocciosa title track che ci rimanda agli Stryper del fin troppo sottovalutato 'In God We Trust'. Per chi non l'avesse capito stiamo parlando di un rock adulto finemente cesellato da melodie piene a tutta ugola ('Don' t you know') che hanno vissuto il periodo di maggior splendore nella seconda metà degli eighties grazie a band seminali come Survivor, Heart, Richard Marx, Bad English, House of Lords ma anche e soprattutto grazie ad un sottobosco forse ancora più rilevante qualitativamente parlando ( Giant, Unruly Child, King Kobra, Hurricane, Benny Mardones tanto per non fare nomi.)Tra la cavalcata in doppia cassa di 'Drivin' Wheel', il rock post moderno di 'Try2LetGo' (uno dei due pezzi inediti), i mid tempo fisici e sensuali di 'Maybe It's Love' e 'Hold On' passando dalla ballad strappalacrime (e mutande) come 'Real life' c'è veramente di ché godere nei sessanta e passa minuti di questo multiforme splendido album. Unica nota negativa: perchè non rimasterizzare queste song ex novo adeguando la qualità sonora troppo datata rispetto alla fastosità di un songwriting senza tempo? Attendiamo con impazienza un lavoro nuovo di zecca e, nel frattempo, aspettiamo fiduciosi una calata sul suolo italico in occasione del tour estivo in programmazione proprio in questi giorni. Redivivi.

 

Recensione di Alessio Minoia

MASTERMIND

Insomnia

Lion Music

 

Gli americani Mastermind tornano con un nuovo album intitolato "Insomnia", settimo lavoro in studio uscito lo scorso Febbraio per l'attivissima etichetta Lion Music. Con due nuove entrate nella band, la poliedrica cantante Tracy McShane e con la presenza in tutto il disco di un esperto tastierista quale Jens Johansson,la band regala un lavoro di facile assorbimento, con trame di progressive metal non troppo strutturate e difficili da comprendere per l'ascoltatore medio. I fratelli Berends, fondatori della band, tornano quindi dopo una pausa decennale e devo dire che riescono a regalarci buona musica sostanzialmente. La voce di Tracy è particolarissima, non è una cantante influenzata molto dalla musica lirica quale posson essere Tarja ex Nightwish e Sharon dei Within Temptation, ma paga chiaramente pegno alle voci di Pat Benatar e Ann Wilson, risultando però decisamente più simile alla prima. In alcune parti,mi ha ricordato anche l'olandesina Anouk,molto conosciuta per l'hit "Nobody's wife". I pezzi sono molto vari e forse in talune parti non c'è un filo conduttore,sembran lunghe jam sessions in studio che poi son diventate canzoni molto varie tra di loro. Non puoi rimanere fermo sulle ritmiche indiavolate dell'opener "Desire", mentre l'oscura quarta traccia "Meltdown" ti entra in circolo letalmente e ti trasporta in atmosfere a dir poco evocative. L'assolo di Bill Berends è chiaramente influenzato dai lavori di Petrucci,anche se siam lontani mille miglia dalla bravura dell'axe hero dei Dream Theater. Le batterie del fratello Rich, invece per tutto il brano, non riescono a conquistare pienamente, ma fondamentalmente fanno un buon lavoro di insieme al basso suonato anch esso da Bill Barends. "Piggy world" è una canzone molto riuscita,che potrebbe essere su lavori tipo "Youthanasia"dei Megadeth, come ispirazione con Tracy che riesce a passare da tonalità cupe a tonalità che grondano pathos ogni millesimo di secondo, in un batter d'occhio. I testi dell'album si riferiscono alla vita di ogni giorno, non è un concept album e questo lavoro ha richiesto molti sforzi da parte della band. Sicuramente non c'è il cosiddetto "hit immediato" in questo cd ma è un lavoro fatto da professionisti e non musicisti improvvisati e rispetto al loro passato la melodia è incentrata sulle canzoni e non su duelli strumentali dei vari componenti della band. Sicuramente, Tracy è la ciliegina sulla torta e canta davvero bene, soprattutto nella lunga canzone finale"Last Cigarette", dove certamente avrebbe potuto figurare egregiamente anche Cristina dei Lacuna Coil. Un disco quindi abbastanza bello.

 

Recensione di MauRnrPirate