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TOP ALBUM!!!
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RADIONOIZ

Multiplo

Autoprodotto

 

"Multiplo", composto da 10 canzoni, non è un semplice disco. E' come una raccolta di immagini in musica. Sono note spogliate e regalate alle nostre orecchie sulle tante sfaccettature della vita, sull’amore, perché sono sempre uno stimolo a reagire di fronte a qualsiasi difficoltà e a portare avanti, pur faticoso o leggero che sia, a vivere queste multiple emozioni. Questo disco è come uno scrigno di passione e speranze dei Radionoiz, band formata da Mick Castellana (voce, basso), Sergio Ratti (batteria) e Gianmarco De Feo (chitarra) con base operativa a Milano, che segna in modo davvero convincente, sia dal punto di vista strettamente musicale che a livello di testi, un ottimo esordio per una band alla quale non mancano talento e gusto musicale. Registrato al GranGranStudio di Enea Bardi, tra marzo e maggio 2009, mixato al Jungle Sound di Milano e masterizzato allo Sterling Sound di New York, sta già conquistando ottimi consensi da diverse Radio: con il brano "Luna Storta" su R101 vincono la finalissima del Fattore C, talent show musicale del programma condotto da Tamara Donà, mentre il brano "Piccola Strega" si piazza al primo posto della New Geneartion Chart di Virgin Radio. La title-track "Multiplo" apre questa carrellata musicale di pezzi uno più bello dell'altro. E le danze hanno inizio con un rock selvaggio e ritmato, di quelli che ti si stampano in testa al primo ascolto e a cui non puoi resistere. La grinta vocale di Mick Castellana, nella sua ruvidità è davvero trascinante."Luna Storta"di grande presa, è un brano rock impetuoso, grintoso, sudato, gestito in maniera perfetta sia dal testo che dalla musica stessa. E si passa al Rock n' Roll in tutto e per tutto con un testo "piccante" della stupenda "Labbra di miele"; sonorità a cui non puoi resistere: groove da vendere e refrain con tanto di coro da stadio. Trascinante. Chicche di riflessività disincantata sono la perla "Piccola Strega" che, con la sua disarmante efficace semplicità conquista non solo chi ama la musica rock, ma chi ama la musica. Impossibile non lasciarsi trasportare da questa canzone. "Spina nel cuore" è un brano di buon gusto e di pregevole fattura, dove sia il testo che la melodia rock si fondono con sax, tromba e piano, sprigionando energia e carisma da tutti i pori. Chitarra e voce, per le note intime di "Combinazioni" che sale di intensità come un vento che cambia sempre forza e direzione, ma che comunque non smette mai di soffiare. Un album molto comunicativo, musiche eccellenti e testi davvero significativi. Bellissimo dall'inizio alla fine, coinvolgente, attuale, diretto, che vi stregherà piacevolmente con un rock made in Italy puro e sincero. Trovate la band nei seguinti siti: www.radionoiz.it - www.myspace.com/radionoiz  - facebook.com/pages/Radionoiz

 

 

Recensione di AngelDevil

BAD BONES

A Family Affair

Nadir Music

 

L’impressione che si ha ascoltando il secondo album dei fratelli Bone è questa: come se si fossero strappati il costato ed avessero aperto la cassa toracica all’orecchio di tutti. A Family Affair, pur non perdendo la potenza di rock genuino che caratterizza il sound della band, risulta più profondo senza però cadere nel tranello della lentezza: questo album rende ancora più forte il rapporto che questa band nostrana ha col suo pubblico trascinandolo nelle innumerevoli avventure vissute a cavallo di due continenti in due anni di tour, viaggi e grandiosi concerti. Per chi ancora non li conoscesse I Bad Bones sono una band tutta italiana proveniente dalla zona di Cuneo che in meno di tre anni di attività ha saputo non solo rivoluzionare il panorama rock della sua zona, ma anche far parlare di sé a livello internazionale grazie ad un sound potente e cattivo seppur armonioso, dei brani diretti dal tenore rude e ricchi di ricercatezze tecniche tra cui di certo risalta la scelta di un suono strumentale genuino, privo di suoni sintetici, transistor ed effetti digitali. Lasciamo dunque i sentimentalismi e la storia per entrare nel vivo di questo piccolo capolavoro… partendo dal principio ci troviamo subito davanti ad una breve introduzione strumentale che apre letteralmente le porte del viaggio. Dopodiché si susseguono brani potenti di rock cattivo vecchio stile, passando per lo stridere di “Modern Times” fino al rauco di “Road To Rock’n’Roll” un’ondata di potenza investe l’ascoltatore. Dopo una dose di sano rock non poteva mancare il blues, sempre riletto in chiave Bad Bones, i quali ci accompagnano a Ghostown per assaggiare la terra secca e quel panorama da film western rimasto di certo nei sogni d’infanzia di tutti i lettori di Tex. Il viaggio continua e porta fino a “Run Over Me”, un pezzo di pesanti influenze psichedeliche che rapisce per 5 minuti appena, scandendo il tempo come sono scanditi i moti dell’anima di un’attesa impaziente che passa dall’angoscia sottile e calma alla rabbia prorompente. In prossimità della chiusura troviamo l'ennesimo gioiellino di casa Bone: la canzone "Desperado" incisa con la partecipazione vocale di Roberto Tiranti (Vanexa, New Trolls, Labyrinth, Genius, il musical I Dieci Comandamenti) col risultato di un piacevole gioco di intrecci tra la finezza leggera ed il sound americaneggiante della voce di Meku Bone. La potenza continua senza singhiozzi per tutto l’album, fino a concedere un po’ di tranquillità solo all’ultimo brano, già uscito in preview nell’EP “Dead Boy: Don’t Let The Spirits Get In” riproposto come ballad di chiusura dopo un'attenta nuova produzione. A Family Affair è costellato di sottili e piacevoli giochi tecnici che lasciano emergere indubbiamente i trascorsi musicali dei fratellini, dissonanze ricercate nelle parti di chitarra, armonie giocose al basso e piccoli tocchi di stile alla batteria tutti da scoprire ascolto dopo ascolto; un album in sostanza, perfetto per scapocciare a ritmo di grezzo puro rock, e ancora di più per concedersi un ascolto ricco di particolari da scovare e gustare a fondo. Un ultimo elogio va, indubbiamente, alla produzione; Tommy Talamanca della Nadir Music ha dimostrato con “A Family Affair” di potersi pregiare d'eccellenza non solo nel campo del metallo più pesante. Come un pittore esperto dipinge a lievi tocchi senza appesantire il quadro Tommy ha saputo gestire i suoni senza artifici innaturali limitandosi a esaltare con leggerezza il suono vero e puro della band, e proprio per questo mettendolo nel vostro stereo avrete la sensazione di trovarvi sottopalco ad un loro concerto.

 

Un ringraziamento particolare a Lara Arcostanzo senza la quale questa recensione non esisterebbe!!! Grazie!!

 

Recensione di Andrea Lami

KANI

Rockabeast

Nicotine Records

 

 

Mettetevi i vostri occhiali da sole; tirate fuori i vostri Custom scintillanti; accendete i motori; non scordatevi le vostre sigarette e la vostra pupa da caricare dietro e sfrecciate a tutta birra. Preparatevi, perché le strade italiche si stanno infiammando di rock 'n roll selvaggio e crudo. E' questo quello che viene da pensare ascoltando questo ottimo esordio discografico dei Kani; Rock band nostrana formatasi nell'estate 2007 dal bassista Leonardo “Lispio” Langaro e dal chitarrista Diego “Pante” Lovato, ai quali in seguito si sono aggiunti il cantante Alessio “Joker” Mannino e il batterista Michele “Cib” Biscaro. Dal 2008 la band inizia a setacciare la “strada” suonando in diversi locali Veneti e del nord Italia portando in giro il loro Demo omonimo contenente quattro tracce di puro rock 'n roll. Grazie a questo demo nel 2009 partecipano ad un mini tour europeo che li porterà in Germania per quattro date (Colonia e Berlino) e in Olanda. Da questa esperienza viene prodotto un mini-live dal titolo “From the Gutter to your Ears. Live in Cologne”. Finalmente arriviamo ai giorni nostri con questo “Rockabeast” che sancisce il loro esordio discografico sotto la Nicotine Records (in uscita il 24 Aprile) e mixato ai Raptor Studio di Matteo “Ciube” Tabacco (bassista dei vicentini Dufresne). Un disco che puzza tremendamente di asfalto, Alcool e Sesso, tanto sesso. Il più sporco e rozzo rock 'n roll stradaiolo che conosciamo. Un sound devoto ai leggendari Motorhead del grande Lemmy, oltre che agli spericolati Nashville Pussy. 11 tracce sporche e violente con l'anima calda del Blues. Si parte con la trascinante “Getcha HellYeah!” e “Proud Smoker”; brani molto Nashville Pussy's Style. La voce di Alessio è proprio un misto tra Lemmy dei Motorhead e Blaine dei N.P., in definitiva una goduria per chi ama un rock 'n roll con pochi fronzoli e tanto sudore. Le chitarre sono veloci e taglienti, la batteria picchia senza sosta e il basso fa il suo “sporco” gioco, spiccando in alcuni casi come nell'ottima “Don't Steal my boots” dove è il giro cazzuto di Leonardo ad aprire le danze e a dirigere l'intero brano. Sesso esplicito nell'ottima “Too sexy for my pants” mentre con “Dead soul cowboy” si ha l'unico momento di respiro con un brano in Mid-tempo che strabocca di blues. Sette minuti di pura intensità con la graffiante voce di Alessio che duetta alla perfezione con un riff intenso e crudo della chitarra. Sicuramente la prova maiuscola di tutto l'album. Con “4 bastards 4 a roll” si toccano invece orizzonti leggermente punk rock ma nel complesso il brano risulta molto efficace sin dal primo ascolto con un ottimo riff di chitarra molto travolgente.

Il disco si chiude con la potentissima “Rockabeast” che, dato il titolo, non poteva essere altrimenti. Un perfetto e breve brano (2 minuti) in stile Motorhead dove Alessio fa proprio il verso a Lemmy nel cantato, in modo molto esplicito ma in ogni caso ben riuscito. Questo “Rockabeast” non sarà sicuramente un album originale ma in ogni caso è ben fatto. Fa sempre piacere ascoltare una band che propone un genere difficile da promuovere in Italia; ennesima dimostrazione che anche da noi esistono band che sanno suonare una musica sincera e vera, fatta di sacrifici, sudore ed energia. I veri rocker italiani (e non solo) sapranno apprezzare tutto questo. Visitate il loro sito web: www.kaniband.com  e il loro MySpace: www.myspace.com/kaniband

 

Recensione di SimoSuicide

MIKE PATTON'S MONDOCANE

Mike Patton’s Mondocane

Ipecac Records

 

Mike Patton, leader degli statunitensi Faith No More, è sicuramente uno dei cantanti piu’importanti e apprezzati sulla scena rock degli ultimi venti anni. Eclettico e “pazzoide”, con una voce che sa toccare ogni tonalità e interpretare alla perfezione ogni genere, il buon Mike ha sempre avuto un debole per l’Italia,tanto piu’ che è sposato con una donna emiliana da molti anni ormai. Incuriosito e affascinato dalla musica italiana anni 60 nel 2007, forma i Mondo Cane insieme al noto trombettista e cantante italiano Roy Paci, che debuttarono con tre storici concerti europei in prestigiosi teatri, accompagnati da un’orchestra sinfonica di trenta elementi. Tale progetto deve il suo nome a un documentario shock del 1962 di Gualtiero Jacopetti. Questo disco, inciso per la sua personale casa discografica Ipecac, è composto da undici tracce che non si discostano molto dagli originali ma che son marcati dal tipico istrionismo della voce di Patton. Sicuramente molti storceranno il naso davanti a un’operazione simile, forse bollandola per eccessivo commercialismo ma invece se non si bada a questo, si viene letteralmente conquistati da interpretazioni perfette e precise di queste canzoni che bene o male, per la maggior parte dei titoli, conosciamo un po’ tutti. La pronuncia di Mike è davvero all’altezza,ovviamente il suo tipico accento americano non lo puoi cancellare del tutto e la Metropole Orchestra, Roy Paci e dal chitarrista Alessandro Stefana sono ottimi compagni di viaggio in questa fedele rivisitazione di storici brani che, per un’ora circa ti fa quasi dimenticare l’epoca in cui viviamo. Alcuni titoli che venivano eseguiti dal vivo quali “24000 baci” del “Molleggiato” Celentano, “Sapore di sale” di Gino Paoli non figurano nella tracklist di questo disco ma vi assicuro che soltanto ascoltando “Che Notte”di Fred Buscaglione,dove mi sembra di essere capitato sui set di qualche film di Sergio Leone e la fantastica interpretazione in perfetto dialetto partenopeo di “Scalinatella” valgono l’acquisto. Non è un progetto, che merita di essere ascoltato tanto per; bensi’ è un progetto che merita di rimanere a lungo nelle vostre tracklists e ancora una volta conferma che di Mike Patton c’è n’è uno. Un disco che potrete tranquillamente fare ascoltare ai vostri genitori e persino ai vostri nonni, senza che vi dicano sempre di abbassare quel dannato volume. Da avere!

 

Recensione di MauRnrPirate

Y&T

Facemelter

Frontiers Records

 

Già dalla loro costituzione nei primi anni ’70, gli Y&T (Yesterday And Today moniker ispirato da una canzone dei Beatles) gettarono quelle che poi sono diventate le basi, gli standard, di molte hard rock band, senza mai raggiungere il successo vero e proprio. Nati ad Oakland in California l’originale quartetto formato da Dave Meniketti voce/chitarra, Phil Kennemore basso; Leonard Haze batteria e Joey Alves chitarra ritmica ha all’attivo nella propria discografia 18 album, tre greatest hits i quali gli hanno permesso di vendere qualcosa come quattro milioni di dischi. Alcune delle loro canzoni hanno fatto parte della heavy rotation di MTV o sono state usate nelle colonne sonore di show televisivi (le bagnine più belle del mondo di Baywatch, giusto per citarne uno). A distanza di ben 13 anni dall’ultimo album registrato in studio, i due membri originali Meniketti/Kennemore riprendono il loro cammino insieme agli attuali John Nymann (chitarra) e Mike Vanderhule (batteria) per dar vita a questo “Facemelter”. Va ricordato che nella band hanno reso i loro servigi musicisti del calibro di Jimmy DeGrasso (Alice Cooper, Fiona, tournista per i White Lion, Suicidal Tendencies, Megadeth) alla batteria e Stef Burns (Alice Cooper, Berlin, Michael Bolton, Heuy Lewis attualmente con il nostro rocker Vasco Rossi) alla chitarra. Evito accuratamente l'analisi al microscopio e mi accontento di sottolinearvi i passi salienti, quali la ritmata e potente “On With The Show” oppure “Shine On” dallo splendido quanto semplice chorus da stadio senza dimenticare “Hot Shot” che sembra un pezzo molto vicino ai più famosi rocker australiani ma anche “Blind Patriot” forse il pezzo migliore e più incazzato dell'intero album. Come indicato dallo stesso titolo, “Facemelter” è un album hard rock che cattura l’energia sprigionata da questi vecchi rocker, melodie vincenti, massicci riff di chitarra sono parte essenziale di queste ultime composizioni. Ancora una volta la vecchia scuola vince sulle nuove leve, alle quali non resterà -come buon augurio- di aprire il “Facemelter-tour”. Piccola curiosità, il titolo dell’album nasce da un’espressione di un fan che a fine concerto disse “You melted my face”. Questo complimento fu la fonte d’ispirazione a suo tempo per la Facemelting Music (compagnia di publishing) ed attualmente di quest’ultima fatica.

 

Recensione di Andrea Lami

WILDROADS

WildRoads

Autoprodotto

 

Con i loro brani "chiassosi", con riff aggressivi, veloci, con situazioni trascinanti e accattivanti e le influenze variegate, come è facilmente intuibile, resta il rock'n'roll la matrice di fondo del sound dei toscani Wildroads. Attivi da ben nove anni, dopo svariati cambi di line-up, pubblicano questo primo EP, autoprodotto, contenente cinque brani. A dominare le tracce sono le atmosfere "ottantiane" che, nel complesso sono buone, ma è l'attitudine a farne da padrona con cui vengono interpretati i pezzi di certo non originali. I ritornelli e gli assoli graffianti di "Wild Roads", incalzante traccia che dà il titolo al disco, convince più dell'opener "Rider of the Sunset". Ritmi sostenuti anche per "She Has Been Cheated!" e "Sick Soul" adatte per incendiare il dancefloor. Ma sono gli 8 minuti della ballat "Re - live My Life" a scaldare a dovere il cuore dei rocker, grazie anche alle parti di tastiera ad opera della special-guest Federico Pedichini (aka Freddy Delirio) nonché produttore dell'EP in questione. Vanno riconosciute doti come l'impegno e la ricerca di un sound che, seppur saldamente ancorato ai clichè tipici del genere, cerca almeno di apparir fresco e personale. Attendiamo un lavoro più completo da Michael Cavallini (Voce), Nik Capitini (Chitarra), Giulio Antonelli (Chitarra), Alessandro Lupo (Basso) e Simone Baldi (Batteria). Per maggiori info visitate il loro Myspace: www.myspace.com/wildroadsband

 

Recensione di AngelDevil

SKULL DAZE

Skull Daze

Street Symphonies Records

 

Nati nel 2007 come cover band dei Murderdolls, i romani Skull Daze, grazie alla la nostrana Street Symphonies Records, esordiscono con 11 brani inediti. Sin dalle prime battute dell'omonimo album, ci fanno capire che non si tratta di suonare semplici canzoni per nostalgici degli anni '80, ma di proporre un mix omogeneo di street – glam- metal; con un sound moderno e potente alternato a ritornelli orecchiabili che si stampano subito in testa. Quindi, melodie "semplici" e dirette, intrecci di chitarre efficaci ed una linea vocale corale ed espressiva che ci riportano al comune hair metal a stelle e strisce dei Motley Crue al rock scandinavo dei Crazy Lixx e Hardcore Superstar, senza grandi innovazioni ma sicuramente ben suonato e ben prodotto. E' quasi impossibile non lasciarsi trascinare dai refrain di questi pezzi, che sembrano costruite apposta per la sede live. Il disco non presenta punti deboli in nessuna delle tracce, passando dalle veloci e rabbiose "Back to Hell", "Nothin", alla accattivante "Dirty Girl" e alla notevole "Nowhere to Run", forse il brano più ispirato dell'album. Si chiude  a tutto gas con la party song "Sex Drugs and rock 'n Roll" che, si dimostra un pezzo ben riuscito in cui la velocità dei riff chitarristici ben si incastrano con la voce graffiante e arrogante di Johnny. Con questo debut album si nota dunque il buono stato compositivo della band. Ogni brano è supportato dalle capacità dei musicisti, a partire da Johnny Rainbow, ottimo sia nei momenti più tirati ed aggressivi che in quelli più melodici; Acey Starlight e Danny Slade alle chitarre compongono riff ed assoli trascinanti; notevole anche la sezione ritmica, con la batteria di Diego "The President" sempre precisa e con il suono denso e corposo del basso di Joey London a completare il tutto. In definitiva un debutto davvero notevole, per una band che speriamo faccia davvero strada. Let's Rock! Album consigliato! www.myspace.com/skulldazeband

 

Recensione di AngelDevil

DOUBLE CROSS

II

Sweet Poison Records / Self

 

Davvero molto interessanti questi Double Cross, non c'è che dire. Con questo "II", distribuito dalla Sweet Poison Records, arrivano al loro esordio discografico e sinceramente un esordio così travolgente per una band l'ho sentito pochissime volte. Segnatevi bene il loro nome perché se siete dei fan nostalgici dei Guns 'n Roses prima maniera; quelli sporchi, pericolosi e stradaioli allora è la band che fa per voi. Il loro sound è chiaramente figlio dello street rock anni 80, il genere che proprio i GNR portarono alla ribalta alla fine di quel decennio. Si parte subito con due brani aggressivi e di ottima fattura come "With No Illusion" e "Breaking is Good". Il primo apre le danze con un energico "Fuck You" gridato dal cantante Matt Dean Brownstone al Mondo intero, giusto per far capire come questa band Veneta (sì, avete capito bene, sono veneti) di grinta da vendere ne abbiano molta. Il secondo si apre con un ottimo riff di chitarra molto azzeccato. Quello che colpisce subito è la grande somiglianza della voce di Matt a quella di Axl Rose ma soprattutto a colpire è il grande talento dei musicisti che riescono a sfoderare dei riff di ottima fattura: Matt oltre a cantare si alterna con il chitarrista Joseph Lazzaris ad a-soli potenti e precisi, il tutto condito da energiche battute di pelli del talentuoso Remo Thunder (batterista del gruppo). Dopo questo inizio chiaramente Street, uno si aspetterebbe la stessa linea per tutto l'album ed invece non è così. Ottima "Call You", una power steet rock track della bellezza di sei minuti. Un brano ricco di Epicità con repentini cambi di velocità e una grande versatilità canora di Matt, oltre agli azzeccatissimi riff di chitarra del duo Matt/Joseph. Con la successiva Semi-Ballad "The Other Side" si toccano orizzonti alla Black Sabbath con un Sound cupo e ricco di emotività, con una voce "teatrale" ed intensa del cantante. E' la grande diversità sonora che rende piacevole questo lavoro. Ogni brano, escluse le prime due tracce, sembra avere una storia a sé toccando diversi generi e per questo non annoia, anzi. Se apprezzate il Power Metal allora "Blind Eyes" è il brano che fa per voi. Grandi schitarrate e rullate di batteria travolgenti uniti ad un cantato ricco di melodia. "Take me Away" è invece un brano che ripercorre la stessa falsariga delle prime due tracce dell'album ma non risulta in ogni modo banale con un Groove che fa venire voglia di dimenarsi come degli ossessi. Il disco si chiude con 3 brani frutto di un unico percorso sonoro. Si parte con la strumentale "Death is not the And" che pare omaggiare i Metallica di "Welcome Home (Sanitarium)" e dall'inizio della successiva "All I Said" sembra proprio di essere su questo frangente anche se dal ritornello si torna chiaramente su orizzonti ben più Street rock. A chiudere il cerchio di questo "trittico" ci pensa la conclusiva strumentale "'till the end of all Times" che ci riporta su tonalità ben più metal con un breve ma significativo saluto a mò di tenore del cantante Matt intonando un "Amen! Amen! My Friend...Amen! 'till the end of all time!". Profetico, non c'è che dire. Sono presenti anche ben tre bonus track anch'esse molto eterogenee nello stile come la particolarissima ed intensa "No Need to Defy"; "'till our next Life" e la Street rock "Use me Baby". Brani che confermano la grande eterogeneità della band. Con questo ottimo lavoro i Double Cross entrano di diritto nelle migliori rivelazioni di questo 2010. Visitate il loro MySpace: www.myspace.com/doublecrossrnr

 

Recensione di SimoSuicide

GLYDER

Yesterday, Today and Tomorrow

SPV/Audioglobe

 

Volevamo essere i Thin Lizzy. Cinque parole che sintetizzano in pieno il terzo lavoro sfornato dal quartetto irlandese che, dalla sua, può annoverare nel proprio curriculum apparizioni eccellenti al Gods of Metal 2007 e supporting act per mostri sacri del calibro di Michael Schenker e Wishbone Ash. Ciononostante l'album è veramente zoppicante: i tredici brani presentati, tra cui l'epilogo strumentale 'Elverstown', non conoscono movimenti sussultori rimanendo di fatto ancorati ad un vecchio copione a base di hard rock anglosassone senza particolari spunti di cronaca. L'uso della doppia ascia nelle figure di Bat Kinane e Pete Fisher non produce sostanziali effetti di sorta in quanto la qualità e l'efficacia degli intrecci, il ping pong istituzionale officiato da band seminali (gli stessi Lizzy ma anche Maiden, Saxon e Tygers of Pan Tang) si ripete stancamente nella opener 'That Line' come in 'The Bitter End' e via dicendo. Senza ombra di dubbio gran parte dell' "effetto zavorra" viene dalla voce senza infamia e senza lode di Tony Cullen, monocorde nella tonalità, noiosa nella timbrica, troppo morbida ed impalpabile nei chorus da sempre ossatura fondamentale di questo modo di comporre rock. Non tutto è da buttare: 'Innocent Eyes' riporta finalmente le lancette temporali al 2010 con un sound ampio e definito, la title track si segnala per un'alternanza tra movimenti lenti ed articolati, quasi psichedelici, e sferzate energiche e dinamiche. Piccola nota di colore: la presenza del leader dei Y&T Dave Meniketti quale ospite speciale. Stiamo discutendo di modesto album realizzato da una discreta pub band a cui facciamo i nostri migliori auguri per una dignitosa continuazione della propria carriera live ma francamente ci si chiede il perchè di un contratto sotto il monicker PSV. Fast Forward.

 

Recensione di Alessio Minoia