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TORNA ALL'ELENCO RECENSIONI
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THE LOVECRAVE

Soul Saliva

Repo Records

 

Dedicarsi all'ascolto di "Soul Saliva" è come tuffarsi a capofitto in un mare che, con le sue onde rock, metal, electro-goth, ci evidenziano l'evoluzione stilistica dei The LoveCrave. La band italiana, apprezzata e amata all'estero con l'album di debutto "The Angel and The Rain" del 2006, li ha portati a suonare in tour in Germania con i canadesi The Birthday Massacre, all’ Underworld di Londra, all’ Alcatraz di Milano, ed in vari festival gothic europei. Il disco ha fruttato al gruppo anche un premio al MEI. Pur mantenendo le radici ben salde nel terreno del gothic metal, abbandonando in parte, la matrice darkwave dell'album di debutto con brani puntati maggiormente sul lato goth n' rock metal. La qualità della scrittura rende godibile la fruzione di "Soul Saliva" e la produzione risulta estremamente curata, certificando l'ottima riuscita. Costituito da 10 brani il leit-motif dell’album è un'oscillazione del ritmo che alterna momenti graffianti ed abrasivi ad episodi più dolci. Ad aprire questo lavoro sono le note della “fantasy” gothic metal "The Other You", ma è la potente "Warriors" dall'impatto sonoro corposo e graffiante a colpire con le sue venature dark-metal. Intrigante con parti di elettronica usate con la giusta discrezione che farebbe la sua dignitosa figura su un qualunque dancefloor. Altra song energica, dalle mille sfaccettature, è la quinta "Get outta here!"; vi sorprenderà per il suo approccio intelligente e creativo e per il suo suono Metal. L'impatto sonoro di "Tru Blood" è esplosivo. La splendida e superba voce di Francesca, graffiante e corposa, si snoda nei riff indiavolati di chitarra che si stagliano su un tappeto di tastiere che sanno intessere fitte trame di sinistra e genuina goticità. Questo pezzo racchiude dei momenti e degli stacchi di pregevole fattura in cui tastiere, chitarre, basso e batteria corrono e si rincorrono per tutta la durata della canzone. Forza strepitosa. Con una sezione ritmica (basso e batteria) sempre puntuale, potente e precisa stregano e seducono con la fantastica interpretazione nella cover "Thriller", hit di Michael Jackson qui in stile gothic metal dove la band esprime il suo meglio e vi fonde le più diverse influenze. Dai ritmi sostenuti passiamo ad episodi più dolci delle bella "Fade" e alla sognante "Leon's Lullaby" dove la raffinata voce di Francesca ci culla con un potenziale vocale da brivido. La conclusiva "Outsider" lascia spazio agli strumenti che accompagnano l'evolversi della vocalità: le tastiere costruiscono una trama assolutamente meravigliosa, mentre l' assolo stupendo di chitarra di Tank, ispirato al rock, è toccante, travolgente..è brividi lungo la schiena. In questo episodio l'impatto delle sei corde e le melodie tenebrose impartite dalle tastiere evidenziano l'essenza primaria del “gotico” che riaffiora passionalmente. Ottima musica, profondamente 'visiva', libera di fluire secondo l'ispirazione di questi 'fuoriclasse' dei rispettivi strumenti:la chitarra di Tank Palamara, il basso di Simon Dredo, la batteria di Bob “The Machine” Parolin e la splendida voce di Francesca Chiara. La contrapposizione, la mediazione emotiva, presente in questo disco, ha reso più vario lo scenario sonoro di fatto appetibile a un pubblico piuttosto vario. Un album bellissimo ed  interessante da avere, da scoprire e amare; coadiuvato da un evocativo digipack. Per maggiori info visitate il MySpace e website della band: www.myspace.com/thelovecrave - www.thelovecrave.com

 

Recensione di AngelDevil

ELTON JUNK

Loophole

Forears

 

 

C'era molta attesa per questo quarto lavoro dei Senesi Elton Junk, nei negozi dai primi di Marzo sotto l'etichetta Forears. Un lavoro leggermente differente dai precedenti. Ovvio, l'attitudine New Wave e Progressive della band è sempre quella, ma in questo lavoro il percorso sonoro si fa più cupo ed introspettivo. E' un disco che fa riflettere e non poco. La musica è unita a testi intensi e ricchi di poesia e simbolismo, unito a sonorità che in più di una volta sfociano nel rock più essenziale che conosciamo, soprattutto con la title track “Loophole” e la successiva “Particular Skills”; brani cantati in inglese con grande naturalezza e personalità da Andrea Tabacco. Nel primo caso il suono si avvicina incredibilmente ai Placebo soprattutto nel ritornello e in effetti si rimane un po' basiti ma comunque è un brano che rende bene. Con “The Power of Love” si tocca l'apice del disco con un ritorno al New Wave più introspettivo con un suono di basso in crescendo dell'ottimo Alessandro Pace. Un disco eterogeneo e non banale che tocca gli orizzonti più intimi e profondi della musica, spaziando in vari generi pur sempre di stampo progressive e Indie, come nella open track “Il fiume”, figlia del Max Gazzè dei tempi migliori. Sicuramente la miglior prova di questo gruppo italiano che ci ricorda quanto la musica “alternativa” nostrana abbia sempre molto da dire. I Baustelle insegnano, ma non sono gli unici, gli Elton Junk ne sono la prova più lampante. MySpace: http://www.myspace.com/eltonjunk

 

Recensione di SimoSuicide

DAVY KNOWLES and BACK DOOR SLAM

Coming up for air

Blix Street Records

 

Quando ho sentito per la prima volta Davy Knowles suonare, sono rimasta subito colpita. Istintivamente lo associai a Eric Clapton. La sua voce e la chitarra sono la forza gravitazionale attorno alla quale tutto orbita. L'album si apre con qualche nota che introduce il primo brano "Coming up for air", dal quale prende il nome, e si concentra sulla voce del cantante. L'utilizzo di più strumenti è molto importante poiché rende il suono completo. Si passa da melodie soft a esplosioni di colore e intensità; e, nonostante il giovane Davy sia un grande talento Blues e che alcune canzoni presentano ritmi e stili leggermente diversi, la sua chitarra continua a piangere secondo le chiare linee Blues che ricordano Joe Banamassa, John Mayer e, naturalmente, il sopracitato Clapton. Al centro dell'album, Davy unisce le sue abilità Blues con quelle di un piccolo coro Gospel, in una cover di George Harrison. "Hear me Lord", capolavoro di questo album, che vede alla console e a duettare con la chitarra Peter Frampton, co-produttore della maggior parte delle canzoni delle quali ha contribuito anche come paroliere e corista. Chiare influenze le si possono trovare nella canzone successiva, “Amber’s song”.

Canzoni come "Tear Down The Walls" e "Keep On Searching" potrebbero presentare toni più cupi, ma questi verranno acquisiti col tempo, con l'esperienza, senza togliere il fatto che lasciano grande curiosità riguardo a ciò che Davy Knowles potrebbe fare, con queste canzoni, sul palco.

Un lavoro convincente, che sottolinea la crescita di questo talento e della sua band e che lascia grandi prospettive per il futuro.

 

Recensione di Senogibalc

THUNDERSTONE

Dirt Metal

SPV

 

'Dirt Metal' rappresenta un nuovo inizio per la band finnica giunta a tagliare il traguardo del quinto full lenght in una decade di intensa attività discografica e live.L'entusiasmante decimo posto raggiunto nelle charts nazionali con il precedente 'Evolution 4.0' non ha intaccato minimamente l'esigenza del leader, l’ottimo guitar man Nino Laurenne, di trasformare ulteriormente il power metal di stampo scandinavo proposto finora. A farne le spese sono state le teste del vecchio singer Pasi Rantanen e del tastierista Kari Tornack rimpiazzati più che egregiamente dallo screaming sporco e aggressivo di Rick Altzi e dal pulito e preciso Jukka Karinen. Il suono si è estremizzato in tutti i sensi: le chitarre sono affilate e taglienti, la produzione è accurata, rotonda e cristallina, l'alternanza tra killer track ('Star' e 'Dodge The Bullet') veloci, scure con una doppia cassa in evidenza e mid tempo sostenuti e quadrati ('Deadlights') non penalizzano la componente melodica. Il lavoro delle keyboard impreziosisce e riveste di sfarzo, eleganza, tecnica pezzi ben strutturati che si lasciano ascoltare più volte volteggiando di gran lunga oltre la media del genere. I paragoni di massima con Stratovarius e Symphony X ci sono (inutile negarlo) ma appaiono riferimenti sfumati che lasciano il tempo che trovano. Siamo inoltre di fronte ad un five piece che tecnicamente sa il fatto suo, competenza nel sogwriting, discreta “paraculaggine” nella scelta dei chorus ('I almighty') e dei solo (Michael Romeo docet), padronanza nel ponderare il groove e il mood dei pezzi strada facendo rendendo l'ascolto di questo 'Dirt Metal' quasi mai scontato e ripetitivo. Trovo sinceramente limitanti sia la cover che il titolo scelto per questo lavoro, stereotipi non degni di una band matura come quella dei 'Thunderstone'. L’ evoluzione degli scandinavi sorprende e ci sono ampi margini di miglioramento, se avete modo tempo e qualche spicciolo da investire date un ascolto a quest' opera e godetene appieno i frutti maturi al punto giusto. Progression of Power.

 

Recensione di Alessio Minoia

GRAND ILLUSION

Brand New World

AOR Heaven

 

La storia dei Grand Illusion nasce nel 1986 (sotto il nome Promotion) e prosegue fino al 2005, quando gli stessi membri del gruppo decidono di prendersi una pausa per ricaricarsi e per lavorare/collaborare con altri musicisti. Dopo quattro anni e mezzo di assenza questo terzetto ha deciso di riunirsi dando alle stampe un nuovo album intitolato “Brave New World” che oltre ai membri storici (Anders Rydholm, Per Svensson e Peter Sundell) vede la presenza di Gregg Bissonette (David Lee Roth, Satriani, Santana, Toto giusto per citarne alcuni), Tom Pierce, Danny Jacobs, Roger Ljunggren e Kjell Klaesson, Mike Slamer in veste di ospiti. Gli albori di questo nuovo album prendono forma nell’aprile del 2009 quando Rydholm vola a Los Angeles da Gregg Bissonette per gettare le basi di quello che poi sarebbe diventato il dischetto in nostro possesso. Dall’unione di Anders e Gregg ne nascono le successive collaborazioni: ognuno parla dei propri chitarristi preferiti ed il gioco è fatto, in quattro e quattr’otto i plettri di questi musicisti si mettono a disposizione.

La musica proposta da questo terzetto svedese si può avvicinare ad un hard rock dove la melodia ruba agli altri attori il ruolo da protagonista. I riferimenti sono gruppi come Winger, Giant, Tyketto, ma anche qualcosa di Journey o Europe. La cartuccia migliore viene sparata non appena si schiaccia play con “Never Find Her Alone”, una canzone che al primo ascolto è passata via liscia, fino a quando non mi sono accorto il giorno dopo che la stavo fischiettando. Segue “All Out Of Love” con un riff di chitarra che ha del “già sentito” ma tutto sommato un ottimo brano dove Peter Sundell conferma quanto di buono aveva fatto nel primo pezzo tornando su tonalità elevate. L'album è abbastanza vario perché è composto da brani come “157th Breakdown”, “I'm Alive” dove il ritmo aumenta ed il piedino sotto la scrivania incomincia a battere il tempo, ma anche da canzoni strappamutande come “Emily” e “Forever With You”. Una piacevole sorpresa da una band che dimostra di possedere doti musicali e carattere per proseguire ottimamente sulla strada intrapresa.

 

Piccola nota personale. I buchi antiduplicazione inseriti dalla casa discografica -al pari della vocina che parla sulla canzone- sono una delle cose più brutte che possano esistere nel mercato discografico. L'equivalente di mettere la pubblicità in un film con Jenna Jameson e Rocco Siffredi.

 

Recensione di Andrea Lami

STORMZONE

Death Dealer

SPV

 

2+2=5. Mai come in questo caso la matematica è un’opinione. Prendete Iron Maiden…… mi raccomando versione Blaze Bayley, Saxon, Diamond Head, Def Leppard, Praying Mantis, una tecnica sugli strumenti appena sufficiente, una produzione asciutta asciutta come il vostro palato dopo aver mangiato due chili di amaretti e mischiate tutto accuratamente, mai come in questo caso il risultato non corrisponde alla somma delle singole parti. Formatisi nel 2005 grazie alla tenacia del vocalist John ‘Har’ Harbinson in quel di Belfast, arrivano all’esordio discografico un paio di anni dopo sotto tutela della Escape Music sfornando un discreto concentrato di hard rock in bello stile, buon viatico per una serie di tour eccellenti ( Y&T, Tesla, White Lion, George Lynch, L.a. Guns). ‘Caught In The Act’ (questo il titolo del debut) malauguratamente soffriva di un songwriting e di una esecuzione artigianale e proprio per questo l’innesto di una vecchia volpe come Davy Bates (stagionato drummer irlandese conosciuto per il suo lavoro negli Sweet Savage) non poteva che aiutare la maturazione di un quintetto sensibilmente a corto di esperienza. ‘Death Dealer’ rimischia le carte in tavola, sterzando in maniera decisa verso un heavy rock che deve tutto alla lezione decennale delle band di cui sopra ma rimanendo, di fondo, un album leggero, non impegnativo e tutto sommato ascoltabilissimo. L’ugola di Harbinson è un derivato (meno graffiante) di Biff Byford ed è altresì innegabile che parecchi passaggi paiono trafugati dagli spartiti di platter icona come ‘Killers’ e ‘ Crusader’. Ma gli Stormzone hanno dalla loro una capacità che spesso viene sottovalutata dalla schiera di lungocriniti cowboy di riff imperanti in Germania e (qui lo dico) Italia: la semplicità. Track come ‘The Legend Carries On’ oppure ‘Labyrinth’ sono lineari, armoniose nel loro classico sviluppo strofa-bridge-chorus, gli assoli vanno e vengono al momento giusto, mai prolissi, mai pomposi, mai autocelebrativi. Non troverete in questo disco nulla che vi faccia venire la pelle d’oca e che vi faccia sobbalzare dalla poltrona con gli occhi fuori dalle orbite e manichetta di saliva al seguito ma, in compenso, ammirerete la dedizione di questi cinque ragazzoni “out of time” e apprezzerete piccole gemme come ‘Wasted Lives’, power ballad che avrebbe risollevato le sorti di un disco intitolato ‘Virtual XI’ di maideniana memoria. Ecco, se proprio devo tendere un filo conduttore con qualcosa che possa essere conosciuto da tutti (o quasi), è proprio il secondo e ultimo album dell’ era legata all’ex singer dei Wolfsbane a cui sono stato immediatamente rimandato dalla mia fatua memoria, evidentemente non sono il solo a pensarla in questo modo visto che questo come back può vantare il nome di Neal Kay (leggendario Dj scopritore anche degli stessi Maiden) in qualità di co-produttore.

Ora vi chiederete, ma come mai dopo tutto questo chiacchiericcio concentrico fondamentalmente positivo ci si ritrova con una valutazione di due stelle? Molto semplice, ve l’ho detto che mai come in questo caso la matematica è un’opinione. Spiazzante.

 

Recensione di Alessio Minoia