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TORNA ALL'ELENCO RECENSIONI
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MOLLY HATCHET

Justice

SPV

 

Certe cose non cambiano mai. Prendiamo per esempio i Molly Hatchet e ‘Justice’, tredicesimo album della loro sterminata carriera spalmata lungo quattro decadi di sudato e rovente hard southern rock con gli attributi. E’ il disco che ti aspetti da chi non ha più nulla da dimostrare a nessuno e che, anzi, omaggia la propria storia piena zeppa di gloria, tragedia, fango, vita on the road senza apparire melensi, stucchevoli o, peggio, datati dei bei tempi che furono ritroviamo il solo Dave Hlubek alla chitarra ma la sostanza, come d’altronde l’ennesima epica copertina, non cambia. L’opener ‘Been to Heaven, Been to Hell’ ma anche pezzi come ‘Vengeance’ e ‘In The Darkness Of The Night’ galoppano selvaggi lasciandoci intravedere un parziale indurimento del sound rafforzato da una produzione rotonda e pastosa. ‘Justice’ può essere a tutti gli effetti considerato un concept album dedicato interamente alla straziante storia di una bambina di Jacksonville (paese natale dei nostri eroi) di sette anni rapita, seviziata ed infine barbaramente uccisa.  Tutte le liriche danno perciò ampio spazio ai sentimenti che ognuno di noi avverte di fronte a questo tipo di tragedie collettive che colpiscono profondamente una comunità, un senso di appartenza ad un territorio, ad un modo di vivere, agire, pensare e che ci fanno osservare il nostro vicino di casa con occhi diversi, spesso ostili. Per fortuna ci corre in aiuto la musica, e che musica! ‘Safe In The Skin’ è grovvy e passionale, in ‘Deep Water’ fanno capolino tastiere AOR old school e in generale la tracking list è ben bilanciata tra episodi catchy e parentesi pacate e riflessive quanto basta per non intralciare l’immagine positiva, fiera e sanguigna della band. Certo, qualche passaggio a vuoto lo troviamo di tanto in tanto con qualche pezzo riempitivo francamente banalotto (‘American Pride’) o prolisso (gli otto minuti di ‘I’m Gonna Live Till I Die’) ma tirando le somme siamo pur sempre di fronte ad un prodotto ampiamente al di sopra della media che sprizza classe da tutti i pori. Questi Molly Hatchet ricalcano in parecchi passaggi il validissimo ‘God & Guns’ dei loro “partners in crime” Lynyrd Skynyrd mostrandoci come in fondo è proprio una buonissima idea invecchiare suonando del sano e vecchio rock. Alla salute!

 

Recensione di Alessio Minoia

PETER FRAMPTON

Thank you Mister Churchill

New Door Records

 

Sicuramente molti di voi ricorderanno Peter Frampton per l'album "Frampton Comes Alive" del 1976 e ignorano che il leggendario chitarrista abbia continuato e continua a fare musica. Ebbene si. "Thank you Mister Churchill" è il primo album dopo il suo "Fingerprints" col quale ha vinto un Grammy nel 2006. In questo album, Frampton, è concentrato sulle canzoni e sulle melodie vocali quanto sui suoi fantastici riff di chitarra, dimostrando tutta la sua musicalità intrecciando le melodie della sua chitarra con la composizione complessiva degli stessi brani.La title track d'apertura, "Thank you Mister Churchill" è chiaramente un ringraziamento a Churchill per aver reso possibile il ritorno a casa del Padre, Owen Frampton, dalla guerra e quindi per avere reso possibile la sua nascita. La canzone si apre con un groove accattivante di basso su un riff di chitarra acustica e contiene una buona quantità di assoli di chitarra di buon gusto. "I'm due in you" si apre con una melodia allegra. Dopo le melodie orecchiabili della strofa, inizia un ritornello accattivante che dimostra l'esperienza nel rock classic. Proprio quando pensi che la canzone sia finita, inizia un solo di Frampton che và a costruire il climax finale.La quinta traccia, "Vaudeville Nana and the banjolele", è un omaggio autobiografico che riguarda il primo strumento che il chitarrista ebbe da bambino, un vecchio banjolele regalatogli dalla nonna. La canzone inizia proprio con un banjolele che porta a una melodia quasi etnica. Ma quando pensi che la canzone stia prendendo la strada degli U2 o di Leon King, lo stesso Peter ti fa ricordare che si sta ascoltando un chitarrista leggendario. Uno dei pezzi migliori del disco, "Asleep at the wheel", è basato liricamente sul rapimento di cittadini giapponesi da parte del governo della Corea del Nord negli anni '70 e '80. La canzone presenta un rock duro e un riff di chitarra minaccioso, ma le parti migliori sono le strofe guidate dalla semplice voce di Frampton. Tutto questo vi riporta a uno dei primi concerti heavy metal del 1970. La traccia che segue è il pezzo strumentale dell'album, "Suite Libertè". Questa segue tematicamente "Asleep at the wheel":la prima parte, "Megumi", si apre con una breve, atmosferica chitarra solista e segue con una batteria jazz-spazzolata;la seconda parte, intitolata "Huria Watu", è un blues esteso con assolo hard rock. Qui Peter Frampton mette in mostra le sue capacità da chitarrista. L'assolo è piacevole da ascoltare ma non presenta nulla di memorabile, si tratta di puro divertimento."Invisible man" suona come se fosse stata registrata negli anni '70, con un coro femminile soul e qualche colpo di tamburello.

La canzone che chiude l'album, "Black Ice", inizia con un riff di chitarra acustica cupo. Qui le chitarre sono deboli e l'atmosfera è forte, splende il lavoro di autore dello stesso chitarrista. Rappresenta una metafora con la quale Frampton racconta la sua battaglia per la sobrietà e il ritorno sulla strada del successo che lo ha ferito ma non battuto completamente."Thank you Mister Churchill" è un buon album. I brani sono ben uniti tra loro e suonano come la persona che li ha scritti.Finalmente qualcosa di nuovo che esce dalle più anziane icone della chitarra e che mostra le vere capacità di questo guitar hero, Peter Frampton.

 

Recensione di Senogibalc

UMA

Veleno

Black Fading

 

Prendete un gruppo come gli Afterhours; prendete dei testi molto viscerali ma meno introspettivi e più chiari; prendete un suono molto diretto e duro ed ecco a voi gli Uma. “Veleno” sancisce il loro esordio discografico sotto la Black Fading ed è un esordio con i fiocchi. Un progetto alternativo questo Uma che nasce da un'idea di Andrea Conservati (Rapture) e Andrea Cavani (Raw Power e Browbeat) verso gli inizi del 2005, al quale si aggiungono in seguito Cristian Ceccardi alla voce e Roberto Vecchi al basso, completando in questo modo la Line Up. Un lavoro che mette a nudo le passioni più pure come ad esempio l'amore (“Per un minuto”,“Veleno”, “L'impiccato”), togliendoli quella patina di felicità e spensieratezza come spesso viene descritto. No, l'amore non è solo questo: è sofferenza, ambiguità, rabbia, passione sì, ma anche tanta incomprensione; dove spesso per superare tutto questo ci rifugiamo in noi stessi “a consumarsi la bocca con un po' di liquore”, “buttando dentro i nostri demoni” e “scavandoci la fossa” ( come canta in “Liquore”, senza dubbio la migliore del disco). Così come viene descritto il disagio verso la società odierna (“Ucciderei”, “Effetto Serra”). In sostanza gli Uma prendono la parte più oscura dell'essere umano e la tramutano in musica, con un Rock sincero e diretto, senza tanti giri di parole e con qualche chiaro accenno Noir. Non c'è lieto fine, ma solo razionalità nel vedere la vita nelle sue mille sfaccettature e soprattutto la più crudele e limpida verità (come in “Alberi”, brano che chiude il disco) senza però togliere quella punta di ottimismo essenziale per andare avanti.. I testi sono molto introspettivi e cantati con grande passione e talento da Cristian Ceccardi. Il resto della band compone delle atmosfere ad arte. Ogni traccia prende subito dal primo ascolto; i riff sono molto coinvolgenti e carichi di emotività. E' uno di quei lavori che fa riflettere e che rimane nel tempo in ognuno di noi, senza per questo toglierci la voglia di ballare. Chiunque potrà ritrovarsi in una delle dieci tracce che compongono il disco. Alla fine lascia un po' l'amaro in bocca ma è un pessimismo “sano” che scuote le coscienze, come solo il rock più vero riesce a fare. Complimenti. Sicuramente è un progetto che farà parlare molto di sé. Straconsigliato!www.myspace.com/uma06uma

 

Recensione di SimoSuicide

NEODEA

Teorema Del Delirio

Black Fading

 

Ascoltare certi album è sempre un piacere, soprattutto nei momenti quotidiani di rabbia e sconforto. Quante volte al giorno ci arrabbiamo o sorridiamo o affrontiamo centinaia di piccoli e consueti problemi? Infinite volte... Ecco, i Neodea fanno da colonna sonora al quotidiano più crudo che esista; alle percezioni visive e psichiche di ognuno di noi; alle concatenazioni di pensieri e frasi senza un'apparente senso logico. Insomma, un vero e proprio “Teorema del Delirio”, dove il “Sangue” e “L'ossigeno” sono il carburante per vivere ogni interminabile giorno. Un progetto artistico fatto di suoni crudi e potenti; di quel rock, in parte moderno e in parte tradizionale, d'oltre oceano. Si sente molto Grunge di stile Pearl Jam in questo disco e non a caso la voce calda ed intensa di Luca Colombo ricorda per certi versi il celebre Eddy Vedden. Ma quanto appena detto non deve però ingannare. L'album che questo quartetto milanese (trattasi di Luca Colombo, Federico Valisi, Igor Mihalji ed Emiliano Coldesina) ha creato, è frutto dell'unione di più stili: del Grunge, appunto, ma è facile anche sentire diversi riferimenti ai Led Zeppelin come nella Open Track “Panic Tv”, il tutto condito da un mix fresco ed incisivo che colpisce per la sua efficacia ed immediatezza. Le linee vocali ed i riff potenti sono un continuum in ogni brano, quasi a riflettere la noia del quotidiano. Ottima “Mascara” che prende subito dal primo ascolto con un groove e un ritornello molto azzeccati. Con il resto dei brani si continua sulla falsa riga dei precedenti, soprattutto con “Paradisi Artificiali” e “Violet”, quasi ad accompagnare il Tempo che passa inesorabile, raccontando storie di gente comune, come in Violet appunto. A spezzare un po' il ritmo ci pensa infine la lenta “Madre”, con un suono nostalgico ed introspettivo e con chitarre lente dal suono cupo. Ottima soprattutto la prestazione al basso di Igor che fa da faro nel suono, sia in questo brano che in tutto il lavoro, senza però sminuire la prestazione degli altri musicisti. C'è grande sintonia in tutto il gruppo; lo si percepisce ascoltando questo ottimo lavoro uscito lo scorso autunno sotto la Black Fading. L'aver trovato, dopo vari cambi di line Up, una stabilità interna, ha senza dubbio giovato a questa emergente Band e ha dato certamente nuova linfa al rock nostrano che dimostra di essere più vivo che mai! Consigliato. www.myspace.com/neodea

 

 

Recensione di SimoSuicide

MASTERPLAN

Time To Be King

AFM Records

 

Dopo aver avuto l'occasione di ascoltare in anteprima il minicd “Far From The End Of The World” eccoci finalmente con il full-leight in mano, anzi nel lettore, prontissimi a dare un seguito a quella golosa anteprima. La storia dei MASTERPLAN, come quella del figliol prodigo Jorn Lande ve l'ho già raccontata nella scorsa recensione, quindi non perdo tempo e vado a parlarvi dell'album in questione. Quanto di buono avevo ascoltato nel singolo di apertura, viene confermato già dalle prime note di “Fiddle Of Time”, una power song potente con un riff di tastiera molto coinvolgente ma con all'interno un drumming poco entusiasmante se non per la velocità d'esecuzione. “Blow Your Winds” non mi convince moltissimo: tolte le qualità dei musicisti che la eseguono, non mi rimane niente se non degli inserti elettronici. Salto direttamente all'omonima song, visto che sia “Far From The End Of The World” che “Lonely Winds Of War” erano contenute nel singolo del quale abbiamo già parlato (è terribile scoprire che i pezzi del minicd sono contenuti nell'album!!). “Time To Be King” introdotta dai rintocchi di una campana e da dei cori mi coinvolge totalmente grazie alla grinta che trasmette. Jorn mette a frutto le sue capacità e la sua esperienza: mai come in “The Dark Road” -almeno per quanto riguarda tutta la durata dell'album in questione- il “fantasma” di David Coverdale viene a bussarci alla porta. Se è vero che le rockstar hanno figli sparsi in tutto il mondo, può tranquillamente essere che Coverdale, durante un suo tour, passando per la Norvegia, abbia lasciato un suo ricordo a qualche bella norvegese. Abbiamo appena trascorso i 6 minuti e 19 nella in maniera più soft, quando “The Sun Is In Your Hands” ci riporta in sella al cavallo imbizzarrito chiamato Masterplan. A questo punto non conviene andar contro al volere dell'animale, quindi l’alternativa è quella di cercar di rimanere in groppa e così facciamo anche con “The Black One” altra song tirata impreziosita da un ottimo solo di Roland Grapow. La melodia vocale-di chitarra e di tastiera di “Blue Europa” mi colpisce a tal punto da eleggerla a mia song preferita dell'intero album, non a caso il mio indice andrà a schiacciare il tastino rewind. L'album volge al termine e tocca alle dolcissime note di “Under The Moon” prenderci per mano e coccolarci, prima dei saluti finali. Sicuramente i due brani già ascoltati e riascoltati nel minicd sono quelli che mi hanno lasciato qualcosa di più, segno che questo è un album da assaporare e riassaporare più volte per apprezzarne appieno il suo valore. Il binomio melodia e potenza fa parte del DNA di questa band e in questa ultima fatica, le aspettative non vengono disattese, anzi. Attualmente i Masterplan, con il ritorno di Jorn alla voce, si sono ripresi quel ruolo da attori della scena power-metal che avevano e che gli spetta di diritto.

 

Recensione di Andrea Lami

STONE TEMPLE PILOTS

Stone Temple Pilots

Warner

 

Ci sono gruppi, che hanno accompagnato la crescita musicale di moltissimi rockers in tutto il mondo, che a un certo punto di una brillantissima carriera, vengono divorati da conflitti interni che portano a separazioni dolorissime e accuse al vetriolo tramite i media e tu pensi che niente e nessuno potrà rimetterli tutti ancora sullo stesso palco e dentro uno studio. Gli Stone Temple Pilots, sono un’emblema vivente di questa equazione. La loro carriera è stata sfolgorante, con milioni di copie vendute e con varie separazioni e pause dovute alla vita non certo monacale e tossica del loro cantante, il carismatico Scott Weiland, reduce tra l’altro da una separazione molto pepata con l’altro suo supergruppo Velvet Revolver, formato con 3 ex Guns N’Roses dal nome altisonante di Slash,Duff Mc Kagan e Matt Sorum. Proprio nel 2008, ultimo anno di attività di Weiland col combo losangelino, cominciano a diffondersi sul web voci insistente di un riavvicinamento di Weiland coi fratelli De Leo per un grosso tour estivo degli Stone Temple Pilots nell’estate 2008. Gli altri Velvet Revolver, stufi comunque della pericolosa china presa da Scott all’interno del gruppo tra l’ altro palesemente piu’scazzato anche sul palco, ovviamente non la prendono molto bene e si giunge anche a litigate furiose tramite i loro siti personali e all’indomani dell’ultima data europea del tour 2008 ad Amsterdam, Slash comunica che la band va avanti anche senza di lui, che comunque dal palco in una data precedente, aveva annunciato il loro scioglimento…secondo lui. Gli Stone Temple Pilots si ritrovano quindi sul palco dopo svariati anni e la chimica, nonostante qualche iniziale assestamento, è sempre la stessa, vale a dire esplosiva. La band non ha certo bisogno di soldi e di sputtanamenti, rischiando di incidere un album mediocre o sottotono e per un po’di tempo, la band si limita a suonare dal vivo e Scott pubblica anche un deludente secondo album solista chiamato “Happy in Galores”. Con varie anticipazioni sul loro sito ufficiale, si giunge alla pubblicazione di questo straordinario cd che viene intitolato semplicemente col loro nome. Cosa c’è da dire? Sicuramente questo è il loro disco maggiormente rock della loro produzione. Un disco che suona come un chiaro omaggio a Beatles, ai Rolling Stones nel primo singolo “Between the Lines” e che soprattutto zittirà le solite malelingue che li bollano come gruppo grunge. Il fatto che loro di grunge han poco, visto che son nati a San Diego, con il sole e ogni cd loro è sempre stato caratterizzato da un Melting Pot di stili e questo sicuramente è quello piu’ compatto. Non puoi rimanere fermo sulla meravigliosa “Hickory dickotomy”, che sembra una filastrocca e ti entra in circolo come un bicchiere di Brunello di Montalcino. Faccio volutamente un paragone enogastronomico per dichiarare la differenza tra gli Stone Temple Pilots e molti altri: una classe immensa. Altro episodio pazzesco è l’anthem ipnotizzante “Dare if you dare”, molto Seventies. La band è in formissima, nulla da eccepire e la produzione è a dir poco cristallina. La bellezza di questo disco non sta in un singolo attore ma nella trama del film, potrei fare una metafora cinematografica per definirlo. Le liriche di Weiland son semplici da recepire, la chitarra di Dean De Leo sa sempre accompagnare adeguatamente ogni canzone come in “Hazy Daze” dove il riff della canzone è lo scheletro di tutta la composizione e la sezione ritmica formata da Eric Kretz alla batteria e dall’altro De Leo, vale a dire Robert è un combo su cui puoi contare ad occhi chiusi. Un disco che non ha un episodio brutto sinceramente, molto rock e molto grooveggiante allo stesso tempo, che si candida sicuramente tra gli episodi migliori di questo 2010. Completano questa edizione deluxe in mio possesso, tre tracce live registrate a Chicago, quest' anno, vale a dire il loro classico “Vasoline” e le nuove composizioni “Hickory dickotomy”e “Between the lines” che son state registrate superbamente e son ancora piu’ grintose dal vivo. Da segnalare anche un buffo esperimento di Scott, vale a dire “Samba Nova” dove si cimenta in tipici ritmi brasileiri. CONSIGLIATISSIMO e non perdetevi la loro data italiana del 28 Giugno a Milano.

 

Recensione di MauRnrPirate

VINCE NEIL

Tattoos & Tequila

Frontiers Records

 

Non sto a presentarvi Vince Neil Wharton né a dirvi per chi ha suonato negli ultimi trent'anni, se siete nostri affezionati lettori delle pagine di RockRebelMagazine non c'è bisogno di introduzione per un personaggio del genere. Vince Neil forse è più famoso per i suoi eccessi che per le sue doti musicali (soprattutto dal vivo), anche se tutto sommato il suo modo di cantare ha influenzato la scena musicale glam/sleazy/street degli anni ottanta. La carriera solista inizia non appena Nikki Sixx decide di cacciarlo dai Motley Crue per abuso di droghe (se non è un paradosso questo!!), comunque non appena uscito dalla band riceve una richiesta per comporre e cantare un pezzo che prenderà il titolo di “You're Invited (But Your Friend Can't Come)” scritto con la collaborazione dei due Damn Yankees Tommy Shaw e Jack Blades. Gli abiti da front-man vengono momentaneamente riposti nell'armadio mentre prende sempre più piede la sua seconda passione: i cart, un amore ben presto abbandonato -anche per scarsi risultati- per tornare a prendere in mano un microfono. Il gruppo che si costruità attorno è di prim'ordine con l'ex drummer degli Enuff Z'Nuff Vikki Foxx, l'ex bassista di Ozzy-Billy Idol Phil Soussan e dopo numerose ricerche troverà in Steve Stevens, anche lui ex Billy Idol, il personaggio giusto al quale affidare le parti di chitarra. Una volta completata la line-up, Vince firma un accordo con l'etichetta Warner Bros Record e nel 1993 pubblica “Exposed”, a tutt'oggi il miglior album della carriera solista. Ne seguiranno vari cambi di line-up, la pubblicazione di “Carved in Stone” nel 1995, un album che subì del ritardo a causa della scomparsa a causa di cancro della piccola figlia di 4 anni Skylar Lynnae. Il lutto fece cadere Vince in una depressione fortissima. La reunion con i Motley rallenta bruscamente di fatto la carriera solista di Vince che suonerà insieme a Poison e Skid Row nel 2002 e nel 2003 darà alle stampe l'album “Live At The Whiskey - One Night Only” un album che contiene praticamente un pezzo soltanto che non fa parte della discografia dei Motley Crue. Ulteriori cambi di formazione ci portano alla seguente formazione: Dana Strum e Jeff Blando entrambi membri degli Slaughter rispettivamente al basso e chitarra e da Zoltan Chaney alla batteria: un pazzo furioso che ricorda molto il Tommy Lee prima maniera (buttate un occhio ai suoi filmati su youtube). Questo “Tattoos & Tequila” contiene due brani inediti di Vince: l'omonima canzone che apre il disco scritta insieme al produttore dell’album Marti Frederiksen ed “Another Bad Day” originariamente scritta da Nikki Sixx per l’album “New Tattoo” ma poi messa da parte. Le altre dieci tracce non sono le classiche cover di singoli da classifica, ma canzoni prese dal repertorio di grandi artisti (Cheap Trick, Sweet, Aerosmith, Sex Pistols, Scorpions, Elvis Presley, Elton John, Creedence Clearwater Revival, Zz Top, The Hollies) che, passate sotto la cura di Vince, diventano il più “street” possibile, un po’ come quando ti compri dei jeans e li vuoi rendere tuoi, strappandoli e cucendoci sopra qualche toppa!! Un disco di valore da ascoltare in mille occasioni possibilmente selvagge!!

 

Recensione di Andrea Lami

PRIMAL FEAR

Live In U.S.A.

Frontiers Records

 

I tedeschi Primal Fear, dopo la recente pubblicazione dell'ultimo album di inediti, decidono di dare alle stampe un CD ed un DVD live. Il Cd è stato registrato in Atlanta, New York e Los Angeles, mentre il dvd per lo più registrato in Svizzera allo Z7 festival anche se contiene molte fotografie dello show tenutosi ad Atlanta più altre foto dal Brasile/San Paolo e Giappone/Tokyo & Osaka ed è per quello che il titolo è “16.6 – All Over The World”. Lo stesso dvd contiene molto materiale extra come i momenti più divertenti “on the road”, tutti i videoclip dei PF oltre al making of … di “16.6” ed un'interessante intervista sul assato/futuro della band. La storia dei Primal Fear la conosciamo un po' tutti, Ralph Sheepers, dopo essere uscito dai Gamma Ray di Kay Hansen, decide di fondare un gruppo tutto suo il cui genere prende ispirazione dai Judas Priest della Painkillers-era. Siamo nel 1998 quando l'omonimo album vede la luce, ne seguiranno ben sei mantenendo il livello qualitativo sempre alto. Dopo tanta produzione in studio, soprattutto per una band le cui esibizioni dal vivo rappresentano una parte importante della loro attività, ecco arrivare il primo album live. 14 canzoni che ripercorrono un po' la carriera della band, un agglomerato di metallo. L'ultima fatica in studio è l'album meglio rappresentato in questa esibizione dal vivo, tanto che è proprio “Before The Devil Knows You're Dead” ad introdurci “Under The Radar” brano nel quale Sheepers si presenta al pubblico raggiungendo vette altissime degne del suo maestro-fonte d'ispirazione Rob Halford. La scaletta della serata è varia e attinge a quasi tutti gli album pubblicati dal quintetto tedesco ad esclusione solo degli album “Black Sun” e “Seven Seals”. La ciliegina sulla torta è rappresentata da Pamela Moore in veste di ospite. A quanto pare l'ultimo tour dei Primal Fear, sembra sia stato il migliore sin dal 1998 (anno di formazione della band), cosa del tutto normale visto che data dopo data l'esperienza viene ad accumularsi. Ne giova sicuramente lo spettacolo nel suo insieme, dove i musicisti che ne prendono parte e questo album live ne sono la prova tangibile.

 

Recensione di Andrea Lami

VANDEN PLAS

The Seraphic Clockwork

Frontiers Records

 

A distanza di soli quattro anni dalla pubblicazione dell'ultimo album in studio, “Christ O”, i tedeschi Vanden Plas tornano con la loro ultima fatica “The Seraphic Clockwork”. Son passati ormai 15 anni dalla pubblicazione del loro masterpiece “Colour Temple”, che li aveva fatti notare al grande pubblico.

Ci troviamo ora di fronte ad un concept dove le qualità tecniche e l'ormai inconfondibile trademark sono i fili conduttori per l'intera durata dell'album. Questo “The Seraphic Clockwork” contiene un suono molto più variegato, progressive e metal-oriented rispetto alle precedenti produzioni. Ne è un perfetto esempio “on My Way To Jerusalem” una canzone di ben 13 minuti, un piccolo capolavoro all'interno di un album di per sé omogeneo. L'ascoltatore viene preso per mano con il dolcissimo intro ed accompagnato in questo viaggio avventuroso a partire dalle dolci parti di pianoforte, passando per i duri riff di chitarra, insomma l'intera gamma che la musica progressive-metal può offrire.

La storia di questo concept è stata scritta dal cantante Andy Kuntz e racconta un viaggio nel tempo che parte dalla del 16° secolo per arrivare alla Gerusalemme dell'anno 33 d.c. dove il protagonista, dopo una visione apocalittica, è arrivato sotto l'incantesimo di una profezia del Vecchio Testamento. Il suo viaggio indietro attraverso i secoli per affrontare quello che è il destino datogli da Dio. La complessità lirico-musicale di quest'opera è sicuramente interessante e stimolante allo stesso tempo. I Vanden Plas dimostrano una volta di più le loro qualità tanto da meritarsi i massimi riconoscimenti internazionali. Auguriamoci di poter ammirare da vivo tale imponente lavoro.

 

Recensione di Andrea Lami

SILENT CALL

Greed

Escape Music

 

La Svezia ultimamente sta monopolizzando il mercato e non solo in un genere specifico ma gettando qua e là gruppi capaci di ben figurare sul mercato mondiale. Attualmente è la volta dei SILENT CALL, che con un demo ed un album di debutto all'attivo (un po' poco per vent'anni di carriera), tornano sul mercato discografico con questo nuovo album curato in ogni singolo particolare. Ne sono la dimostrazione la copertina, il booklet, e queste sono le cose di minor importanza, ma soprattutto la produzione affidata a Martin Kronlund (Hammerfall), i suoni, ed infine, questa volta citate per ultimo come l'ospite più importante della serata: le canzoni. Qui è tutto al posto giusto, questi svedesotti sono capaci di trasformare i punti di riferimento -che in questo caso sono i gruppi prog metal che tutti conosciamo- in fonte d'ispirazione anche se capita saltuariamente di provare la sensazione del “già sentito” come in “Every Day”, “Unbreakable” dove fanno capolino i Dream Theater oppure su “All That I Might Be” dove ritornano alla mente i passaggi dei Fates Warning.

C'è un'unica possibilità che un po' tutti conoscono relativa all'approccio con la musica prog/progmetal: per apprezzarla totalmente o sei un fan accanito oppure risulta al primo ascolto molto “difficile” e non ci sono prove d'appello perché le critiche per questi musicisti piovono copiose. Quante volte abbiamo sentito: “sono bravi, però...”, “ma tutte queste note, questi assoli mi annoiano...”, “sono freddi..”, “le canzoni troppo lunghe, annoiano” ?? Troppe volte!! Il prog/prog-metal è questo, canzoni senza l'obbligo di chiusura entro il quarto minuto, cambi di tempo, cantato alto e assoli infiniti. La differenza la fa sempre e solo la qualità delle canzoni e questo dischetto ne contiene alcune di pregevole fattura. Risulta facile capire che questo lavoro raggiunge facilmente la sufficienza tanto da inserire questo gruppo tra le nuove leve. I tanti riferimenti denotano ancora una mancanza di una personalità propria e quindi ampi margini di miglioramento.

 

Recensione di Andrea Lami