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MALLORY SWITCH

Mallory

GB Sound

 

La musica dei Mallory Switch si ripresenta all’esame della critica e del pubblico, dopo due EP "Mallory Switch" del 2007 e "Freeek!" del 2009, col presente "Mallory" che esce per la GB Sound, corredato da una raffinata grafica che impreziosisce un booklet ricco di fotografie accattivanti, testi e note esaustive. Prodotto in grande stile da Marco Trentacoste (vanta collaborazioni con Lacuna Coil, Blasonica, LeVibrazioni, Rezophonic) è senz’altro un album studiato nei minimi particolari ed è il caso di dire che la mano di Trentacoste si sente, e questo è solo un bene. Prende forma così un disco dannatamente e splendidamente organizzato in 10 brani dalle sonorità imbrigliate tra elettrorock, industrial, rap-metal, gothic e altre sfumature interessanti. La musica dei Mallory Switch è variegata e le molteplici influenze s'intrecciano e si ritrovano in varie tracce, amalgamandosi ed evolvendosi in geniali intuizioni strumentali. E' una miscela musicale che rende ben chiara l'identità artistica della band, che sfodera grandi potenzialità per le melodie originali ed intriganti e per la quantità di talento che si evince dalla prima all'ultima traccia del cd per voce, testi e musica. Le tracce che ci presentano ci svelano una band dalle mille risorse. L'album si apre in gloria con l'introduttiva "Businnes Television", seguono a ruota la magnetica elettro rock "You Made My Shitlist", la trascinante elettro-gothic "Dirt" e la sorprendente nu-metal-rap "The Last Man On Earth" con la partecipazione del noto rapper Newyorchese Beans (Antipop Consortium). La fusione chitarre elettriche-keyboards messa in atto ci condurrà fino alla conclusiva "Mother Earth", splendida traccia che scaturirà piacevoli sensazioni fin dal primo ascolto. E bene, la buona alternanza tra attitudine metal e dolcezza/potenza della voce di Audrey Lynch formano un mix coinvolgente ed esplosivo. "Mallory" è un disco che ha stile e immediatezza nell'approccio. Da ascoltare e comprare assolutamente! Per maggiori info visitate il sito della band: www.malloryswitch.com

 

Recensione di AngelDevil

CRONOFOBIA

Idolo

K-Production

 

"Idolo" è la nuova e seconda opera dei bresciani Cronofobia (Alberto Marcon -chitarra, voce-, Fausto Coccoli -basso-, Michele Saleri -batteria) che ci consegnano 11 canzoni, con testi in italiano, carichi di significato. Questo album è uno sfilare di brani che raggruppano le sonorità di quelle band americane che dominarono la scena musicale all'inizio degli anni '90 con il grunge. Emozioni che trapassano l’infinito per arrivare dritte al centro dell’anima, “ferite” che risvegliate da brani lenti ed ossessivi provocano estasi e tormento. Le note iniziali con cui si apre l’album danno vita così a queste sensazioni. Rumoroso e acido "Idolo" è un viaggio sonoro altisonante e pieno di doppi sensi, un’opera che ha la sua grande forza proprio in questa sua doppia ambivalenza. Troviamo così brani lenti ed ossessivi come "Incudine" e "Jakka"; con "Il Servo", “Sanguino Ovunque” e “Vergine” i riff di chitarra distorti, così heavy e si fondono tra rabbia, riflessione, consapevolezza. Con la conclusiva “Cronofobia" la carica rock predomina grazie al lavoro batteria- basso: corposo ed accattivante. Nulla di eccessivamente innovativo, ma si tratta comunque di un buon disco da ascoltare attentamente. "Idolo" non deluderà gli amanti del genere e i fan dei Cronofobia. Per maggiori info visitate la pagina MySpace: www.myspace.com/cronofobiagrunge

 

 

Recensione di AngelDevil

HEMOGLOBINA

Era of the 5th sun

Black Fading

 

L'estate è ormai alle porte e ognuno di noi è pronto a tirar fuori la parte più animalesca che è in sé. Di dischi “caldi” ne usciranno parecchi e vi assicuro che questo “Era of the 5th sun” dei Bolognesi Hemoglobina ( disponibile dalla primavera di quest'anno sotto la Black Fading) è un tizzone ardente. Senza girarci troppo intorno vi dico subito che questo lavoro è una vera e propria bomba. Un sound caldo, crudo, energico; in grado di far sudare i nostri corpi trepidanti per ore e ore, in qualsiasi luogo e situazione ci trovassimo. E' difficile etichettare in un solo genere il quartetto bolognese (trattasi di Francesco “Il biondo” Grandi alla voce; Davide “Doomer” Minelli alla chitarra; Fabio “Batti” Stini al basso; Francesco “Bomba” Bonaiuti alla batteria) in quanto è un lavoro che attraversa diversi stili musicali mischiati tra loro. Si sente del Grunge fino al Crossover soprattutto di stile Soundgarden, per poi arrivare ad accenni tipicamente hard rock di matrice settantiana; il tutto unito ad un pizzico di Psichedelia che pervade in ognuna delle undici tracce del disco. Tutto ciò che è potenza e primordialità viene espresso con grande naturalezza e a dare quel tocco in più ci pensa la trascinante voce di Francesco Grandi che con la sua intensità ricorda per certi versi il leggendario Glenn Hughes (scusate se è poco...) e questo lo si nota soprattutto nella splendida “Child at School”: suoni tipicamente hard rock e riff di chitarra taglienti al punto giusto, uniti ad una brillantezza vocale che sorprende per la grande versatilità e grinta. I primi tre brani sono tutti un'altalena di emozioni che toccano la parte più istintiva dell'ascoltatore, il quale viene investito da questa incredibile onda sonora condita da forti suoni tribali che stregano dal primo ascolto come in “Day By Day” e “So Far”, primi due brani che aprono il disco, con quel martellamento oscuro e incessante della batteria prima di essere totalmente presi dalla durezza delle chitarre e dall'ipnotica voce del cantante. L'unico momento di pace la dà la title track “Era of the 5th sun”: una ballata interamente strumentale dalle chitarre dolci; quasi a placare i nostri istinti più animaleschi, per poi ripartire, con “Prison of You Pain”, sotto la stessa onda sonora travolgente. E' veramente difficile trovare una pecca in questo lavoro. A colpire, oltre alla versatilità stilistica amalgamata alla perfezione, è l'ottima produzione e ricerca accurata dei riff che non risultano mai banali. Non mancano poi accenni Metal alla Black Label Society come in “Betrayer” per poi addolcire i suoni verso il ritornello e ripartire poi nell'Hard rock classico da metà brano. Davvero un ottimo pezzo con repentini cambi di tempo e di stili. "What you can't get", poi, è una vera e propria chicca. Questo "Era of the 5th sun" è sicuramente un lavoro che può benissimo competere in qualsiasi mercato e con qualsiasi band europea od'oltreoceano e la cosa più sorprendente è che stiamo parlando di una band italiana al 100% che dimostra classe e capacità veramente non comuni per il nostro paese. Un album del genere, per di più italiano, non si sente facilmente! Un esordio discografico con i fiocchi! Da non perdere!

 

Recensione di SimoSuicide

THE STOOGES

Collector’s Edition

Rhino Records

 

Agosto 1969. L’America celebra il movimento Hippy con tre giorni di Pace, Amore e Musica.La Woodstock Generation scrive inconsapevole il proprio epitaffio. Buone vibrazioni, Flower Power e libertà.L’aria è leggera ed elettrica. Bethel, piccolo centro agricolo ad un centinaio di chilometri da New York, la nuova Mecca.  Ma pochi, solitari orfani, navigano a vista, su ben altre frequenze. A loro, sognare, non è concesso.Quando vivi e cresci in una roulotte a poco passi da un freddo e spigoloso centro urbano del Michigan, i giorni sembrano interminabili. Ann Arbor è un cimitero vivente. Nessuna distrazione è tollerata; come colonna sonora quotidiana, il suono ossessivo, metallico e cupo delle industrie circostanti.Il suono dei futuri Stooges. James Ostemberg, i fratelli Ron e Scott Asheton e Dave Alexander sono quattro annoiati perdenti che incrociano per caso i propri destini, lungo sporche e desolate strade di provincia. Non sanno che a breve riscriveranno la storia della musica proto punk con 3 favolosi album.  Il prezzo da pagare sarà purtroppo salatissimo. Seguiranno anni violenti, scanditi da eccessi di ogni tipo. Morte, distruzione ed autolesionismo viaggeranno di pari passo.Alla fine solo l’Iguana saprà riemergere da un anfetaminico anonimato.Eppure, i primi giorni di vita del complesso sono febbricitanti. I concerti si susseguono senza sosta e nel breve volgere di una stagione (a cavallo tra il ’68 e l’inverno del ’69) il live act della band raggiunge toni quasi mitologici. James (ora meglio conosciuto come Iggy) sa che non deve scendere a compromessi col proprio pubblico. Non può permetterselo. Ogni esibizione potrebbe essere l’ultima. Il suo corpo e la sua voce disperata sono un unico imprescindibile elemento, sono lame taglienti che penetrano l’anima di chi ascolta. Anche la band non lesina energie, nonostante la droga si già una compagna fedele; il suono distorto della chitarra del fido Ron squarcia la notte. La sessione ritmica è un macigno che non si ferma mai, rotola senza ostacoli.Non di rado il pubblico percepisce una tensione insopportabile. Ma la musica è talmente possente da annichilire chiunque. E’ come avvicinare le labbra ad una bottiglia carica di lebbra. Nessuno sopravvive.L’eco di questi infuriati set viaggia attraverso l’America.Rapidamente, gli Stooges diventano la più importante promessa dell’underground a stelle e strisce.Si muovono le prime etichette. Danny Fields, giovane e scaltro manager dell’Elektra, batte la concorrenza. (avrà buon fiuto anche in altre occasioni; solo qualche anno più tardi lancerà tra gli altri i Ramones). Assieme a Jac Holzman non solo gestisce i contratti di Doors e Love (i massimi esponenti del sound losangelino dell’epoca) ma annovera tra le proprie file il più incendiario ed abrasivo complesso emerso negli ultimi mesi. Sono i rivoluzionari Mc’5 di Rob Tyner e Wayne Kramer. Eppure manca ancora un pezzo al puzzle sonoro dell’etichetta.Certo Morrison è stato un Eroe. Ma ora è solo un volgare tributo a se stesso, gonfio di alcool e droghe, triste caricatura del Dio Lucertola. Fields non ha dubbi; le oltraggiose esibizioni live degli Stooges rappresentano qualcosa di unico, tanto da meritare un immediato accordo con l’etichetta. Nessuno al momento è in grado di rappresentare in modo così nitido l’urlo primordiale e selvaggio degli albori rock.

Iggy è il degno erede del trono vacante di Morrison. Le sue non sono semplici esibizioni. Sono un misto di automutilazione e violenza, nichilismo e perversione. Uno schiaffo per i benpensanti dell’epoca.Viene chiamato John Cale (ex membro dei Velvet Underground, forse l’unico in grado di riportare su nastro la crudezza dell’ensemble) per la produzione (non semplice) del 33 giri.

8 canzoni. Neppure 35 minuti di musica. Ma che musica! Aleggia, in ogni brano, un senso di rabbiosa disperazione e rassegnazione. Il tappeto sonoro è affidato al crudo feedback di Ron Asheton. Brevi ed efficaci guitar solo, riff potentissimi, sudore che vibra sulle corde. “1969”, “I wanna be Your Dog”, “No Fun”, “Little Doll” sono capolavori assoluti. Un debutto difficilmente ripetibile. Il livello è pari al primo Velvet Underground (quello della celeberrima banana, tanto per intenderci). Anche il lungo (e spesso vituperato) mantra psichedelico di I will Fall ha un suo senso compiuto: rappresenta la colonna sonora perfetta per un trip allucinato. “Voglio essere il tuo cane”, … canta l’Iguana. Grida, si contorce, sbraita, sbuffa, muore ad ogni strofa. Le mie orecchie stanno ancora sanguinando. Alla fine l’album apparirà sul mercato proprio durante il festival di Woodstock. Sarà un fiasco. Un gran fiasco. Troppo cupo e crudo, troppo in contrasto con il pensiero imperante di gioia e libertà dell’epoca. Il resto…è storia.

Oggi la Rhino (ri)pubblica il debutto del gruppo potenziandolo con inediti assoluti ed alternate takes. Due cd che si ascoltano tutto d’un fiato.

Il primo comprende, oltre alle tracce originarie, anche i differenti mix di Cale.

Francamente li ho trovati piuttosto acerbi. E’ evidente che Cale stesse ancora esplorando e plasmando il suono del gruppo. Quanto meno a livello storico sono un importante documento. Ma non aggiungo (o tolgono) nulla ad un album pressoché perfetto. La vera scossa arriva con il seconda parte del progetto.

Le versioni complete di 1969, No Fun ed Ann mi hanno lasciato senza fiato. Asheton è indiavolato. Fuoco nelle mani. La band gira a mille. Ann è forse il brano che maggiormente colpisce al primo ascolto. 7 minuti di torride escursioni chitarristiche. Maximum Fuzz guitar, nella sua evoluzione più esasperata.

Bella anche l’alternate vocals di I wanna Be Your Dog. Iggy sembra sfidare chi ascolta. La band lo asseconda. Faccio fatica a togliere dal lettore l’album. Ho consumato anche il laser. Completa il box, l’inedito 45 giri di Asthma Attack. Una sorta di Captain Beefheart in acido. Rumore puro, Lester Bangs avrebbe gradito. Semplicemente fantastico.

 

Recensione di Giorgio "Sunlight" Guffanti

DIE SO FLUID

The World is too Big for One Lifetime

DR2 Records/ Frontiers

 

La musica è piena di band che con la giusta grinta e tanta passione, riescono a far quello in cui credono anche affrontando mille difficoltà. Il Regno Unito, si sa, è da sempre una fucina di talenti e i Die So Fluid sono uno di questi esempi lampanti. Band londinese formatasi nel 2000 e che hanno dovuto sudare non poco per arrivare ad avere la giusta e meritata considerazione. Con questo “The World is too Big for One Lifetime” (in uscita a Giugno per DR2 Records) sono giunti al loro terzo capitolo, dopo “Spawn of Dynsfuctyon” del 2005 e l'ottimo “Not Everybody gets a Happy Ending” del 2007 (uscito dopo vari problemi finanziari per produrre l'album). Album che gli ha permesso di fare da supporto a band come le Girlschool nei loro tour. I ragazzi si definiscono una Hard rock band ma il loro sound è una miscela di più generi: suoni molto oscuri e potenti che ricordano vagamente i suoni Nu metal di inizio millennio o dei primi Korn come nella bellissima title track. Questo non deve però spaventare; gli accenni sono molto sporadici; l'anima del Sound è pur sempre Hard rock. A dirigere le danze è ovviamente la bella Georgina “Grog” Lisee (che, non me ne voglia, è la copia esatta di Kate Perry!), bassista e voce della band, che dimostra di avere grande personalità nel cantato e un'ugola molto particolare e graffiante. Con i suoi giri di basso dirige praticamente il sound in ogni brano trovando grande sintonia con gli altri due membri del gruppo: il chitarrista Drew Richards e il batterista Al Fletcher. Le prime tre tracce sono molto trascinanti e di chiara matrice Hard rock. Ottima soprattutto “Mercury” con un Groove molto potente e un ritornello azzeccatissimo dove Georgina sfodera tutte le sue doti canore. Molto bella poi, come detto, la title track “The World is too big for one Lifetime”: una partenza in Mid tempo in crescendo, con un basso dalle danze a tinte fosche e un cantato “sottile” della frontman, per poi esplodere in un potente hard rock sul ritornello. Veramente un ottimo pezzo come la successiva “Hearts are Hollow”, dal ritmo trascinante e dalla chitarra di Drew finalmente protagonista. Un sound a tratti Indie che ricorda vagamente gli Yeah Yeah Yeahs di “Fever to Hell” mentre una vera e propria chicca compositiva è la ballad “Themis”. Un brano delicato, ricco di emotività, dalle forti influenze blues e con una prestazione maiuscola non solo nella voce della cantante ma di tutta la band. Con “Themis” si tocca veramente l'apice del disco e con i successivi quattro brani si torna su tinte più Metal/Hardrock su cui spicca la trascinante “What a Heart is for”. E' presente anche una traccia nascosta che troverete ben quindici minuti dopo il brano conclusivo “Sound in colour”. Un bellissimo e dolcissimo brano di quattro minuti scarsi, dove Georgina viene accompagnata dal piano in una splendida ballata con accenni lirici. Una canzone che si discosta molto dallo stile del disco e forse per questo viene ben nascosto alle persone. Dà comunque la dimostrazione delle strepitose qualità versatili della voce della bella bassista.Veramente un album con i fiocchi per una band che, data la grinta che fa trasudare in questo lavoro, merita sicuramente di essere vista dal vivo; “test”fondamentale per capire il reale talento di questi ragazzi londinesi. Straconsigliato! Per info sulla band visitate il loro Myspace: www.myspace.com/diesofluid

 

Recensione di SimoSuicide

MASTERCASTLE

Last Desire

Lion Music - Frontiers Records

 

E' appena passato un anno dall'uscita dello splendido album d'esordio “The Pheonix” ed i MASTERCASTLE tornano a deliziarci le orecchie con “Last Desire”. La formazione è rimasta invariata, Giorgia Gueglio si occupa della voce, Pier Gonella (Necrodeath ed ex Labyrinth) delle chitarre, Steve Vawamas (Shadow Of Steel, Wild Steel, Athlantis) del basso ed Alessandro “Bix” Bissa (Vision Divine e Labyrinth) della batteria. Le premesse sono buonissime al pari delle aspettative, quindi bando alle ciance e passiamo subito al microscopio questo album. “Event Horizon” apre il disco con la sua carica, la voce di Giorgia, che fa da trademark, ci riporta alla mente le belle composizioni del precedente album. Questa canzone, insieme a “Away” e “Cat-House” permette al gruppo di allargare gli orizzonti ed infatti i terreni del power-neoclassico sono messi leggermente da parte in favore di un hard rock. Mi tornano in mente brani di band come gli House Of Lords (di “Metallic Blue”), i Firehouse o gli Steelheart, logicamente con un briciolo di potenza in più, insomma quella parte un po' più cazzuta dell'hard-rock. Due schitarrate ci introducono “Misr.” un midtempo capace di farti scrollare il capoccione nel quale Giorgia si avvicina al cantato di Cristina dei Lacuna Coil. “Last Desire” ha in sé ingredienti particolari: in essa infatti sono racchiusi qualche spunto thrash, merito dei riff partoriti da Gonella, oltre agli splendidi cori che rendono il tutto molto più soffice. Gli amanti dei brani strumentali si potranno divertire sia con “Space Trip” che con la cover del Rondò Veneziano “La Serenissima” logicamente riarrangiata in chiave rock, brani dai quali fuoriesce tutto il divertimenti del trio Gonella-Vawamas-Bissa.

Dopo aver analizzato la musica, vista anche la profondità degli stessi, merita soffermarsi un attimo anche sui testi scritti da Giorgia Gueglio che sono influenzati dalla natura umana in tutte le sue sfaccettature. Questo album può essere considerato un “concept” proprio perché segue una sorta di filo conduttore: il desiderio. Lo ritroviamo in “Last Desire” rappresentato dalla passione nata tra due persone; in “Event Horizon” viene rappresentato dalla voglia di superare i confini della conoscenza umana, visto che il testo tratta il tema dei buchi neri e della volontà dell'uomo disposto a tutto pur di conoscerne a fondo la sua natura; in “Scarlett” che ispirandosi a “Via Col Vento” racconta la volontà di Rossella O'Hara di resistere alle tragedie della guerra; in “Misr” dove si evoca l'Egitto attraverso la magia ed i profumo delle spezie orientali. Spezie che contengono ipotetiche fantasie quali passione, salute, fortuna; ed infine in “Cat-House” dove viene raccontato un incontro tra una prostituta ed un cliente, qui addirittura abbiamo due volontà: il cliente che vuole dimenticare per un attimo la vita quotidiana e la prostituta che spera di uscire dalla sua condizione non felicissima. “Last Desire” è certamente vicino al suo predecessore, ma allo stesso tempo ci sono degli elementi aggiuntivi che fanno fare un passo avanti a questa band, che ormai non è più una promessa ma una realtà di tutto rispetto. Un album riuscito, incentrato sulle doti vocali di Giorgia Gueglio e sui riff di chitarra di Pier Gonella, ma questo non deve far trascurare l'ottimo lavoro eseguito da Steve Vawamas ed Alessandro “Bix” Bissa i quali oltre a costituire la spina dorsale dell'intero album ci offrono una sezione ritmica affiatata, curata ed efficace.

 

Recensione di Andrea Lami

MASS

Sea of Black

Escape

 

Cosa ci possiamo aspettare da una band che ha cavalcato l'onda dell'Hair Metal anni 80 con ottimi album per poi finire nel dimenticatoio fino al 2007 (anno del loro ritorno sulle scene con il buono “Crack of Down”)? Sinceramente quando mi sono trovato tra le mani questo “Sea of Black” (in uscita il 25 Maggio per la Escape) sono rimasto un po' perplesso. Sarà uno dei tanti modi di racimolare qualche soldo per le loro stanche e vecchie tasche? E poi, c'è bisogno, ora come ora, di sentire messaggi profetici di stampo Cristiano con il Mondo che va sempre più a rotoli? Bhe, ascoltando il disco mi sono dovuto ricredere alla grande. Non sarà sicuramente un lavoro eccezionale o da avere assolutamente; ogni singola traccia puzza di “già sentito” o di poca originalità, ma la cosa che sorprende e rende piacevole questo lavoro è la passione e grande voglia di divertirsi di questi quattro rockers Bostoniani. Per di più le canzoni sono ben suonate e molto coinvolgenti, con un ottimo Songwriting, grazie anche al grande contributo di Martin Kronlund alla produzione. Lo stile è molto variegato: si va dal Metal (“Falling From Grace”), al Power (The right Side”), all'Hard rock (l'ottima “Justify”), fino al più classico AOR. Il grande traghettatore è ovviamente il cantante Louis D'Angusta che con la sua potente ed intensa voce rende il tutto ancora più entusiasmante. Una voce che rende soprattutto nelle bellissime Ballads come “All the Years Gone” (la migliore del disco insieme a “Justify”), “Coming Home” e “More than a Friend”: brani che entrano subito in testa e che sembrano scopiazzate da band come i Bon Jovi, come la voce di Louis sembra dimostrare. Particolare interesse lo suscita l'ottimo chitarrista Gene Anthony D'Itria. Un personaggio tutto muscoli e sorrisi, con uno stile che è un Ibrido tra Zakk Wilde, Eddy Van Hallen e Joe Perry e non è un caso allora che questo “bestione” suoni la stessa Gibson Les Paul Bullseye del leader dei Black Label Society (rubandoli anche qualche effetto e distorsione tipici di Zakk, come in “Ashes to Ashes”) e che sia un fan sfegatato degli Aerosmith e dei Van Hallen; se poi per creare i riff di questo “Sea of Black” si sia ispirato a “Black Rain” di Ozzy allora è tutto chiaro. Gene si amalgama alla perfezione con lo stile canoro di D'Angusta, dando i giusti tempi con ritmiche veramente intriganti e, in qualche occasione, di stile elevato.In definitiva non si può certo parlare male di questo lavoro. I brani ci sono e anche se nel complesso qualche caduta banale la si sente, la qualità dell'album è molto buona. “Sea of Black” si farà apprezzare sicuramente per il grande entusiasmo e freschezza che i Mass trasudano in ogni singola nota. Anche se non si grida al capolavoro, di album del genere ci sarà sempre bisogno.

 

Recensione di SimoSuicide

CYPRESS HILL

Rise Up

Parlophone Records

 

I Cypress Hill tornano sul mercato discografico dopo un’assenza di sei lunghi anni dall’ultimo “Till death us part”. Il quartetto losangelino formato dai rappers di origine cubana Sen Dog e B –Real,da DJ Muggs al giradischi e da Eric Bobo alle percussioni,in questo loro lavoro si circondano da un’infinita schiera di ospiti prestigiosi quali Mike Shinoda dei Linkin Park, Tom Morello dei Rage Against the Machine, Daron Malakian dei System of a down,dal rapper Everlast e dal maritino di Jennifer Lopez, Mr Marc Anthony. Da sempre paladini della liberalizzazione della marijuana, (casualmente questo loro lavoro è uscito il 20 Aprile,giorno dedicato da molti alla celebrazione della Cannabis) anche in questo disco confermano il loro amore per la sostanza verde che ti porta a volte in una Paradise City( cito proprio questa metafora,visto che ultimamente son stati sulla bocca di tutti per una discussa rivisitazione del classico dei Guns N’Roses insieme a Fergie e all’ex chitarrista storico dei Guns N’Roses, Slash )celebrandola in diverse canzoni quali “Light up”,”Pass the dutch” e non mi riferisco a passarsi una donnina olandese ma una bella canna di “Maria”olandese e “K.U.S.H”. Certamente padri del rap metal ,hanno influenzato una marea di gente quali Rage Against the Machine, Korn, Linkin Park e Limp Bizkit, solo per citarne alcuni. Un disco curato molto nei particolari con rappate che somigliano a una derapata di “Fast and furious”, con la band ancora in formissima,anche se forse è un po’troppo ripetitivo nella formula.Strepitosa e molto ballabile è “Rise Up”, la title track marchiata dall’inconfondibile e unica chitarra di un caliente Tom Morello,che li volle nel suo tour “Justice”qualche anno addietro insieme a Slash, Jerry Cantrell,Wayne Kramer degli MC5. Un disco,che tira fuori il tamarro che è in te, che ti regala positività forse anche all’antidoping, che non sarà certo il loro Must ma che si lascia volentieri ascoltare. Molto tranquilla come ambientazione è “Carry me”col rapper dei Linkin Park, Mike Shinoda , che ha un giro di chitarra molto rilassante e tranquillo. Un altro episodio che voglio citare è “Armada Latina”, la track conclusiva che vede le ritmiche spagnole di Marc Anthony e che ti si attacca addosso come una Big Bubble su un seggiolino della linea rossa ATM di Milano e che a parte gli scherzi poi la metti in repeat diverse volte. Un cd che magari porterà diversi nuovi fans al quartetto losangelino vista la presenza di guests dal nome altisonante ma che non aggiunge splendore alla loro comunque prestigiosa carriera. Ascoltatevelo bene prima di decidere di comprarlo se non siete loro adepti ma che sicuramente non deluderà i loro fans.

 

Recensione di MauRnrPirate

THE OTHER

New Blood

SPV

 

Vi giuro che non è colpa mia! Mi raccomando, non prendetevela neppure con il mio affascinante Mega Boss! E' successo mentre stavo camminando distrattamente per le strade della mia Milano, crogiolandomi tra il calduccio di un'estate oramai sbocciata e le immagini delle bellezze locali sempre più svestite a dovere quando.....mi appaiono questi The Other. Trucco pesante, sangue, racconti horror, punk rock quattro quarti e quell'accento tedesco al cui confronto Klaus Meine è Elvis Presley in persona, uffa! non ci siamo proprio, per favore andatevene e torniamo immediatamente alle tette e ai culi. Certo, alcuni di voi si chiederanno il perché di questo accanimento. A parte il fatto che potreste anche farvi i fatti vostri, il perché è da ricercare in una formula che ha da sempre le gambe corte, un solo nome: Misfits! Ogni combo, ogni granguignolesca variopinta crew, ogni paradigma ed equazione di sorta, insomma ogni speranzoso e ben disposto musicante che si avventuri per queste lande si trova a dover combattere contro chi ha concepito, battezzato, sdoganato questo sottogenere di culto a volte pacchiano ma quasi sempre ironico e per nulla autoreferenziale. 'New Blood' è il quarto album per i tedeschi nati nel 2002 proprio come evoluzione naturale di una tribute band dei Misfits. Tra una stampa locale fin troppo ben disposta e consenziente, qualche festival con i contro cazzi nel curriculum (qualcuno ha detto Wacken Open Air?), la produzione affidata ad una vecchia volpe come Waldemar Sorychta (Lacuna Coil, Moonspell, Tiamat, Samael, Sentenced) e forti di un contratto SPV non perdono l'occasione per sciorinarci la loro pallosissima dose di horror rock noiosissimo. Produzione nitidissima, copertina a far da pendant ai testi ispirati a Stepgen King, Lovecraft e Poe più qualche sano riferimento a tradizionali canovacci senza epoca ('Transylvania'), punk metal melodico d'ordinanza a volte in doppia cassa, molto più spesso simile ad una filastrocca accompagnata da chitarre distorte ('Blood Runs Cold' e 'Ghost Ride To Hell'). A nulla valgono i tentativi di decadentismo in stile Ramones (per tutte l'opener 'Back To The Cemetery') o il mid tempo in King Diamond style ('In League With The Devil'), il quarto capitolo della saga (?) The Other è prevedibile, scontato, perfino stucchevole nella voce cavernosa e nei melassosi refrain da birreria. Non ne voglio più parlare, a mai più rivederci!

 

 

Recensione di Alessio Minoia