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TORNA ALL'ELENCO RECENSIONI
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THE GASLIGHT ANTHEM

American Slang

SideOneDummy Records

 

 

Mettete nel vostro stereo “American Slang”, premete il tasto play senza esitazione e lasciatevi trasportare da un album suonato con stile e grande orecchio melodico. “American Slang” è il nuovo lavoro in studio degli americani The Gaslight Anthem, una delle realtà più interessanti del nuovo rock indipendente. La band attiva dal 2005 con base operativa nel New Brunswick, cittadina del New Jersey, è formata dal cantante e chitarrista Brian Fallon; Alex Rosamilia - chitarra, voce; Alex Levine - basso, voce e Benny Horowitz – batteria. Nell'agosto del 2008 sono diventati il primo gruppo nella storia della musica britannica ad apparire nella copertina di Kerrang! senza che la rivista ne avesse mai scritto prima-definiti “la migliore formazione che ascolterete nel 2008”- Bruce Springsteen nel 2009 li ha nominati per la lista dei 100 album del secolo di Q per "The '59 Sound", classificandoli alla 79^ posizione. La formula vincente della band, un misto di rock, punk/alt folk e guizzi emozionali, riverbera e trova nuovi sbocchi espressivi tra le 10 canzoni che compongono questo nuovo lavoro in studio. Forti di un mix sapiente e decisamente più rock, esplodono con l'iniziale title- track "American Slang", che ci regala un coro subito in primo piano, melodico e aggressivo al punto giusto. Viaggiano su binari identici "Stay Lucky" e "Bring It On", entrambe raffinate rock songs. Una partenza coi fiocchi e il discorso continua con "The Queen of Lower Chelsea", "The Spirit of Jazz", canzoni che rimandano alle melodie prodotte da Bruce Springsteen. Davvero azzeccato l’uso dei cori molto melodic rock, che rendono il tutto più fluido e aiutano il bravo Brian Fallon a spingere ancora di più con la sua voce cristallina. Il ritmo di "Boxer", settimana traccia, ci riconsegna quell'attitudine punk e ne fuoriesce una canzone davvero cazzuta. Non c’è sosta ragazzi perchè le canzoni sono davvero tutte belle, come il rock vintage di "Old Haunts" e la stupenda ballad "We Did It When We Were Young" che chiude alla grande lasciandoci riflettere sul passare del tempo, sulla gioventù spensierata che se ne va...Semplicemente da applausi. Un album che vi sorprenderà meravigliosamente. E ora è tempo di smettere di scrivere e di pigiare nuovamente il tasto play dello stereo...il viaggio continua. Da avere!

 

Recensione di AngelDevil

LOGICAL TERROR

Halmost Human

T.B.A.

 

Una piccola premessa. Il sottoscritto non è un grande amante del genere, diciamo così, Nu-Metal o Industrial. Esclusa qualche eccezione sono proprio dei filoni musicali che digerisco mal volentieri. Ma ciò che la musica mi ha insegnato è che non bisogna mai fossilizzarsi sui soliti generi con i quali siamo cresciuti, perché se una cosa è “bella” lo è a prescindere da tutto, anche se diverso dai tuoi gusti. Bene, vi posso assicurare che i Logical Terror con questo loro esordio dal titolo “Halmost Human” (uscito sotto la T.B.A.) sono riusciti ad entusiasmarmi come pochi. Una band che unisce alla perfezione un Metal moderno con effetti elettronici Industrial. Il loro Sound è figlio di band leggendarie come Fear Factory, In Flames, Sepultura e, in alcuni casi, i Korn di fine anni 90. In tutto questo calderone aggiungete pure un pizzico di Prodigy e l'alchimia è servita. Otto tracce belle toste e coinvolgenti dalla melodica intrigante unita ad arrangiamenti elettronici di gran classe e riff di chitarre devastanti come nella miglior tradizione Thrash e Nu metal. I Logical Terror non si sono limitati a rivisitare il sound sopra citato, ma hanno cercato di creare un genere che gli contraddistinguesse dagli altri, riuscendoci alla perfezione. Non è cosa da tutti riuscirci ed è un motivo in più per apprezzare questo lavoro; per di più se rappresenta un “Concept” dal messaggio chiaro e profondo che rispecchia bene la società moderna, dove tutto è superficiale e fissato sull'apparenza del quotidiano e dove il destino gioca un ruolo determinante nella vita di tutti. Un Destino che cambia nella forma e nella sostanza ma senza perdere quei principi morali che lo contraddistinguono. Quaranta minuti di pura adrenalina dove ogni canzone arriva come un pugno sullo stomaco per l'intensità e il coinvolgimento che riescono ad emanare. Vi giuro che ascoltando questo lavoro la prima cosa che farete sarà muovere il vostro piedino e dare sfogo alle emozioni più intense che tenete dentro di voi. Bella, inoltre, l'alternanza di due voci che, anche se non rappresenta di certo una novità nel panorama rock, qua rende molto bene. Veramente una chicca “Monad 61”, adatta a qualsiasi Open Party Metal che si rispetti, con una lunga e travolgente introduzione electro che fa da preludio alle accattivanti chitarre e alla pomposità della batteria, dove la melodia e la dualità vocale dei due cantanti EMI e SIC si incastrano alla perfezione. Con “Self Extinction” si scende un po' verso il Metal più “popolare” e radiofonico con un Groove rubacchiato un po' dai Linkin Park soprattutto nel ritornello e con un finale in crescendo dove spicca l'ottimo contributo dei sintetizzatori. In sostanza un'ottima Radio track. “Halmost Human” è in definitiva un album molto interessante che vale la pena ascoltare e sicuramente i Logical Terror riusciranno a far parlare di sé nei mesi a seguire in quanto hanno veramente un gran talento da vendere, avendo creato, nel loro piccolo, qualcosa di unico che saprà catturare tranquillamente l'ascoltatore. Visitate il loro sito Myspace: www.myspace.com/logicalterror

 

Recensioni di SimoSuicide

LABYRINTH

Return To Heaven Denied II – A Midnight Autumn's Dream

Scarlet Records

 

Eccomi alle prese con un disco tanto desiderato quanto difficile da recensire. Chi apprezza le sonorità power metal, sicuramente conosce la storia dei Labyrinth che nel 1998 hanno riscosso un notevole successo con la pubblicazione di “Return To Heaven Denied”, un concentrato di potenza, melodia, splendidi riff ed assoli di chitarra, ottimi arrangiamenti di tastiera e doppia cassa come sottofondo. Ne seguì un mini cd, un album con influenze prog prodotto da Neil Kernon -produzione purtroppo non all'altezza delle aspettative, tanto che il mixaggio è stato ripreso in un secondo tempo dalla band- una tournée in giro per l'Europa, Sud America, Giappone. Le divergenze musicali fanno dividere le strade tra Olaf Thorsen -uno dei membri fondatori- ed il resto della ciurma. Subentrerà il talentuoso Pier Gonella ed i Labyrinth -dimostrando moltissimo coraggio- cambieranno rotta abbandonando la formula vincente in favore della sperimentazione verso sonorità più dure e crude. La notizia del rientro nel gruppo del dimissionario Olaf Thorsen (che vogliamo ricordarlo non ha abbandonato i Vision Divine, ha semplicemente due gruppi, come Tobias Sammet, Jorn, Mike Portnoy, Dave Grohl…devo continuare l’elenco o i citati sono sufficienti?) ha riportato il vento in poppa ad uno dei gruppi metal italiani più famosi all'estero, tanto da far riapparire magicamente il loro nome nei bill dei più importanti festival italiani come l'Italian Gods Of Metal, Gods Of Metal ed il Pistoia Blues nonché da dar loro la possibilità di aprire i concerti di Megadeth ed Airbourne (Genova Villa Serra il prossimo 01.07.2010). Ed è proprio con il ritorno di Olaf che i Labyrinth decidono di fare un passo indietro verso quelle sonorità che li hanno resi celebri. Dopo tutta questa doverosa premessa, finalmente premo il tasto play e si parte! Per un disco del genere ci vuole una canzone col botto, qualcosa che riporti alla mente i fasti del passato senza per questo “autocelebrarsi” troppo. “The Shooting Star” parte nello stesso modo in cui si apriva e si chiudeva il primo “Return” (si perché il primo capitolo si concludeva proprio come iniziava) ed adempie in pieno allo scopo preposto: qualche richiamo a “Moonlight”, qualche passaggio con chitarra acustica alla “Falling Rain”, il tutto sapientemente inserito in un pezzo potente, melodico dove Tiranti torna a volare altissimo. Un coro a cappella accompagnato dal pianoforte di Andrea De Paoli, introduce “A Chance” un altro brano potente che si regge su un riff di chitarra “ritmica” e su in giro di tastiere tanto veloce quanto accattivante: pregevoli i duelli tra le chitarre e le tastiere da sempre trademark dei Labyrinth. Dopo due canzoni a tutta velocità, si rallenta un attimo con “Like Shadows In The Dark” dove Tiranti abbassa i toni per diventare più profondo e toccante, ma i successivi cambi di tempo rendono il pezzo variegato e molto imprevedibile. “Princess Of The Night” è un mid-tempo che fa sbattere il capoccione seguendo il duo Bissa-Tiranti (va ricordato che le parti di basso sono state tutte registrate da Roberto) con un ottimo chorus coinvolgente, mentre “Sailors Of Time” ha un intro che richiama “The Night Of Dreams” quantomeno a livello di struttura iniziale con un chorus particolarmente graffiante, facile per una sede “live”. “To Where We Belong” ha un ritmo indemoniato, sembra una corsa contro il tempo tale è l’energia sprigionata dal drumming veloce e preciso di Bissa. Il dolce suono di violini ci accompagna alla scoperta di “A Midnight Autumn's Dream”, la ballad dell'album dove Tiranti prende in mano la situazione e grazie alle sue capacità rende questo brano in un piccolo capolavoro da pelle d'oca, ottimo il giro di tastiera in sottofondo che fa anche da chiusura del brano. “The Morning's Call” contiene tutto quello per cui i Labyrinth sono famosi, si parte in modo molto dolce (chitarra acustica) per poi lasciare il campo ad una ritmica serrata, con tastiere indiavolate ed assoli immersi un atmosferico special centrale. Questa è la “Thunder” del 2010! Siamo in dirittura d'arrivo quando ecco partire “In This Void”, il brano che per merito della parte elettronica, richiama alla mente il recente passato (“Labyrinth” - “Freeman” - “6 Days To Nowhere”). Chiude l'album in questione “A Painting On The Wall” un brano ricco di cambi di tempo, la cui parte finale è un voluto richiamo a “Heaven Denied” contenuta nella prima parte. Un ritorno tanto aspettato che si materializza in un lavoro maturo, dove sono presenti le influenze del precedente capitolo quanto l'esperienza e maturità accumulata durante tutto questo tempo. I Labyrinth tornano a fare quello che riesce loro meglio, pregevole songwriting, le capacità di Tiranti, la perfetta sintonia tra Cantarelli e Thorsen, gli arrangiamenti e gli assoli di De Paoli, il drumming potente di Bissa sono tutti ingranaggi che vanno ad integrarsi l'un l’altro rendendo il tutto un meccanismo vicino alla perfezione. Il gruppo mette a segno il “colpo” più importante e più difficile della loro carriera, si perché sbagliare questo disco avrebbe significato appendere la chitarra al chiodo, ed invece no, questi musicisti hanno ancora la voglia di suonare e di divertirsi insieme (lo si è visto di recente in sede live) ma soprattutto hanno ancora molte cose da dire. Già nel '98 furono profetici, cantando “Remember my words One day i'll come back I'm turning back to the Heaven Denied”: oggi sono tornati, dando la possibilità a chi ha amato il primo capitolo di perdersi ancora nel loro labirinto. Bentornati.

 

Recensione di Andrea Lami

EXANIMO

Sentience

Autoproduzione

 

Stavo pensando alla mia prima recensione da inviare a RockRebelMagazine, al fine di rendere credibile la mia nuova avventura nel mondo del Rock, e dopo essermi un po’ disintossicata nei giorni scorsi dal (troppo) Punk, ascoltando solo band emergenti italiane (dove il panorama alternativo si sta vivacizzando notevolmente), proprio non mi veniva in mente nulla, solo gruppi dinosauri, ma nada de nada, niente che spaccasse. Allora ecco che adocchio sulla mia scrivania un CD ormai pieno di polvere datomi tempo prima da un amico di un amico di un amico, un DIY di una band emergente. Senza troppa convinzione decido di aprirlo e ascoltarlo…cerco notizie in rete, ma nulla, a parte il loro Myspace con poche (per non dire nulle) info… Che fare ?? … Ci penso: Ok questa sarà la mia prima recensione, la mia prima per RockRebelMagazine, dedicata a questo lavoro, mai recensito prima. Band milanese nata nel 2003 sulle ceneri di una precedente formazione Punk Rock, gli EXANIMO sono 5 ragazzi con una passione per il rock quello forte, che spacca le ossa. La line – up è così composta: Pietro Mercurio (voce), Michele De Vincenzi (chitarra e voce), Federico Anghinoni (chitarra), Mirko Gattuso (basso) e Lorenzo Lopez (Batteria). 12 tracks semplici, con tutti i dettami del rock/metal, ma sempre il tutto in tonalità melodica. Che hanno mangiato pane e Pearl Jam, Metallica, Megadeth e un po’ di Soundgarden per citarne solo alcuni, si nota. I primi pezzi sono rock melodici veloci, “What I Am”, e “What I Need” sono quelli che preferisco, poi dal 5° si va verso tonalità metal. “Let you go” è un pezzo più rock anni ’90, “In Death” invece è in vero stile Metal, così come un po’ le altre tracce che seguono. “The Past” è un lento semi-acustico che ci sta. Si chiude infine con una metal track.La voce è buona e intonata, senza virtuosismi, dovrebbe essere più personale e meno scopiazzata, ma va bene così, così come gli scream riff. Il basso e chitarra sono dominanti, buona batteria, gli accordi semplici, tutto lineare, ben strutturato, ma non innovativo, nessun sensazionalismo, anzi troppo copiato, e questo è il limite.  La band, per non essere considerata una delle tante, dovrebbe acquisire un po’ più di personalità, manca in questo lavoro (per essere il primo è comunque di buon auspicio) il pezzo che uccide, quel pezzo “non so che” da cantare a squarciagola che faccia dire : Wow un sound nuovo! Io non lo butto via, lo ascolto e riascolto, alla lunga mi stanca un po’, ma lo tengo qui.  Le basi sono state gettate, bisognerebbe scegliere meglio da che parte stare o di qua o di là, Rock o Metal ? O Metal Rock? O solo Metal? O perché no…solo Rock !

 

Recensione di Margherita

DIRTY FILTHY MUGS

All Yobs In

DC-Jam

 

Album di debutto per questi cinque punk-rocker di Los Angeles che dopo varie esperienze in altri gruppi decidono , nel 2008 ,di formare una band per suonare un deciso, diretto punk-rock. Sono di Los Angeles e prendono ispirazione da: (copio dal loro sito) AC/DC , Pogues, Slade, Toy Dolls, Madness, The Who, The Clash. Aggiungerei gruppi più recenti come Dropkick Murphys e Street Dogs . Molto della musica Bostoniana è presente in questo lavoro sia nei suoni che nei testi .Come loro stessi affermano, quello che vogliono e suonare dell'onesto, divertente, aggressivo Punk-Rock. Ci sono riusciti in pieno. Dodici canzoni che seguono tutte lo stesso stile diretto. Niente di nuovo si intende...chi ascolta abitualmente il Punk proveniente dalla città dei "Celtics" ( Basket NBA ) troverà questo disco simile ad altri lavori o ad altre band . Poco male , i DFM lo sanno fare bene e passano a pieni voti la prova-ascolto ."All Yobs In " parte subito con un pezzo che mette in chiaro subito le loro idee su un certo tipo di tifosi, "Frontline Holligans". Anche sull' appartenenenza ad un preciso movimento non lasciano dubbi con " Mugs the Skin"" , si autocelebrano in " Dirty Milthy Mugs Are We" e danno il meglio in "Another Round" e "Tony & Vinny" che parla di due fratelli poco propensi a fare i bravi ragazzini. Non troverete il Cd in distribuzione nei soliti canali, potete reperirlo dal loro My Space o su Interpunk.com. Su Youtube girano due loro video (e li che li ho scoperti tramite il canale video "BlankTV" ). Penso non deluderanno chi ama il buon Punk-Rock con influenze Folk-Celtiche. Un esperto in materia ( il buon Nico N.d.A.) ha già dato la sua approvazione. Sempre citando una loro frase contenuta nella breve biografia: I Dirty Filthy Mugs non mostrano segni di cedimento e continueranno a scrivere e registrare nuovo materiale, e porteranno i loro incredibili, coinvolgenti live punk per tutti i punk, skin, Skaters, psicopatici, mods, rockers, teppisti ed emarginati possibile! Che avranno il piacere di assistere ad un loro concerto ( per ora solo oltre oceano...). That's all.

 

Recensione di Luca Casella

BAD HABIT

Timeless

AOR Records/Frontiers

 

Gli svedesi Bad Habit sono ormai da ritenersi un'istituzione dell'AOR. Attivi ormai dal 1986 sono stati in grado di sfornare dei brani leggendari e radiofonici guadagnandosi una stima in crescendo. Con 8 album all'attivo il loro mestiere l'hanno saputo fare alla grande senza voler mai strafare. Hanno sempre proposto dei brani leggeri e di facile presa senza però scendere mai nel Pop più smieloso e fasullo che esista. Sono una di quelle poche realtà che è riuscita ad unire l'hard rock al Pop senza mai cadere nel banale. Facce pulite da bravi ragazzi ma con un gran talento di musicisti, perchè, parliamoci chiaro, per fare buona musica bisogna soprattutto saper suonare e non risultare mai scontati. Se i Bad Habit dopo 24 anni di attività sono sempre sulla cresta dell'onda un motivo ci sarà! Bax Fehling, Sven Cirnski, Hal Marabel, Patrik Sodergren e Jaime Salazar decidono di pubblicare il loro primo Best of dal titolo “Timeless”, in uscita il 25 Giugno per l'AOR Records/Frontiers. In questa raccolta sono racchiusi praticamente tutti i loro più grandi successi a partire dalle bellissime “Rowena” e "Need Somebody" fino a “Winner Takes it All” e “Another Night”. Tutti brani molto coinvolgenti e dal classico suono AOR, figlio di altre grandi leggende del genere come Jim Peterik o i recenti Last Autumn's Dream; con qualche accenno anche al migliore Phil Collins. Band come gli ottimi Spin Gallery devono molto a loro (non a caso Patrik Sodergren ha collaborato al loro ultimo disco) e questa raccolta serve soprattutto per ricordarci chi, per anni, ha portato in giro questo sound ormai ritenuto “fuori moda” o adatto solo alle persone più nostalgiche. Ma la “Moda”, si sa, è ciclica e mai come in questi ultimi anni si è visto il ritorno a suoni molto vicini al rock anni 80. Ecco, per poter apprezzare certe sonorità, questa raccolta è ciò che di meglio si possa chiedere. “Timeless” è inoltre impreziosita da due inediti: “Turning Water into Wine” e “Rock This town”. Brani che fanno capire come i Bad Habit non si siano fossilizzati sulle solite cose ma che, in qualche modo, abbiamo voluto arricchire il loro Status con sonorità più grintose, con spruzzate Hair Metal, con chitarre ruvide e aggressive, unite a melodie accattivanti e atmosfere pompose. “Turning Water into Wine” rende bene questo concetto e non c'è modo migliore per questi svedesi per dare il via a questa stupenda raccolta. Un album da avere per chi voglia riscoprire certe sonorità AOR che negli anni passati andavano per la maggiore e per riascoltare alcune hits che hanno fatto, nel bene e nel male, la storia.

 

Recensione di SimoSuicide

INDICA

A Way Away

Nuclear Blast

 

Sebbene il nome Indica possa suonare poco familiare a molti, il quintetto di ragazze finlandesi, sono attive dal 2001 e hanno già dato alle stampe quattro dischi apprezzabili e una compilation (tutti in finlandese) oltre a un’ intensa attività live, tra cui due tour a supporto dei Nightwish. Oggi possiamo (ri)scoprire il frutto di tanto lavoro con “A Way Away”, una re-incisione dei loro successi, insieme ad alcuni inediti, per la prima volta in lingua inglese, con l’obiettivo da parte della nota Nuclear Blast, che le ha prese nella propria “scuderia”, di proporle al grande pubblico. Prodotto da Tuomas Holopainen, la mente dei Nightwish, le 10 canzoni che compongono questo CD sono delle piccole perle: un mix perfetto di pop rock-folk, tangibile tanto nella produzione quanto nella costruzione stessa dei brani e dei relativi arrangiamenti, nonché nella voce della bellissima cantante e violinista Jonsu. L'opener "Islands Of Lights" descrive bene l'idea musicale dell'intero lavoro; in una variopinta chiave orchestrale, dove l'aria si riempie di atmosfere pop davvero perfette. La meraviglia sonora arriva con le note delicati e magiche di "Lilja’s Lament", in cui la voce di Jonsu è accompagnata da archi e arpa, nella splendida ballad pop rock "In Passing" e nella suggestiva "Children Of Frost", nella quale il coro che fa da sottofondo alla voce principale è costituito interamente da voci di bambini che richiamano in modo esaustivo il titolo. Il sound si irrobustisce con la rockeggiante "Scissor, Paper, Rock", e "Straight And Arrow", ben congegnate e si lasciano ascoltare con vero piacere. Questo disco farà senz'altro breccia negli animi più romantici e appassionati di melodie symphonic metal e, conquisterà sicuramente chi ama la buona musica. Un ottimo lavoro per conoscere queste bellissime musiciste.

 

Recensione di AngelDevil

SKY SUNLIGHT SAXON AND FLIGHTS

Tyrants in the House

Global Universe

 

Mi è capitato tra le mani, quasi per caso, un disco ormai in circolazione da alcuni mesi sul mercato underground statunitense. Si tratta dell’ultima fatica di Sky Saxon (al secolo Richard Marsh). Ma per un triste gioco del destino, l’album in questione è nel frattempo divenuto il testamento sonoro di una carriera spesso lontana dai riflettori che contano, amara di soddisfazioni ed avara di riconoscimenti importanti. Sky, infatti, ci ha lasciato, ma credo che pochi abbiano pianto la sua dipartita. Il suo è un nome ormai dimenticato. Questa recensione, in un certo senso è un piccolo omaggio al suo genio. La sua è una storia che parte da molto lontano, dai bassifondi della Città degli Angeli. Le prime incursioni nel mondo discografico risalgono addirittura al 1963 (un paio di acerbi 45 giri). Due anni più tardi forma a Los Angeles i favolosi Seeds, tra i principali alfieri della nascente musica garage. Il primo singolo, “Pushin’ too Hard”, diventa ben presto una sorta di inno per i giovani dell’epoca. Il disco è uno dei classici underground e riesce addirittura a far breccia nelle classifiche statunitensi entrando nelle Top Twenty di Billboard. Tra il ’65 ed il ’68 verranno pubblicati in tutto 5 album, tutti discretamente recensiti e venduti. Qualche singolo, poi nulla più. Di lui si perdono le tracce. Addirittura nella seconda metà dei settanta rinuncia a tutti i suoi beni terreni per unirsi ad una setta religiosa, decisamente fuori dal comune. Il guru della family è tale Father Yod, vegetariano ed animalista convinto. La verità si nasconde su di uno specchio ed un gioco di parole: GOD (dio) altri non è che DOG (cane). La setta ha diversi ammiratori ad Hollywood e riesce addirittura a pubblicare privatamente una serie di album (probabilmente 13), con il nome di Ya-Ho-Wha, tutti praticamente introvabili. Ascoltarli da cima a fondo è quasi impossibile. Sono uno strano miscuglio di grida, feedback, misticismo e spiritualismo, mugolii, pianti e nenie indiane. Per chi fosse interessato, esiste comunque un corposo cofanetto giapponese (piuttosto costoso) che raccoglie tutti i nastri finora emersi. Saxon suona in quasi tutti gli LP. Probabilmente il basso e solo occasionalmente la chitarra (anche se le line-up sono confuse e volutamente alterate). Dopo la morte del fondatore (avvenuta in circostanze mai chiarite, a causa di un incidente con un piccolo aliante, ma c’è anche chi parla di suicidio), i fedeli si disperdono al caldo sole hawaiano. Saxon, rimasto solo, decide di formare un nuova band assieme ad un altro chitarrista del gruppo, Rainbow Neal. Pubblicano nei primi anni ottanta un album dal vivo, Heavenly Earth (per la misconosciuta etichetta Payola) con il supporto di Ed Cassidy (batterista degli Spirit). Sky per un breve lasso di tempo, riemerge dall’anonimato, considerato da molti come il padre putativo della nascente scena punk losangelina. Ma una volta affievolitosi l’eco delle nuove registrazioni, il nostro eroe scompare nuovamente. Seguiranno sporadiche (e spesso insoddisfacenti) incisioni. Almeno fino al 2004, quando decide di riformare i Seeds per un riuscito album (Red Planet) ed una breve tournè. Ma proprio quando la fortuna sembra finalmente abbracciarlo (si parlava addirittura di una collaborazione con Billy Corgan degli Smashing Pumpkins), Sky ci lascia. Tyrants in the House. chiude un carriera durata oltre 4 decenni. 10 brani, essenziali ed ipnotici. Dritti al cuore. A supportare il nostro, tale Ken Dembinski. Tanto fuzz, qualche misurata incursione elettronica, ottima musica nel lettore. Apre il lavoro la canzone che da titolo all’album, un brano nella più squisita tradizione Seeds. Ossessivo ed ipnotico. Trova spazio anche il suo mistico passato; segue, infatti, “Rock Stars”, sentito omaggio al suo folle guru. Una ballata dai toni macabri. Brillano anche “Booty” e “Change in the Weather”, brani che riascolto con più insistenza. Piccole gemme fuzz; Sky è già in odore di santità. In “Darlin” sento gli echi di Rocky Erickson dei 13th Floor Elevators. Che sia un ulteriore tributo? Tutti i pezzi scorrono veloci; “Tyrants in the House” è un album che ascolti tutto d’un fiato. In 30 minuti scarsi Sky ci insegna che la musica non deve per forza cercare strade complicate per arrivare dritta al cuore. Brani essenziali, accordi semplici ed una buona dose di passione. Senza pausa e tregua alcuna. Shake your booty baby, e noi ci sbattiamo volentieri insieme.Chiudono “SSS Protest Song” e “Lovers Silken Web”. La tensione non cala neppure ora. Ancora tanta distorsione ed un pizzico di ritrovata cattiveria. Peccato che queste siano le tue ultime volontà terrene. Gran disco Sky. God Bless You!

 

Recensione di Giorgio “Sunlight” Guffanti

DEVO

"Something for Everybody"

Warnerbros Records

 

I Devo sono uno dei gruppi con cui sono cresciute le mie orecchie, li ho amati e scoperti con "Freedom of Choice" del 1980 ( avevo il loro poster in camera da adolescente). A quei tempi erano rivoluzionari, innovativi sapevano unire rock ed elettronica in modo sublime. Erano Punk senza esserlo. Parlavano di De-evoluzione sostenevano che il mondo andava al contrario, infatti affermavano che la loro versione di "Satisfaction" degli Stones era stata incisa prima dell'originale per via, appunto, della De-evoluzione. Nella loro illogicità erano dei geni. Tali che un certo Brian Eno decise di produrre il loro primo Ellepi nel 1978. Ora anno 2010 tornano con un nuovo lavoro che non aggiunge e non toglie nulla alla loro storia. Dodici tracce anticipate dal singolo "Fresh" che faceva ben sperare, essendo una canzone in puro stile DEVO prima maniera. Ascoltando il disco si resta un pò con l'amaro in bocca . Forse l'attesa è stata troppo lunga oppure le aspettative erano di un lavoro più sullo stile "Freedom of Choice" invece mi ritrovo nelle mani un nuovo "oh, no! It's Devo". Niente di male, ci sono comunque buone canzoni indirizzate più alla programmazione "Dance-Floor" che ad un Rock-Club ma comunque sempre piacevoli all'ascolto. Deciso è il tuffo aritroso nel pieno della New Wave anni ottanta. Ogni canzone non esce dallo schema, a volte i suoni si ripetono e addirittura, come in "Please baby Please", sembra di sentire i loro emuli Giapponesi "Polysics" (vi consiglio di cercare i Loro video in rete, sono geniali !). "Fresh","Cameo","Later is now","No place like Home" e "Sumthin'" gli episodi meglio riusciti. La voce di Mark è ancora quella dei bei tempi. Alla fine è un disco dei DEVO e si fa apprezzare anche solo per questo. Ha bisogno di alcuni ascolti per essere apprezzato in pieno ed evitare quella fastidiosa voglia di schiacciare il tasto "avanti-veloce". Naturalmente è consigliato a tutti i fans del gruppo ed è un buon inizio per chi li vuole scoprire per poi passare all'ascolto delle loro vecchie produzioni.

 

Recensione di Luca Casella

HUNGRYHEART

One Ticket To Paradise

Tanzan Music/Fastball

 

Gli HUNGRYHEART sono una band italianissima, attiva sin dalla fine degli anni 90 ma che è riuscita a concretizzare la propria fatica con la pubblicazione dell'album omonimo solamente nel 2008 raccogliendo una manciata di canzoni molto piacevoli. Ricordo come se fosse ieri la loro esibizione al Summer Glamattakk del 2009 dove hanno ben impressionato riuscendo a tenere il palco e conquistando i ragazzi accorsi, ed è proprio grazie a quella esibizione che mi sono accorto di loro e li ho tenuti “sott'occhio”. Sapevo che erano in studio, quindi non è stata una sorpresa vedermi arrivare il loro ultimo lavoro finito e con un misto di piacere e curiosità che mi sono avvicinato allo stereo. Ad un primo ascolto, ho trovato tutti gli elementi dei quali si ha bisogno per fare un disco AOR con tutti i crismi: groove, riff di chitarra che scalano la montagna della melodia, melodie ruffiane, ritornelli semplici quanto efficaci. Nel secondo ascolto, ho approfondito meglio e con tanto di cd in mano mi sono reso conto della folta schiera di ospiti presenti nell'album (giusto per far due nomi: Alessandro “prezzemolino” Del Vecchio e poco di meno che Nicolò Fragile -Gotthard e vocal coach della prima serie di X Factor!!-) , cosa che non avevo notato in precedenza. Molto probabilmente perché gli ospiti in questione sono sì la classica ciliegia sulla torta, ma si sono messi al servizio del pezzo creando un'ottima amalgama. I gruppi di riferimento possono essere gli Europe, Bon Jovi, Journey, Giant, Bad English ma anche Richard Marx, Alias, Harem Scarem o Dare. Non c'è una canzone migliore di un'altra, mi fa piacere spendere due righe per “Man In The Mirror” la cover di Michael Jackson in versione rock, che non facendo parte delle influenze dirette di questa band, rappresenta un omaggio ad un artista unico ed il fatto di averla inserita non è certo una mossa studiata a tavolino. Il difetto, se così si può dire, del disco d'esordio erano le troppe influenze che si sentivano nelle varie canzoni. In questo nuovo lavoro ho riconosciuto solamente un coro che mi ha riportato alla mente i grandissimi Alias di Freddy Curci (“Get Lost”) ed un passaggio di tastiera che mi ha ricordato l'Alice Cooper più commerciale (“Let Somebody Love You”), ma si tratta di un esame al microscopio. Questo sta a significare che questi quattro musicisti hanno proseguito il loro cammino musicale e sono orientati nella direzione giusta. Il biglietto l'hanno fatto, obliterato, io gliel'ho controllato e timbrato (ed apprezzato), ora tocca a voi decidere se volete aiutarli ad arrivare in paradiso.

 

Recensione di Andrea Lami

MARIO PERCUDANI

New Day

Tanzan Music Ed./Fastball/Sony Music

 

Inizio subito a raccontarvi chi è Mario Percudani: un chitarrista-cantautore che ha imbracciato la chitarra precocemente, come dice la sua biografia, addirittura all'età di sette anni, mentre già dall'età di dieci anni ha incominciato ad esibirsi su palchi, quando la maggior parte di noi giocava ancora con i soldatini e le macchinine o faceva la raccolta delle figurine dei calciatori. La sua passione per la musica americana lo spinge a formare il suo primo gruppo (Keys Of Desire) e nel 1997 il secondo ed attuale gruppo (HungryHeart) con i quali attualmente sta ancora suonando e producendo musica di ottima fattura. E' recentissima la sua partecipazione ad un album AOR italiano di qualità sopraffina intitolato “Shining Line” (recensito nelle nostre pagine), disco partorito dalla mente di Pierpaolo Monti/Amos Monti ed infarcito di ospiti di levatura internazionale come Harry Hess (ex Harem Scarem), Robin Beck, Robbie LaBlanc, Michael Voss, Vinny Burns (ex Dare, ex Ten, Asia, Burns), Erik Martensson (Eclipse/W.E.T.), Michael Shotton (Von Groove), Michael Bormann (Jaded Heart), Ulrich Carlsson e Johan Bergquist (M.ill.ion) giusto per citarne alcuni. Ma veniamo a questo primo disco solista uscito ormai da qualche mese. Dieci tracce melodiche dove il nostro Mario si occupa delle composizioni, canta, suona le chitarre (normale, dobro e lap steel). Un album molto intimo, riservato, ricercato, che avvicina in punta di piedi alle discografie dei grandi, passando dal rock melodico al pop (in qualche coro soprattutto) senza in nessun modo copiarli in nulla. Dieci canzoni che hanno quale filo conduttore la voce delicata e profonda che ti prende per mano e in maniera “rilassata” ti accompagna per tutta la durata dell’album. Ascoltando questo lavoro si può toccar con mano le origini musicali partendo dal patrimonio blues, imbattendosi nei cantautori americani, passando per il feeling della west-coast il tutto farcito di una melodia tipica europea.. Interessante la cover di Billy Holiday “God Bless The Child” messa in chiusura di questo piacevole lavoro. Un album fatto con cuore e destinato al cuore dei rocker!

 

Recensione di Andrea Lami

WICKED SENSATION

Crystallized

Metal Heaven Records

 

 

L'esordio di questa band risale al 2001 con “Reflected”, album che proietta i Wicked Sensation tra le “promesse” di quell'anno, merito della voce di Robert Soeterboek paragonata al grandissimo David Coverdale, delle ottime recensioni (va ricordato il top album dell'anno di ROCK IT) che permettono al combo di andare in tour prima con gli inglesi Dare e successivamente con gruppi del calibro di Saxon, Saga, Nazareth, Axxis, Vanden Plas, potendo, in questo modo, dimostrare le loro qualità nelle performance live. Nel 2004 i WS danno alle stampe “Exceptional”, con Fernando Garcia (ex Victory) nel ruolo di singer, ricevendo nuovamente elogi dalla stampa specializzata. Divergenze musicali portano allo scioglimento, ma Michael Klein (membro fondatore, songwriter e chitarrista) rimise in piedi la band nel 2009 affidando però il microfono all'ugola dell'originario Soeterboek ed avvalendosi del bassista/produttore Dennis Ward (Pink Cream 69) e del batterista Dirk Bruinenberg (ex Elegy/Bob Catley). Con questa formazione tornano sul mercato con questo “Crystallized”, lavoro in cui tornano ad essere presenti i trademarks della band. La produzione affidata a Ward marchia a fuoco quest'album donando alle canzoni un ottimo suono. La loro proposta musicale è un hard rock molto melodico, qualcosa di vicino alla discografia dei Whitesnake-Thunder, ma anche a cose più “morbide” vicine a Crystal Ball, Pink Cream 69, grazie anche ai così ad ampio respiro. “Crystallized” vede la partecipazione di ospiti di prima grandezza come il chitarrista Arjen Lucassen (Ayreon, Star One) su “Gimme The Night”, il tastierista Eric Ragno (Graham Bonnet, Jeff Scott Soto, Eric Martin, Ted Poley, Danny Vaughn, David Readman, Michael Bormann, Tony Mills, China Blue, Ramos-Hugo, Los Angeles, On The Rise) su “Give It Up” ma soprattutto il cantante Andi Derris (Helloween ma con un passato nei Pink Cream 69) su “My Turn To Fly”. Ed è proprio Derris che dona al brano in questione quel tocco rendendolo il miglior dell'intero lotto, nonché un potenziale hit.

 

Recensione di Andrea Lami