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TORNA ALL'ELENCO RECENSIONI
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STATE COWS

State Cows

Avenue Of Allies Music

 

Ci sono album che ami fin dal primo momento in cui posi gli occhi su di loro, non so… penso a ‘No Fuel Left For The Pilgrim’ dei D:A:D oppure a ‘Live After Death’ della Vergine di Ferro.Guardi un’immagine, assapori un titolo, plani in volo per un riff, un chorus e ti si accende la lampadina: BANG !!!! FOLGORATO!!!E’ il caso del debutto di Daniel Andersson e Stefan Olofsson, le menti dietro cui si cela il progetto State Cows che prende il nome da una delle più grandi e rinomate università svedesi famosa anche per la pulsante attività culturale e musicale. Ho dato un’occhiata alla simpaticissima cover, ascoltato l’attacco dell’opener ‘I’ve Changed’ e subito sono stato catapultato in un mondo che credevo oramai estinto per sempre nella polvere del tempo: stiamo parlando della Grande musica di band seminali come Steely Dan, Yellowjackets, Chicago, Spyro Gyra, America ma anche di intensi performer come Gino Vannelli, Bruce Hornsby, Hall and Oates, David Matthews. Il morbido sound della West Coast, la classe, la perizia tecnica, la pulizia, l’eleganza, la pastosità di un linguaggio musicale per alcuni troppo asettico e troppo poco diretto ma che in realtà unisce le qualità del rock d’autore alla capacità di sfornare pezzi orecchiabili, perfettamente arrangiati ma mai scontati.

Prendete perciò una buona birra dal vostro frigo (possibilmente light), sistematevi comodamente con le vostre cuffie di fiducia e lasciate correre la fantasia. Tra il tributo al pathos della Grande Mela ‘New York Town’, il radicale mènage à trois tra fusion, rock e pop di ‘Stella By The Barlight’, il suadente e balsamico infuso a base di Fender Rhodes di ‘Painting The Picture’, l’accento (per carità pur sempre velato) al rock di annata di ‘Come To The Point’ nulla in questo disco viene lasciato al caso.Per gli amanti dei vecchi film a bianco nero Vi consiglio i passaggi frammentati e fumosi di ‘Tunisian Night’, colonna sonora di notti interminabili a base di drink, fumo e compagnie femminili da sogno. Ogni giro di ruota sonoro di questo esordio rimane vivido e perfettamente levigato, non mancano le piccole chicche che non ti aspetti ( la conclusiva ‘Lost In a Mind Game’) che riecheggiano di quando in quando la tradizioni bluesy oppure il rigore anglosassone (lo strumentale ‘No Man’s Land’). Ovviamente siamo di fronte ad un’uscita borderline, molto poco rock, molto poco pop, molto poco elettrica ma anche molto molto sofisticata e che denota una conoscenza pressoché perfetta del linguaggio musicale a 360°. Open your mind!

 

Recensione di Alessio Minoia

WHEELS OF FIRE

Hollywood Rocks

Avenue of Allies

 

Il monicker Wheels Of Fire nasce nel 2006 grazie alla collaborazione tra Davide Barbieri e Michele Luppi (Vision Divine, Killing Touch) con l'intento di tributare il giusto riconoscimento ad un periodo musicale (gli 80's) troppo presto catalogato ed archiviato come spazzatura con l'arrivo del grunge e dei camicioni di flanella e, con il passare del tempo, giustamente rivalutato e considerato fondamentale nell'evoluzione dell' heavy rock. Gli undici episodi di 'Hollywood Rocks' perciò si muovono tra coordinate musicali definite e riconoscibili al primo ascolto. 'You're So Cool' colpisce duro con un refrain deciso ed accattivante, la title track ricorda una 'Blood On Blood' di bonjoviana memoria con un tocco di AOR in più. Evidentemente la vocalità del bel Jon deve essere stata un'influenza primaria visto che il timbro e il songwriting in parecchie song rimandano pari pari a classici senza tempo come 'New Jersey' e 'Slippery When Wet'. 'Hollywood Rocks' è un debutto che ha dalla sua una produzione (forse) eccessivamente pulita e levigata, una serie di pezzi che avrebbero necessitato di più aggressività e una cura maggiore negli arrangiamenti e nei chorus ('What I Want', Everywhere I Go' e 'Live Again' sono proprio deboli). La chitarra di Stefano Zeni però graffia e scalpita che è un piacere (Vito Bratta docet), l'ugola di Davide è tecnicamente ineccepibile, le zampate di tastiera sono azzeccate, batteria e basso hanno il giusto sound ma manca la sporcizia, il sesso, la vita on the road vissuta on real sulla pelle da quelle band che hanno creato la scena di Los Angeles tra Roxy, Whisky a Go-Go, Rainbow Bar e Troubador. Non mancano di certo gli episodi “istituzionali” come il lentone strappamutande di 'Little Prayer' e i mid tempo muscolari come 'Relax', 'The Reason' e 'Rock The World' ma in definitiva sono convinto che una ulteriore maturazione del sound (e in tal senso la conclusiva 'Love Nest' è un ottimo viatico) debba essere d'obbligo se si vuole competere sul mercato internazionale e battagliare ad armi pari non solo con i colossi statunitensi ma anche con la scena scandinava. 'Hollywood Rocks' è un debutto in chiaroscuro comunque valido che necessita un degno seguito magari con qualche sorpresa in più: meno compitino svolto a dovere e più personalità nel songwriting. Keep the Faith!

 

Recensione di Alessio Minoia

LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA

Canzoni da Spiaggia Deturpata

La Tempesta Records

 

Le Luci della centrale Elettrica è il nome eccentrico che il ferrarese Vasco Brondi cantautore e scrittore (suo è il libro “Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero” – 2009 Baldini & Castoldi) ha coniato per questo progetto musicale che fa il suo esordio nell’anno 2007 con un demo autoprodotto. Nel 2008 Vasco pubblica “Canzoni da spiaggia deturpata”, con etichetta La Tempesta Records, disco prodotto niente popò di meno che da Giorgio Canali. Questo lavoro vincerà la Targa Tenco 2008 come migliore opera prima cantautorale dell’anno, e in seguito otterrà buoni responsi dalla critica. Onore al cantautore e allo scrittore, da molti osannato e da molti criticato. Alcuni ritengono che i suoi testi vogliano dire tutto e niente, altri vanno alla ricerca di un significato recondito e ne danno interpretazioni personali, i più parlano di incongruenze linguistiche, noi ci limiteremo a riportarli dando poche spiegazioni, il significato, personale, è da trovarsi nell’insieme di musica e parole, oppure da non trovarsi del tutto, tanto non serve, poi c’è lui, Vasco (non Vasco il Blasco, ma sempre Vasco nazionale è), ragazzo talentuoso, che sa mixare suono e melodia, sicuramente supportato da nomi di grosso calibro del mondo musicale, che gli fanno da cornice, degna cornice, durante i suoi live.

“Canzoni da spiaggia deturpata” è composto da 10 tracce toste, con testi che sembrano presi da un libro di Chuck Palahniuk, dove la provincia (in questo caso italiana) è in primo piano, dove la difficoltà a tirare sera, l’amore in case subaffittate ma anche la bellezza nell’inaspettato ci mettono davanti a quella che è la dura realtà del vivere quotidiano. Un album forte, spesso urlato, potente. Qui si respira l’urban jungle, si respira il noi, la gente comune, la gente che vive ed assorbe ogni singola goccia di sentimento di cui è intrisa. L’esasperazione emozionale è percepibile e palpabile. Alla prima traccia, “Lacrimogeni”, con intro voce-chitarra per poi seguire in scream, fa seguito “Per combattere l’acne” dove faccio mio il suo testo “con le nostre discussioni serie si arricchiscono solo le compagnie telefoniche”, con chitarra curata e grezza, che sembrerebbe un controsenso ma qui no, suoni ben strutturati, come lungo tutto il percorso. La track che preferisco è “Sere feriali”, ma ognuna ha il suo perché, così come “La lotta armata al bar” e “Fare i camerieri”. Non è un album facile, ed è più difficile se “ non capisci gli incubi dei pesci rossi” e noi “siamo egocentrici come i gatti scappati dai condomini”, ma “con me non devi essere niente” soprattutto se sei consapevole che “i CCCP non ci sono più…da un po’ ”. Alla fine, “Nei garage a Milano Nord”, in tono semi-acustico, “la Milano da bere, Milano da pere, con amori interinali e poliziotti di quartiere, nei bar deserti i navigli, per ammazzare il tempo ci siamo sconvolti…”, e allora “trasformiamo questa città in un’altra cazzo di città andiamo a vedere le luci della centrale elettrica”. Che dire, ebbene sì, “un altro Vasco è possibile ”(cit.) … forse! Link: www.leluci.net ; www.myspace.com/lelucidellacentraleelettrica ; www.twitter.com/vasco_brondi

 

Recensione di Margherita Simonetti

H.A.R.E.M.

Kings Of The Night

Self

 

Gli HAREM non accennano a smettere… Chi ha il rock che scorre nelle vene, non può fare altrimenti ed i membri di questo gruppo, alcuni dei quali ormai con 16 anni di attività, sono rock al 100%!! Ripercorriamo velocemente la storia di questa band, nata dalla mente di Freddy Delirio il quale è conosciuto ai più per essere l’attuale tastierista dei Death SS. Freddy decide di mettere in piedi un gruppo molto hard rock sleazy sulla falsa riga dei Motley Crue e di arruolare con sé Nik Giannelli, uno dei bassisti italiani più rock (inteso come attitudine e presenza scenica) che abbia mai visto, Matt Stevens un chitarrista “old school”. Alla formazione si sono recentemente uniti Emil Bandera (membro fondatore degli Smelly Boggs nonché membro storico dei Death SS) che non farà altro che elevare ulteriormente le qualità della band ed il batterista Massimo Billi. La band ha all’attivo “Let me see your ass Live '97", "You're fascinating" (2000), "Shake me" (2003) ed il DVD “The Dirty Dozen...of years” (2007). "Kings of the night" vede finalmente la luce e da un primo ascolto le canzone contenute in questo album sono l’equivalente di un bicchiere di Jack Daniels bevuto alla goccia. Lo senti arrivare nello stomaco ed all’improvviso parte una vampata di calore che si trasforma in brivido! Freddy è un misto tra il Vince Neil più incazzato e l’Alice Cooper più profondo, la ritmica è bella potente ed i riff di chitarra sono tanto semplici quanto efficaci. “I’m Not Afraid” apre il disco con una percentuale di violenza altissima, qualità che sarà il filo conduttore per tutto l’album. “Alien” e “Let Me Feel”, “Shining Doors” sono i brani che mi son piaciuti di più. Probabilmente aver avuto la possibilità di ascoltarli in anteprima un po' di tempo fa in sede live, ne ha aumentato l'orecchiabilità. Il termine di paragone che più mi viene in mente è quello di un pugile che allo scoccare del gong si avvicina all'avversario e piazza 11 colpi a segno... Knock out!!! Se cercate delle ballads, questo album non fa per voi!! Ci vediamo prossimamente su qualche palco.

 

Recensione di Andrea Lami

OFFLAGA DISCO PAX

Bachelite

Santeria/Audioglobe

 

La bachelite è la prima materia plastica comparsa nel mondo, per capirci è quella di cui sono fatti I primi telefoni, gli elettrodomestici e i cruscotti delle auto, ossia tutto quel materiale usa e getta che ha avuto il suo boom negli anni ’70 e ’80, ed è proprio qui che ci troviamo, negli anni Ottanta. Già conoscevo gli Offlaga Disco Pax, ma scopro questo disco una sera durante un tragitto in macchina sulla Crema-Lodi e ritorno insieme al mio amico Ale, intenditore e scopritore di generi musicali alternativi. Il nome della band, così originale, è stato coniato da Max Collini (voce del gruppo) dopo essersi perso andando a un concerto in terra bresciana, precisamente nella città di Offlaga, vicino a Orzinuovi, rimanendo colpito da questo nome di non facile rievocazione, al punto tale da proporlo e da venire accettato dal resto dei componenti, aggiungendogli Disco Pax a suo completamento. Da Cavriago vicino a Reggio Emilia, Max Collini, Enrico Fontanelli (basso tastiere) e Daniele Carretti (chitarra, basso), gli immensi Offlaga Disco Pax, che si definiscono un “collettivo neosensibilista contrario alla democrazia nei sentimenti”, dopo avere vinto parecchi premi e contest, partono per sfornare il loro secondo lavoro (il primo è “Socialismo Tascabile (Prove tecniche di trasmissione)” del 2005), “Bachelite” (2008). Che gli Offlaga debbano molto ai C.C.C.P. lo si percepisce, ma questi ultimi forse erano più aggressivi e lottatori, qui invece aleggia una certa rassegnazione (“c’hanno davvero preso tutto”). Anche i Joy Division e i Cocteau Twins fanno la loro parte nel distribuire le loro perle di saggezza musicale. Certamente questo nuovo lavoro è meno politico rispetto al precedente, narra storie e descrive situazioni più variegate, come quella della ventenne Carlotta in “Superchiome” (con omaggio ai Kraftwerk), come il degrado urbano in “Cioccolato I.A.C.P.”, con Barbara che scambia sesso orale con un panino e un Toblerone, come con musica e racconto in “Onomastica” e con Andy dei Bluevertigo al Sax, come con il ricordo commovente in “Venti minuti”, brano intimista e ricercato, come con notevole ironia, simpatia e con la vigilessa Morgana in “Dove ho messo la Golf ?”, come in “Ventrale”, con il saltatore Vladimir Yashchenko che nel 1978 saltò i 2 metri e 35, tanto quanto l’altezza di una cabina telefonica, come con Francesca Mambro in “Sensibile”, come con tante donne e le loro storie difficili. Il tutto condito da una elettronica forte, da bassi in loop e da suoni provenienti dal sintetizzatore, le tracce di new wave qui come nel lavoro precedente sono palpabili, è forte la presenza di electro-punk e parrebbe anche di shoegazing. I suoni non sono mai scontati. Qui, rispetto al primo lavoro, le musiche sembrano più interessanti e dominanti, la chitarra il basso e i suoni elettronici (sovrastanti) non fungono solo da base, ma crescono, tripudiano, dominano sul recitato di Max, che è molto espressivo. Il suo è un teatro canzone. Gli Offlaga Disco Pax non scrivono canzoni, bensì raccontano storie , è come se si potesse vedere quello che stanno raccontando, come se fossero dei cortometraggi sugli anni Ottanta, sulla strage di Bologna, sull’eroina, sulla provincia, sul degrado sociale e sulle storie di strada in generale. Insomma, questo è un album devastante, bello davvero, delicato, con basi perfette, basso e chitarra da urlo, poi se uniamo musica e testi ne esce un capolavoro, testi già emozionanti di per sé che vengono esaltati dai suoni, testi ricercati, parole ricercate, frasi senza retorica, il fascismo è insensibile, la resistenza è raccontata da un gambero solitario e un “ Giusva pronto per la uno bianca, prima della uno bianca”. Tante storie da scoprire, ascolto dopo ascolto, tanta Reggio Emilia ed Emilia Romagna qui, tanto degli anni ’80, che ancora una volta ci spezzano e non ci fanno uscire vivi. Chapeau. Link: www.offlagadiscopax.it ; www.offlagadiscopax.splinder.com ; www.myspace.com/odp130

 

Recensione di Margherita Simonetti

VENICE IS FOR LOVERS

The Best Day Since Yesterday

Indeed ! Records

 

Questi ragazzi vengono dalle mie stesse zone, alcuni sono lodigiani e altri cremonesi, suonano insieme dall’anno 2005, ma io sinceramente li conosco solo adesso, ascoltando il loro full lenght di debutto, uscito da poco, sotto etichetta Indeed ! Records. Paolo (voce e chitarra), Daniele (chitarra e voce), Alessandro (basso), Luca (tastiere e synth) e Angelo (batteria) compongono la band, che col nome difficile di Venice is for Lovers (ridotto per semplicità in Venice), fa il suo ingresso nell’altrettanto difficile mondo della musica presentandosi con un lavoro tutto cantato in lingua inglese. Dieci tracce melodiche, pare con groove powerpop e rock/pop, ma che io definirei più pop, a volte un po’ emo, nel vero senso del termine, e un po’ indie. Quello che si coglie subito è la semplicità, senza fronzoli di alcun tipo, loro stessi sono molto sobri, essenziali e misurati (almeno per ciò che si deduce dalle foto pubblicate nel loro myspace) e senza un look che li classifichi come facenti parte di questa piuttosto che quella corrente fashion. Le tracce sono intrise di dolcezza, e questi cantori dell’amore sono riusciti a sfornare brani molto honey –sweet, da fare cariare i denti. Le melodie, indubbiamente di facile ascolto, sono accattivanti, dovrebbero colpire al cuore per i testi e per il suono very dolce. Predominante è sicuramente l’uso delle tastiere e del synth, che alleggeriscono l’insieme creando un sound pop che si lascia canticchiare, un sound diretto ed energico quanto basta. La voce è un po’ forzata, mentre quella del secondo vocalist è più morbida, il fatto di cantare in inglese non aiuta, soprattutto fa perdere spontaneità e scioltezza, dovendo sempre prestare attenzione agli accenti. Dal punto di vista tecnico tutto è curato ma nulla è nuovo, anzi trattasi di dieci pezzi pop in semplice stile, con qualche punto di semi acustica , come in “Three days in snowy December”, dove l’animo emo (tional) emerge in tutto e per tutto e sentiamo anche una voce femminile nel coro. La track che prediligo è “Whisper in your sleep”, pulita, in intro soft e poi riff con una bella seconda voce, bella perché piena e meno forzata, fino allo scream finale: “I adore you” sempre riferito all’amore, una zuppa d’amore insomma. Solare è “Your Hero”, che proclama “I wanna be your hero and never let you go”. L’album chiude con suoni distorti, synth e palabras mexicanas, come se suonasse un mariachi, il quale dice: “Cuando cala la noche y tu me quieras conmigo….. cerveza, tequila, burrito, fajitas…no tengo más dinero porque he vendido el sombrero”. Non ha attinenza assoluta col resto dell’album, ma va bene, dai, fa spirito goliardico di chiusura lavoro e birra in compagnia ! Su di loro aleggia l’influenza dei The Get Up Kids, dei Jimmy Eat World, ma con ancora quella debolezza da esordienti e innocenti che necessita di un po’ di “ossa da farsi”. Però di tempo ce n’è, siamo agli inizi. Una cosa da fare sarebbe provare ad abbandonare la lingua inglese e concentrarsi su testi con più spessore per riuscire ad ottenere maggiore personalità propria, che paga di più, l’amore è bello anche in Italia e se cantato magari in Italiano.Link: www.myspace.com/veniceisforlovers

 

Recensione di Margherita S.

THIRD EYE

Recipe for disaster

Escape Music

 

“Recipe for disaster” è un lavoro che ha richiesto molti sacrifici per questi Third Eye, band danese attiva già dal 2003, che solo ora debutta discograficamente.

Un lavoro molto aggressivo ,sicuramente molto influenzato vocalmente da un certo King Diamond, illustre compatriota della band , ma la band suona molto diversa dai Mercyful Fate, e potrebbe essere classificata come progressive metal. Mettete Queensryche e Dream Theater in un grosso frullatore, shakeratelo con abbondanti dosi di Megadeth stile “Rust in Piece”, spruzzate un pizzico di Pantera era “Cowboys from Hell” e avrete ottenuto il cocktail “Third Eye”. Cocktail che è agrodolce e non pienamente riuscito,a d essere sinceri. Si tratta di un concept album,formato da dieci tracce o meglio dieci pagine,come specificano loro nel booklet e tratta di una persona a cui viene diagnosticata una malattia chiamata “Disordine compulsivo e ossessivo”e di tutti gli effetti che le medicine producono su questa persona. Il fuoriclasse della band è certamente il cantante Per Johansson, che riesce a passare da tonalità grevi a puramente melodiche in un battibaleno e sembra che ci sian diversi cantanti in un'unica canzone, a volte. Altro musicista molto valido è il batterista Martin Damgaard, che si cimenta anche in diverse parti in doppia cassa con ottimi risultati. Un lavoro curato in ogni minimo particolare e con un’unica pecca secondo me: a volte i pezzi tendono ad essere eccessivamente lunghi e un po’ripetitivi nell’esecuzione. Detto questo, a mio modesto parere, posso pero’ esprimere un buon giudizio su questa band, che sicuramente vedo bene nei lunghi e affollati festival metals estivi, su qualche stage secondario o come supporter di qualche grosso nome. Pezzi forti del cd da segnalare son sicuramente “Dark Angel”, che ti aggredisce centimetro per centimetro, come un branco di piranhas che non vedon carne da mesi o la Queensrychiana “Six Feet Under” molto evocativa e che segna il primo momento di tranquillità nel cd. Un cd che mi sento di consigliare soltanto a chi è dentro pienamente il progressive rock e lo possa pienamente apprezzare, visto che non è certamente di facile assorbimento.

 

Recensione di MauRnrPirate

WILD SIDE

Speed Devil

Escape Records

 

Con un nome cosi’, certamente sai già qual è di solito la fonte principale di ispirazione e direi che questa risponde al nome di “Bad boys of Rnr”,vale a dire i leggendari Motley Crue Ebbene si’,ho fatto bingo al primo colpo per questa band norvegese che è al secondo album realizzato ma che è il primo che viene distribuito in tutto il mondo. Un tuffo negli anni 80 non fa mai male a nessuno, anche se le similitudini del tono vocale “a paperella” di Joachim Berntsen con il “Re di tutte le voci a Paperino” vale a dire Mr Vince Neil, son tantissime e a volte anche palesemente imbarazzanti. Sarebbe limitativo, pero’ recensire un lavoro basandosi su questi fatti e non sottolineare che già dall’intro parlato dell’opener “Live forever” ho capito di essere di fronte comunque a una band che suona con passione, e che vede secondo me nella coppia di chitarristi formata da Tom Grana e Jon Aarseth, il suo punto di forza. I due guitar heroes sfornano riffs incessantemente e inesorabilmente come una premiata pasticceria sforna prelibatezze in continuazione. Non ci sono solo i Motley Crue come fonte di ispirazione ma indubbiamente ci son anche i Whitesnake che mi son rimbombati nell’orecchio con “Play with me”, un pezzo dove il batterista Ronni Arntzen è una potenza della natura, con colpi ben assestati alle pelli come un pugile di comprovata esperienza. La produzione di questo cd è molto buona e penso proprio che ha richiesto sacrificio,sudore e abnegazione alla causa. Tra l’altro ai cori in varie canzoni c’è l’immancabile e bravissimo Tony Mills che completa l’opera. Altro pezzo che consiglio è “Need to deliver”, una stilettata tacco 12 in piena rotula e che mi ricorda l’energia e la voglia di casino dei primi Skid Row. Una piccola gemma è anche la ballata acustica “Love for you” da cantare a squarciagola con la propria metà e se magari volete essere rock n’roll totalmente,con chi vi capita a tiro. Un disco che certamente non è innovativo nel suo genere, ma che si lascia ben ascoltare; immagino che questi baldi giovanotti trovino il loro habitat naturale sul palco. Da ascoltare se amate Motley Crue, Ratt, Pretty Maids, Skid Row,Whitesnake e compagnia bella, potreste aggiungere una nuova scoperta gradevole.

 

Recensione di MauRnrPirate

TEXAS FLASHBACK

Volume 1-6

Psychic Circle

 

L’estate è un periodo strano, musicalmente pigro, quasi svogliato direi. A parte i megaraduni che puntualmente saltano o slittano per questioni puramente climatiche, a parte orde di organizzatori incazzati misti a gente fradicia e delusa, a parte questo, francamente, io non registro mai nulla di interessante. Quasi come se esistesse un tacito accordo di non belligeranza tra tutti i miei idoli. (o forse perché, a ben pensarci, sono quasi tutti morti..) Pausa. Ok Signori, per due mesi niente pubblicazioni. Ne prendo atto. Carestia in vista. Difficilmente ho ricevuto dai miei “pusher” di fiducia (badate bene furbetti, pusher di musica rock..) album sconvolgenti o capolavori imprescindibili durante le mie estati rock. Materiale inedito praticamente nullo, qualche cadavere riesumato da archivi dimenticati (in arrivo album sconvolgente dei Velvet Undergorund, attendo con ansia…, prenotata prossima recensione), novità?? figuriamoci. Segue sabato scazzato nel mio negozio di fiducia. Si parla di calcio, qualche accenno sulle ristampe degli Stones (argomento sempre gradito), Grateful Dead (vero pallino del mio “pusher”, centesimo album live in arrivo), donne manco l’ombra (ma il rock non prevede seguaci nel gentil sesso?), mi suggeriscono di bere whiskey per combattere il caldo (cosa che ho puntualmente fatto, con risultati pessimi), insomma giornata pallosa. Fino a quando arriva il colpo di genio del mio spacciatore. Ah che astuto venditore! Easy: ristampe garage. Cofanetto di 6 Cd in un colpo solo. Questa si che è abbondanza. Collezione più ricca, portafoglio più sottile. Segue animata disputa su quale sia la regione USA con il miglior sound garage. Stravince con pieno merito il rovente ed assolato Texas. Da qui lo spunto per questa breve recensione. Perché il Texas? E’ solo una coincidenza forse, ma questa zona ha partorito le migliori opere garage della prima metà degli anni sessanta. Tinte forti, distorsione, un acerbo accenno di psichedelica e proto punk. Probabilmente dal punto di vista puramente qualitativo/quantitativo, solo la lisergica California ha saputo fare meglio. Non a caso, centinaia di piccole e misconosciute formazioni cresciute al sole della regione dell’armadillo, hanno animato e colorato, tra il 1965 e il 1968, il panorama underground statunitense. Qualche nome in ordine sparso: American Blues, Moving Sidewalks (in pratica il primitivo nucleo dei mitici ZZ Top), 13th Floor Elevators (il gruppo di Rocky Erickson e Tommy Hall) Shiva’s Headband, Zakary Thaks, Bad Seeds, Headstones, Chess Men, Chants, Esquires.. E l’elenco potrebbe continuare quasi all’infinito. Strane alchimie, congiunzioni astrali? Sicuramente tanta buona musica e una dose di minacciosa inventiva. Questa bellissima raccolta (edita originariamente negli anni ottanta, e ripresa ora in un unico corposo cofanetto) sintetizza e descrive perfettamente il suono della regione. Un suono secco, sporco e vigoroso, decisamente in antitesi con il morbido e sognante stile westcoastiano. 6 cd dicevamo, una miriade di brani, decine di piccole gemme garage. A mio giudizio le canzoni di maggiore rilievo sono sparse sul quarto, quinto e sesto volume. Composizioni come “So Sophisticated” dei Lavender Hour o “Didillusion” dei Minute Men sembrano anticipare di almeno un decennio la furia e l’immediatezza del punk londinese. Piccoli semi che vedranno sbocciare i propri fiori nei bollenti Settanta. Caldamente consigliato.

 

Recensione di Giorgio Guffanti

ANGELINE

Confessions

Avenue of Allies

 

La storia degli svedesi Angeline parte nel 1987, con la loro formazione che li porta a realizzare alcuni demos ,a suonare varie concerti e partecipare ad alcuni concorsi musicali.Tutto sembra andare bene in questa band,caratterizzata da eccellenti strumentisti e influenzata decisamente da Gun, Bon Jovi e Winger ma purtroppo le pessime condizioni di salute del cantante Jorgen “Sigge”Sigvardsson non riescono mai a portarla al debutto su cd completo. La band,lo aspetta nel suo peregrinare tra ospedali,ma purtroppo la battaglia di “Sigge” è persa, con la sua morte nel 1995. La band shockata ,decide di fermarsi per diverso tempo, finché in un concerto a lui dedicato,pian piano il combustibile della passione per la musica ritorna a scorrere nelle vene di questi bravi ragazzi svedesi. Con alcuni cambi di formazione e con mutamenti di intenti nella stessa,che li avevano persino portati a diventare una cover band, si giunge al 2010, anno di uscita del loro primo cd ufficiale “Confessions”. E’ancora l’attivissima e validissima etichetta tedesca “Avenue of Allies”, che ci sta regalando interessantissime uscite, a metterli sotto contratto. Quello che emerge subito dal primo ascolto, è il suono assolutamente granitico offerto dalle chitarre di Janne Avergren e del cantante chitarrista Jocke Nilsson, voce molto calda e passionale, mai fuori luogo, grintosa e che imprime alle composizioni del quartetto la giusta marcia.

La sezione ritmica formata da Uffe Nilsson al basso e da Tobbe Johnsson completa l’opera. Certamente non posso gridare al “Miracolo,sto sentendo qualcosa di mai sentito!” ma posso affermare che il contenuto musicale presente in questo cd è di livello altissimo ,suonato e prodotto da Jocke Nillson in modo adeguato.Le mie canzoni preferite son l’opener “Pray!” , che ti pervade da subito con un riff che paga dazio a Mr Angus Young, sicuramente e che consiglio a tutti, la settima canzone “Love and affection” che ha come riferimenti Bon Jovi e Def Leppard e la grintosissima e molto radiofonica “Rock of ages”,canzone che potrebbe tranquillamente essere regalata a Glenn Hughes e Jeff Scott Soto per qualche loro performance vocale. Un disco, che sicuramente,già da ora, candido tra le migliori uscite in campo AOR/Melodic Rock del 2010. Magari, ci fossero maggiormente in giro bands come gli Angeline.

 

Recensione di MauRnrPirate

ARTHEMIS

Heroes

Crash & Burn

 

Chi la dura la vince. Questo devono ripetersi in continuazione i nostrani (veneti per la precisione) Arthemis, giunti con 'Heroes' al sesto full lenght presentando una sensibile variazione nella loro line up con l'innesto di Fabio Dessi dietro al microfono. Ahimè le novità qui si fermano perchè evidentemente l'unico songwriter della band (il guitar man Andy Martongelli) continua indefesso a firmare tutte le song e, in definitiva, a cristallizzare il suono e le soluzioni messe in mostra in tutti i dieci pezzi. Il palesato cambio stilistico avvenuto con il precedente 'Black Society' del 2008 non finisce di influenzare anche 'Heroes': potenza, omogeneità, cattiveria ma anche lievi influenze riconducibili all' hard europeo di fine seventies (Rainbow) scorrono placide tra le note di pezzi come l'opener 'Scars On Scars', 'Vortex' o la title track. L'ingranaggio del four piece sono oliati a dovere e questo si avverte soprattutto in pezzi come 'This Is Revolution', esaltante nell'incedere e convincente nel chorus. Peccato che la magia si fermi a questa traccia e poco altro: il conclusivo strumentale 'Road To Nowhere', ironia della sorte sembra essere l'emblema del percorso musicale degli Arthemis. L'evoluzione latita parecchio, si scorge una stanchezza compositiva stagnante che cerca di “doparsi” con sempre più maggiori concessioni al mainstream e al dejà vu. Peccato perché invece si scorge una potenzialità nettamente superiore a quanto presentato in questa uscita e forse (dico forse) una maggior partecipazione degli altri partner in crime gioverebbe nettamente alla freschezza e alla maturazione di un sound che non sa più che direzione prendere rimanendo su un binario sostanzialmente morto. Nota finale sulla produzione, anche in questo caso ineccepibile escluso per alcuni effetti al limite del pacchiano ('Until The End') e sul booklet che cerca di fare il verso alla tanto acclamata epopea di 'Twilight' ma lo si poteva francamente evitare. Sorpassati

 

Recensione di Alessio Minoia

BROKEN MELODY

Mirroring Identities

Copro Records UK

 

Band sarda nata nell’aprile del 2006 meritatamente giunta con ‘Mirroring Identities’ al secondo full length, il primo ‘Face The World’ datato 2007 ha riscosso buone recensioni e un discreto seguito inducendo una label attenta e dedicata come la Copro Records a far firmare ai nostri pard un bel contratto discografico. Evidentemente il tour nel Regno Unito dello scorso anno ha inoltre portato una ventata di aria nuova all’interno del quintetto, nuove traiettorie nella definizione del proprio sound e una sempre maggior varietà di soluzioni stilistiche. I Broken Melody partono senza dubbio da un heavy rock classico per allargare la propria sfera in ogni ambito ad esso riconducibile: AOR, Metal, Progressive, Thrash, Nu Metal non disdegnando l’approccio acustico in diverse occasioni. Le capacità tecniche messe in mostra sono indubbie come pure è notevole la capacità di spaziare indefessi tra numerosi cambi di tempo non perdendo un briciolo in melodicità, potenza e controllo (sembra la pubblicità della Pirelli messa giù così). Non fatevi però ingannare dalla parola “melodico”: i flash e i passaggi dal coretto facile ed ammiccante ci sono e a più riprese per i cinquanta e passa minuti dell’album ma ( e ripeto ma) le bocche di fuoco immortalate dalle twin guitar di Roberto Ortu e Emanuele Ninu non lasciano prigionieri sfornando riff al limite del thrash old school stile Testament o Exodus. Il successo di band come Avenged Sevenfold deve in qualche maniera fatto riflettere sull’utilità di “caricare” a dovere i chorus e la produzione di ‘Mirroring Identies’, scintillante e diamantata quanto fin troppo leccata e meccanica nel suono di batteria e voce. A conferma di questa valutazione anche l’alternanza tra clean e growl vocals sapientemente orchestrata dal buon Francesco Palmieri, una forza della natura che mi ha ricordato il GL Perotti di annata. Non ho idea dell’età media del five piece ma mi piace pensare che una maggiore attività live ed un maggiore restringimento del range sonoro non potranno che aiutare i Broken Melody nella (ri)scoperta del proprio songwriting, come segno indelebile di riconoscimento rispetto a tutte le altre agguerrite formazioni europee e a stelle e strisce che rimangono, al momento, un gradino superiore. Se questo avverrà potremmo trovarci di fronte alla prossima “New Sensation” del rock duro tricolore come accaduto in passato a Lacuna Coil, Labyrinth e Rhapsody. Ma ora basta sognare… diamoci sotto lavorando sodo!

 

Recensione di Alessio Minoia

NO GRAVITY ON

Universi

Indeed ! Records

 

Sono giovani, bellini e vestiti benino. Questa boy band si è formata nel 2008 nella capitale, e da poco ha prodotto il primo EP, “Universi”, per la gioia dei ragazzini, ma soprattutto delle ragazzine under 14, e io mi chiedo? Perchèèè? A parte questo, dai, restiamo in tema, noi recensori non dobbiamo solo osannare i cantanti o le band che entrano a far parte delle nostre sfere affettive, ma anche scrivere di coloro che sappiamo non ascolteremmo mai se non sotto tortura…e dobbiamo sapere svolgere un lavoro onesto e obiettivo, al fine di creare interesse e avvicinare il pubblico verso un artista o band piuttosto che un altro/a. Quindi, per dirla tutta, fuori dai denti, questi ragazzi sono bravi. Ora chi mi conosce dirà: questa non è a posto, ma io vorrei riuscire a fare capire che il lavoro in questione non è indirizzato a tutti, ma solo a una fascia di pubblico molto ma molto giovane. E’ vero che ci sono band acclamate da bambini, da giovani, da meno giovani e da anziani, ma qui l’utente finale è decisamente minorenne senza ombra di dubbio, e questi quattro ragazzi lo sanno. Questo è un prodotto da pubblicizzare e commercializzare nel reparto adolescenti dei negozi di dischi o degli store online e di qualsiasi magazine musicale, al fine di non essere sminuito, perché ripeto, è un lavoro davvero ben fatto, ma solo per quella fetta di pubblico lì, il che non è un male, anzi, è un approccio come un altro, uno dei tanti, alla musica da parte dei giovanissimi, che poi cresceranno e via via si orienteranno a seconda del proprio gusto e delle proprie emozioni. La line – up attuale dei No Gravity On è costituita da Josh (voce), Stevo (batteria), Nicholas (basso) e da Andrea (tastiere), quattro bravi ragazzi uniti dalla passione e dalla voglia di suonare musica allegra, che la si canticchia volentieri, e con questo lavoro dimostrano che lo sanno fare. Il loro è un prodotto Electro/Pop ben fatto, il cantante Josh è intonato e le strumentalità sono ben lavorate e mixate. Le tastiere alleggeriscono le sonorità, gli accordi sono semplici e tutto è amalgamato bene. La voglia di imitare gli A-ha e la loro “Take on me” c’è, ma ci sono ancora dieci milioni di galassie da attraversare. I testi parlano di primi fremiti d’amore in “Come una scia”, di attese d’amore in “Ovunque”, di amori eterni in “In ogni attimo”, di voglia di fare casino in “Notte 3 a.m.”, di voglia di spaccare il mondo ne “Il mondo”, ecc., il tutto in maniera piccola, da ragazzetti alle prime armi (è invidia la mia ? ma anche si). Il loro look, curato nei particolari, è fatto di felpe e magliette griffate, tagli sfrangiati e piercing qua e là, da qualche tatuaggetto (per dirla alla Elio e le Storie Tese) ma non ha nulla di duro, anzi, un look che non farebbe timore nemmeno a un neonato. Nel loro myspace, la cosa più hard che si vede è un cappellino con la scritta “I  Shit”, i quattro boys potrebbero essere i fidanzatini ideali per ogni ragazzina che fa sogni d’amore e li scrive sull’agenda di Hello Kitty. Questo CD è la colonna sonora ideale di un telefilm alla “Hannah Montana”, alla “90210”, alla “My Camp Rock”, alla “Zack & Cody” o derivati. Link: www.myspace.com/nogravityon

 

Margherita S.

SECTION A

Sacrifice

Lion Music

 

Terza release per i danesi Section A e nulla di nuovo sotto il sole. Evidentemente i quattro anni passati dal precedente 'Parellel Lives' non hanno lasciato il segno nel songwriting del mastermind Torben Enevoldsen (Acacia Avenue, Fatal Force, Decoy) e dei suoi quattro compagni di ventura visto che nulla è cambiato nel power prog messo in mostra negli oltre cinquanta minuti e passa di questo disco. Estremamente professionale l'ugola di Andy Engberg come curata e innecepibile la produzione, la perizia strumentale (da segnalare la "drum machine" Thomas Heintzelmann) e le influenze neoclassiche palesate in parecchi brani a base di doppia cassa marziale, ritmiche serrate e fragorose esplosioni melodiche.'Sacrifice' soffre della sindrome comune a parecchie formazioni degli ultimi anni: la saturazione del mercato, il livello tecnico livellato verso l'alto da parte dei giovani musicanti (o sarebbe meglio dire musici) unito alla possibilità di registrare anche dentro il proprio monolocale mantenendo una qualità sonora al top ed, inversamente, l'incapacità di personalizzare le proprie alchimie sonore creando un prodotto unico e riconoscibile hanno di fatto ridotto al lumicino l'arte di sorprendere l'ascoltatore di turno. Le dieci track si dipanano stancamente tra fughe neoclassiche, cambi di tempo, assoli di tastiera (da segnalare l'amichevole partecipazione di Lasse Finbraten dei Circus Maximus), mid e up tempo triti e ritriti. A salvare parzialmente il risultato finale ci pensano una didattica corposità della sezione ritmica, alcune soluzioni stilistiche che riportano in auge antichi miti e splendori (chi si ricorda il nome Fates Warning) e la passionalità della voce di Engberg, sempre più catalizzante con il passare dei minuti. Insomma...poche parole per un disco che necessita un ascolto e poco altro.

 

Recensione di Alessio Minoia