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BLACK LABEL SOCIETY

Order of The Black

Roadrunner Records

 

Quando si parla di Zakk Wylde gli aggettivi si sprecano. E' senza dubbio uno dei Guitar Hero del ventunesimo secolo dalla classe immensa. Scoperto da Ozzy Osbourne (che in fatto di musicisti ha sempre avuto l'orecchio lungo) ha saputo con gli anni guadagnarsi la stima e il rispetto che il suo talento ha sempre meritato. Plurimusicista e con un timbro vocale accattivante, si è creato uno stile inconfondibile con un sound tipicamente Metal ma con nette influenze dell'Hard rock anni 70/80. Aspetto truce ma capace di sfornare strepitosi brani melodici. Ci sono voluti bel quatto anni perchè la sua “creatura” BLS tornasse sulle scene pubblicando il loro ottavo album “Order of the black” sotto la Roadrunner Records, dopo l'ottimo (forse il migliore) “Shot to Hell”. Un'abitudine che molte band ormai stanno percorrendo da tempo, segno che il mercato discografico sta finalmente capendo come non perdere gli appassionati di musica con logiche di mercato ormai vecchie di decenni. Ed è proprio su AOL che mi sono gustato l'ascolto di questo lavoro. Un disco che non delude le aspettative ed è ciò che ti aspetteresti da Zakk & Co., ovvero una logica continuazione di “Shot to Hell”: un misto di Metal e Hard rock, contornato da lentoni strappa lacrime (il pezzo forte dello Zakk Wylde degli ultimi tempi). E di Ballad in questo “Order of the black” ce ne sono in abbondanza: cinque su tredici per l'esattezza; segno che ancora il dolore per la perdita di Dimebag Darrell non è stato ancora del tutto superata. Con un sound acustico ci avevano già abituato in precedenza con “Hangover music”, il loro sesto lavoro, ma in quest'ultimo album i BLS raccolgono i vari generi che hanno percorso nella loro carriera e a sorpresa troviamo anche un brano spagnoleggiante interamente strumentale: “Chupacabra”. Gli storici fan incalliti sicuramente storceranno un po' il naso ma in definitiva è un lavoro valido e suonato con gran classe. Si sente infatti molta più cura nei suoni e nelle melodie rispetto ai precedenti lavori che risultavano più “grezzi” negli arrangiamenti. Anche gli A soli di Zakk suonano più puliti e ordinati, con meno distorsioni portate all'eccesso. Si parte subito forte con un trittico adrenalinico e dall'anima Metal con la tritaossa open track “Crazy Horse” e il primo singolo estratto “Parade of the Dead”. Brani molto energici e dal classico stampo BLS con i soliti monumentali riff di Zakk. Con “Darkest Days” si arriva alla prima ballad ricca di intensità grazie anche alle note al piano di Zakk e agli arrangiamenti orchestrali. La successiva “Black Sunday” è fenomenale. Qua si inizia a percorrere orizzonti Hard rock e il pezzo è tremendamente travolgente, sicuramente uno dei più riusciti del disco: con un groove da pelle d'oca che prende subito dal primo ascolto. Con “Time waits for no ones” si omaggiano i Metallica prima maniera ma la vera sorpresa rimane la strumentale “Chupacabra”. Un ritmo “Gitano” che sorprende in quanto si discosta molto dallo stile energico e pomposo di tutto il disco. Questo fa vedere la grande versatilità compositiva di Mr. Wilde che traspare da ogni suo lavoro sia con i BLS che con il “maestro” Ozzy Osbourne.Il disco poi si chiude con la malinconica ed intensa “January”.Alla fine chi pensava che Zakk Wilde alla fine fosse bravo a fare sempre le solite cose (e, ammetto, anch'io iniziavo a pensarlo...) con questo ultimo lavoro si dovrà, non dico ricredere, ma almeno vedere la buona volontà di un'artista, ma prima di tutto un uomo, cambiato; con una grande voglia di mettersi in discussione. Prendersi una pausa di quattro anni è sicuramente servito a tutta la band e, a lungo andare, questo disco piacerà a molti.Il giudizio complessivo è sicuramente ottimo: la classe di Zakk non si discute e questo “Order of the black” è senza dubbio da avere! Consigliatissimo!

 

Recensione di SimoSuicide

IRON MAIDEN

The Final Frontiers

EMI

 

Non serve riassumere la storia degli Iron Maiden, stiamo parlando di un gruppo che la storia l'ha fatta sin dal proprio esordio già dall'omonimo album con in copertina un Eddie quasi punkettaro ormai datato 1980. Sono passati trent'anni nei quali gli Iron son stati capaci di creare un certo tipo di musica e l'hanno portata ai massimi livelli con tournée mondiali ricche di date, andando alla conquista ogni volta di una fetta di mondo fino a quel momento inesplorato. L'unico modo di affrontare un album dei grandi della musica è fare il noioso track by track quindi partiamo subito: 01 - Satellite 15...The Final Frontier. Un intro strumentale cadenzato dalla batteria di Nicko ci accompagna all'interno dell'omonimo brano d'apertura. Quattro minuti e mezzo un po' stucchevoli ma che hanno l'intento di aumentare la voglia di Iron Maiden. Il minuto 4:38 segna la fine dell'attesa ed eccoci di fronte alla frontiera finale. Il brano è un po' debole soprattutto nel chorus troppo semplice e ripetitivo, ma si lascia ascoltare, complice la familiarità che noi tutti abbiamo con queste sonorità. 02 - El Dorado. Il riff iniziale di chitarra mi porta alla mente “Wasted Years”, la cavalcata del basso di Harris è il trademark da sempre e quest'accoppiata mi mette d'ottimo umore. Ci siamo in pieno. “El Dorado” alza un po' il tiro tanto che son convinto che alla fine dell'ascolto dell'album, tornerò con piacere su questo secondo pezzo. 03 - Mother Of Mercy. Un altro bel riff di chitarra (anche questo sembra provenire da “S.I.T.”) fan ben sperare, riff purtroppo accantonato perché il brano cambia un po' rotta sdraiandosi sul tappeto creato dalle chitarre acustiche. Non stiamo certo parlando di una ballad e ce lo ricorda ancora una volta Nicko McBrain con una raffica delle sue senza dimenticare il buon lavoro delle chitarre. 04 - Coming Home. Il ritmo rallenta tanto da strizzare l'occhio ad un mid-tempo/ballad cosa che si mantiene per tutta la durata dell'album. Come tutti sappiamo gli Iron Maiden non sono tipi da ballad, basta guardare l'infinità di brani che hanno pubblicato, questa volta lo fanno e convincono. 05 - The Alchemist. Un brano che vince e convince, complice l'aggressività racchiusa nello stesso. Semplice, diretto, divertente da tutti i punti di vista, chitarre, cantato, ritmo. Io dagli Iron voglio proprio questo, soprattutto a livello di assolo di chitarre, quei duelli che mi hanno fatto demolire la mia cameretta (se la mia racchetta da tennis potesse parlare!!!). Tolta l'omonima canzone che a mio giudizio non meriterebbe ma che probabilmente ci finirà, ho idea che questo brano farà la sua comparsa in qualche scaletta di qualche prossimo live. 06 - Isle Of Avalon. L'isola di Avalon è forse il brano più complicato del lotto, quello che merita più passaggi nel vostro lettore. Sicuramente difficile al primi ascolti ma alla portata di tutti. Non vi fate spaventare. La fatica comincia a farsi sentire i brani non sono così scorrevoli come me li ero sognati/immaginati. 07 – Starblind. L'intro “acustico” riporta un po' alla mente il periodo “Fear Of The Dark” ed il cantato iniziale di Bruce conferma la prima impressione. Un riff roccioso ci accompagna per tutta la durata del brano tanto che l'intro ormai è un lontano ricordo. 08 - The Talisman. L'ennesima parte acustica ci accompagna all'ascolto del talismano, sicuramente il mio brano preferito, quello che al primo ascolto mi ha fatto balzar dal divano alla ricerca di spazio per poter rotear la mia lunga criniera. Poco da dire, tutto da ascoltare: promosso sin da subito. 09 - The Man Who Would Be King. Altra canzone tutt'altro che semplice, ricca di cambi di tempo che non ne facilitano l'assimilazione e priva di quei cori classici se non in minima parte nel finale. 10 - When The Wild Wind Blows. Classica canzone maideniana fino al midollo, un mid-tempo che non vi permetterà di scappare alla trappola dello scandire il tempo insieme alla band. La verità è che se avessi i testi sotto mano, al secondo ascolto sarei pronto a gridare a squarciagola il bridge con relativo chorus. Gli Iron Maiden hanno un pubblico ampissimo che parte dal quattordicenne e va a finire al padre di famiglia vista anche la longevità della band. Questo nuovo lavoro farà la gioia dei fan più giovani che con l'acquisto del suddetto si sentiranno metallari a tutti gli effetti, mentre lascerà un po' delusi i vecchi fan per il semplice fatto che i dieci brani contenuti non raggiungono i picchi (se non in sporadici casi vedi “El Dorado”, “The Alchemist” e “Talisman”) toccati con album come “The Number Of The Beast”, “Somewhere In Time” giusto per citarne due. Ai primi suggerisco l'ascolto della discografia di questo grande gruppo, ai secondi confermo che l'album in questione non è un capolavoro ma ricordo che ai nostri tempi, avevamo più tempo per assimilare un disco e questo lo rendeva sicuramente più bello alle nostre orecchie. Questo “The Final Frontiers” ha bisogno di qualche ascolto in più (complice anche la lunghezza media delle canzoni in esso contenute, anche se, tolti gli intro la lunghezza torna “normale”) e poi potrà ritagliarsi uno spazio tutto suo, chissà, magari con l'aiuto nell'esecuzione di qualche brano dal vivo. Up the Irons

 

- ll voto non è alla carriera, non basterebbero cinque stelle per quello, è all'album in sé, a quello che è contenuto in queste dieci canzoni.

 

Recensione di Andrea Lami

KORN

Korn III-Remember who you are

Roadrunners Records

 

Dopo alcune prove che ho reputato alquanto deludenti, tornano sul mercato discografico i Korn, ormai al loro nono album. Uscito nello scorso Luglio,questo cd sta vendendo davvero alla grande,visto che è riuscito persino a raggiungere un clamoroso secondo posto nella classifica di vendita di Billboard,negli Stati Uniti. Già dal titolo, “Ricordati chi sei”, i Korn sembrano fare pubblica ammenda per alcuni dischi interlocutori degli ultimi anni e vogliono ritornare al loro sound inconfondibile dei loro esordi. Operazione che parte con il reclutamento del produttore dei primi due dischi,Mr Ross Robinson e con un nuovo contratto discografico con un’assoluta garanzia nel mondo rock,quale la Roadrunners Records. Inoltre nella band debutta ufficialmente e discograficamente anche il nuovo batterista Ray Luzier,che abbiam visto in alcune tournee quale sostituto di Raymond Herrera,ora ufficialmente fuori del tutto dalla band. Il disco è stato registrato nel 2009 ed ha visto anche una novità a livello compositivo della band, che componeva le canzoni tutti insieme nello stesso studio e non con Jonathan che scriveva le liriche delle canzoni a brano strumentalmente finito. Il cd è molto bello ,con vari episodi che si lasciano ben gustare e si imprimono nella memoria come il primo singolo “Olidale”,che secondo Luzier è stato difficilissimo da suonare e che è caratterizzato da un riff assassino di Munky. La voce di Jonathan è schizoide come ai vecchi tempi ,con vari cambi di tonalità e che proprio sembra descrivere lo sdoppiamento di personalità di una persona. Finalmente possiam riscatenarci come ai tempi di “Got the life”, sulle ballabilissime note di “Pop a pill”,con il basso slappato e seventies di Fieldy, con la voce graffiante e unica di Mr Davies e che sicuramente diventerà un tormentone nei loro prossimi concerti. C’è poi spazio anche a momenti di assoluta claustrofobia sonora con atmosfere a tratto inquietanti in “Move on” e “The Past”, che non consiglio certamente di ascoltare chiusi di notte in macchina in qualche bosco solitario ed oscuro. Ritroviamo poi i Korn del passato che amavano flirtare pericolosamente col rap ma portavano a casa sempre un buon risultato in “Let the guilt go”. Questo disco non aggiunge nulla di nuovo alla loro prestigiosa storia ma ce li riconsegna finalmente grintosissimi e incazzati come agli esordi. In alcuni tratti c’è il classico effetto “dejà-vu” e magari ci si rischia di stufare abbastanza in fretta di questo disco, che penso comunque ha la sua naturale consacrazione in sede live. Se cercate qualcosa di maggiormente valido dei Korn compratevi “Life is peachy”, se li avete amati e poi li avete accantonati, bene, celebrate il ritorno del figliol prodigo Korn.  Da non perdere nel prossimo concerto di supporto a Ozzy a Settembre.

 

Recensione di MauRnrPirate

AVENGED SEVENFOLD

Nightmare

Roadrunners Records

 

C’era una volta, fino a pochi mesi fa, una band americana che aveva fatto della fratellanza tra i vari membri, un proprio marchio di fabbrica: gli Avenged Sevenfold. Tale band, con il passare degli anni, ha saputo catturare una miriade di devoti in ogni parte del mondo ed e’ diventata un punto di riferimento ben preciso per moltissimi adolescenti che si avvicinavano alla musica metal. Dai tours iniziali di supporto ai Guns N’Roses, fino ai seguitissimi tours con Atreyu e Bullet for my valentine, ogni progetto legato all’attività della band diventava oro. Un’altra grossa fetta di attenzione da parte dei media musicali e tantissimi rockers, magari estranei anche alla loro musica, era stata conquistata , quando Slash aveva scelto il loro cantante M-Shadows , per il pezzo piu’cattivo da lui composto, “Nothing to say” finito poi nel fortunatissimo disco solista del Guitar Hero degli ultimi venti anni. Purtroppo il destino era in agguato e in piena lavorazione di questo “Nightmare” (vale a dire incubo), il loro batterista James “The Rev”, a soli 28 anni,  moriva per una combinazione sbagliata di farmaci e la band appariva devastata e quasi svogliata di completare questo capolavoro.“The Rev”, sicuramente uno dei migliori batteristi usciti negli ultimi anni,aveva un assoluto idolo e fonte di ispirazione e come nelle fiabe piu’toccanti (anche se purtroppo non c’è il lieto fine vista la dipartita di “The Rev”) tale personaggio leggendario che risponde al nome di Mike Portnoy, batterista dei subliminali e tecnicissimi Dream Theater, decide di aiutare la band a completare il disco, suonando esattamente le parti di batteria, senza modificarle e come tributo a questo giovane sfortunato. Il risultato è il disco piu’ambizioso e riuscito degli Avenged Sevenfold, anche grazie all’aiuto del produttore Mike Elizondo, che regala alla band un suono assolutamente perfetto, con le varie componenti assolutamente distinguibili tra di loro. Un disco che si divide tra momenti ferocissimi e cavalcate di inaudita potenza sonora quali “God Hates us”, forse un riferimento a un precedente album degli Slayer, talmente è distruttiva e momenti di emozionante e toccante fuga dalla realtà, qual è l’incredibile ballata “Fiction”. Disco che fa capire subito, che probabilmente diventerà un assoluto punto di riferimento nei prossimi anni, già da “Nightmare”, canzone che inizia in modo tetro e che non si discosta molto dalle loro produzioni precedenti e con M-Shadows che cambia varie tonalità nel corso del brano.Altra canzone che voglio segnalare è “Danger Line” ,che in alcune armonie vocali è decisamente “Nothing to say” riveduta e corretta alla Avenged Sevenfold. Palesi riferimenti ai Metallica dell’era “Master of Puppets” si trovano invece in “Natural born killers” che dimostrano che gli Avenged Sevenfold è come se giocano a calcio con Messi ma soltanto che qui non è calcio ma è musica e il fuoriclasse è Portnoy. Momento che quasi mi ha commosso,invece è “Victim”,una semiballata con un assolo non lunghissimo di Synister Gates, chitarrista che sta acquisendo sempre maggiore sicurezza nelle sue indubbie potenzialità. Concludo dicendo che il disco ha tracce tutte superiori ai 5 minuti, cosa abbastanza inusuale nell’odierno e triste mercato musicale e che nell’edizione per I-Tunes figura una traccia bonus, che non ho ancora ascoltato. Segnalo che il disco è entrato direttamente al numero 1 della classifica di Billboard negli Stati Uniti e che sicuramente richiede qualche ascolto prima di essere recepito totalmente, ma una volta fatto, si è di fronte sicuramente a uno dei dischi piu’belli degli ultimi anni. Un capolavoro, da avere.

 

Recensione di MauRnrPirate

PAUL BUTTERFIELD BAND

Blues Rock Legends Vol.2

SPV

 

Quando parliamo di Butterfield non parliamo solo di un musicista leggendario ma in qualche maniera ha rappresentato molto di più. E' stato, anche se in modo non eclatante, uno dei primi rivoluzionari culturali degli anni 60. Grazie alla sua musica ha distrutto le assurde barriere razziali che in quegli anni erano sempre ben radicate nella cultura sociale della stragrande maggioranza della gente. E' vero, per certi versi c'è stato Elvis ma Butterfiled c'è riuscito in un mondo che rappresentava un vero campo minato per i bianchi: il Blues. Con la sua armonica ha stregato mostri sacri del calibro di Muddy Waters, B.B. King, Jimi Hendrix, John Mayall, Stevie Ray Vaughan, Bob Dylan, etc... Suonò tra le altre cose a Woodstock e tutt'oggi è un punto di riferimento per grandi armonicisti come Andy Just.Quindi potete immaginare la gioia che ho provato trovandomi ad ascoltare questo live della Paul Butterfield Band già disponibile da diverso tempo in DVD e adesso anche in versione Cd su SPV. Concerto registrato dalla WDR il 15/09/1978 alla Grugahalle di Essen che ha immortalato la prima performance in assoluto in Europa della Band, formata da Paul nei primi anni sessanta e diventato presto un gruppo culto del Blues, nonché artefice di un fatto mai accaduto prima: nel 65 la band, che conteneva anche musicisti di colore, divenne il “gruppo di casa” al club “Big John's” di Chicago, club notoriamente frequentato da bianchi! Quando si dice che la musica non ha barriere. Paul si presenta a questo evento con al seguito una band molto giovane ma efficace, con l'aggiunta del suo storico compagno chitarrista Buzzy Feiten che, con i loro duetti, sono artefici di una performance da pelle d'oca. Nonostante che il loro apice creativo lo avessero già passato da un po' di tempo, danno dimostrazione di cosa significhi fare musica. In questo concerto è racchiusa l'essenza del Blues in tutte le sue sfaccettature: 12 pezzi eseguiti in modo impeccabile con una classe innata. Si va dall'energica strumentale “Fair Enough”, fino a “Fool in Love” e “It's Alright”. L'apice però viene toccato con la splendida “Just When i Needed you most”. Qua Paul riesce a far “parlare” la sua armonica dandoli vita propria. Un brano di una dolcezza e di un'intensità tipica di quegli anni, dove Feiten dà il suo grande contributo alle sei corde con uno degli a-soli più riusciti di tutto il concerto. Veramente da brividi, soprattutto dopo il boato compiaciuto della folla. Il tutto si chiude poi con la travolgente “Be good to Yourself” e soprattutto con un'intervista fatta in quella sera proprio a Paul Butterfield! Ripeto, è qualcosa da avere assolutamente soprattutto per ricordare un vero talento leggendario che, nonostante sia stato un punto di riferimento per molti artisti di fama internazionale, è sempre rimasto un po' in disparte nei confronti dell'acclamazione popolare, lasciandoci definitivamente il 4 Maggio 1987 alla giovane età di 45 anni, con un cuore distrutto dai troppi abusi di quei favolosi anni 60. Questo disco è una dimostrazione del suo immenso talento! Straconsigliato!

 

Recensione di SimoSuicide

ULTIMAVERA

Ai Caduti In Bicicletta

Cinico Disincanto

 

Ultimavera: l’opposto della primavera, l’ultima primavera, o l’ultimavera della primavera, che nome singolare e curioso si è scelta questa band laziale, un nome incantevole e gradevole ! Me gusta mucho, però è un appellativo già sentito, perché non si tratta di una band nuova nel panorama musicale italiano, ma di una che ha già all’attivo due precedenti lavori, “Ultimo numero primo” del 2005 e “Dimore” del 2007. Anche il titolo scelto per questa fatica del 2010 è bello, un titolo accattivante, per un disco riuscito costituito da 11 + 1 (ghost) tracks indie rock con testi NON banali ma intrisi di idee, che è già una conquista di per sé. Gli strumenti sono in forte interdipendenza, segno di affiatamento, le due chitarre, il basso, la batteria, sempre amalgamati, a volte con un po’ di synth e con un po’ di archi, gli arrangiamenti semplici e senza sbavature, e la voce, bella e pulita, in primo piano, una voce sensibile e piena, ben impostata e curata. Le sonorità sono un po’ Marlene Kuntz, un po’ Afterhours, e un po’ più leggere, un po’ anni ’70 mixate con l’indie rock dei giorni nostri. Le tracce sembrano delle descrizioni fotografiche, i testi sono sicuramente il punto di forza, come se fossero riflessioni del momento subito scritte su foglietti trovati qua e là per non lasciarsele sfuggire, oppure delle istantanee Polaroid con le scritte sul bordo bianco, un mix visivo e immaginario riportato in musica. La prima traccia, melodica e lieve, “Carnevale nefasto”, ha un non so che di swing anni ’50, lo spessore prende subito forma e si fortifica con un’emozionante “Via Roma, 68” e con la mia preferita, “Agosto ‘87”, che da quando l’ho scoperta non mi ha lasciata più, col suo “..voglio andare al mare, e poi camminare..”, la sostanza si consolida con l’insegnamento Marlene Kuntz in “Settembre”, con scuola PGR in “Stramonia” - la “nenia primordiale” è testo ferrettiano - quindi PGR docet in “Racconto d’autunno” e si respira un po’ di Virginiana Miller in “L’espansionismo dei pidocchi”. Un bel finale d’album con un brano dal testo che si ripete, quasi fosse un mantra “…e la rugiada divenne un pianto e l’universo divenne un pugno…”, infine una ghost track che parte con rumore di passi in avvicinamento, una sigaretta accesa, e un testo parlato per lo più. L’uso delle parole è apprezzabile, sono ricercate e mai ordinarie, con uno stile dalla forte personalità, molto accesa e per niente scontata. Qui non c’è il trito e ritrito, anzi se ne deduce che con la competenza, la semplicità e una buona dose d’acume si può ottenere un valido prodotto. Tutti da scoprire quindi gli Ultimavera, la loro qualità è alta di sicuro, la musica che ne esce è per tutti, per i più o meno adulti, per i caduti in bicicletta, ai quali non resta che fare altro che rialzarsi, ripartire e andare sempre avanti. Line – Up: Diego Nota (voce, chitarra) ; Pasquale Mollo (chitarra) ; Valerio Raso (basso) ; Antonio Valente (batteria).

Link: www.ultimavera.it ; www.myspace.com/ultimavera

 

Recensione di Margherita Simonetti

DICKEY BETTS & GREAT SOUTHERN

30 Years Of Southern Rock

SPV/Audioglobe

 

Parlare di certi personaggi spesso è imbarazzante. La loro grandezza e ciò che con la loro musica hanno rappresentato mette sempre un certo timore perchè c'è sempre la paura di non riuscire mai abbastanza a descrivere ciò che sono riusciti a trasmettere. Essere uno dei fondatori di una delle band più influenti e rappresentative degli anni settanta può essere anche frustrante quando ti imbarchi in una carriera solista e, per forza di cose, devi in qualche modo ricordare da dove vieni. Ma quando dentro di te hai la classe innata non esistono limiti o etichettature che in qualche modo possano soffocare il tuo talento. Dickey Betts è uno di questi. E' stato il fondatore di una delle band simbolo del Southern Rock, ovvero gli Allman Brothers Band. Ha scritto e composto decine di brani leggendari per questa band (una fra tutti la strumentale “Jessica”) ed è stato sicuramente uno dei chitarristi più influenti della storia del rock. Il suo stile è sempre stato inconfondibile e i suoi Riff hanno sempre trasudato passione e tanto blues, come nella miglior tradizione Southern. Nel '76 intraprese la carriera solista formando i Great Southern, portando in giro per il mondo il suo credo genuino. Ora, finalmente, è disponibile in versione CD, uno dei concerti più significativi di Dickey con i suoi Great Southern: la performance che si tenne il 4 Marzo 1978 al Rockpalast Festival alla Grughalle di Essen. Non stiamo parlando di un semplice concerto ma di un vero e proprio evento molto atteso in quanto rappresentava il debutto assoluto di Dickey Betts sui palchi europei. Inutile dire che il pubblico era in fermento e che in pochissimo tempo arrivarono al Sold Out. La televisione mandò in onda il tutto davanti a milioni di spettatori! Tutto ciò fu incredibile!

Chi possiede il DVD di questo concerto si renderà sicuramente conto di cosa sto parlando. Vedere ma soprattutto sentire un musicista suonare in maniera impeccabile ogni brano con una naturalezza invidiabile è qualcosa che lascia sbalorditi. Ovviamente i brani sono quasi completamente degli Allman: si va dall'energica “Run Gypsy Run” fino a “Good Time Feelin'” e alla famosissima “Jessica”. Stupenda poi la Santana Style “In Memory of Elisabeth Reed” dove in più di 11 minuti di pura musica si sente tutta la classe sopraffina alle sei corde di Mr.Betts. Il concerto, dalla durata di quasi un'ora e mezza, si chiude con l'altrettanto famosissima “Ramblin' Man” ed è il delirio.

Ovviamente non poteva finire qua. Oltre a questo leggendario concerto c'è un secondo regalo per i fan: un bonus Cd dove è presente l’intera esibizione del 19 luglio 2008 a Bonn, nel trentesimo anniversario del primo show europeo. Anche in questa performance, nonostante gli anni passati, la classe rimane immutata. Certamente le differenze ci sono soprattutto nel suono che risulta molto più moderno negli arrangiamenti. Alcuni brani vengono riproposti, altri invece sono inediti dal vivo come “Statesboro Blues”, “Get Away” e “No one to run with”. C'è ben poco altro da aggiungere. L'unica cosa che veramente vi consiglio è di acquistare immediatamente questo doppio Cd su SPV. Se amate la musica genuina ma soprattutto sincera e fatta con il cuore vi posso assicurare che questo disco fa per voi. Troppo spesso il Southern Rock viene accusato di suonare sempre i soliti 3 accordi ma qua stiamo parlando di un personaggio che ha contribuito a rendere grande in tutto il mondo questo genere. Una leggenda vivente! Da avere assolutamente!

 

Recensione di SimoSuicide