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FIST OF RAGE

Iterations To Reality

Andromeda Relix

 

"Iterations To Reality" che esce per Andromeda Relix, è il prodigioso ed elettrizzante debut album dei friulani Fist of Rage, giovane gruppo che, indubbiamente preparato tecnicamente e che ben ha attinto dalle florenti fonti degli anni 70, ci consegna un'ottima manciata di brani di grande hard rock della miglior tradizione. Una produzione cristallina e perfetta, ottenuta nei celebri New Sin studio di Loira, che come un piatto raffinato è da gustare lentamente e da assaporare per il suo gusto particolare: forte e delicato. L'album è composto da 10 canzoni tra cui una splendida cover di "Might Just Take Your Life" dei Deep Purple. Contraddistinti da un songwriting maturo e pregno di arrangiamenti curati hanno il proprio apice qualitativo su brani ricchi di feeling con melodie orecchiabili. La partenza con i primi tre brani "Nobody’s right", "Lovin in Vain", "Walking on the Edge", è letteralmente corposa e lasciano davvero senza parole... gli arrangiamenti con un tocco inconfondibilmente retrò, sono davvero sublimi. La reminiscenza è quindi del tutto ispirata all'hard rock di stampo più classico, con un leggerissimo velo di modernità. Piero Pattay, è incredibilmente bravo e si dimostra un ottimo cantante; brano dopo brano classe e carisma trasudano. Grande prova di maturità espressa da questa band desiderosa di esprimere al massimo delle proprie possibilità anche nella splendida ballad "The crown’s crying" e "New dawn", caratterizzata da sonorità mediorientali. L’album mi ha davvero sorpresa perchè "Iterations To Reality" è un disco solido e suonato in grande stile. Per gli amanti del genere fate vostro questo Cd, sono sicura che vi piacerà, e non poco. Link siti utili: www.myspace.com/fistofragerock - www.andromedarelix.com

 

Recensione di AngelDevil

CANADA

Afterimage

Andromeda Relix

 

A volte ritornano. E' proprio il caso dei riminesi CANADA che, a distanza di quasi 15 anni dal loro secondo scioglimento giungono al vero “debutto” discografico, grazie all'Andromeda Relix, con “Afterimage”. Questo CD è un lavoro, nella sostanza, che raccoglie in versione rimasterizzata, 11 brani tratti dai demo registrati dal gruppo fra gli anni '80 e '90. Una raccolta quindi, che include quegli elementi chiave che hanno contraddistinto i CANADA nel suo primo periodo. La band guidata dal polistrumentista e cantante Massimo Cillo, si forma nel 1984, tra varie vicissitudini nel 1987 registra un primo demo tape su cassetta, intitolato “Canada”, dopo un anno realizzano il master “Endless Pictures”, nel 1990 il demo “But For You” e nel 1995 sotto la guida di Paul Manners registra un demo cantato in italiano “Mr.Gone”. La qualità del suono è buona vista la fonte da cui provengono i brani, ovviamente si sente che non è un lavoro attuale ma all’interno troviamo comunque spunti interessanti che abbracciano svariati mood sonori. Le canzoni sono come album fotografici che possono realmente farti tornare indietro nel tempo al ritmo di un  pomp AOR. Fanno capolino tra le tracce del disco "Valerie", "Angel of the City", "Don't Throw Your Heart" brano inserito nel 1989 nella compilation su vinile “Surgery Of The Power” e "Broken Heart" che troviamo in due versioni lievemente differenti. Si fanno notare anche i 3 brani cantati completamente in italiano: "Io non ti sento", "Niente a parte l'amore" e "Oltre la marea". In definitiva si tratta di una raccolta piuttosto lineare che si lascia ascoltare gradevolmente. Nota di merito va sicuramente al packaging: notevole l'immagine della copertina e una bella edizione digipak che mostra all'interno una breve biografia della band (a cura di Massimo Cillo e Gianni Della Cioppa). Ora non ci resta che attendere l'annunciato nuovo album “...Future Kings”.Mi raccomando...non dimenticate di richiedere una copia di questo CD, merita. Per ulteriori dettagli visitate i seguenti website: www.canadaprog.net - www.andromedarelix.com

 

Recensione di AngelDevil

ANCIENT BARDS

The Alliance Of The Kings

LIMB MUSIC

 

Finalmente vede la luce il primo lavoro di un gruppo del quale ho avuto la fortuna di sentir parlare da tempo. Gli italianissimi Ancient Bards ci propongono un epic metal che si rifà ai grandi nomi della storia di questo genere, gente come Rhapsody Of Fire e compagnia bella. In questo disco d'esordio possiamo trovare tutti quegli ingredienti che hanno reso celebri il gruppo di Turilli, però con una ventata di freschezza che ai maestri manca da un po' di tempo. Sarà la sorpresa “inaspettata” ed il fatto di non conoscere musicalmente in maniera perfetta questi Ancient Bards che gli fa guadagnare qualche punto ma soprattutto non gliene fa perdere in fatto di aspettative. Sappiamo tutti benissimo che i gruppi blasonati hanno delle aspettative con cui fare i conti e la critica è sempre dietro l'angolo pronta a massacrare l'ultima creatura paragonandola al glorioso passato. Questo problema non si pone con un disco d'esordio dove l'unica cosa che un gruppo può fare è buona o cattiva impressione. Ma veniamo alla musica. Non sono un amante delle voci femminili, diciamo che a livello personale preferisco le timbriche maschili. Per ogni regola che si rispetti, esiste un eccezione. Io forse ne ho anche più d'una per genere, complici le capacità tecniche delle donne in questione. Voci come quelle di Sara, oppure mi viene in mente Giorgia Gueglio (Mastercastle) hanno la dote di non stancarmi, anzi la loro potenza e la loro interpretazione mi coinvolge. La palma del migliore in campo va sicuramente data al compositore di questa complessa opera: Daniele Mazza che oltre a comporre si occupa anche delle tastiere in ottima maniera sia lanciandosi in assoli molto piacevoli, sia creando tappeti sui quali Claudio e Fabio possono sfidarsi a duello con le loro chitarre, il tutto sorretto da un'ottima sezione ritmica composta da Martino (basso) e Alessandro (batteria). Voglio portar la vostra attenzione su alcuni brani di forte impatto come “Four Magic Elements” dove Sara impreziosisce il tutto con un'ottima performance raggiungendo picchi altissimi, cosa che si ripete sul finale di “Only The Brave”. “Lode Al Padre” è un brano con cantato per la maggior parte in inglese, ma con una chiusura in italiano, molto d'effetto l'alternarsi degli prima di archi (violini??), poi di chitarre ed infine di tastiere. Il brano di chiusura “Faithful To Destiny”, introdotto dalle tastiere sempre presenti e mai esagerate, che si chiude col cantato italiano, che altro non è che il ritornello della precedente “Lode Al Padre” ed una melodia da “chiusura del sipario”. Promuovo decisamente questo lavoro capace di coinvolgere sin dal primo ascolto. I miei desideri sono due: veder tutta questa opera in sede live in qualche prossima occasione e consigliare al gruppo di godersi le critiche positive ma di non pensarci troppo e di non fermare il proprio cammino, visto che è appena iniziato… la buona musica deve trionfare.

 

Recensione di Andrea Lami

DRAGON'S CAVE

Elektro Motion

Asgardh Music

 

Con notevole ritardo mi occupo di un cd ormai uscito molto tempo addietro. Sto parlando dei DRAGON'S CAVE, una band nata dall'idea del chitarrista e cantante Steve Angarthal, già visto all'opera insieme a Pino Scotto sia in veste di autore che di chitarrista nella meteora Fire Trails. Ed è proprio dalle ceneri dei Fire Trails che vengono presi i musicisti che andranno ad accompagnarlo in questa avventura come il talentuoso tastierista Larsen Premoli, il batterista Mario Giannini già dietro le pelli degli Node, Beholder. Completa il gruppo Pasko, bassista con all'attivo diverse produzioni come i Love Machine, i Sigma, Warlord, Joakim Cans, Human Steps percussionista-batterista Tony Liotta (si, si, è parente dell'attore Rey Liotta!!!) nonché partecipazioni di spicco come quelle con il chitarrista romano Simone Fiorletta. La ciliegina sulla torta è rappresentata dalla presenta di un ospite di spicco alle percussioni tale Mario Riso (R.A.F., Movida, Nikki, Grignani nonché lo splendido progetto a nome Rezophonic nel quale Steve è coinvolto). I territori musicali esplorati sono quelli del rock progressive strumentale con chiarissime influenze classiche, soprattutto per la parte strumentale in debito verso i maestri di queste sonorità. Balza subito all'occhio/orecchio la notevole quantità di brani strumentali che compongono questo album, ben dieci su sedici canzoni totali e questo è una chiara dimostrazione dell'indirizzo che Steve ha voluto dare a questo album. Non mi sento di portare in evidenza un brano piuttosto che un altro, più o meno lo standard di tutto l'album è sullo stesso livello. Apprezzando il talento degli altri musicisti facenti parte del gruppo avrei preferito un album più “equilibrato” e non così votato ai suoni di chitarra, cosa che farà felice il pubblico al quale questo lavoro è destinato, molto probabilmente composto da chitarristi o maniaci della sei corde.

 

Recensione di Andrea Lami

FIRST SIGNAL

First Signal

Frontiers Records

 

Notizia straordinaria! Gli Harem Scarem ci sono ancora grazie all'eccellente e corposa voce di Harry Hess e che si avvale nuovamente del prezioso supporto corale di Darren Smith, altro pilastro dei primi cinque album della band canadese che nel presente "First Signal" e, per la gioia del sottoscritto, possiamo viverla ancora attraverso "Weight Of The World", "Higher" e "Human Nature" in particolare e con qualche traccia dei progetti passati nel nome dei Rubber. "First Signal", che esce per la sempre più eccelsa Frontiers, presenta un rock melodico semplice, elegante e grintoso allo stesso tempo e pronto a colpire sin da subito con l'opener (nonché primo singolo), "This City", fresca e brillante al punto giusto come la successiva e di buon auspicio (dopo un attento ascolto prestato anche alle lyrics), "When You Believe", atmosfere più soft rocker accompagnano la coinvolgente "Part Of Me" e con un finale strappa applausi. La prima ballad "Crazy" è un'appassionante emozione resa ancora più tale dalla calda e graffiante voce di Hess mentre la seconda "Feels Like Love This Time" lascia spazio a sensazioni ben più ariose e non mancano momenti di esaltante sobrietà, come in ogni album che si rispetti, e la funkeggiante "Goodbye To The Good Times" li rappresenta al punto giusto, altrettanto azzeccata è la squillante "Into The Night" e nella quale le tastiere aprono e chiudono magnificamente quattro minuti di coinvolgente vitalità. La power ballad "When November Falls" è un brivido intenso che lascia immaginare un mare dallo scorrere delicato e che sfocia in un chorus di dolcissime e avvolgenti onde sonore per poi riprendere il volo attraverso la piacevole leggerezza di "Yesterday's Rain", il tutto per regalarci un viaggio si virtuale, ma speciale e all'insegna della più incredibile varietà di posti dove lasciarvi il cuore. Gli "ultimi brani saranno i primi" e se vi state chiedendo il motivo di tale citazione (modificata in piccola parte per l'occasione), la risposta sta tutta nella conclusiva e roboante "Naked Desire", un capolavoro di pregevole rarità e una nota degna di lode la merita infine "First SIgnal" che da, come già sottolineato, il titolo all'album e che suona un piacevole riassunto dell'intero lavoro nel saper dare vita al medesimo con classe, eleganza e geniale semplicità. Un album ben studiato, altrettanto ben suonato e col picco negli assoli dell'ottimo Michael Klein al quale si aggiungono i non da meno Dennis Ward al basso, Eric Ragno alle tastiere e il drummer Chris Schmidt e ricco tra l'altro di eccellenti collaborazioni tra le quali figurano i nomi di Erik Martensson (WET ed Eclipse), Robert Sall (WET e Work Of Art) e i fratelli Tom e James Martin (Khymera, Sunstorm e House Of Lords). In conclusione di questa nuova pietra miliare del melodic rock non mi resta che togliermi, e ben volentieri, il cappello dinanzi a tanta grazia musicale.

 

Recensione di Francesco Cacciatore

STAN BUSH

Dream the Dream

Frontiers Records

 

Stan Bush è una leggenda del melodic rock e “Dream The Dream” è il suo undicesimo album, in cui Stan conferma la sua abilità sia come songwriter che come cantante. Sono le melodie la chiave che Stan usa per entrare in ogni porta, brani semplici, di forte impatto, capaci di destare l’interesse sia dei vecchi che dei nuovi fan. Le canzoni sono state scritte a più mani, con la collaborazione di personaggi di prima grandezza come Holger, Bobby Barth, Curt Cuomo (Kiss) anche se le capacità di Stan non sono certo da mettere in discussione visto che alcuni suoi brani sono stati coverizzati da gruppi come i Quiet Riot (“Slave To Love”) o House Of Lords (la magnifica “Love Don’t Lie), ma visto, soprattutto, che Stan Bush appare come autore con molti top songwriter come Jonathan Cain (Journey, Bad English), Jim Vallance (Bryan Adams, Aerosmith, Europe) fino ad arrivare a Paul Stanley (Kiss). Sono altresì celebri le sue collaborazioni a colonne sonore di film quali “The Transformer” (film animato del 1986 e successivamente il film tutto azione del 2007), “Kickboxer” e “Senza Esclusione di Colpi”. “Never Hold Back” parte con un riff “preso in prestito” agli Ac/Dc ed è solo grazie al ritornello ed ai cori che si riesce a prendere le distanze dal quintetto australiano per tornare nei canoni più classici. Mi colpisce particolarmente “In My Life” per la dolcezza che esprime, “If This It All There Is” che mi ha riportato alla mente gli Europe (quelli più USA-oriented di Prisoners in Paradise tanto per intenderci). Bush riesce a rinchiudere una dozzina di brani di qualità in un album per il quale è stato annunciato un tour di supporto, chissà se avremo la fortuna di vederlo dalle nostre parti?? Speriamo che non sia come “Sognare un sogno”.

 

Recensione di Andrea Lami

TERRY BROCK

Diamond blue

Frontiers Records

 

Terry Brock ha mosso i suoi primi passi come corista dei Kansas, successivamente ha intrapreso la carriera di cantante solista con gli Strangeways, un gruppo AOR inglese con all’attivo due album, per approdare più recentemente al tour con... la Steve Morse Band!! Chiusa la parentesi Strangeways decide di trasferirsi a New York dove, insieme a Neil Kernon (produttore dei Kansan, Queensryche, FM, Autograph, Dokken e di mille altri gruppi) lavorerà come corista per band come gli Heaven’s Edge, Valentine, Britny Fox, e Michael Bolton fino a quando non decide di ributtarsi in pista come singer prima nel supergruppo The Sign, poi nei Seventh Key, Slamer fino ad approdare alla corte dei Giant. Chi ha ascoltato “Promise Land” l’ultima fatica dei Giant, ha già avuto modo di apprezzare le sue capacità. Forte di questa nuova visibilità, lo stesso Terry ha deciso di rimettere in piedi il suo primo gruppo (Strangeways) e di realizzare il sogno di pubblicare un secondo album solista come ha sempre desiderato. Le undici tracce contenute in questo album hanno loro motivo d'essere. Questa volta non ci sono riff o ritornelli accattivanti, la melodia fa la parte del leone e permette all'ascoltatore di venirne coinvolto. La sorpresa dell'album è “No More Mr. Nice Guy”, mi aspettavo la cover dello zio Alice ed invece si tratta solo di un caso di omonimia dietro il quale si nasconde la canzone più cazzuta. I riferimenti sono quanto abbiamo già ascoltato da gruppi come Giant o Winger con un pizzico di melodia in più, merito anche della voce di Terry che riporta alla mente singer come Steve Perry e tutti i cloni venuti dopo di lui. Questo “Diamond Blue” è un buon lavoro, cantato bene, suonato meglio, che non va trascurato dagli amanti del genere.

 

Recensione di Andrea Lami

FIRST SIGNAL

First Signal

Frontiers Records

 

Quando uno dei tuoi gruppi preferiti si scioglie ti viene una certa malinconia, nata dal fatto che non potrai assaporare nuove canzoni, non potrai aspettare il nuovo album, ma dovrai accontentarti di andare a riascoltare quelli già stampati all'eventuale ricerca di qualche sfumatura persa in un primo ascolto. Mi è capitato di pensare a questa cosa per più gruppi e recentemente per gli HAREM SCAREM, autori tra l’altro di una discografia comprendente album di riconosciuta grandezza (da avere assolutamente l'omonimo ed “Human Nature”). Giungono ora sulla mia scrivania i First Signal. Leggo tra le note e scopro che sono una nuova eccitante realtà della scena Melodic Rock che nasce dall'alleanza tra due personaggi conosciutissimi: il cantante Harry Hess (ex Harem Scarem appunto) ed il bassista/produttore Dennis Ward (Pink Cream 69, Place Vendome, Khymera ecc.). Fanno parte del combo il batterista Chris Schimdt, il chitarrista Michael Klein, l'onnipresente tastierista quando si parla di AOR, Melodic Rock & C. Eric Ragno (Graham Bonnet, Jeff Scott Soto, Eric Martin, Ted Poley, Danny Vaughn, David Readman, Michael Bormann, Tony Mills, China Blue, Ramos-Hugo, Los Angeles, On The Rise, Wicked Sensation) senza dimenticare il contributo nei cori di Darren Smith (un altro ex Harem Scarem). Un team di grandi songwriter, come Tom e James Martin (Khymera, Sunstorm, House of Lords), Erik Martensson (W.E.T., Eclipse, Shining Line), Ronny Milianowicz (Saint Deamon), Robert Sall (W.E.T., Work of Art) e Mark Baker (Signal, House of Lords) hanno contribuito a ricreare quelle sonorità che tanto sono state apprezzate nel gruppo madre. Le coordinate stilistiche sono in linea con quanto fatto da Harry nei suoi precedenti lavori, un AOR-rock melodico ricco di cori e riff accattivanti, tanto che se questo lavoro fosse uscito a nome Harem Scarem, nessuno si sarebbe scandalizzato. Qualche richiamo a band di prima grandezza, Journey, Toto, Foreigner per fare qualche nome, è sempre dietro l’angolo, ma stiamo parlando di band che hanno fatto la storia e caratterizzato di questo genere. Bentornato, anzi visto che ero sicuro che non avrebbe smesso, complimenti per questa nuova band, come si suol dire, chi ben inizia … ben inizia.

 

Recensione di Andrea Lami

DERDIAN

New Era Pt. 3 - The Apocalypse

Magna Carta

 

I Derdian sono una band milanese nata nel 1998 come cover thrash metal per poi trasformarsi in un gruppo di symphonic-melodic metal. Già nel 2004 sono riusciti a catturare l'attenzione della Steelheart/Adrenaline Records per la pubblicazione dell'album di debutto intitolato “New Era”. Forti dell'ottimo riscontro ottenuto con l'album di debutto, soprattutto in paesi esteri come Canada, Giappone, Corea ed USA, a fine 2006 vengono messi sotto contratto per il secondo album (“New Era pt. II – War of the Gods”) dalla Magna Carta, casa discografica americana specializzata in produzioni prog e avente nel proprio rooster musicisti del calibro di Portnoy, Sherinian, Sheehan, Rudess, Morse etc. Quello che abbiamo tra le mani altro non è che il capitolo finale di questa trilogia intitolato appunto “New Era pt. III – The Apocalypse”: un album anch'esso edito dalla Magna Carta. Musicalmente parlando la proposta è rimasta invariata, power-epic metal contenente spunti realmente interessanti capaci di coinvolgere l'ascoltatore ma con il piede ben piantato sull'acceleratore, sarà forse colpa delle influenze thrash iniziali e questo fa si di poterli avvicinare ad altri gruppi che in questo genere sono stati capaci di lasciare un segno indelebile. Per meglio apprezzare i miglioramenti, la maturazione e per fare un quadro completo avrei dovuto ascoltare anche le precedenti due parti della trilogia, cosa purtroppo attualmente impossibile, quindi mi limito a valutare quest'album per quello che è e cioè un'insieme di song ricche di virtuosismi di chitarra-tastiera il tutto ben sorretto da un'ottima sezione ritmica potente. L'unico neo dell'album è forse l'aver inserito nell'album dodici canzoni (su tredici) potenti e velocissime che ad un primo ascolto rischiano di confondersi l'una con le altra. Detto questo le qualità tecniche ci sono tutte anche se non mi sento di consigliare questo album ai non amanti del genere.

 

Recensione di Andrea Lami

FIRECRACKER

Born Of Fire

Escape Music Ltd

 

I Firecrakers sono i mortaretti: quei piccoli petardi con i quali abbiamo giocato tutti da piccoli. Una scatola costava pochissimo, ci faceva divertire senza far danni di nessun tipo. Questi Firecrakers invece sono un gruppo nato dalla mente del chitarrista svedese Stefan Lindholm che, come può sembrar logico vista la nazione di provenienza, è stato influenzato dal maestro dei chitarristi svedesi, al secolo Yngwie Malmsteen, anche se nel booklet le fotografie delle chitarre di Stefan sono per lo più Ibanez (Steve Vai signature del periodo “Passion And Warfare”) cosa che spiazza subito l'ascoltatore. Insomma ci si aspetta un chitarrista di una certa scuola alle prese con qualcosa di epic-metal, vista anche la corona in copertina, ed invece ci troviamo di fronte al “solito” chitarrista con influenze classiche. L'album in questione è farcito di scale, assoli, chitarre che inseguono le tastiere e viceversa, lasciando poco spazio alla melodia ed agli altri musicisti coinvolti. Da una parte è giusto che la personalità di Lindholm trovi sfogo ma per rendere vincente una canzone, non sono necessari assoli stratosferici ma è importante la qualità delle canzoni stesse. Intendiamoci, adoro la chitarra come amo i chitarristi ed i tastieristi che sanno volare sui propri strumenti, ma il tutto deve essere messo al servizio della canzone e non il contrario. Altrimenti alla fine dell'ascolto non mi rimane niente. Complimenti alla tecnica un po' meno al risultato finale, non a caso il brano che più mi è piaciuto è la strumentale Instru(metal). Come i mortaretti sopracitati, questo album si fa ascoltare senza “far danni di nessun tipo” ma verrà ben presto inserito nel dimenticatoio. Peccato.

 

Recensione di Andrea Lami