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CURLY LIKE MARIA

It's Just a Ride

Autoprodutto

 

Ascolto l’album autoprodotto dei torinesi Curly Like Maria quasi per caso, e devo dire che mi colpiscono, non tanto per il genere pop-rock acustico anni ‘60/’70 di beatlesiana memoria, quanto per il fatto che quello che fanno lo fanno bene e con umiltà. Francesco e Fabio incontrano Vincent e Creedence poco prima di entrare in sala di registrazione, e con chitarra, voce, armonica e batteria si delineano come band proprio in quei momenti lì, pertanto freschi di giornata. Il contenuto è fatto di 10 tracce cantate in lingua inglese, very British style, senza tralasciare l’aggiunta di sonorità dei giorni nostri, ma sempre con occhi e orecchie rivolti ai mitici Sixties. Trattasi di un lavoro piacevole, lo si ascolta ovunque, soprattutto on the road (del resto anche il titolo stesso dell’album approva che “It’s just a ride”). E’ un album essenziale e classico, gli arrangiamenti semplici, tali da potere essere eseguiti in acustico, chitarra e voce soltanto, all’occorrenza. La cosa più interessante è l’utilizzo dell’armonica a bocca, con la sua peculiarità unica tra gli strumenti a fiato di produrre note sia soffiando che aspirando, facendola così un po’ uscire dal suo cliché da film western o da storia del blues per adattarla a questo genere. E ci si riesce con grande perizia direi. Certo, i Fab Four e anche Neil Young sono sempre presenti, messi lì a fare da guide spirituali, e di questo ne siamo certi, nemmeno loro credo abbiano mai ritenuto il contrario, ed è così che il tutto viene bene, senza copiare l’immagine di nessuno e senza inventare qualcosa di nuovo per forza, ma risultando nello stesso tempo attuale, moderno e singolare, e anche in un certo senso originale. Brani accattivanti, brevi, un po’ come quelli dei britannici The Coral, di cui si sente il carisma e l’autorità, o di qualche american pop band, tracks piacevoli e seducenti, si parte con una introduzione di rito e una “All your love” quasi lazy, con cori alla The Beatles style, quindi “All mine” e “W.O.T.B.” brani simili, diversi cambi di ritmo in “Bad affair” con chiusura di basso e batteria, un omaggio musicale a Neil Young in “Mountain placid” (il cui testo è invece è un atto di ossequio a James Ellroy e al suo duro spaccato di America anni sessanta tracciato nel suo romanzo “American Tabloid”), invece un pezzo con un po’ di elettronica è “City loves you”. Dunque, nessun sensazionalismo, no Wow from my mouth, ma un piacevole ascolto è assicurato e questo è il bello della musica.

Link: www.curlylikemaria.com ; www.myspace.com/curlylikemaria

 

Recensione di Margherita Simonetti

KALEDON

Legend Of The Forgotten Reing

Scarlet Records

 

Arriva sulla mia scrivania il sesto ed ultimo capitolo della saga dei Kaledon, un gruppo italianissimo che propone un epic power metal, genere che nella nostra penisola è leggermente inflazionato. Nel 1998 Alex Mele, chitarrista-compositore, decide di mettere in piedi un nuovo gruppo, in tempi brevi pubblicheranno un notevole numero di demo (quattro per la precisione) che gli permetteranno di aprire il concerto di Ronnie James Dio (always R.I.P.) al Foro Italico e di riuscire a firmare un contratto dsicografico con SteelBorn Records, divisione della Northwind Records nel 2001. Nell'arco di otto anni, la saga “Legend Of The Forgotten Reing” divisa in sei capitoli prende forma con cadenza quasi annuale ed i Kaleron oltre a questa vasta produzione, parteciperanno a due tributi importanti, quali quello per i Manowar (con il brano Courage) e quello degli Stratovarius (con il brano Father Time) oltre a dare alle stampe un album live “Roaming In The Land – Ten Years Later”. Degna di nota la partecipazione temporanea alla line-up ufficiale della band di uno dei batteristi più conosciuti del settore che risponde al nome di Jorg Michael (Axel Rudi Pell, Running Wild, Stratovarius, Rage, Masterplan ecc. ecc. ecc.). Chiusa la parentesi dedicata alla “biografia” della band, andiamo a parlare dell'album in questione isolandolo dalla saga per una più equa valutazione. Dopo un primo ascolto non si può far a meno di non apprezzare questo album capace di trasportare l'ascoltatore nel mondo fantastico (suggestivi gli “effetti sonori speciali” come i nitriti dei cavalli con il rumori degli zoccoli delle cavalcate, il rumore sinistro del soffiar del vento che sembra un sussurro malefico fino ad arrivare al tagliente stridio dell'incontro-scontro delle spade). Il disco si apre con “The Way To Home” dove il singer Marco Palazzi dà prova delle sue capacità, e prosegue su questo cammino con “Last Days” dotata di un'ottima linea melodica. La potenza e la velocità d'esecuzione mettono in risalto il lavoro dei musicisti coinvolti nel progetto. L'album in questione risulta piacevole nel suo insieme, il problema di questo genere di musica è l'originalità, visto che ormai l'idea di fare un album del genere vuol dire fare un concept con ritmi indiavolati, duelli di chitarre e tastiere dove la voce del cantante può interpretare narrando o volando alla ricerca degli acuti più alti. Sicuramente un album ben suonato-cantato che scivola via senza lasciar un segno indelebile. Consigliato agli amanti del genere!!

 

Recensione di Andrea Lami

 

* piccola nota. Per chi fosse interessato ad approfondire questa saga, sul sito del gruppo la potete trovare in lingua inglese (sezione “story”), se invece siete dei pelandroni e non avete voglia di leggervela con a portata di mano un dizionario o il traduttore di google, nel forum del gruppo troverete la versione in italiano.

JERRY LEE LEWIS

Mean Old Man

Verve

 

Recensire una leggenda rock come Jerry Lee Lewis è un compito davvero entusiasmante e difficile allo stesso tempo. Scorro la lista degli ospiti, presenti in questo "Mean old Man", e rimango a bocca aperta. In fondo si tratta di una continuazione come idea del precedente "Last man standing" del 2006 che vantava la presenza di ventidue superstars insieme al Re. Il buon Jerry Lee Lewis, riesce a radunare tutti insieme in un cd nomi di assoluto prestigio quali i tre Rolling Stones; Mick Jagger, Ronnie Wood e Keith Richards, presenti in tre episodi diversi del cd, Eric Clapton, Kid Rock e Slash in coppia, Sheryl Crow, Robbie Robertson, Ringo Starr e John Fogerty, soltanto per citarne alcuni. C’è chi ha il leone del Salento, come noi italiani(leggasi Al Bano, non tanto lontano per età da Jerry ma con tanto ma tanto carisma in meno) e c’è chi ha come gli Americani, la fortuna immensa di avere dato i natali a tali leggende. Il cd è stato pubblicato in due versioni, normale e deluxe con sette brani in piu’ ed ovviamente mi son procurato la seconda opzione. I pezzi presenti nella versione deluxe sono diciotto e son pezzi propri di Jerry con ospitate dei vari prestigiosi cantanti e chitarristi presenti nell’album e taluni come "Dead Flowers" o "Bad moon rising", appartengono ai legittimi interpreti originali vale a dire Mick Jagger e John Fogerty. Tutti e dico tutti son in deferente rispetto al cospetto del pianista piu’ pazzo di ogni epoca nel rock e lo aiutano a realizzare un cd che a distanza di tantissimi anni, potrà essere materia di insegnamento in ogni “Scuola rock che si rispetti”. Ci son sorprese assolute quali il duetto di "Rockin my life away" dove Kid Rock canta perfettamente in stile blueseggiante e per la prima volta in tanti anni sento Slash suonare un sanissimo e inconfondibile rockabilly. Mick Jagger, si limita a fare i cori nella Stonesiana "Dead flowers", resa molto reggaeggiante in alcuni momenti. E’ bellissimo invece sentire un assolo in puro stile anni cinquanta di Mr Slowhand Clapton. "You are my Sunshine" vede invece una Sheryl Crow, semplicemente all’altezza, nel suo duetto con la Leggenda. Il piano del Killer è protagonista in tanti episodi del cd quali ad esempio la ballata "Hold in you in my heart" dove l’ospite è Shelby Lynne. La vita di Jerry è stata unica, con problemi grossi legati all’alcool e droga e con la tragica fine in un incidente stradale e in un annegamento in piscina dei due figli maschi. La sua rabbia nel suonare il piano e poi a volte di incendiarlo e la sua proclamata voglia di sparare ad Elvis all’epoca, sono anche frutto di tali angoscie interiori. Non c’è un brano che stufa, tutte son pennellate d’autore, son come uno smarcamento servito da Messi e come una pennellata di Caravaggio o un verso di Pablo Neruda. Qui c’è la storia del Rock, concentrata in 18 piccoli capolavori, con una produzione perfetta e che non disturba in quanto i pezzi son lasciati abbastanza grezzi e senza troppe sovra incisioni tecnologiche. Concludo citando che "Roll over Beethoven" viene stravolta completamente e sembra che da un momento all’altro, insieme a Ringo Starr e John Mayer, compaia anche la voce e la chitarra di Brian Setzer degli Stray Cats, ma non è cosi’. Uno dei dischi che attendevo di piu’ nel 2010, anche per la presenza del mio idolo Slash e che mi lascia entusiasta. Fatevi un favore e amatevi, comprate questo disco, lasciando da parte certe stronzate che i media voglion propinarvi.

 

Recensione di MauRnrPirate

FUNKER VOGT

Blutzoll

Synthetic Symphony

 

Lo ammetto, non è stato facile per me scrivere questa review, l’elettronica non è nelle mie corde, io non ho mai nemmeno amato i famosissimi Kraftwerk, le Centrali Elettriche, con il loro sound electro pop, pionieri del genere e ispiratori di tutte le band successive, pur constatandone e affermandone le notevoli doti artistiche, figuriamoci gli altri, e poi questi qui (i Funker Vogt) non sono un gruppo qualunque, bensì anch’essi dei blasonati dinosauri dell’ EBM e della musica elettronica in genere. Quindi obiettività docet perché questa band vale parecchio. Spiego brevemente, ai pochi che non lo sapessero, cos’è l’EBM : trattasi di Electronic Body Music, ossia di un derivato della NDW (Neue Deutsche Welle), un genere musicale che dal 1976 circa etichetta la nuova ondata di musica tedesca discendente dal Punk Rock e dalla New Wave, il termine fu coniato da uno studente che all’epoca pubblicava su una fanzine in voga, e si è esteso al genere tutto. Importante e determinante è, o meglio era, l’uso della lingua tedesca nei testi, qui è la lingua inglese a farla da padrona sicuramente, ma il tedesco c’è e persiste. Le sonorità EBM mixano elementi di musica Industrial con il Punk Elettronico. E’ un tipo di sound pressoché ballabile, con ritmi sincopati, voci nitide e pulite e con sequenze ripetute. Detto questo, torniamo ai dinosauri menzionati all’inizio. I Funker Vogt, tedeschi di Hameln, Niedersachsen, insieme dal 1995, sono Gerrit Thomas, compositore produttore e cantante e Jens Kastel, cantante, i quali durante i live si avvalgono della presenza sul palco insieme a loro di Björn Böttcher alle tastiere e di Franc Schweigert alla chitarra, che ha sostituito Thomas Kroll nell’anno 2004. Il loro ultimo lavoro in studio, “Aviator”, è datato anno 2007, eccoli quindi riapparire dopo circa tre anni (nel frattempo hanno pubblicato alcune raccolte di live, non sono stati lì a fare niente) con il nuovo “Blutzoll”, in uscita a giorni. E’ l’ottavo full lenght, ma la loro discografia è vastissima, parte dall’anno 1996 con la pubblicazione del primissimo CD “Thanks for nothing” e si arriva ad oggi, sempre presenti con la voglia di saggiare e scandagliare, quindi il termine dinosauri è azzeccato se riferito alla loro longeva attività di successo, ma non lo è per quanto riguarda la loro ricerca e sperimentazione, sempre nuova ed accattivante. “Blutzoll” è composto da 13 tracks (12 + una ghost track) non facili e di ascolto non immediato, con passaggi di long sound, anche se meno long rispetto ai lavori precedenti, e con strutture intense e successioni affascinanti. La track “Arising Hero” fa parte di una trilogia e completa quello che era stato iniziato nel 1998 con “Tragic Hero” a cui ha fatto seguito “Fallen Hero”. La saga degli “Hero” è una sorta di racconto in prima persona di un soldato senza nome che combatte una guerra sconosciuta. La prima parte (“Tragic Hero”) lo vede osservare la distruzione attorno a sé, la seconda parte (“Fallen Hero”) lo vede chiamato alle armi , infine con questa terza parte (“Arising Hero”) si vuole delineare il destino finale dell’eroe, una specie di rinascita, ponendosi una domanda: egli troverà la pace e il riscatto? Essendo l’arte militare e la guerra i punti focali della band, anche qui rimangono presenti e inalterati. Ma non tutte le tracce avanzano questi temi, alcune si riferiscono piuttosto ad esperienze personali e anche a situazioni di fantasia. La track “Genozid” molto forte ricca di electro industrial sound è resa più strong dal cantato in lingua tedesca. La bella “The State Within” ci richiama alla mente gli adorati Depeche Mode. Si procede con risonanze acustiche sempre più electro dark con “Robots” e più industrial con “Hold my ground”. Con “Terroristen” l’intro si avverte più morbido, ma è solo una lieve percezione perché poi il brano prosegue con suoni forti, tali da poter essere tranquillamente la colonna sonora ideale di un film fanta-fantasy ambientato nei bassifondi di una qualsiasi metropoli mondiale. “Krieger” è più electro punk in tedesco, quindi per la prima volta, si rileva un duetto con una voce femminile, in “My Innermost”, la cantante Valerie Renay dona un certo spessore e intensità a questa bella traccia. Avanziamo poi con suoni sempre più electro synth, fino alla chiusura con un “Arising Hero” in slow version, e una “Arising Hero” ghost track in versione club sound only. Il lavoro è in vendita in due varianti, quella classica e quella in edizione limitata con ben 2 CD, oltre a quello “normale” diciamo, un secondo contenente vecchi brani remixati. Sicuramente questo prodotto consolida ancora di più la fama dei Funker Vogt come band di razza, e la loro presenza nei dance club è assicurata almeno per il prossimo futuro.

Link: www.funkervogt.de ; www.funker-vogt.com ; www.myspace.com/funkervogt

 

Recensione di Margherita Simonetti

LINKIN PARK

A Thousand Suns

Warner Music

 

Anno 2010, anno di ritorni musicali come Stone Temple Pilots,  ma soprattutto il ritorno di una delle band più acclamate a livello mondiale, i Linkin Park che, questa volta hanno deciso di reinventarsi e stravolgere lo storico stile con cui li abbiamo conosciuti e con il quale siamo cresciuti anche noi. Dimenticate i Linkin Park di "Meteora" o quelli di "HT" perchè non ritorneranno mai più su i loro passi e apriamoci a una nuova visione musicale della band, fatta di impegno, di sudore e di studio. A "Thousand Suns" prima di essere semplicemente un concept album è un viaggio molto soggettivo, in un mondo musicale mai visto per la gran parte del pubblico che li ha seguiti fino ad ora; un viaggio che và ripercorso più volte, un mondo sonoro tutto da scoprire e da visitare in ogni minuzioso particolare. Il nome di questo concept nasce da una frase di Julius Robert Oppenheimer (1904 – 1967), fisico statunitense:<<Se nel cielo divampasse simultaneamente la luce di cento soli, sarebbe come lo splendore dell'Onnipotente. Sono diventato Morte, il distruttore dei mondi>>. Questi sei uomini e non più ragazzi, vogliono mostrarci la loro visione del mondo, fatta di razzismo, odio, lotte per i propri diritti. Questo album non sembra essere diviso in varie canzoni, è talmente amalgamato bene che sembra una traccia sola. La parola chiave qui è “Sperimentazione” vera e propria, diversità di generi uniti in modo unico e poliedrico insieme. Mike Shinoda ha dato il meglio di sé in questo album non essendo solo il rapper e seconda chitarra della band, ma anche ottimo pianista, cantante e compositore, e in certi momenti sembra quasi che Shinoda e Bennington invertano i loro ruoli per creare qualcosa di nuovo, e sperimentare per primi la nuova musica su loro stessi. L'apertura dell’album è  affidata a “The Requiem”, tetra, cori oscuri, ansia sono le sensazioni che possiamo provare; è l’intro più strano mai creato dalla band, la voce femminile è una sorta di preghiera/richiesta di perdono per tutto il male compiuto dall’uomo. Intro che si collega al successivo che apre in modo vero e proprio il concept cioè “The Radiance”. “Burning In The Skies” è  il primo pezzo dove sentiamo Mike Shinoda cantare, ottima l’unione del piano e della batteria, può esprimerci una sensazione di carica, e a certi tratti la voglia di chiudere gli occhi e immaginare. Suoni di grilli, bombe e soldati aprono la strada a uno dei brani più assurdi dell’album “When They Come For Me”, dove possiamo trovare cori e batteria in sonorità tribali, e un martellante rap di Shinoda. “Robot Boy” è uno dei più dolci dal lato strumentale, dove Bennington sfodera un grande timbro pulito unito all’ottava bassa cantata da Shinoda, pezzo che esplode verso il finale caratterizzato da cori altissimi da parte delle stesso Bennington e da sonorità Electro Pop. Jornada Del Muerto invece ci apre le porte a  “Waiting For The End” dove troviamo un Mike Shinoda con rappata in salsa raggae, e un Chester con una voce dolcissima quasi come ci accompagnasse in una dolce ninna nanna, o un pezzo che può ricordarci dalle sonorità, una voglia di spensieratezza, verso il finale quasi commovente. “Blackout” è il pezzo che unisce i Linkin Park vecchia scuola con quelli della nuova: ottima sperimentazione anche di suoni campionati da giocattoli; ottime sonorità tra anni 90 e anni zero, un pezzo che non solo dovrebbe essere un nuovo singolo, ma anche la dimostrazione di freestyle da parte di Chester che, da un rap nel ritornello trasforma tutto in scream. Mike Shinoda da un tocco che rende quasi tranquillo il pezzo per poi riesplodere verso il finale. La decima traccia “Wretches and Kings” mostra il lato politico forte dell’album. Possiamo notare Mike incazzato come non mai in questo pezzo, dove si immedesima in modo perfetto. Forte il misto di electro drum, effettistica della chitarra e voci di sottofondo. “Wisdom, Justice, And Love” non è una canzone ma bensì il discorso più importante di M.Luther King accompagnato da Mike Shinoda con il piano come sottofondo. “Iridescent” è uno dei pezzi più belli nella storia dei Linkin Park: partenza lenta di piano, Mike Shinoda malinconico alla voce, e un Chester che qui riesce a prendere fino al cuore…e che lentamente ci porta all’eplosione del pezzo accompagnato da chorus da parte della band e da una batteria letteralmente trascinante. Primo singolo estratto “The Catalyst” è la formula vincente del cambiamento dei Linkin Park, e dello sconvolgimento di numerosi fan i quali non erano abituati ne al sound techno ne a questo nuovo stile dettato dai Linkin Park. Chester conclude con “The Messenger”, facendoci ascoltare una voce mai sfoderata, in maniera così dura, ma piacevole, su un pezzo acustico. I Linkin Park con questo album hanno segnato la loro svolta, il loro miglioramento, la loro voglia di sperimentare, e la loro voglia di far conoscere un nuovo lato della loro musica. Del tutto diverso dal precedente. Sicuramente con il prossimo album avremo modo di sentire qualcosa di davvero speciale, forse superiore  anche di questo ultimo lavoro.

 

Recensione di Antonio Ellepì

MEGADETH

Rust in Peace-Live

Shout! Factory

 

Il tour per la celebrazione del ventennale di un caposaldo del thrash metal di tutti I tempi, vale a dire “Rust in peace” è stato un enorme successo per la band capitanata dal rosso Dave Mustaine. Tale tour che ha toccato anche l’Italia nei mesi scorsi, è ora riproposto su vari formati: cd audio, DVD e Blu-Ray. La mia recensione tratterà della versione in CD audio. Innanzitutto sottolineo che ci son due grandi assenti in questo cd, vale a dire Marty Friedman alla chitarra e Nick Menza alla batteria sostituiti abbastanza dignitosamente da Chris Boderick e da Shawn Drover. Tali assenze, pesanti, si sentono per tutto il cd ma consoliamoci pure con il ritrovato Dave Ellefson che, si riprende di diritto il suo posto al basso. Lo show è stato registrato al Hollywood Palladium il 31 Marzo 2010 e vede l’esecuzione dapprima di tutto il mitico album “Rust in peace”, seguito da qualche altro loro classico. Il cd si apre con il coro di “Megadeth, Megadeth” e con la folla letteralmente impazzita sulle note di “Holy wars”(The Punishment die) ma da subito devo fare una critica ad un gruppo che, per me ha rappresentato tantissimo in passato (io ero uno di quelli che preferiva i Megadeth ai Metallica all’epoca): il cd è esageratamente sovraprodotto. Se un fan ha visto i loro filmati su Youtube o ha comprato qualche bootleg soundboard di questo tour, capirà subito cosa intendo. Io son un fautore dei live crudi e senza sovra incisioni, per questo non apprezzo molto “Live era “ dei Guns N’Roses ma apprezzo moltissimo “If you want blood”degli Ac-Dc. Certo, epoche e tecnologie diverse e anche i Megadeth cadono nel tranello, ma un conto è una produzione che copre magari qualche pecca di Mustaine, un conto è trovarsi di fronte a un cd che quasi fa sembrare Dave, il migliore cantante al mondo. La band è indiavolata nella performance, non ho nulla da eccepire, anche se il materiale da riproporre è la perfezione totale in un genere musicale e quindi è facilitata nel compito. Chris Broderick riproduce fedelmente le parti di Marty Friedman, forse anche con maggiore velocità nell’esecuzione, ma il tocco di Marty è unico e molte volte gli originali, proprio non riescono ad essere rimpiazzati nel cuore degli aficionados. Shawn Drover è molto potente nella sua esecuzione, alcune volte va in doppia cassa ed è un ottimo compagno per il basso sanguigno di Dave Ellefson. In alcune parti, se ascoltate il cd a volumi altissimi,rischiate di andare completamente in distorsione sonora, forse il troppo concentrarsi nel manipolare la voce di Mustaine ha prodotto questi inconvenienti tecnici,chiamiamoli cosi’. Un cd che per essere apprezzato in tutte le sue sfumature, secondo me, dovrebbe essere ascoltato in cuffia. Strepitosa è l’esecuzione di “Hangar 18”, che rimane la mia preferita di quel cd e che è resa alla perfezione in questo contesto. Avrei preferito maggiormente l’inclusione nel cd di “The reckoning day”,” The mechanix” al posto delle debolissime “She wolf” e “Trust”. Quindi se siete fans sfegatati della band vi procurerete al volo questo CD live. Se invece, selezionate i vostri soldi per gli acquisti, certamente vi consiglio di spenderli per altro loro materiale o di procurarvi qualche data di questa tournée meno sovraprodotta. Il mio voto rimane molto alto, perché “Rust in Peace” rimarrà sempre nei cuori di ogni rocker e metallaro che si rispetti, ma non raggiunge il massimo dei voti, proprio per questo motivo: l’eccessiva sovraproduzione e quindi mezzo punto in meno, anche dovuto all'assenza della line up originale. Sedici canzoni, che pero’ per settanta e passa minuti, mi fan quasi tutte scatenare tranne quelle che ho citato.

 

Recensione di MauRnrPirate

KATAKLYSM

Heaven's Venom

Nuclear Blast - GmbH

 

Granitici e possenti, i Kataklysm si stanno trasformando da cult-band in una formazione di punta per il death americano, e non solo per le garanzie che danno ai loro fan di un death metal granitico, spesso in mid-tempo, imperioso e dalle sfumature quasi epiche. Il four-piece canadese, guidato dal 'nostro' home-boy Maurizio Iacono, dopo il salto di qualità fatto con In the Arms of Devastation, non tradisce le aspettative, ma non si limita solo a confermare: vuole affondare il colpo nel ventre molle del nemico. L'uno-due di apertura A Soulless God e Determined (Vow of Vengeance), oltre a far quasi cedere sotto lo schianto del primo impeto le nostre misere difese, ci mostra la classica formula Kataklysm riveduta, corretta e sviluppata: maggior velocità, sempre unita al classico dinamismo epico della formazione canadese ed un senso della melodia più spiccato, aiutato da un lavoro alla chitarra solista, davvero lodevole, di Jean-François Dagenais. Sia ben chiaro: con melodia non dovete aspettarvi un ammorbidimento o una commercializzazione in stile pseudo-metal-core. No way. Il quartetto di Toronto non recede di un millimetro, come lo prova la granitica furia evocativa di track come Push the Venom e Suicide River; semplicemente mostra una maggiore fluidità nella composizione, più articolazione e velocità. In pratica, sono passati da tank agli elicotteri Apache: più snelli ma sempre devastanti...anzi, anche di più. La batteria, gestita da Max Duhamel , è artefice di buona parte di questo sviluppo, con pattern sempre incisivi, ma ora anche più vari e con una più spiccata dinamica. Quello che, per fortuna, non è cambiato, è il lavoro di Maurizio, sempre potente ed espressivo, forse anche più viscerale, vista l'esperienza degli Ex Deo (i Kataklysm che si dedicano ad altro genere, in pratica), ed ancora più efficace nel trasmettere rabbia, furia e determinazione di questa task-force metal. Da soliti ed affidabili a possenti e letali....tenete giù la testa e rimanete nella formazione di questo Heaven's Venom.

 

Recensione di Andrea Evolti

DISTURBED

Asylum

Reprise Records

 

I Disturbed, capitanati dal carismatico cantante David Draiman, giungono al loro quinto album. Attesissimo dai loro aficionados, è balzato subito al primo posto della classifica di Billboard, scalzando la reginetta del pop bubblegum e senza pretese Katy Perry. Questo è un lavoro di svolta della band che vira decisamente verso un heavy metal di stampo classico. Le danze vengono aperte dall’intro strumentale “Remnants”, pezzo con un’orchestrazione tetra che ricorda gli Apocalyptica e riffs assassini di Dan Donegan, ispirati ai Megadeth old style. La canzone successiva è la title track “Asylum”, canzone dominata dall’inconfondibile voce di Draiman, sempre incazzata al punto giusto e quasi rappata in taluni versi. La band lo accompagna nel suo delirio mentale e nelle sue fobie, con una prestazione superba. “The infection” è invece un pezzo che ti spazza via, con diversi cambi di tempo, che tocca da vicino territori cari agli altri fortunati, per vendite, Avenged Sevenfold. Questo pezzo dimostra, perché bands come i Disturbed emergono dall’underground e raggiungono un successo planetario, infiammando il cuore di molti kids. Un pezzo sofferto che racconta la fine di un rapporto e il senso di infezione interna che ti annienta fisicamente e psicologicamente, secondo David. Tale magia è rappresentata da una parola sola:talento. Parola che viene affiancata a tanta passione, tanta voglia di suonare live queste composizioni e di essere ricordati negli anni. Altro pezzo che segnalo è il primo singolo estratto dall’album che risponde al nome di “Another way to die”, uscito a Maggio che ha un testo impegnato nel sociale e tratta dell’ormai notorio problema del riscaldamento globale. Pezzo molto orchestrato all’inizio, con la voce di Draiman, pronta a narrarti lo scempio che multinazionali senza scrupoli e pessime abitudine umane hanno causato al pianeta. Il riff assassino di Dan Donegan,quasi militareschi come esecuzione e precisi come una baionetta dell’Impero asburgico,ti spazzano via ogni residua energia di resistere alla forza distruttiva dei Disturbed. Una prova di potenza annientante è la base invece di “Never again” ,che non ti lascia scampo dal primo fino all’ultimo secondo e con una batteria di Mike Wrengen,molto precisa e potente che va perfettamente ad intersecarsi ai riffs di Donegan. Se invece avete ascoltato fino alla noia “Prayer” non potrete che apprezzare “The animal”,pezzo quasi litania in certi frangenti e sicuramente uno dei pezzi piu’ belli dell’album per me. E cosi’ via dicendo per tutto l’album che vede altri momenti cardine in “Sacrifice” che tratta delle doppie personalità delle persone e tipicamente Disturbed old school. Nelle varie versioni deluxe e su I-tunes son presenti altre chicche come la cover di “I still haven’t found what i’m looking for”degli U2, che parte dopo un ampio minuto e mezzo di silenzio e che viene riproposta molto simile all’originale come tempo ma viene stravolta dai chitarroni di Donegan e dalla batteria di Wrengen suonata un attimino piu’veloce di quella di Larry Mullen Jr e una versione live del loro pezzo maggiormente conosciuto “Down with the sickness”semplicemente fantastica… Che dire, un disco perfetto. Quest anno il metal alternativo sta vivendo una stagione d’oro con dischi assolutamente belli quali questo,quello degli Avenged Sevenfold,Stone Sour.Da avere, senza un minimo dubbio.

 

Recensione di MauRnrPirate

ILLECITI MUSICALI

”Attimi”

Autoprodotto

 

Gli Illeciti Musicali, sono un gruppo ormai attivo da quindici e passa anni, che ha raggiunto un grandissimo successo nel Nord Italia con concerti seguitissimi, alcune volte con nomi prestigiosi sul palco quali Federico Poggi Pollini e Max Cottafavi, chitarristi che fanno parte come il primo o hanno fatto parte come il secondo della band di Ligabue. Il cd è il loro terzo lavoro ed esce a distanza di qualche anno dal fortunato predecessore “Aprire gli occhi”. Da allora la famiglia Illecita è mutata, ci son stati nuovi innesti nella band in questo lavoro quali il chitarrista di stampo decisamente rock Luca Pirali e il tecnicissimo batterista Fabio Zampieri, sostituito da qualche mese dal grintosissimo e selvaggio dramme Ivan Tubia. Il trio di storici Illeciti formato da Ale Ruspini alla voce, Lello Caravano alle tastiere e Diego Cova è sempre presente. Il cd è vendutissimo ai loro concerti, ed è acquistabile anche su I-tunes. Come tante persone della zona ho seguito tanti concerti della band e son legato da una solida amicizia con i loro componenti. La loro forza, è indubbiamente aver saputo creare un clima di festa e di sano casino ogni volta che suonano in qualche festa o locale. Tale clima si riflette in questo lavoro che, in fatto di qualità, è certamente maggiormente prodotto dei predecessori; i singoli strumenti hanno suoni molto distinti tra loro e le canzoni ti entrano dentro e ti cullano. I testi di Ale sono sempre molto personali, raccontano il suo vissuto, quello della band,quello di tutti i suoi amici. Molto particolareggiati, a volte molto romantici come in “Tu non ti senti come me”, introdotta da una splendida introduzione di Lello e con un ottimo lavoro chitarristico di Luca. Diego e Fabio sono una solida sezione ritmica, base portante della spensierata “Sull’ A26”, canzone che ogni volta che sento, sorrido e sento mia, in quanto anche io ho vissuto sulla mia pelle tanti momenti indelebili. Sicuramente molto ben riuscita. Bridge molto marcato e con un cantato di Ale molto convinto e deciso. Ottime le orchestrazioni di Caravano e la graffiante chitarra di Pirali. Canzone che è già diventato un piccolo inno ai concerti è “L’avvoltoio” dai ritmi molto ska e reggaeggianti a tratti, dedicata a tutti coloro che si appropriano di idee e duro lavoro artistico e tentano di spacciarle per proprie. Il talento della band emerge anche nella splendida ballad ”Non piangere” che meriterebbe un air play certamente maggiore che i soliti raccomandati dai vari reality shows o al solito Antonacci. In questo pezzo abbiamo la presenza anche di una seconda voce, Valentina Gioia, voce molto bella e classica, che si interseca perfettamente con la voce molto profonda e descrittiva di ogni suo scritto. Un pezzo che fa capire che in Italia esistono realtà del pop rock, che si fanno un culo quadro, senza raccomandazioni e con una bella parte chitarra e batteria, davvero ben riuscito. Molto blueseggiante è l’assolo di Luca che va a introdurre poi una parte di tastiere di Lello,davvero emozionante. Molto spensierata è anche la seguente ”T.V.B”, canzone che sento personalmente molto influenzata dai Bluvertigo, con un testo certamente meno complicato di quelli di Mr Morgan e che tratta dell’incapacità di Ale di non essere un santo e neanche un raccoglitore di bugie. Un pezzo molto riuscito è anche ”Sabato sera” ,che ci ricorda i bei tempi di quando c’erano i jukebox e si potevano sentire ancora i grilli nei campi; molto ballabile e che ai concerti scatena sempre le folle. Sostanzialmente un lavoro molto onesto, curato in ogni particolare, dagli arrangiamenti al booklet interno dominato dal loro classico arancione. La loro nuova mascotte, l’avvoltoio campeggia in copertina e ci consiglia l’acquisto. Acquisto che consiglio anche io, non tanto perché legato da profonda amicizia con loro, ma perché è un lavoro fatto col cuore e tali realtà musicali, dovrebbero sempre essere supportate. In sede live col tempo son diventati tutti ottimi intrattenitori.

Disponibile su I-Tunes e ai loro concerti.

Sito:www.illecitimusicali.com

Inoltre c’è la loro pagina su Facebook ”Illeciti Musicali” dove troverete foto, date e qualunque altro loro intervento.

 

Recensione di MauRnrPirate o meglio conosciuto da loro come ”The Immens”