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MANIC STREET PREACHERS

Postcards from a young man

Columbia Records

 

I Manic Street Preachers giungono al loro decimo album con questo “Postcards from a young man”, seguito di “Journal for plague lovers” uscito nel 2009. La band gallese è diventata man mano nel corso di una carriera ormai ventennale, una vera e propria istituzione. Segnata dalla scomparsa volontaria di Richey James, del quale nessuno sa ancora bene che fine abbia fatto dopo il suo allontanamento apparentemente volontario,la coppia James Dean Bradfield e Nicky Wire, ogni volta, sorprende i suoi fans,con lavori molto diversi uno dall’altro. Questo è un lavoro, a detta loro, fatto apposta per le radio, con arrangiamenti curatissimi, con varie parti orchestrali e la presenza di cori gospels in quattro brani. Un lavoro totalmente retro’ che paga un pesante pegno agli E.L.O, agli Yes, ai Chicago e alle vecchie ballate degli Aerosmith.

Il lavoro è aperto dal singolo “(It’s not war) Just the end of love”, lavoro dominato dalla voce unica di Bradfield,una voce che secondo me ha ispirato moltissimo gente come Brandon Flowers dei The Killers,cosi’ melodiosa e sofferta allo stesso tempo. Un eco dei primi dischi dei Queen affiora pericolosamente,invece nell’omonima canzone che da al titolo all’album “Postcards from a young man”. Un duetto perfetto è invece quello che potrei dire di “Some kind of nothingness” che vede la presenza del mitico Ian Mc Cullogh ,leader degli Echo and the Bunnymen e credo che non ci sia proprio bisogno di presentarveli, visto che han fatto la storia del dark e della new wave inglese. Quando due grandi interpreti si uniscono, non possono certo sbagliare la mira, ma solo realizzare una canzone paragonabile a un goal da trenta metri. Nella successiva “The descent”(Pages 1 and 2), le influenze principali sono decisamente David Bowie e Marc Bolan, con un ritornello decisamente coinvolgente e un’orchestra in sottofondo che impreziosisce questa piccola gemma. Un disco, che secondo me, non tiene conto di Mtv e delle principali radio sparse nel pianeta,ma che ha la missione di rivitalizzare sempre un certo rock d’autore, a volte passato in secondo piano dopo le drammatiche invasioni di presunti nuovi talenti alla Jonas Brothers o altre bands costruite al laboratorio,come piccoli Frankestein per conquistare pubblico. Un disco che secondo me si ama dal primo ascolto o che invece richiede alcuni ascolti per poterlo apprezzare in ogni sfumatura. Dimenticatevi l’energia e la rabbia del primo monumentale “Generation terrorists”, qui abbiam una band totalmente matura, che fa quello che vuole, che attinge a piene mani dai maestri del Rock e li personalizza in una ricetta personale di difficile imitazione. Un disco, che è andato subito al numero 3 delle classifiche inglesi e che vede anche la presenza dell’ex bassista dei Guns N’Roses,Duff Mc Kagan nella traccia numero 9”A billion balconies racing”. I Guns N’Roses son sempre stati citati dai Manic Street Preachers, come loro idoli personali e dopo un’infuocata versione di “It’s so easy” uscita come b-sides,  tanti anni fa, o ra realizzano il loro sogno di avere uno di loro in un loro cd. Un pezzo che verte su un bel riff chitarristico, una batteria suonata con potenza e precisione e soprattutto è pervasa dall’inconfondibile suono del basso di Duff. Una sorta di punk melodicizzato, potrei definirla cosi’,questa “A billion balconies racing”. Disco che si conclude degnamente con “Don’t be evil”, che comunque non aggiunge nulla di stravolgente alla loro leggenda. Un disco a cui avrei dato volentieri il massimo di voti, se ci fosse stato un pezzo cattivo e sporco come quelli presenti sul primo disco ma che per produzione, idee, melodie, presenza di ospiti (e non son certo due sconosciuti, Ian e Duff) eccelle e che quindi si becca solo un mezzo mio punto in meno sotto la perfezione dei pieni voti.

 

Recensione di MauRnrPirate

BAD RELIGION

The Dissent Of Men

Epitaph Records

 

"Do you remember when we were young, adventure had no end ?" Comincia così il nuovo album dei BAD RELIGION. Certo che ci ricordiamo quando eravamo giovani e spensierati caro Professor Greg Graffin e ci ricordiamo anche i vostre splendide "uscite" su vinile che hanno accompagnato la nostra crescita musicale. Questo atteso lavoro ci riporta a quei tempi con sonorità a noi care. Dopo averli visti Live recentemente ( trovate il Report della serata Milanese nelle pagine di RRM ) e aver costatato la piena forma della band eravamo tutti in attesa di questo rilascio. Che dire, davvero un bel gran lavoro, un album piacevole che spazia dal Punk più classico dei primi BR a canzoni più rock per arrivare ad un finale quasi Pop. Quindici canzoni di tutto rispetto con testi sempre critici sul mondo in cui viviamo ma comunque sperando in un futuro migliore . Ho sempre ammirato il modo di essere "Punk" del gruppo senza esserlo nel vestire o negli atteggiamenti, parlare di quello che non và senza per forza ribaltare auto o incendiare città, non serve. I Bad Religion hanno una missione e la portano avanti nel migliore dei modi. Tornando al disco le prime tracce sono un pugno diretto e veloce con suoni vecchio stile, si parte con un minuto e mezzo di punk in "The Day The Earth Stalled" per proseguire allo stesso modo con "Only Rain" e "Resist Stance" uno dei pezzi meglio riusciti, sonorità più Rock per "Won't Somebody" e "The Devil In Stiches" per arrivare alla bella "Pride And The Pallor". Torniamo a Punkeggiare in "Wrong Way Kids" e "Meeting Of The Mind". Splendida "Someone To Believe"! Segue "Avalon" altra song alla BR, rock'n'roll per "Cyanide" e "Turn Your Back On Me". "Ad Hominem" parla della situazione in Afghanistan con sonorità più calme. Chiudono "Where the Fun Is" sempre con suoni rock e "I Won't Say It Again" vicina al Pop ma comunque molto bella. Decisamente consigliato, più lo ascolto più lo apprezzo . Trovate tutte le liriche sul sito ufficiale della band, www.badreligion.com e potete ascoltare tutte le canzoni in streaming sul loro spazio MySpace , meglio di così ??

 

Recensione di Luca Casella

FARABRUTTO

Estremoriente Mediocre Occidente

FREECOM

 

I Veronesi Luca Zevio (voce e chitarra acustica), Niccolò Sorgato (mandolino elettrico e noises) e Francesco Sbibu Sguazzabia (percussioni) , con il loro uso “improprio” degli strumenti, senza basso e batteria (eccezion fatta per l’uso del basso elettrico durante le registrazioni in studio) formano dall’anno 2000 la band dei FARABRUTTO. Nel 2001 lavorano al primo album autoprodotto, “ALZARE LA VOCE”, che ufficialmente uscirà nell’anno 2004, da qui iniziano a collezionare una serie di premi, riconoscimenti e collaborazioni illustri che si protrarranno negli anni a venire. Con il loro Rock d’autore, i loro testi impegnati e gli arrangiamenti perfetti curati dal loro stessi, i tre artisti (che nelle registrazioni in studio si avvalgono anche della presenza di Enrico Terragnoli alla chitarra elettrica e al basso elettrico appunto) si sono creati un loro spazio nel difficile mondo dell’Indie Rock italiano cantautorale. Questo nuovo lavoro, ESTREMORIENTE MEDIOCRE OCCIDENTE, in uscita verso la fine del mese di Settembre 2010, presenta 11 tracce d’autore, non facili, al primo ascolto un po’ ostiche, ma apprezzabili subito dopo. Il rock d’autore è sempre un po’ difficile da fare mandare giù al grande pubblico, e di solito si sa, critica e pubblico non vanno d’accordo. La critica apprezza, il pubblico un po’ meno. Il titolo del full lenght inganna, nulla di orientale o etnico che dir si voglia, ma brani folk rock attenti e strumenti toccati con perizia, il mandolino inusuale, le percussioni a terra in versione ground drums, e il contrabbasso (nella traccia “Contenimento”, suonato da Mario Marcassa) impeccabile, il tutto mixato in forma rock ricercata e ricca di elettronica, sperimentazione e attento screening. I testi sono crudi, difficoltosi, ma si inseriscono nella melodia, le trame sono un po’ psichedeliche, fredde rigide e visionarie, mixate al personal sound creato dalla band stessa. Il cantautorato è la difficile strada scelta, la più ardua e la più coraggiosa, ma anche quella che in questo caso consente agli artisti di personalizzare e continuare la loro esperienza di ricerca e osservazione. Quindi, testi difficili d’autore si, ma l’amalgama con la musica sperimentale è il punto di forza dei Farabrutto, e il sapere usare gli strumenti in maniera alternativa, li colloca direttamente tra gli artisti a tutto tondo, senza mezze misure. Una menzione d’onore va alla cover dell’album, che presenta San Giorgio e il drago stilizzati, un santo onorato sia dai cristiani che dai musulmani (oriente/occidente) con disegno creato dall’artista Matteo Saccomani. Originali, artistici e raffinati. Link: www.myspace.com/farabrutto

 

Recensione di Margherita Simonetti

ALEX MASI

Theory Of Everything

Lion Music/Frontiers

 

La storia di Alex Masi noi rockettari italiani la conosciamo un po' tutti, un nostro conterraneo chitarrista (veneziano per la precisione), partito alla volta di Los Angeles per trovar fortuna, fonda il gruppo MASI con il quale da alle stampe ben quattro album (“Fire In The Rain” 1987; “Downtown Dreamers” 1988, “The Watcher” 1997 ed “Eternal Stranggle” 2001). Il progetto del gruppo viene accantonato in favore della carriera solista vera e propria e già dai primi album i musicisti coinvolti sono di prim'ordine come Jeff Scott Soto e Frank Banali nell'esordio oppure John Macaluso nell'album successivo. Seguiranno altri lavori ma i più importanti e degni di nota sono sicuramente gli album dove il guitar hero rivisita i grandi della musica classica intitolati: “In The Name Of Bach”; “In The Name Of Mozart” ed infine “In The Name Of Beethoven” dove lo stesso Masi darà sfoggio della sue capacità.

I dieci brani contenuti in quest'ultima fatica contengono numerosi spunti virtuosi ma non sono solamente ancorati al suono di chitarra, (anzi): sono ben presenti le contaminazioni che strizzano l'occhio una volta all'elettronica, una volta al jazz, una volta alla fusion fino ad arrivare alla musica orientaleggiante, infestazioni che hanno il dono di rendere quest'album strumentale qualcosa di diverso dalla sola gara di bravura contro tutti gli altri colleghi e vicini di scaffale. Impossibile non menzionare un brano come “Jam On Hauted Hill” già di per sé gradevole ma reso ancor più interessante con l'introduzione al suo interno di una citazione facile facile. La tecnica musicale di Alex è fuori discussione: pubblicare la bellezza di 29 album (con il presente) non è cosa proprio da tutti, oltretutto va tenuto presente che la maggior parte di questi album è stata pubblicata a suo nome. Siamo di fronte ad un album fatto con i dovuti crismi partorito dalla mente -molto aperta- di un chitarrista per un pubblico di chitarristi (più fan di Satriani rispetto a Malmsteen o Vai). Il problema risiede proprio qui, si perché se non sei un chitarrista, come il sottoscritto che sa fare solo il giro di DO, il rischio è di trovarlo meno eccitante di una partita di golf in televisione.

 

Recensione di Andrea Lami

JON MULLANE

Shift

Escape Music

 

Dopo Harry Hess, con il recente lavoro dei First Signal, altri due componenti degli storici Harem Scarem, niente popò di meno che il guitar man Pete Lesperance e il drummer Creighton Doane (qui in veste anche di produttore), sono parte di un progetto di casa in quanto anche Jon Mullane, l'interprete del cd e in uscita per l'Escape Music, è canadese. Che dire di "Shift"? Che il percorso di questo lavoro è uno scorrere del più classico e aoreggiante rock con linee anche power-pop presenti già nella prima track "Make Your Move" (che tra l'altro chiude anche il cd con una versione mix), e nella successiva "Got It Goin' On", "Sin City" e "Missing Time" mi ricordano molto i Depeche Mode anni '80, un bel tuffo in un periodo al quale sono musicalmente molto affezionato. "You Get What You Get", la ballad "The One Thet Got Away" e "Change Your Life" (la più accreditata come potenziale hit radio dell'album), mi riportano alla mente gli intermezzi musicali delle serie tv tra le quali Beverly Hills, Dawson's Creek, O.C. e, visto che sono in tema, permettetemi di sottolineare il telefilm al quale sono tanto appassionato nonostante la durata di soli 19 episodi: October Road. "Go The Distance" è targata Lesperance in quanto ricorda molto da vicino il suo "Down In It" datato 2004 e quando ascolterete "Here We Go" provate a chiudere gli occhi, vi sembrerà di assistere a "Dick Tracy" in versione musical e chissà che non vi capiti anche di poter ammirare Kathryn Rose presente tra i backing vocals e che, particolarmente in questa song, offre uno speciale tocco

di sensualità, a me non è capitato! In conclusione mi sento di dire che "Shift" non presenta forse niente di innovativo, ma allo stesso tempo è ben prodotto, ben suonato e altrettanto ben interpretato.

 

Recensione di Francesco Cacciatore

DAY SIX

The Grand Design

Lion Music/Frontiers

 

DAY ONE: La terra di provenienza è l'Olanda, nazione molto famosa per i Gullit/Van Basten coffèè-shop- e le interessanti “vetrine” popolate da splendide signorine e non certo per i gruppi musicali prog-metal (fatta eccezione per gli Elegy). DAY TWO: il genere proposto è un prog metal con molte influenze (funk, sympho e saltuariamente jazz). DAY THREE: i termini di paragone che ci suggerisce la casa discografica sono altisonanti, visto che vengono avvicinati a Rush, Pink Floyd, Deep Purple o più recentemente Porcupine Tree, Opeth o Dream Theater. DAY FOUR: risultano all'attivo -oltre ad un promo iniziale- l'album d'esordio “Eternal Dignity” e “The World Beyond Earth”. DAY FIVE: nel 2004 il gruppo vince ben due concorsi (e cioè) la Metal Battle e la Metal Bash.Ed eccoci arrivati al DAY SIX: the grand design. L'album in questione è un concept e narra la storia del rinvenimento nell'Antartide da parte di cinque scienziati di un'astronave. I cinque scopriranno la verità di queste forme di vita aliena ma verranno -loro malgrado- rinchiusi in un ospedale psichiatrico in modo da far perder loro la memoria di quest'esperienza (nonché)E IMPEDENDOGLI di informare il mondo intero dell'esistenza di vita extraterrestre. I complimenti spesi nei paragoni hanno creato una sorta d'aspettativa maggiore nei confronti del combo, aspettativa poi purtroppo delusa DAL (per una ragione unica e cioè il) fatto che i riferimenti (sono) SIANO più un richiamo che non una fonte d'ispirazione, (ma) ANCHE SE c'è da tener presente che in questo tipo di musica -senza molti schemi se non i tempi dispari, i lunghi fraseggi ed il cantato limpido- il dono di poter sperimentare è riservato ai grandi del genere e quindi qualsiasi nuovo passaggio dei big viene accolto con ovazione, mentre la stessa cosa proposta da una band all'esordio viene accolta con l'arricciarsi del naso. DAY SEVEN = riposo (e ripasso) visto che in questo caso sono andato a riprendere i grandi in questione per un ripassino, (visto) dal momento che questo grande progetto non è poi così grande.

 

Recensione di Andrea Lami

ARTISTI VARI

Power Ballads Vol. 1

Frontiers Records

 

Quando mi è capitato sotto gli occhi questo cd ho subito ringraziato l'eclettica Frontiers Records, non nuova a trovate geniali come questo concentrato di delicate e profonde emozioni regalateci dalle 16 ballads presenti nella compilation. La scelta è piacevolmente difficile in un mix di grandi nomi e poter scegliere la ballad più bella è un'impresa gigantesca anche se, personalmente, avendo un particolare debole per gli svedesi Treat "A life To Die For" la sento nel cuore più delle altre, ma non voglio nulla togliere a band del calibro dei Journey con la loro "After All These Years", agli House Of Lords e alla voce sempre verde dell'immortale James Christian prestata a "Sweet September" e ai Giant presenti con il brano "Can't Let Go". Una doverosa mensione la merita l'immenso Jeff Scotto Soto testimonial del cd in veste solista con "Holding On" e col riuscito progetto dei W.E.T. caldeggiato da "Comes Down Like Rain", non da meno i Sunstorm di Joe Lynn Turner accompagnati da "Walk On", i Place Vendome per l'atmosferica "Guardian Angel" e Allen/Lande con la treatrale "Master Of Sorrow" create, quest'ultime due, dal genio di Magnus Karlsson. Non potevano assolutamente mancare i Winger che per il loro ritorno sulle scene musicali propongono "On A Day Like Today", i Pride Of Lions dell'ex Survivor Jim Peterik attraverso la delicatezza di "Interrupted Melody" e Glenn Hughes, altro pilastro delle sweet songs, con "Imperfection". Le restanti quattro ballads "Hands Of Time dei Primal Fear, "Everything" dei Blancfaces, "I Live For You" dei Places Of Power e "Speak" degli Shadows Fade completano pregevolmente una compilation destinata, senza ombra di dubbio, a fare breccia tra le coppie più innamorate e perché no?! Anche tra i single in attesa, o alla ricerca, della propria anima gemella.

 

Recensione di Francesco Cacciatore

FERREIRA

Better Run

Escape Records

 

Dalla patria del calcio nonché dalla nazione che ha dato i natali a band come Sepultura, Soufly, Angra (TOGLI QUEI PUNTINI!!) e compagnia cantante, arrivano i FERREIRA, band formatasi per volere del cantante, chitarrista, compositore e produttore Marco Ferreira, che (unitamente) CON Il fratello batterista Alex, Il chitarrista Patrick Sebastian ed Il bassista Gus Monsanto, danno alle stampe questo terzo album. Un riff rubato dalla Gibson di Angus Young ci introduce all'ascolto di “Secret Damned Society”, brano d'apertura dell'album, ma se vi è passata per la mente l'ipotesi che questi due fratelli brasiliani vogliano prendere l'eredità dei fratelli Young, avete sbagliato tutto (eredità peraltro già in qualche modo presa dai fratelli O'Keeffe degli Airbourne SPOSTA LA PARENTESI PIU' SU! DOPO YOUNG,). “Set My Devils Free” svela la direzione musicale intrapresa, anche se il pesante riff di chitarra cerca di spiazzare l'ascoltatore, direzione poi confermata dai brani successivi e cioè un hard rock melorico. “I Want Out” è l'episodio migliore di tutto l'album tanto bello da portarmi alla mente i grandissimi Mr. Big sia per velocità d'esecuzione, sia per i cori che per la costruzione della canzone stessa. Ma la sensazione è quella di aver trovato un'oasi in un deserto, sensazione confermata nel prosieguo dell'album, di per sé piacevole, ma privo di quelle caratteristiche da farlo emergere dall'affollato mercato discografico. Viene spontaneo un ragionamento da figlio unico: peccato che i miei genitori non mi abbiamo regalato un fratellino con il quale imparare a fare musica, avrei seguito sicuramente le orme dei fratelli Young, Van Halen, Cavalera, Darrel/Paul, Schenker, Sweet, Overland, Bissonette, Nelson..magari qualche etichetta una possibilità me l'avrebbe pure concessa!! Better run... but somewhere else!!

 

Recensione di Andrea Lami