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RELAYPSE

Up’n’Down

Pirames International s.r.l.

 

Beh questi guys mi han colpito, non tanto perché han fatto una rivoluzione sonora, o per l’innovazione o per l’atipicità o per le tante sottigliezze espressive, piuttosto perché sono bravi. Punto. Validi e arditi. Punto. Avete presente quando sentite un pezzo alla radio, non lo conoscete ma vi chiedete: chi è questo o chi sono questi? tanto il suono vi centra al volo? Ecco, è stato così, una folgorazione. Cristiano Re (voce), Matteo Cavallazzi (batteria), Lorenzo Musetti (basso), Matteo De Giorgi (chitarra) e Matteo Liuzzi (chitarre e cori) sono i milanesi RELAYPSE, nati come band nel lontano 2000, ma che hanno subito taluni cambiamenti di line-up e di genere per arrivare fino a qui, passando da sonorità fortemente strong Metal anni ’90 fino allo scream Metal attuale tendente all’Hard Rock. I continui live, le varie partecipazioni a show e contest e l’inserimento di alcuni loro brani in compilation importanti e in DVD allegati a riviste di Wrestling, li porteranno a rafforzarsi sempre più come band e ad affermarsi passo dopo passo nel duro mondo dell’ Hard Rock. Ora, questo nuovo lavoro, UP’n’DOWN, nuovo di pacca, consta di 6 heavy tracks, degne di rispetto e particolare attenzione, per una mezz’ora di piacevole ascolto. Mayden, Misery, Black Dog, Up’n’Down, Get it Off, Another me, compongono il rispettabile album; quello che si appura subito è la tendenza della voce a ispirarsi al mostro sacro James Hetfiled, a dire il vero non sempre, ma le inflessioni tendono per lo più lì, inoltre che pane e trash metal sia la loro merenda non ci piove… e non è la sola cosa uguagliata, tutto il genere guarda al panorama underground, e si evince che le influenze di Metallica, Faith No More, System of a Down, solo per menzionarne alcuni, sono palesi, con ritmiche ballabili, riff spezzati e groove massici e robusti. Ma che importa, il tutto è adeguatamente fatto e questo è l’essenziale. La voce è forte, competente e intonata, i cori felicemente impostati e strutturati, il basso è dominante in Mayden, Mysery parte con uno pseudo flamenko rock, per poi virare e spaccare, mentre Black Dog inizia come fosse una sweet ballad e esplode in seguito in uno scream con chitarra in distorsione e basso e batteria sovrastanti per poi rientrare con chitarra soft. Si prosegue con sound veloci più Hard Rock, Up’n’Down è quella maggiormente hardcore, tirata, via via verso la chiusura con una lunga track, Another me, sempre tenendo alta la cadenza ritmica che non cede fino alla fine, la mia preferita. Le sonorità sono semplici e orecchiabili, buone anche per i neofiti, i tecnicismi e le strumentalità sono sempre aggressivi al punto giusto. La voce ha un tono fiero e compiaciuto. Che altro dire se non Relaypse Rulez !

Link: www.relaypse.com ; www.myspace.com/relaypse

 

Margherita Simonetti

THE LAST ONE

Five Sides

Autoproduzione

 

Che fatica mettere insieme tutto, ma ne è valsa la pena, “Ne è valsa veramente La pena !!” (cit.), sia perché ci tenevo personalmente a recensire il lavoro di questo grande musicista (persona enigmatica e reticente a parlare di sé per carattere e per scelta artistica), sia perché ho ascoltato qualcosa di raro. Inizio dicendo che sotto lo pseudonimo di THE LAST ONE si cela la figura di Sir Jeremy Bender, noto agli addetti ai lavori nelle radio e nelle discoteche per essere superbo compositore nonché vincitore di numerosi premi legati alle sue produzioni, tra i quali un piazzamento al primo posto nella classifica dei brani più ballati di Radio Deejay con la superhit MU-SIKA, per citarne uno solo, e anche perché i suoi lavori sono stati recensiti da varie prestigiose riviste del settore, tra le quali la famosa britannica MixMag. Dire che gioco in casa è un po’ riduttivo, non è questo che mi spinge a scriverne, né lo sono la stima e l’affetto che mi legano all’artista (che nonostante porti un nome e abbia origini very British è di natali cremaschi), ma lo sono la sua arte e la sua professionalità senza uguali. FIVE SIDES è l’ultima fatica di TLO, ma non penso sia l’ultimissima, essendo nota ai più la sua continua evoluzione e produzione, il suo work in progress costante, senza sosta. Anyway, questo EP studiato per una messa in scena istrionica e plateale, è un mix di elettronica e ricerca sperimentale la cui destinazione principe è il teatro (ma va benissimo anche per un ascolto nello stereo di casa vostra o in auto a tutto volume, fidatevi) ed è legato a una performance nata dalla mente del famoso arpista cantante e cantautore di musica celtica Phil Holland, il quale notoriamente si lascia ispirare da sonorità a lui inusuali ma che approva e immagazzina ottenendo risultati sorprendenti, dettati dalla fusione della sua musica, quella celtica appunto, con il jazz e con l’elettronica. Le contaminazioni non mancano, una batteria rubata a “In the air tonight” di Phil Collins, o un “Babooska” di Kate Bush mixata con sound attuali, ciò fa dedurre che nella musica di TLO traspare e si sente tutta la sua esperienza tenuta insieme da vari punti di congiunzione tra i quali le influenze esterne appunto, legate alla sua venerazione per la musica dei progressive Emerson, Lake & Palmer in primis, per l’elettronica dei Kraftwerk, per la passione per i Depeche Mode, fino all’amore per la musica Tekno Pop britannica anni ’80, e con la devozione, adorazione e dedizione sempre più pesanti verso i sintetizzatori e le strumentazioni “non classiche”. Il suo è un percorso alla “One-man band”, ma le collaborazioni prestigiose con l’amico Roberto Corinaldesi aka Hard Corey, con Franco Moiraghi, le produzioni con Velerio Gallorini, con Roby Benvenuto e con J.T. Vannelli, nonché i contributi e le partecipazioni nei suoi lavori degli amici DJ quali DJ Tony Mc Kenzie e DJ Ezio The Groove Spoldi, lo porteranno ad avere un seguito sempre maggiore e ad ottenere notevoli riconoscimenti sia in patria che all’estero. In origine avrebbe dovuto essere una Quadrilogy, ma l’esigenza artistica ha fatto si che se ne aggiungesse una quinta di traccia, da qui appunto il nome FIVE SIDES, con un mix di musica celtica (arpa, violino e voce) unito a un sound totalmente elettronico, forgiato da tastiere, expanders, computer, sperimentando e spaziando fino a conseguire un lavoro rivolto a chiunque proprio perché si dilata in molteplici direzioni, non dimenticando però il punto di partenza e anche la sua final destination, che è la visual art di musica e danza in ambito teatrale. Per il resto do spazio ai fatti, perché dire che Jeremy Bender sia un orso è riduttivo, è un creativo che non ama parlare di sé, ma lo lascia fare solo ed esclusivamente alla sua musica, ed è forse la cosa migliore che ogni artista possa fare.

Link: www.deepnight.it ; http://www.discogs.com/search?type=all&q=Mario+Riboldi&corrected=1

 

Recensione di Margherita Simonetti

JAMES LA BRIE

Static Impulse

Inside Out

 

A distanza di ben cinque anni, James LaBrie dà alla luce un nuovo album. Dal momento che il precedente album (“Elements Of Persuasion”) mi aveva favorevolmente impressionato mi sono precipitato dal mio negoziante di fiducia per procurarmi una copia (in digipack con 2 bonus tracks!!) e, vista la spasmodica curiosità, mi sono tuffato all’ascolto perlustrando in ogni meandro queste 14 canzoni. Non devo starvi a raccontare chi è James LaBrie, direi che lo conoscono anche i monaci in Tibet, quindi senza perder altro tempo inizio le danze. Il potente suono delle chitarre unito al ritmo indiavolato di “One More Time” ci fa balzar in piedi ma le sorprese non finiscono qui, perché non appena inizia la parte cantata, escono dalle casse degli urli growl tali da farmi prendere il cd in mano per controllare di non essere vittima di qualche errore di produzione/stampa o altro. Vi confermo che si tratta del disco di LaBrie, ma lui dov’è?? Eccolo arrivare a metà canzone, con la sua voce inconfondibile. L’aver inserito due voci, due modi diversi di cantare (l'altra di proprietà di Matt Guillory, tastierista e co-autore di tutti i brani già presente nel precedente album) non fa altro che enfatizzare le qualità tecniche e la bellezza del suono prodotto dalle corde vocali del canadese. Il tema della potenza/violenza intesa come doppio cantato, riff crudi e sezione ritmica serrata, torna ad essere protagonista in “Jekyll Or Hyde”, “Mislead” e “This Is War””. Le tastiere suonate da Guillory hanno un ruolo importante e lo ben dimostrano maggiormente in due canzoni, “Mislead” e “I Tried” con riff appassionanti sin dal primo ascolto: la prima più elettronica, contiene inoltre un assolo di chitarra veramente pregevole. Ed è proprio anche per merito del nostro Marco Sfogli -oltre che logicamente per la voce di LaBrie- che si crea un ponte-filo conduttore musicale con “Elements”, dato dal fatto che il suo modo di suonare è ormai riconoscibile. Il disco in questione contiene un sacco di brani di ottima qualità, sia a livello melodico che a livello di soluzioni musicali scelte. A mio parere le punte di diamante possono essere “Euphoric” con un chorus coinvolgente al punto giusto ma soprattutto “Coming Home” dove LaBrie si supera esibendosi in un cantato in registri bassi. Amo la sua voce in tutte le sue sfaccettature, ma è quando canta in questa maniera che mi arriva a far vibrare le corde del cuore. Le due bonus tracks altro non sono che “Jekyll Or Hyde” versione demo cantata solo da Guillory e “Coming Home” in una versione alternativa ma sempre toccante. LaBrie ha iniziato-collaborato a diversi progetti da quando la sua notorietà è aumentata, progetti come “Mullmuzzler”, “Madmen And Sinner”, “Leonardo The Absolute Man”, “The True Symphonic Rockestra” (senza dimenticare un primordiale ed ottimo “Winter Rose” pre-Dream Theater) ma solamente con questi due album usciti con il suo nome, ha trovato una strada valida da percorrere risultando piacevole e soprattutto credibile. In questo ultimo lavoro sorprende la cattiveria soprattutto se paragonata alle cose in cui si è sempre cimentato. Consigliato non sono agli italian dreamers ma a tutti gli amanti del prog metal, in questo caso più metal che prog!!

 

Recensione di Andrea Lami

ASIA

Spirit Of The Night

Frontiers Records

 

Questo album (che uscirà sia in versione CD che DVD), saltato fuori dagli archivi personali della band, ci mostra gli Asia in formazione originale catturati dal vivo in una performance entusiasmante. La scaletta comprende i classici della band, pezzi come “Only Time Will Tell”, “Don't Cry”, “Heat Of The Moment” che rappresentano quelle conferme che tutti vogliamo quando andiamo ad ascoltare una band dal vivo. Le sorprese sono rappresentate dai pezzi estratti da “Phoenix” penultimo album in studio e primo dopo la reunion (l’ultimo è il successivo “Omega” già a suo tempo personalmente recensito!!). La scaletta è di tutto rispetto e il compito di aprire le danze viene interpretato magicamente da “Only Time Will Tell” il cui intro portante di tastiera avrà l'effetto di un'edera nella parte del vostro cervello dedicata alla melodia. Un riff di matrice maideniana introduce “Time Again” un brano con qualche anno alle sue spalle, mentre “An Extraordinary Life” e “Never Again” sono più recenti facendo parte dell'album della reunion. “Fanfare For The Common Man” (in esclusiva della versione cd) è un altro classico egregiamente sorretta da un ottimo lavoro di tastiera che non fa sentire la mancanza del cantato. L'album prosegue nel cammino tracciato un po' come un passo dentro alla propria orma, calando un pochino di intensità fino ad arrivare ad un superclassicone “Heat Of The Moment” dove la partecipazione del pubblico finalmente si fa sentire e rende quest'album un vero live, soprattutto nella parte finale del pezzo quando il pubblico viene chiamato a prender parte ai cori. Per render ancor più ghiotto il dischetto viene inserita una bonus track inedita (“Midnight Sun”) che poco si distanzia dal repertorio di questa grande band anche se, tolto l'ottimo inizio, sembra un po' perdersi e da l'impressione di essere una classica B-side!! questo è un album che trova i suoi punti di forza nei classici della band: il mio consiglio è quello di destinare i vostri risparmi al DVD in modo che i vostri sensi vengano maggiormente coinvolti.

 

Recensione di  Andrea Lami

STRANGEWAYS

Perfect World

Frontiers Records

 

La reunion degli scozzesi Strangeways è l’occasione per me di recensire per la terza volta il cantante Terry Brock, viste le sue recenti pubblicazioni (Giant e disco solista). Complice il Firefest(ival) 2010 che ha inserito nel bill il gruppo in questione e più precisamente con la lineup di due album come “Native Sons/Walk In The Fire”, gli Strangeways si sono ritrovati, riformati ed hanno deciso di comporre ancora della buona musica. Ma facciamo un passo indietro per chi come me non conosceva così a fondo questa band col kilt. Gli Strangeways hanno ricevuto molte recensioni positive, specialmente dalla stampa britannica (ma si sa che gli inglesi sono molto campanilisti) tanto da permettere loro di andare in tour con band come Europe, Bryan Adams e Meat Loaf. È con l’album “Native Sons” che il nome degli Strangeways viene impresso nella memoria di tutti gli amanti dell’AOR (quindi ero l’unico a non conoscerli!!!), E la dimostrazione viene data da Kerrang che definisce l’album in questione come “the greatest and most preciously perfect AOR album of all time”. Purtroppo però le vendite non sono all’altezza tanto che nell’album successivo (“Walk In The Fire”) la band ricerca un sound ancor più personale, abbandonando un po’ la strada già percorsa da band come i Journey. Il risultato è ancora una volta sorprendente!! Brock decide di andar a cercar fortuna in America quindi la sua avventura si conclude ed il suo posto è stato preso da Ian Steward con il quale la band darà alle stampe tre album ma di diversa atmosfera. L’attuale ritorno di Terry, con tutta la sua esperienza maturata in questi anni in USA, corrisponde al ritorno a certe sonorità che hanno reso celebri il gruppo, la conseguenza logica è un lavoro molto più maturo sotto tutti i punti di vista. Occhi ed orecchie puntante su brani come “Time” dalle atmosfere magiche, quasi da film (avete presente quelle scene finali dove l'attore principale viene ripreso di spalle mentre piano piano esce di scena in lontananza? oppure “One More Day” e “Bushfire”, con il loro lento cadenzare capace di riportar alla mente vere pietre miliari come Bad English & c. Nota in chiusura per la copertina, sicuramente di forte impatto ma che nulla c’entra con il titolo dell’album.

 

Recensione di Andrea Lami

UNRULY CHILD

Worlds Collide

Frontiers Records

 

Dopo ben sedici anni dallo scioglimento, i membri originali degli Unruly Child si sono riuniti per la produzione di questo album nuovo di zecca. Oltre alla singer Marcie Michelle Free, al chitarrista Bruce Gowdy ed al tastierista Guy Allison, chiudono le file il batterista Jay Schellen (già visto all’opera con Hurricane, World Trade ed Asia) ed il bassista Lassy Antonino (già con Ambrosia e Air Supply ma forse più facilmente riconoscibile nel ruolo di “The Wolfman” nel film “That Thing You Do” con Tom Hanks). La notizia bomba è proprio il rientro nel ruolo di cantante di Marcie Michelle Free, personaggio molto noto al pubblico amante di certe sonorità melodiche (non solo per le vicende personali nelle quali non voglio assolutamente entrare).

Gli Unruly Child nella loro costante ma lenta evoluzione hanno pubblicato un album che riflette sia le radici, una sorta di riassunto del passato, al quale tuttavia non restano ancorati, compiendo anzi un passo in avanti, con gli occhi puntati al futuro, come già si evince da “Show Me The Money”, il pezzo di apertura, passando per “Talk To Me” con la sua facilissima melodia, fino ad arrivare a “Very First Time” altro brano accattivante del quale gira in rete il relativo video promozionale. Le sperimentazioni sonore sono contenute in brani come “When We Were Young”, “Life Death” oppure in “Neverland”. Questo album-reunion è più una conferma che una sorpresa, viste le qualità -rimaste perfettamente intatte dopo l'operazione-della cantante Marcie Michelle Free. Sicuramente non il solito album visti i passi avanti, ma le qualità ci sono tutte. Bentornati. Nota di merito per una copertina bellissima a cura di Hugh Syme già all'opera con Rush, Megadeth, Whitesnake: l’ipotesi che la terra sia solo una biglia (peraltro già proposta nel film MIB) mi diverte e porta alla mente la nostra infinita piccolezza!!

 

Recensione di Andrea Lami