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ALTER BRIDGE

AB III

Roadrunner Records

 

Non una o un paio, ma ben una decina (forse anche qualcosa in più) sono stati gli ascolti prima di procedere a questa recensione. Ascolti in diverse situazioni, differenti momenti della giornata, dallo stereo, dal pc tramite cuffie, in auto... insomma ho ascoltato attentamente questo “AB III”, il nuovo e tanto atteso album degli Alter Bridge. Band ormai affermatisi tra le più credibili e raffinate realtà del mondo Rock che, incurante di ogni moda, continua a costituire un microcosmo incantato, dai caratteri consolidati e tuttavia ancora in grado di regalare pregevoli creazioni, ove a supportarle vi sia, come nel caso degli Alter Bridge, una scrittura e musica di qualità. La sostanziale differenza (che, a seconda dei punti di vista, potrà essere considerata un passo avanti o meno) tra “AB III” e i suoi predecessori, comunque, risiede tutta nella maggior accuratezza con la quale il progetto è stato concepito e realizzato. La chitarra inconfondibile di Mark Tremonti e la voce di Mr. Myles Kennedy, oggi uno dei MIGLIORI vocalist in circolazione e lo si evince sia dai pezzi più tirati sia nelle parti più sussurrate, sono i punti di forza in assoluto di questa splendida band ( non fatemi scrivere note biografiche, tutti voi dovresti conoscerli bene). Gruppo che ha dato alla luce ( che il dio del Rock li benedica) "Blackbird", il secondo album che è in assoluto un must totale, almeno per me. Ma ora andiamo a descrivere questo terzo lavoro, intitolato semplicemente “AB III”, composto da ben 14 canzoni. Un lavoro dignitoso, un disco bello, punto. Non è "Blackbird", questo è sicuro, è diverso nelle melodie (ma solo per certi aspetti), è profondo, non è aggressivo, ma è sicuramente un disco ottimo che evidenzia la vena artistica emozionale di Myles. Il suo è un modo di cantare che cattura al primo ascolto. Il suo stile è vario e ben si sposa alla stessa maniera con sonorità Rock belle tirate e con ballate dal sapore agro dolce. Nella loro musica ci sono le radici del rock e c'è tanto sound nuovo ( post-grunge/rock), quello che li caratterizza è comunque la ricercatezza delle soluzioni melodiche. Al centro di tutti i passaggi, di tutti i riff e rullate in questo disco c’è “Isolation”, il singolo da ascoltare assolutamente al massimo del volume. Pezzo che vale come un diamante; si aggiudica il massimo dei voti. Il cuore dell’album sono le emozioni, questo è chiaro e, tracce come “Ghost Of Days Gone By”, “Breathe Again”, “Life Must Go On” ne sono la prova.... ballate dal tepore avvolgente..magnifiche! E poi c'è “Still Remains” con chitarre granitiche da “pettinarti” per bene che racchiude il marchio di fabbrica che conferisce il suono Alter Bridge, ma stile e sound in una chiave ancor più matura. Davvero un pezzo stratosferico!! Lasciate dunque cadere i pregiudizi e cercate di ascoltare a fondo un disco che vi stupirà piacevolmente per la produzione ( il sound potente e luminoso che ne deriva), per la dedizione che i nostri dimostrano e per la semplice bellezza delle quattordici tracce di questo ultimo lavoro. Che dire... miei cari Myles Kennedy, Mark Tremonti, Brian Marshall e Scott Phillips avete realizzato un disco di qualità! Album consigliato! Link: www.alterbridge.com

 

Recensione di AngelDevil

RHAPSODY OF FIRE

The Cold Embrace Of Fire - A Dark Romantic Symphony

Nuclear Blast

 

A brevissima distanza dall’uscita di “The Frozen Tears Of Angels” tornano i Rhapsody Of Fire con un minicd della lunghezza di 35 minuti totali -diviso in 7 atti- parte del quale è maturato durante la composizione del precedente album anche se, trattandosi di una composizione di una certa rilevanza, i nostri hanno preferito lavorarci dopo l’uscita del cd per aver maggior tranquillità. I primi due brani, composti per lo più da dialoghi, rumori di sottofondo e parti sinfoniche, sono solamente un'introduzione alla canzone vera e propria che prende forma nella terza traccia: “The Ancient Fires Of Har-Kuun” che ripaga in pieno l'attesa venutasi a creare dall'inizio di questo album. Quasi quindici minuti di canzone dove possiamo trovare un po' di tutto, taglienti riff di chitarra elettrica, arpeggi di chitarra acustica, passaggi in lingua inglese ed in lingua madre una volta puliti e chiari un'altra volta cattivi e più scuri, classici cori e melodie ormai tipiche del combo, senza dimenticare affascinanti parti di tastiera capaci da sole di dare un significato alla canzone stessa, soprattutto nella parte finale della canzone. “Betrayal” è un'altro intermezzo condito da dialoghi e rumori di scena che aiutano a spiegare l'evoluzione della storia e ci porta dritti dritti a “Neve Rosso Sangue” un brano lento totalmente cantato in italiano. Personalmente preferisco Lione quando canta in inglese, forse complice il fatto che in italiano la sua voce mi ricorda un ibrido tra Al Bano (per tonalità) e Branduardi (per sonorità). “Erian's Lost Secrets” è l'ultima canzone dell'album, un midtempo cattivissimo con una parte sinfonica rilevante. La chiusura del minicd è opera di Christopher Lee, ormai partner del gruppo e voce narrante per eccellenza. Un album che non aggiunge nulla a quanto conosciamo dei Rhapsody Of Fire se non la forte volontà di gridar a tutti che sono tornati a riprendersi il loro ruolo che loro spetta di diritto.

 

Recensione di Andrea Lami

MADBALL

Empire

Nuclear Blast

 

“Il nuovo dei Madball suona come un disco dei Madball” stop . Si potrebbe riassumere in queste poche parole la recensione di “Empire” in uscita per la Nuclear Blast . Lasciando a voi lettori e a chi conosce il gruppo aggiungere un giudizio positivo o negativo alla frase. Per me è positivo in quanto i Madball sono una certezza di continuità, insomma, se acquistate un loro disco sapete cosa aspettarvi. Attivi dal 1988 sono ormai una leggenda nel mondo Hardcore, Freddy Cricien è un icona nella “scena” della East Coast come il suo frattelastro Roger Miret ( Agnostic Front ) . Quest ultimo sforzo è prodotto da Eric Rutan degli “Hate Eterna” che ha lavorato con “Misery Index” e “cannibal Corpse”. Cricien ha dichiarato che Eric è un perfezionista e ha dato un impronta decisamente “Hard” al lavoro. Le influenze Metal care al gruppo si sentono in quasi tutti gli episodi, ma non in modo troppo invadente, lo stampo Hardcore rimane costante. Un piacevole pugno in faccia diretto. Sedici canzoni, dal Metal-core della iniziale “Invigorite”, all’Hardcore del minuto e quarantasei di “Shatterproof”, con la partecipazione di Roger Miret alla voce. Non mancano i pezzi cantati in spagnolo, in questo caso intitolati “ Con Fuerza” e “Spider’s Web”. “R.A.H.C.” è la song più Old school di tutte e mi aspetto che il ritornello venga cantato in coro dal pubblico durante i prossimi Live. “Hurt You” dura quarantaquattro secondi ma sono abbastanza per colpire duro. Molto Metal in “Dark Horse” e nella conclusiva “Rebel4life18”. Insomma un buon disco di classico metal-Hardcore Old School che non deluderà i vecchi Fans dei Madball (per cui Noi) e le nuove leve che troveranno pane per loro denti affamati di suoni pesanti e veloci. Il giudizio finale non può che essere positivo. N.Y.H.C. ( New York Hard Core ) come se piovesse e, se alzate troppo il volume anche sangue dalle orecchie.

 

Recensione di Luca Casella

ACCEPT

Blood of the Nations

Nuclear Blast

 

Difficile aprire una nuova era per un gruppo. Più che altro, ci si domanda se può avere senso, specie se l’uscita di alcuni componenti vede, all’interno di questi, la voce e, in particolare, se la voce si chiama Udo Dirkschneider. Blood of the Nations, primo lavoro del post-Udo, vede alla voce il dignitosissimo ed in gamba Mark Tornillo, che fa di tutto per essere energico, sanguigno e tagliente, proprio come il suo predecessore….forse anche troppo. Sin dall’opener Beat the Bastards e con il supporto della successiva Teutonic Terror, si nota un songwriting roccioso, energico, in pieno stile Accept, dove chitarra e basso delle menti musicali Hoffman e Frank (con quest’ultimo passato al basso) ci offrono un piatto che non tradisce le attese, molto in linea con la loro tradizione, ma modernizzato da una spettacolare produzione. Continuando nell’ascolto ed andando a soffermarsi su brani come Rollin’ Thunder e Pandemic, oltre ad apprezzare l’operato di Stefan Schwarzmann, il nuovo batterista (almeno per quanto riguarda materiale inedito; aveva già suonato sul precedente remake di successi The Final Chapter) e dell’ascia nuova Baltes, si ha, comunque, l’impressione, di ascoltare un album riuscito a metà, vuoi per il tentativo di comunicare che ‘Ehi, tranquilli, qui nulla è cambiato, nonostante tutto!’, vuoi per l’assenza di Udo….e la presenza di Mark. Già, perché il tentativo di Tornillo di imitare l’ugola raschiata e tagliente di Udo, toglie personalità e mordente ai pezzi: non è la capacità che si discute. Il fatto è che di Udo ce n’è uno solo. Forse bisognava, almeno per il vocalist, cambiare pagina totalmente, se si voleva iniziare un nuovo ciclo: altrimenti, molto meglio i ricordi ed i vecchi dischi. Come andare in Giappone e pretendere la carbonara. Né carne, né pesce.

 

Recensione di Andrea Evolti