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REPLACE THE BATTERY

Daily Birthay 

In The Bottle Records / Audioglobe

 

Gruppo padovano, in attività dall’anno 2004, i REPLACE THE BATTERY, al loro esordio discografico con questo full lenght, DAILY BIRTHDAY, datato Ottobre dell’anno 2010, sono Alessandro (voce e chitarra), new entry dal 2009, Francesco (chitarra, basso, tastiera virtuale e voce), Angelo (chitarra), Giuseppe (batteria) e Matteo (basso). I cinque sono sicuramente amanti del genere elettronico un poco malinconico, ma anche utopista e visionario, e lo si intercetta sin dal primissimo ascolto. Questo album fa seguito ad un precedente EP, sempre con la stessa etichetta discografica, oltre che ad anni ed anni di gavetta e concerti che sono poi quelli che aiutano a farsi le ossa. Qui prestiamo attenzione a otto tracce di facile melodia morbida mista a psichedelia ed elettronica che sembrano disegnare un viaggio nello sconosciuto ed enigmatico cosmo, tra pianeti più o meno lontani. Tanto suonato e poco cantato, potrebbe essere interpretato come un su e giù nello spazio, un viaggio lento e assaporatore, a volte accelerato e sollecitato, a volte osservatore quindi più calmo, quasi pigro. Sicuramente è un viaggio maturo, consapevole e orientato verso la drammaticità sonora. Già dalla traccia d’intro il colmarsi di 100% psichedelica si manifesta palese, e così si procede via via mixandola all’elettronica imperante, senza grossi clamori o scossoni, ma il tutto strumentalizzato adeguatamente e nella norma. E’ questo l’ambito dunque, unito a una espressività new wave con punte di shoegaze di antica memoria rubate ai My Bloody Valentine, per dirne una, del resto tutto questo non è novità, bensì è fermamente confermato nella loro biografia. Nonostante le influenze siano esplicite, questo lavoro contiene pure parecchia personalità e soggettività che ne fa dedurre che ci troviamo davanti a un buon prodotto per una buona band, la tecnica è valida e pregevole, l’impatto è immediato, e comunque più che positivo per gli amanti del genere.

Link: www.myspace.com/replacethebattery ; www.myspace.com/inthebottlerecords

 

Recensione di Margherita Simonetti

VIRGIN STEELE

The Black Light Bacchanalia

PSV Steamhammer

 

Finalmente il nuovo album dei Virgin Steele! Vi assicuro che il presente "The Black Light Bacchanalia" e in uscita per la PSV Steamhammer, racchiude tutto il meglio che David DeFeis, Frank Gilchriest, Josh Block e Edward Pursino hanno saputo esprimere nei lavori precedenti con un power metal ricco di contorni dal sinfonico al progressivo suonati con la classe di sempre e, soprattutto, senza mai cadere nel banale nonostante la lunghezza dei brani e per scoprirlo non ci vuole molto, si parte subito con l'opener "By The Hammer Of Zeus" (And The Wrecking Ball Of Thor), epica al punto giusto e dove si riascoltano le atmosfere del capolvoro in doppia uscita (1994/1995), e senza tempo "The Marriage Of Heaven And Hell", mentre la successiva "Pagan Heart" è una song che ben si alterna tra mid - tempo e sound più metal grazie alla chitarra di Pursino e altrettanto ben accompagnata dal crescendo di tastiere di DeFeis. L'eccezione di minor durata la si trova in "The Bread Of Wickedness" densa di ottime melodie se pur non troppo ariose e arricchita da cori eccellenti, atmosfere leggermente aoreggianti le si ascoltano nella track "In A Dream Of Fire" sostenuta da un refrain pomp rock e al quale la band è spesso incline (ben venga!), l'immancabile power ballad arriva con Nephente" (I Live Tomorrow), carica di delicata e intensa epicità amplificata dal tocco magico della chitarra di Pursino e visto che siamo in tema di sweet songs, la seconda ballad presente nell'album è "The Tortures Of The Damned" dove voce e piano la fanno da padroni con un minor spazio, per l'occasione, agli altri strumenti. Come accennato ad inizio recensione la band si tuffa anche in momenti più prog e "The Orpheus Taboo" ne è la testimonial track per eccellenza con un chorus assolutamente avvincente e, a proposito di atmosfere allettanti, rocciosa e melodica (sembra contraddittorio, ma credo sia tra le migliori qualità del quartetto statunitense), è la title track dell'album che presenta una spiccata teatralità nella parte centrale oltre a un azzeccatissimo mix tra chitarra e tastiere, sound assolutamente indovinato e che si ripete in "Necropolis" dove David DeFeis da ancora il meglio di se con una performance vocale morbida e sopraffina. Il brano che presenta una più lunga durata è "To Crown Them With Halos Parts" contraddistinto da due parti e che vede i Virgin Steele tra le loro migliori interpretazioni attraverso un incredibile mix di grazia, delicatezza e puro metal senza dimenticare il tocco epico (preceduto da un cambio di ritmo assai geniale), piacevolmente spezzato dalle magistrali sei corde di Ed Pursino e a seguire, la delicata e brillante "Eternal Regret" in puro stile pomp prong che si distingue dal resto del Cd e che mostra ancora una volta l'innata capacità della band di saper spaziare con gran classe e...si, sono già arrivato alla track conclusiva, segno di un lavoro davvero di eccelsa scorrevolezza e per il quale non potevano assolutamente mancare varie versioni di uscita, ben quattro: standard cd, limited edition, download digitale e per gli amanti del sempre verde e indimenticato vinile, il box set.

 

Recensione di Francesco Cacciatore.

RONNIE WOOD

I feel like playing

Eagle Records

 

Ronnie Wood, storico chitarrista dei Rolling Stones, arriva con questo “I feel like playing” al suo settimo album da solista. Un lavoro, davvero ben riuscito, che vede il buon Ronnie, circondarsi di ospiti stratosferici, bene o male tutti suoi amici da molto tempo. La copertina del cd è curata dallo stesso Ronnie, affermatissimo anche come pittore (ricordiamo la sua mostra milanese di qualche anno addietro curata dal conduttore televisivo e modello,Raz Degan) ed è coloratissima e solare, come la musica presente in questo cd. Il cd è composto da dodici pezzi, tutti impreziositi da qualche ospite speciale ad effetto. I nomi son altisonanti e rispondono ai seguenti nomi: Slash, presente in cinque pezzi del cd; Flea dei Red Hot Chili Peppers in tre pezzi, Billy Gibbons degli ZZTop presente in due pezzi; lo storico batterista Steve Ferrone (ora clamoroso acquisto dei Pooh) in quattro pezzi ed Eddie Vedder, leader dei Pearl Jam, coautore di “Lucky Man”. Son sempre presenti anche storici suoi collaboratori e degli Stones, quali Waddy Wachtel alle chitarre e Ian McLagan alle tastiere. Un lavoro, decisamente dal timbro rock con molte venature blues e in cui finalmente Ron Wood puo’ fare quello che vuole, fuori dai Rolling Stones. Negli ultimi anni, il suo ruolo negli Stones è stato davvero sacrificato, sia in studio sia in sede live. La sua voce è graffiante e risente certamente di tutti gli abusi alcoolici, perpetrati da Ron al suo corpo e che l’hanno portato in cliniche di disintossicazione svariate volte. Il cd è prodotto da Bernard Fowler, famosissimo per gli Chic e ha una produzione cruda, senza troppe sovra incisioni in studio. Analizzando invece nello specifico il cd non si puo’ che rimanere conquistati dalla lieve melodia presente nell’opener ”Why don’t you wanna go and do a thing like that”, che vede subito schierato accanto a Wood un tridente di superstars formato da Slash, Flea e Ivan Neville. Per non dire di uno degli autori, Kris Kristofferson. L’assolo in slide di Slash è molto bello, Flea si limita ad eseguire con maestria le sue parti di basso e il moog di Ivan Neville è la ciliegina sulla torta, accanto ad un’interpretazione tipicamente alla Wood, con voce sofferta e roca. Molto reggaeggiante e chiaro omaggio a maestri del reggae quali Peter Tosh o Bob Marley è la seguente “Sweetness my weakness” che oltre a Slash, vede alla batteria Mr Steve Ferrone,per una canzone molto allegra e ballabile. Forse un po’ troppo ripetitiva in alcuni passaggi, ma sostanzialmente e sicuramente gradevole. Abbiamo un altro superospite nella successiva traccia, chiamata “Lucky Man”: Eddie Vedder, che pero’ si limita ad essere uno degli autori del testo. Una canzone, che ha un bel ritmo pulsante e ballabile e che potrebbe anche essere cantata da interpreti dalla voce roca e nasale,t ipo Dylan o Petty. Le chitarre sono di un certo Bob Rock, e penso che non ci sia bisogno di introdurlo, in quanto è anche un produttore leggendario. Le tipiche armonie delle tastiere di Ian Mc Laughan, completano questa canzone che, è una delle migliori del disco. Anche se chiudi gli occhi e non leggi i crediti, invece riconosci al primo accordo Billy Gibbons, leader degli ZZTop che è presente nel rhytm and blues “Thing about you” di cui è anche co-autore insieme a Wood. Una canzone da gustare con un bel ”Southern Comfort” tra le mani e che ti fa battere il piedino a ritmo. Riuscitissima e molto fedele all’originale è “Spoonful”, megaclassico di Willie Dixon e che vede ancora la strepitosa accoppiata Flea e Slash presente. Le parti vocali sono divise tra Ronnie e il produttore Bernard Fowler. Una canzone che sicuramente piacerà agli amanti di Slash, visto che ha il classico incedere di “Always on the run” di Kravitziana memoria, ma che ovviamente è stata scritta molto prima. Il basso di Flea è molto funkeggiante e ben suonato. Una canzone ballabilissima. Potrei bene o male segnalarvi che nessuna canzone è veramente brutta nel cd ed è già un bel risultato,ma concludo la mia recensione segnalando anche tra le mie preferite “Tell me something” dove è presente un collaboratore storico degli Stones, Waddy Wachtel, un pezzo mid-tempo e allo stesso tempo dal groove sfacciato. Slash, invece, per gli amanti dei Guns N’Roses, è presente anche nella conclusiva “Forever”. Un gran bel disco, che non raggiunge il massimo dei voti miei, per davvero un nonnulla e che consiglio a tutti gli amanti del classico rock n’roll, duro a morire e senza fronzoli.

 

Recensione di MauRnrPirate

POWERWORLD

Human Parasite

PVS Steamhammer

 

Anno 2008, esce l'album di debutto (e omonimo), dei tedeschi Powerworld, band dal puro metal melodico creata dall'ex bassista dei Freedom Call Ilker Ersin e che, per il secondo "Human Parasite" griffato PSV Steamhammer, la line up si completa con la conferma di Nils Neumann (altro ex Freedom Call), alle tastiere e il chitarrista ed ex Jaded Heart Barish Kepic che tra l'altro ha contribuito alla composizione di gran parte dei brani insieme a Ersin; due sono le nuove ed eccellenti entrate: Andrew "Mac" McDermott (la voce dei Threshold), e l'ex drummer dei Victory Achim Keller che hanno sostituito Steffen Brunner e Jurgen Lucas. Credo si possa parlare di un ulteriore passo avanti dei Powerworld sotto il profilo ritmico e soprattutto vocale in quanto McDermott ha fatto fare alla band un notevole salto di qualità già evidente nell'opener "Cleansed By Fire" accompagnata da un un sound altrettanto notevole e che si ripete lungo il percorso dell'album attraverso la title track "Human Parasite, "Caught In Your

Web" (che riporta ai Savatage dei tempi di Zachary Stevens), "East Comes To West" preceduta dalla breve intro e strumentale - acustica "Hope" e "Time Your Demons" ben supportata da un inizio energico e rombante. Non sono assolutamente da meno le altre tracks e due in particolare mi hanno colpito: "Time Will Change" dal chorus incredibile, atmosfere particolarmente profonde e arricchita da un solo magistrale e la flashback anni '80 "Evil In Me", fermo restando che i soli hanno un tocco maestro in tutte. Ottima la partenza in "Stand Up" e che porta a un decollo perfetto della stessa così come per la tuonante "Children Of The Future", tuonante, ma senza conseguenze temporalesche se non per l'intensa carica che trasmette, ma la band sa egregiamente alternare a momenti vivaci altri piacevolmente soft omaggiandoci con la sospirata "Might Of Secrets" che lascia però spazio a un chorus di grande sostanza e vista l'attenta scrupolosità con la quale i Powerworld hanno dato vita a "Human Parasite", non potevano certo deludere nel finale ed ecco così "King For A Day" degna conclusione di un album da pole position e che, pronto ai ranghi di partenza, saprà senza dubbio rimanere costantemente tra le primissime posizioni.

 

Recensione di Francesco Cacciatore.

KENS DOJO

Reincarnation

Aor Heaven / Frontiers Records

 

Molte persone si chiederanno chi sia questo Kens Dojo. In realtà dietro a questo pseudonimo d'ispirazione Orientale si nasconde un personaggio di tutto rispetto nel panorama rock. Sto parlando di Ken Ingwersen, un musicista e produttore europeo che si è costruito la propria notorietà nell'ambiente grazie a grandi collaborazioni con Speed e soprattutto con Ken Hensley dei leggendari Uriah Heep. Oggi è voluto uscire da dietro le quinte pubblicando questo lavoro che rappresenta il suo esordio assoluto in veste di musicista, pubblicato dalla Aor Heaven/ Frontiers Records e disponibile dal 27 Agosto. Un disco di gran classe dove Ken non dà sfogo ai virtuosismi impossibili (come molti chitarristi cercano di fare nei loro album solisti) ma mantiene un profilo “fresco” e lineare, creando dei pezzi di chiaro stampo AOR e Hardrock ma con diverse sfumature sorprendentemente Fusion e d'atmosfera, come la splendida title track “Reincarnation” dove sembra quasi di sentire un classico pezzo dell'artista Sade. L'idea iniziale era quella di creare un disco interamente strumentale ma, rendendosi conto di quanto questo potesse risultare noioso, ha optato per un disco a metà, con la partecipazione di diversi ospiti in veste di cantanti. Ciò che contribuisce a dare spessore a questo lavoro sono infatti le incredibili collaborazioni che Ingwersen ha chiamato a sé. Si tratta di Nils K. Rue dei Pagans Mind, Michael Eriksen, Morty Black (ex TNT), il grande Ken Hensley (ex Uriah Heep, come detto) ma soprattutto (udite udite!) il grandissimo Glen Hughes! A dimostrazione di come Ingwersen si sia creata una bella reputazione nel corso della sua carriera per potersi permettere questi ospiti illustri. Ovviamente, ma non poteva essere altrimenti, il brano migliore del disco è senza dubbio “I Surrender” dove “The King of Rock” Glen Hughes presta la sua voce, sfornando una prestazione coinvolgente ed intensa. Una ballad epica dove primeggia soprattutto l'ottimo arrangiamento al Piano e l'a-solo di Dojo, con la voce di Glen che fa da splendido sottofondo. Ottime anche “Demon in Diamonds” di chiaro stampo AOR, L'hardrocker “Come Alive” (entrambe cantate da Ken Hensley) e la strumentale “Momentos a Solas”, prima tra le altre cose interamente strumentale presente nel disco. Un altro brano strumentale che fa un po' il verso a Santana è “El Recreo”. Brano d'atmosfera ed intenso nonostante la sua brevità. Da menzionare, infine, l'ottima “Set this Angel Free”, anche questa una ballad dal Groove molto azzeccato e moderno, che rende l'intero lavoro ancora più variegato e ben fatto. In definitiva è un disco piacevole e che sorprende per la sua eleganza compositiva al tempo stesso semplice, diretta ed efficace. Ascoltandolo rimarrete piacevolmente sorpresi. Consigliato!

 

Recensione di SimoSuicide