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DELUDED BY LESBIANS

The Revolution Of Species

New Model Label /Audioglobe

 

Sono matti, si ma da legare ! I DELUDED BY LESBIANS, che si presentano con nomi femminili, quali i curiosi Laura O’Clock (voce, basso e anche rotture di palle), Federica Knox (voce e chitarra, ma pure lamentele e intrusioni sotto la doccia) e Lara Brixen (voce, batteria e tanto altro, tra cui forbici e colla), sono solo tre maschi italianissimi e grezzissimi, che lanciano sul mercato musicale il loro primo full lenght, THE REVOLUTION OF SPECIES, dopo avere partorito precedentemente due EP dai titoli insoliti: “The Importance of Being Ignorant” e “The Ignorance of Being Important”. Al primo impatto, con il CD in mano ho detto: Che orrore !!! carne, ragù, pastiglie e quant’altro davanti ai miei occhi di vegetariana, per mettere in risalto l’evoluzione o rivoluzione della specie? (anche se un senso compatto tutto questo ce l’ha e lo capirete sfogliando il booklet dell’album)…ma una volta inserito il disco nel lettore, ho pensato: mmmhhh certo che sono semplicemente dei portenti creativi, lo ascolto e riascolto, sarà ormai la ventesima volta, e non lo riesco ad abbandonare…Bene, che non siano una band comune lo si capisce immediatamente, già da come si presentano deduciamo che il distinguo sta proprio nel non prendersi sul serio. L’ironia è una dote che rendono fondamentale, e i testi ne sprigionano un sacco, leggendoli mi sono divertita un casino, che belli, questi qui hanno qualche rotella fuori posto, sarà per questo che sono attratta da loro ?? Boh !! Evviva la stravaganza ! Finalmente, era ora, siamo forse un po’ stufi di gruppi che puntano sul look ma di sostanza ne han pochina, invece in questo caso ce ne sarebbe da vendere. Il loro punto di forza pare siano i live show, dove si dice si assista a performance creative e divertenti, non convenzionali, contornate da costumi di scena, effetti speciali, genialate varie e simpatiche, fuori di testa. Segnalo la loro performance di spicco dell’anno 2010, che è stata la partecipazione all’evento massiccio del Sziget Sound Fest di Budapest, insieme solo ai numeri uno mondiali, quindi questo la dice lunga. L’album è piacevole dall’inizio alla fine, si parte con un intro in versione bandistica, che poi ritroveremo a chiusura nell’ultima track, che tra le altre cose riassume il punto di vista firmato Deluded (il cosiddetto Deluded pensiero), con finale in crescendo, ed è il grande messaggio del disco. La chitarra in distorsione, le voci non dominanti rispetto alla base orchestrale, queste voci bizzarre e singolari nel loro cantare insieme, sempre controllate, gli assolo polifonici e mai monodici, gli effetti quasi speciali all’inizio delle tracce, confermano che la matrice è sempre rock e punk, che si appiccica addosso, un rock grintoso , un punk con tanto power, una “Ringo Starr” per batteristi, una “Pompei “ was full of lava, e così via, una introduzione leggermente metal per “Bird Watching”, un ritmo più calmo e molle per “Love is blind”, poi si cresce nuovamente fino al finale. Beh che dire: ascoltateli, leggeteli e non lasciateveli sfuggire, sono una 100% ignorant rock n’ roll band, e ricordatevi poi che “ over the time, over the ages, a drink is still a drink … whatever you have !”. Rock on

Link: www.myspace.com/deludedbylesbians

 

Recensione di Margherita Simonetti

NATALIA GREEN

Pecado Teatral

ArtSide

 

E’ un disco emotivo questo della cantautrice e polistrumentista nonché specializzata in musicoterapia Natalia Green, è un disco pieno di ritmo e saudade, ecco, qui c’è la dimostrazione di come si possa produrre qualcosa di buono quando si hanno tutte le carte in regola per emergere e non rimanere a lungo in sospeso. Natalia Green potrebbe anche diventare una evergreen, uscire dal limbo fino a non dimenticarcela tanto facilmente…Detto questo, manifestiamo esplicitamente che la brasiliana ormai italiana Natalia la musica ce l’ha nel sangue e lo si avverte, lo si annusa, vuoi perché è tipico di chi come lei proviene da quella terra la cui musicalità te la porti dentro dalla nascita, vuoi perché il talento qui è senza dubbio innato. I suoni da lei scelti sono fatti di un pop contaminato con tanta musica etnica, non omettendo mai le sue origini e quindi la sua bossa nova, la quale è però sporcata dall’elettronica, dalla club music e da un po’ di sano e buon rock. Questo PECADO TEATRAL è il suo debutto ufficiale, la cui produzione è stata affidata a Giovanni Ferrario, un EP contenente cinque piccole perle (più il video del brano “So’ louco”), cantate in lingua madre, il portoghese appunto (si segnalano solo brevissime parentesi di cantato in lingua inglese), che si sposa perfettamente con le sonorità eseguite. Anche grazie al supporto di musicisti di calibro considerevole, per spessore e levatura, il lavoro in questione è da definirsi ottimo. La line – up è la seguente: Natalia Green (voce, chitarra acustica e percussioni etniche), Giovanni Ferrario (chitarra elettrica), Laura Masotto (violino e violoncello), Bruce Turri (batteria e percussioni), Stefano Stefanoni (basso), Marco Carusino (chitarra acustica). Subito il CD apre con la bella “Mania”, che al secondo ascolto già la si canta e non la si abbandona, un pop condito di rock e folk, a cui fa seguito “Sem Disfarçar” mista di elettronica e chitarra acustica soave, qui la malinconia brasiliana si palesa e non ci allontana. Procediamo con “So’ louco”, un bel pop con bossa nova che ci immerge nel paese du Brasil, passando per “Canto Do Mar”, con una ritmicità quasi sospesa, concludendo con “No Ar”, in ogni tempo con chitarra dominante. La melodia e l’armonia nell’insieme sono semplici, spesso con tonalità minori ma sempre ritmiche. L’ingresso degli strumenti è curato e pulito, mai invasivo, gi arrangiamenti lineari molto limpidi e chiari, la predisposizione ritmica è evidente, abbinata bene a un piacevole voce brillante. Una nota di merito va data agli archi che marcano i momenti cruciali dei vari passaggi, e sottolineano anche la dolcezza, che non ci abbandona mai, lungo il cammino delle stagioni. Link: www.nataliagreen.com ; www.myspace.com/nathhmusic

 

Recensione di Margherita Simonetti

DOWN

Diary of a Mad Band

Roadrunner Records

 

Ogni volta che i Down fanno uscire un loro lavoro, i Metaller di tutto il mondo aprono bene le orecchie. Stiamo infatti parlando di una delle band più interessanti e per certi versi innovative del panorama Metal, che è riuscita a creare una miscela Metal con spruzzate di Southernrock e Blues che ha reso il loro Sound incredibile e coinvolgente. Dopo aver partorito tre album-gemma nella loro carriera (tra cui l'ultimo e acclamatissimo “Over the Under” del 2007), la band capitanata dall'ex Pantera Phil Anselmo, pubblica questo Live “Diary of a Mad Band” per la RoadRunner Records. Il lavoro è una testimonianza di come ormai la band sia perfettamente rodata dopo aver suonato in lungo e in largo soprattutto negli ultimi anni per la promozione del loro terzo lavoro ed è, per certi versi, un punto di arrivo e di maturazione, che fa capire ai fan di come i Down abbiano ormai acquisito un'Identità ben precisa. Nel concerto traspare bene tutta la loro componente di intensità sonora generata da una miscela Blues/Metal/Rock che mette i brividi. A spiccare è soprattutto la roca e violenta voce di Phil Anselmo che scalda il pubblico presente come in “Losing All” (brano di apertura), “Lifer” e “Temptation Wings”, riuscendo a tratti a regalare dei momenti di malinconia e teatralità come nella splendida “Ghosts Alongs The Mississipi” (momento di maggior apice del Live) e in “Jail”. La band accompagna il proprio leader con ritmi impeccabili e scanditi in maniera precisa, soprattutto è da lodare la precisione in cui i due chitarristi, Pepper Keenan e Kirk Windstein, mitragliano i loro riff sprigionando tutta la grinta e il sudore degne di un'ottima prestazione live. E' piacevole soprattutto ascoltare non solo l'intesa che Phil ha con la sua band ma anche di come riesca ad interagire, grazie a lunghi monologhi, con il pubblico, facendolo diventare parte attiva di tutto lo show e senza dubbio per fare questo bisogna essere dei bravi Frontman. Il resto dell'esibizione scorre via impeccabilmente, chiudendosi con la celebre “Bury me in Smoke”, chiesta a gran voce dal pubblico. Un lavoro curatissimo che riempirà d'orgoglio il fan di lunga data in attesa di un quarto studio album, i quali avranno la possibilità non solo di ascoltare ma anche di vedere l'intera esibizione presente nella versione con Bonus DVD di questo “Diary of a Mad Band”.

 

Recensione di SimoSuicide

CARLOS SANTANA

Guitar Heaven -The Greatest Guitar Classics of All Time

Arista Records

 

Torna dopo cinque anni sul mercato discografico, un autentico dominatore in fatto di vendite dell’ultimo ventennio: il leggendario chitarrista Carlos Santana, passato anche recentemente in Italia per una data al Filaforum D’Assago, sapientemente documentata su RockRebel Magazine, dagli scatti di Francesco Prandoni. L’idea di questo “Guitar Heaven” venne al boss della sua casa discografica, Clive Davis, che gli suggerisce di suonare un album delle migliori canzoni guitar-oriented,affiancato dalla solita schiera di super cantanti ad effetto. Potenzialmente, un mix esplosivo, piu’ di tre Negroni messi insieme, ma che purtroppo, ti lascia un po’ con l’amaro in bocca. La copertina è veramente “low cost”, con un’immagine di Santana, veramente semplice e senza troppe pretese. Il cd si apre alla grande con “Whole lotta love” dei Led Zeppelin, con una superba interpretazione di Chris Cornell e con le classiche ritmiche alla Santana, che personalizza sapientemente il leggendario lavoro di Jimmy Page su questa canzone.Una cover che comincio a sentire su tantissime radio e che non mi stupirei di sentire riproposta in heavy rotation per svariati mesi. Assolutamente normale e senza particolare pathos è la prova del leader degli Stone Temple Pilots, Scott Weiland nella Stonesiana “Can’t you hear me knockin”, canzone molto ritmica ,che probabilmente avrebbe meritato da parte di Santana,un maggiore feeling latino. La collaudatissima coppia formata da Carlos Santana e Rob Thomas (ex leader dei Matchbox 20 e già interprete della famosissima”Smooth”) si ricompone nel classico dei Cream di Eric Clapton “Sunshine of your love”, personalmente rifatta molto bene e che è uno degli episodi maggiormente riusciti di questo disco. Stendo veli pietosi sull’interpretazione e il risultato globale del successivo terzetto di canzoni: inizia lo strazio, la Beatlesiana “While my guitar gently weeps”,interpretata da tali India Are and Yo-Yo Ma, che probabilmente avrà fatto incazzare George Harrison dall’aldilà per una batteria elettronica che disturba e per l’interpretazione piu’degna per soundtracks di films alla “Twilight” che un album di un chitarrista come Santana. La voce di India sarà anche bella ed eterea, ma dopo un minuto mi stufa e il pathos dell’originale composizione di Sir George ,svanisce del tutto in questa reinterpretazioneLa seguente hit dei Van Halen “ Dance the night away”,viene resa dal celeberrimo Pat Morahan, leader dei Train, reduce da un tormentone estivo popolarissimo quale “Hey sweet sister”. Purtroppo è come sentire quella hit in una cover dei Van Halen ed è una cosa senza senso; la canzone viene ampiamente resa al di sotto delle mie legittime aspettative. Si dice,che il peggio debba ancora venire e il picco,sicuramente viene raggiunto da “Back in Black”degli Ac-dc dove il rapper affermatissimo Nas, proprio non riesce a farmi vivere neppure cinque secondi di emozioni, mentre l’originale ogni volta mi provoca tante emozioni quando la programmo sul mio stereo o piastra cd. Se devo citare, una delle covers piu ‘brutte degli ultimi dieci anni, sicuramente ora so di contare su una scelta. Fortunatamente il tiro viene corretto con la successiva “Riders on the storm”, dove sono ospiti Chester Bennington dei Linkin Park e uno degli interpreti originali vale a dire Ray Manzarek dei Doors. L’originale dei Doors non viene piu’ di tanto stravolto e anzi un valore aggiunto, quale la chitarra di Santana, si amalgama alla perfezione con l’incedere del brano. Chester, fortunatamente, regala un’interpretazione grandissima,visto che sia nel suo progetto fuori dai Linkin Park,ma soprattutto con l’ultimo (a mio giudizio) inascoltabile lavoro dei Linkin Park, mi ha deluso parecchio. Ray Manzarek, suona tutte le sue partiture come sulla versione originale. L’altro pezzo che segnalo in sede di recensione è “Smoke on the water” dei Deep Purple, che viene riproposto da Santana con l’ausilio di Jacoby Shaddix dei Papa Roach alla voce che, inizia con il riff tipico della canzone ma con qualche eco in sottofondo, e si mantiene per buona parte della canzone. Una personalizzazione forse un po’kitch, ma che da il classico vibe latinoamericano, tipico di Santana. Un episodio che comunque ho gradito molto e che conferma il buon Jacoby, come uno dei migliori frontman rock sulla piazza. Son presenti anche la cover di “Bang a gong” dei T-Rex,con ospite Gavin Rossdale ,ex Bush e devo dire che la cover dei Power Station è nettamente meglio. Come nettamente meglio son le covers di Sting e degli Skid Row della Hendrixiana “Little wing”, che viene riproposta insieme a un Joe Cocker, in ottima forma, ma che non spacca, come avrei voluto. Scott Trapp dei Creed regala in “Fortunate son” dei Creedence Clearwater Revival un’interpretazione all’altezza, anche se la cover di Santana ha un terzo del mordente dell’originale. Un disco che sostanzialmente consiglio solo a chi è fan di Santana e vuole avere tutto di questo leggendario chitarrista e alle altre persone, consiglio piuttosto di procurarsi un suo qualsiasi album degli anni Settanta, un “Greatest hits” o “Supernatural”, per godere al meglio le note del leggendario chitarrista.

 

Recensione di MauRnrPirate