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SEVERAL UNION

A Look In The Mirror

Copro Records

 

Line –up: Alessandro Montalti (voce), Giacomo Domeniconi (chitarra, cori), Michele Maraldi (Basso), Fabio Foschi (batteria). Il combo cesenate SEVERAL UNION presenta qui il suo secondo album (il primo lavoro è “Resurrection”, datato anno 2006), nove tracks di modern metal molto american style, di ferrata produzione, così come lo sono il songwriting e la tecnica pertinente. La semplicità è la prima cosa che cogliamo e afferriamo all’ascolto, un metal per tutti, ma è una linearità ben trattata e che non stanca affatto, anzi. Con la tipica formazione costituita da voce chitarra basso e batteria, non ci si inventa nulla, ma si produce un valente lavoro, senza scadenza. Una nota di rilievo la meritano l’intro alle canzoni, intro sempre diversi e che lasciano l’ascoltatore sospeso, in attesa, e chapeau anche per i giri ben precisi. La classe è una delle qualità che mi centra, o meglio classe e garbo sono due aggettivi che credo qui siano confacenti. Si parte forte con una cupa “All my demons”, non senza cogliere da subito la presenza spirituale degli Alter Bridge, ma anche dei “nostri” Lacuna Coil, per esempio, che aiutano con la loro influenza forte nella stesura e produzione dei pezzi, lanciandoci addosso un carrello di metal modern style rock, e si viaggia a ritmo sostenuto per circa quaranta minuti scarsi, proseguendo con una classica e tradizionale “Broken Memories”, di cui evidenzio la calzante voce e le accelerazioni importanti. La seguente “Waiting for” conferma la metal attitude della band, è più hard e tirata rispetto agli altri brani, ed ecco che arriviamo alla track che emotivamente concede di più, “7000 Words”, maggiormente forte o fortemente maggiore, che fa sprigionare emozioni altalenanti, ottimi assolo, spingendoci all’apice dell’album. “No One” prosegue la precedente alla perfezione, è molto rock con orientamento hard rock, quindi “Resurrection”, un melodico nostalgico, con partenza in acustico, poi va di melodia ritmata fino a un outro lento, molto slow. Saliamo di tono con “My Salvation”, che spacca a furia di sprigionare forza, e finale con una degna “A look inside (outro)”, con ottimo arpeggio di chitarra , un intro ambient e una chiusura in eleganza, per non perdere l’abitudine al metallo, che a noi fa solo e solo e solo tanto piacere. Link: www.severalunion.it ; http://www.myspace.com/severalunion

 

Recensione di Margherita Simonetti

SUPERHORRORFUCK

Livingdeadstars

logic(il)logic 

 

Immagine forte, ironia costante nelle loro canzoni e un’attitudine tipicamente sleaze; sono le caratteristiche che definiscono i Superhorrorfuck. Band che giunge al suo secondo album ,opportunamente e volutamente pubblicato per Halloween, notte degli zombies, direi che questi ragazzi hanno un culto particolare per queste amene e simpatiche creature della notte. Metti il cd nello stereo e subito ti vengono in mente le famose etichette che mettevano sui cd americani: Parental control advisory. Una band, che molti bigotti non sapranno comprendere a pieno, ma che è semplicemente coraggiosissima a proporre due tipi di attitudine che, solo pochi in Italia, sanno rendere credibili e gradevoli:l’attitudine ribelle e stradaiola e le tematiche legate al mondo degli zombies. Le bands che sicuramente hanno influenzato la band son i Twisted Sister, W.A.S.P, Alice Cooper, Murderdolls, i primi Guns N’Roses, Adam Bomb, Faster Pussycat, Murderdolls e via dicendo. Mixate questi ingredienti sapientemente, senza scopiazzarli spudoratamente, versate diversi ettolitri di sangue, condite con mascara pesante e avrete la ricetta “Superhorrorfuck”. Titoli davvero spassosi come “Pissing on heaven’s door”, ”Lick you to death”, ”You can leave your head on” o “Texas chainsaw ranger” vi entreranno subito nella testa. La band è davvero un toro impazzito, pronto ad incornarti in ogni momento ed è già in tour per promuovere il suo secondo lavoro, con tappe in alcuni locali ormai conosciuti da tanti rockers quali il Mac2 di Schio o il Blue Rose Saloon di Bresso. C’è anche spazio per una versione riveduta e corretta della celeberrima “Hot n’cold” della starlette Katy Perry, davvero molto ben riuscita. Un disco che consiglio a tutti gli amanti di sleaze e zombie e, soprattutto aggiungo, anche che l’Italiano rocker medio - dovrebbe supportare maggiormente realtà come queste - che regalano ottima musica, divertimento e un’oretta di sano godimento musicale. Le mie canzoni preferite sono “Pissing on heaven’s door”, la cover di Katy Perry menzionata poco sopra e “Welcome to my fuckin show”, con chitarre assassine e un bel chorus…. Dr Freak e ragazzi non hanno certamente deluso e soprattutto devo fare i miei complimenti a Littlebomb, batterista davvero strepitoso.

 

Recensione di MauRnrPirate

SNAKEBITE

Love Hurts… Snake Bites

BRC Records

 

Smoke, Rikki, Robbie, Kendy, precisamente voce e chitarra, chitarra e cori, basso e cori, batteria, sono quattro bei ragazzetti con look metallaro - tendency super tatuato e capelli crestati / lunghissimi, con aggiunta di trucco, flash, piercing and so on, che con questi nomi esterofili compongono gli Snakebite, il morso del serpente, ossia italianissima band di Perugia (non vorrei dire che in una delle foto contenute nel CD Robbie si stia rollando una canna perché tutti poi direbbero: ma è una sigaretta fatta con tabacco !!!! ecco lei subito a pensare male…., non vorrei dirlo ma non riesco a non dirlo…ma basta!! queste scene sono antiche!!, non fanno damned bad boys). Look importante, presente, dominante dunque, cosa che io non amo particolarmente, sono fan della sostanza. Ascolto il CD, LOVE HURTS … SNAKE BITES, l’amore fa male …il serpente morde, o meglio ti mangia in un boccone, undici tracce (alcune già contenute nel precedente EP “What the Fuck” datato anno 2009, ma qui riaggiustate migliorandole) di rock sia ben cantate che ben arrangiate, un valido e pregevole prodotto insomma, pur trattandosi di un sound (non hard) destinato alla generazione teen, molto giovane, in fase di avvicinamento al rock, e che non sopporta il pop dilagante che si ascolta alla radio o a X-Factor (dove, Elio a parte, tutto decade). Io la definire una College Rock Band, se la si vuole per forza inserire in un contesto. Comunque, venendo al dunque, posso dire che questo CD uscito a Settembre sotto prestigiosa etichetta Bologna Rock City Records, segna un passaggio importante per gli Snakebite, il transito dall’adolescenza alla maturità, che li porta ad essere più grandi e più indirizzati. I suoni evidenziano un maggiore peso, sono tendenti all’Hard Rock, gli arpeggi di chitarra ben palesati e manifesti, il basso e la batteria improntati verso l’Hard, il tutto è saldamente arrangiato e riprodotto. Già dalla prima track “Playground generation” percepiamo suoni strong e cori articolati, e così si prosegue con accordi e aggiustamenti dabbene, con riff che rimangono impressi e si cantano in sing a long, fino alla track più forte dell’album, che è “No Way”, poi si va avanti di rock n’ roll , sostenuto da tutto un insieme di validità di chitarra voce basso e batteria energetica, very powerful. “Sleep when I’m dead” è un po’ il loro cavallo di battaglia, ed è quella che più racchiude tutto il loro modo di suonare, cantare e vedere la musica, che cerca di spaziare in una cerchia alternativa, riuscendoci con un lavoro egregio e di buon auspicio per il futuro. Link: www.myspace.com/snakebiterock

 

Recensione di Margherita Simonetti

FORBIDDEN

Omega Wave

Nuclear Blast

 

Non succede spesso che una band, al primo lavoro, crei qualcosa che possa essere definito un album 'totale' in grado di lasciare il segno. Ancora più difficile che a fare questo sia una formazione che torna assieme dopo ben 13 anni di silenzio, anche se con un gloriosissimo passato da cult-band per intenditori, ma con ancora parecchie soddisfazioni da togliersi per quel che riguarda il successo su ampia scala (almeno, quello inerente alle vendite ed all'affluenza di pubblico durante i concerti). I Forbidden, però, non sono una band standard, come molte delle grandi band della seconda era del thrash tecnico Bay Area. Con alle spalle 4 album, uno più incredibile, esaltante e coraggioso dell'altro, il five-piece di San Francisco torna sulla scena con 3/5 della formazione originale (i drummer Bostaph e Jacobs ed i chitarristi Alvelais e Clavert sono ormai dediti ad altre band) con la voglia e la capacità di mostrare non solo quanto siano ancora bravi.....ma per ribaltare il mondo e ridefinire il concetto di metal estremo moderno. Omega Wave, fin dalla prima vera track (dopo l'intro Alpha Century) Forsaken At The Gates, i Forbidden parlano chiaro: questo non è un album di reimpatriate dove si parla dei bei tempi andati e non è neppure un album che insegue i trend del momento, per far finta di appartenere, a tutti i costi, alla scena attuale. Quest'album è l'ennesima svolta verso il futuro, usando tutto il passato fin qui creato. Fraseggi carichi di epicità e chitarre che tessono trame veloci e complesse, come nei primi due lavori, Forbidden Evil e Twisted Into Form, si incarnano nella cupa e titanica pesantezza che era propria di Green, per poi abbracciare, grazie al cantato dell'immenso Ross Anderson, le spiazzanti e malate atmosfere di Distortion. Adapt Or Die e Chatter mostrano, ancora meglio, quanto assaggiato con la opening track: bruciante velocità ed ecclettismo, senso della melodia, pesantezza e tensione, tutto unito in un vortice organico e perfettamente bilanciato, dove la melodia è il collante meraviglioso per gustare in pieno i miracoli compositivi delle due asce, Craig LoCicero (uno dei miei chitarristi preferiti) e Steve Smyth (già ammirato con Testament e Nevermore) che si inseguono e si scontrano nelle ritmiche, per poi danzare sulle note dei meravigliosi assoli che questa coppia produce. A dettare i ritmi c'è una coppia inedita ma che sembra utilizzare le stesse frequenze mentali: Matt Camacho, il bassista storico della band, e la new entry Mark Hernandez con un passato più luminoso con Defiance e Torque. Sicuri nel viaggiare ad alte velocità o sui mid-tempo granitici, la coppia da, però, il mio di sé nei cambi di tempo repentini e nelle partiture asimmetriche, senza mai calare nell'apporto di nerbo e potenza. Ma tutti quanti danno il massimo con il brano Dragging My Casket, uno degli assoluti capolavori di questo disco, un concentrato di violenza, forza, melodia, ispirazione e, soprattutto, epicità che un pezzo degli ultimi Manowar (proprio parlando di ciò che è 'epico' nel pensiero comune) come una song dei Finley!!!!!! Non ci credete? Meglio, così sarete costretti ad ascoltare il disco ed altri pezzi come Behind The Mask ed Inhuman Race e scoprire quanto incredibilmente moderno ed estremo è questo combo di thrash metal, quanto attuale e futurista appare questa band, a confronto di moltissime formazioni esordienti che appaiono già vecchie, perchè generate dal trend e schiavizzate alla standardizzazione. Ed infine, ancora lui, Ross Anderson, capace di passare dalle malate, violente e drammatiche interpretazioni dell'ultimo periodo dei Forbidden, fino ai picchi ed agli acuti taglienti di un cantato più snello e virtuoso, il tutto con estrema naturalezza sempre al servizio dei brani, il centro dell'essenza-Forbidden, il brano come nucleo della loro arte; il brano come un proiettile mutaforma per perforare la crosta della realtà quotidiana e mostrarci che cosa sta avvenendo sotto. Armate i vostri lettori con questo nuovo, artistico e devastante ordigno. I Forbidden sono qui per tracciare la strada, sono tornati per essere ancora una volta pionieri. Uno dei dischi dell'anno!

Recensione di Andrea Evolti

ALLEN LANDE

The Showdown

Frontiers Records

 

La storia di questo progetto la conosciamo un po' tutti: Russel Allen, singer dei SYMPHONY X e Jorn Land, singer di MASTERPLAN, ARK, THE SNAKE e titolare di una carriera solista di tutto rispetto, sono stati chiamati a dividersi le vocals in un primo album intitolato "The Battle" (2005) ed il risultato che ne è scaturito è stato di tutto rispetto, tanto da spingerli a concederci il bis solamente due anni dopo con "The Revenge". Considerati gli impegni dei due cantanti, due anni sono una distanza temporale relativamente breve, cosa non rispettata con l'uscita di questo album che arriva un po’ a sorpresa e che vede la luce solamente ora, dopo 3 anni. Il mastermind di questo terzo capitolo è sempre il polistrumentista Magnus Karlsson (PRIMAL FEAR, STARBREAKER) capace di comporre melodie semplici ed accattivanti, che una volta affidate a cantanti di questo spessore si trasformano in pezzi che regalano emozioni già al primo ascolto. “The Showdown” è il perfetto biglietto da visita, una canzone “circolare” che si apre e chiude nella stessa maniera, contenente un azzeccatissimo solo di chitarra e un chorus coinvolgente fin da subito. L'album in questione continua sulla falsa riga della prima track e tutte le canzoni in esso racchiuse hanno le carte in regola per risultare avvolgenti e piacevoli al tempo stesso. “Copernicus” è la ballad dell'album, calda come l'abbraccio della morosa dopo un mese di assenza, un mix di melodia e dolcezza che entra ed esce nel campo del'AOR. Altro brano degno di nota è “Maya” ancora una volta non tanto per la parte vocale, quanto per la facilità d'apprendimento e per il pregevole assolo di chitarra. Allen e Lande dimostrano ancora una volta tutte le loro qualità regalandoci un'ottima prestazione, cosa che sapevamo praticamente già ancor prima dell'ascolto, vista la caratura dei personaggi in questione, ma la palma del migliore è riservata a Karlsson realmente capace a comporre belle canzoni di facile presa. Questi progetti sono ossigeno per le mie orecchie ed è un peccato che non possano trovar spazio in sede live. Per la famosa regola del “squadra che vince non si cambia”, un'altra componente che rimane inalterata è il disegnatore della copertina, Rodney Matthews, che da un segno di riconoscibilità e continuità anche ottico-visiva ad un ottimo progetto. Dopo la battaglia, la vendetta, ora è la volta della scoperta delle carte, non so voi, ma con tre assi del genere non c'è altro da fare: ALL IN!!

 

Recensione di Andrea Lami

SYNTHPHONIA SUPREMA

The Future Ice-Age

IceWarrior Records

 

Solamente in questi giorni mi giunge il secondo lavoro dei Synthphonia Suprema e mi appresto subito ad ascoltarlo per andarne ad analizzare le caratteristiche. Ma prima un po’ di storia: i Synthphonia Suprema sono un gruppo metal emiliano con all’attivo un album datato 2005 (“Synthphony 001”), un simpatico DVD live per pochi intimi (ne esistono solo 500 copie ed io ho la fortuna di essere uno dei possessori, avendo partecipato ad un loro live in occasione del decimo compleanno dei Vision Divine al Tempo Rock di Gualtieri -RE-) ed attualmente questo nuovo lavoro. Per la verità i primi passi del gruppo sono rappresentati da due demo, spediti in giro per il mondo ed arrivati nelle mani di Frank Andiver (ex batterista dei Labyrinth, Wonderland nonché titolare dei Zenith Studio di Lucca) che, affascinato dalle sonorità proposte, un misto tra musica metal e suoni hi-tech, decide di lavorar con la band. “Synthphony 001” era particolarmente interessante per le composizioni contenute, certo forse un po' “acerbe”, molto keyboards-oriented ma che permisero di non cader nel calderone dei tanti gruppi simili e per questo irriconoscibili. Rende ancor più prezioso l'esordio l'ospitata di Pier Gonella (ex Labyrinth ora Mastercastle e Necrodeath) e lo splendido disegno della copertina opera di Ken Kelly (già disegnatore di Manowar e Kiss)."Future Hammerblows" è l'intro con cori da stadio che da il via a questa nuova opera: "Dominatron", "I, storm" sono un'esplosione di violenza e bisogna arrivare fino ad "Iced Waterfalls" per trovare un momento più tranquillo dove la sezione ritmica (del tutto rinnovata con il nuovo drummer e con l'inserimento di un bassista, assente nel cd d'esordio) può tirare un po' il fiato. "Pheonix' Return", caratterizzata da un ottimo assolo di tastiere è forse il brano meglio riuscito di quest'album mentre "Synthetic Aurora" è l'altra ballad che viene ripresa in chiave orchestrale e ribattezzata "Aurora Symphonica". “The Future Ice-Age” è sicuramente un passo avanti rispetto all'esordio di quattro anni fa e non fa altro che confermare la direzione (power metal sinfonico) che i Synthphonia Suprema hanno deciso di intraprendere da dieci anni, direzione condivisa in pieno dal produttore Andiver il quale -credo- abbia sempre apprezzato questo tipo di sonorità e non credo di essere molto distante dal dire che le band dello stesso Andiver sono tra i punti di riferimento di questo quintetto. In SYNTHesi: teneteli d’occhio.

 

Recensione di Andrea Lami