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DREAMING 23

Bittersweet

MySelf Records / This Is Core Music

 

Dalla Sardegna con furore viene sparato nel continente BITTERSWEET, lavoro in melodic punk hardcore style dei DREAMING 23. Che poi dare del melodico all’hardcore è come dire che hardcore non lo è: è melodico. Comunque, digressioni a parte, è un debutto che non passa del tutto inosservato, già dall’intro in volo con battito cardiaco quindi seconda traccia, l’ascoltatore intuisce che un potente colpo in canna è stato sparato, il quale ha una traiettoria precisa, sempre dritta, e che avanza lungo le successive, tutte ben arrangiate con buone chitarre, voce chiara anche nello scream, batteria veloce che tiene sempre alto il ritmo pure nei punti con meno spessore. “Stucked mind” è un treno in corsa, che non frena alla stazione successiva, detta “In their eyes”, e poi seguita alternando le velocità con più o meno reattività, perché il sound HC anni ’90 resiste con forza e pressione con lampi metal qua e là. Le cadenze sono sempre decise in “Wake again”, e nell’interessante “Crimson” su tutte, ma io sono centrata da “Jump”, con velocità e riff molto da pogo sotto il palco, e la mia attrazione va a proseguire con “My lobotomy” da sudare e grondare. Ecco poi un rest di circa quattro minuti con una “Anything I want” punk rock, e continuo più speed punk rock soprattutto alla partenza con “Nothing special” che fa un po’ Green Day e molto Chumbawamba. Non si segnalano tecnicamente grosse novità, l’inglese del cantato è un po’ forzato, ma forse è meglio non lo sottolinei nemmeno più, non capisco perché così tante band di casa nostra lo scelgano come lingua prediletta del vocal, detto ciò confermo che quello che è stato fatto è pregevole, soprattutto considerato che questo genere è abbastanza sfruttato, e quindi il saperlo fare bene è nota di merito. L’ispirarsi ai Rise Against e ai New Found Glory non è una sottigliezza da poco, non dico che siano fratelli gemelli, è solo che il sound viene rubato da lì ed è udibile, non ci piove. Questi cinque boys cagliaritani , vincitori di alcuni music contest tra l’altro, emergono nell’ambito punk della loro terra e non solo, sforando percettibilmente nel metal e facendo tanto casino. Non so se punk e metal vanno a braccetto, ma qui il mix generato non è male, ci sta alla grande. Ascoltando le undici tracce dell’album (o meglio un intro + dieci) non possiamo che dire quanto l’accuratezza sia sostanziale, una piccola nota leggermente stonata è l’ultima “Senza te” eseguita in italiano, un punk semplice, che non si matcha bene con il resto delle songs, ma poco male. In generale, il debutto è da considerarsi valido e di buon auspicio per il futuro. Un lavoro ben servito. Chapeau à vous.

Link: www.myspace.com/dreaming23 ; www.reverbnation.com/dreaming23

 

Recensione di Margherita Simonetti

BOMBASTIC MEATBATS feat. CHAD SMITH

More Meat

Warrior Records

 

Tornano sul mercato discografico gli americani BOMBASTIC MEATBATS feat. CHAD SMITH, band formata da Chad " Smith, ovvero il batterista dei Red Hot Chili Peppers e del supergruppo Chickenfoot, il chitarrista Jeff Kollman (Cosmosquad), il tastierista Ed Roth (Keyboards) e il bassista Kevin Chown (Uncle Kracker, Ted Nugent). A distanza da un anno da “Meet the Meatbats”, i nostri ci consegnano il loro secondo lavoro in studio "More Meat" e, come il precedente interemante strumentale. Uscito lo scorso 19 ottobre sotto la Warrior Records, "More Meat", dopo pochi giorni dalla sua uscita, si è piazzato subito tra i primi 10 dischi di jazz nella classifica dei “10 iTunes”negli Stati Uniti. Un disco ampiamente elaborato sia da un punto di vista tecnico sia da un punto di vista più strutturale. Il punto forte di questo disco è che si percepisce la volontà della band di coinvolgerci nel loro viaggio musicale, tra tecnica ed allegria. 12 pezzi ad alto tasso di godibilità, dove chitarra, batteria, tastiere, basso riescono a fondere tra sonorità jazz – rock, quelle sfumature “colorate” in ciò che si può definire una perfetta armonia di suono. E come hanno dichiarata durante la nostra intervista (che trovate  qui) “noi tutti adoriamo evitare l’LSD….la sindrome del cantante solista” allora ecco qui che si può godere appieno la “voce” degli strumenti. Questo disco riesce a smuovere l'ascoltatore con strutture ritmiche ricche e cangianti, regalando delle melodie “semplici” attraverso armonie complesse, una musica facile e difficile, una ricerca mai fine a se stessa. Pezzi degni di nota sono le le bellissime e ritmate "Passing The Ace", “And We All Swing The Tuna”, “ Roller Girl”; e le più rilassanti e vellutate “Shiloh’s Forbidden City Blues”, “Shag” e “For Your Courtesy”. Nel complesso "More Meat" è un lavoro onesto e dignitoso. Link: www.warriorrecords.com/bombasticmeatbats -www.myspace.com/bombasticmeatbats -

www.facebook.com/bombasticmeatbats

 

Recensione di AngelDevil

STEP ON MEMORIES

Lasting Values

INDEED! Records

 

Gli STEP ON MEMORIES sono una giovane Band nata in terra Vicentina, molto giovane ma saldamente legata a sonorità nate dalle ceneri del primo Punk-Hardcore. Riff potenti ed una voce graffiante e urlante fanno da cornice a pezzi veloci, senza ritornelli con una continuità verbale tipica di questo genere. Il loro primo Ep contiene 5 pezzi, registrati nel maggio 2010 dopo un anno di intensa vita "on stage" di spalla a nomi come i nostrani To Kill, Dufrense e Big come Death Before Dishonor. Potrebbe bastare come presentazione per questo lavoro se non dovessi aggiungere un parere personale dopo l'ascolto. Perché in questo caso le cose cambiano... Appena inserito il CD nel lettore vengo assalito da un muro di suono compatto ed intenso, la voce di Nico è ben proporzionata al suonato. Mi vengono in mente i Cancer Bats e gli Inglesi Gallows ( magari il paragone è azzardato o solo dato da gusti personali ). L'istinto di alzare il volume al massimo è alto, sono pezzi da sentire a tutto volume, da far ascoltare ai vicini.Non faccio una classifica ne un giudizio canzone per canzone, non serve, tutte belle. Nonostante l'urlato le liriche sono comprensibili ed i testi sono di speranza e coerenza con le proprie idee, ritrovarsi con i propri ideali. Quello che mi colpisce è la continuità nelle frasi, come poesie, come lettere al mondo e a chi ascolta. Hanno molto da dire, spero. La loro è una musica che a volte "serve" ascoltare. Se sei stanco, scazzato e bene prendere un bel pugno in faccia come queste cinque perle di ottimo Hardcore da camicie a quadrettoni, senza fronzoli non di facile assimilazione, non banale ma da godere fino all'ultima nota. Bravi ragazzi. Per concludere aggiungiamo che il tutto è stato prodotto da Mattero "Ciube" Tabacco ( Dufrense, Good for one day, Argetti ). Con l'uscita del disco sarà presentato anche il video-clip del singolo "More than memories" diretto da Blake Farber che ha lavorato con Madball, Vanilla Sky, Alicia keys, per fare alcuni nomi e supportato da Atticus Clothing. www.myspace.com/steponmemories

 

Recensione di Luca Casella

BEDFORD

Whatever It Takes

Autoprodotto

 

Seconda uscita per gli austrialiani Bedford, che dopo il loro debut album "Right Now" e grazie al quale nel 2006 hanno avuto l'onore di vincere l'ambito "Single Of The Year L.A. Music Awards" col singolo "I'm Alive", si presentano col nuovo "Whatever It Takes" e che vede alla produzione Dale Penner già producer di band del calibrio dei Nickelback e Palmstorm e con la line up composta dal lead vocals David Trimboli, il guitar man Matthew Miao, Paul Yee

al basso e Chris Sutherland in qualità di drummer, trovo giusto sottolineare che questi utimi due sono musicisti aggiunti in quanto i Bedford formano nel concreto un duo. Sound alternative rock e con apprezzabili sfumature pop a dare quel tocco melodico che arricchisce "Whatever It Takes", lavoro autoprodotto, e che in alcune tracks mi ricorda i validissimi Kutless più precisamente nelle ondate trascinanti di "One Love", "Makes Me A Man", "Eats Me Alive" e nella più soft "Waterdeep", ma dal chorus ben sostenuto anche se i Bedford non mancano

assolutamente di originalità se pur l'accostamento alla christian rock band di Portland mi sembra doveroso in quanto l'ascolto dei brani citati me lo ha opportunamente suggerito.

"Kinda Makes Me Love You" è nella tracklist dell'album l'opener e azzecatissima sotto questo profilo perché presenta bene l'album ed è fresca e grintosa, resa ancora più tale dalla voce audace e suadente di David Trimboli e che trasmette forti emozioni attraverso la piacevole ballad "Stronger", altrettanto lo è la leggerezza della track "Game Of Life" dal suond più

acustico, ma arricchita dall'intensità dell'interpretazione come nella successiva "Let Ourselves Go", omaggiando emozioni che vi consiglio di vivere attraverso un viaggo a quattro ruote lungo rettilinei senza soste. Carica di energia è "Hot Summer" che ci riporta al rock più classico e tradizionale, un percorso a ritroso e ben curato con riff e strofa avvincenti e un chorus che lascia spazio a un'irresistibile voglia "go go move" in un cd che offre una svariata tracklist e che non non cade mai nel banale attraverso brani semplici, ma ben studiati quanto immediati e a testimoniarlo vi sono le due ultime tracks e ballads "Goodbye", tre minuti in compagnia di voce e chitarra e la conclusiva "Want You To" brillante, arricchita da atmosfere orchestrali e che richiama a se i cuori delle coppie più affiatate. E' certo che al duo australiano non manchino creatività e passione, qualità che magari porteranno loro nuova fortuna per il prossimo "Single Of The Year L.A. Music Awards" anche se, personalmente, mi è difficile trovare il singolo più adatto per l'occasione perché nell'album ve ne sono almeno sei di tale valore oltre che in scia hit radio, in bocca al lupo Bedford!

 

Recensione di Francesco Cacciatore

THE POODLES

No Quartes

Frontiers Records

 

Aspettavo quest'album sin dal suo annuncio ed ancora adesso non vedo l'ora che esca nei negozi per andare a comprare la versione con DVD, dal titolo “In The Flesh”. Ho avuto la fortuna di vedere i THE POODLES quest'anno a Bologna (insieme a TREAT e HEAT e grazie a Bolognarockcity) e so di che pasta sono fatti questi quattro (ennesimi) svedesotti. Uno show nel quale c'era tutto, ma realmente tutto quello che si vuole ad un live: presenza, suoni, voce, personalità, capacità, esperienza, divertimento, insomma TUTTO. Quindi appena appresa la notizia della pubblicazione di un album live anche per celebrare il nuovo contratto con la nostrana Frontiers, potete immaginare il mio entusiasmo nel veder racchiuso in un cd/dvd uno dei più bei concerti ai quali ho assistito. I titoli scelti (per questo cd-dvd) sono molto altisonanti e richiamano alla mente la storia della nostra musica. Il concerto in questione sembra partire un po' diesel, tanto che sono in attesa dell'esplosione alla quale ho assistito, che purtroppo non arriva. Le canzoni ci sono tutte -io avrei solo aggiunto “Street of Fire”- ma l'impressione è che questo cd live stenti a decollare. La prestazione dei musicisti c'è, però manca quel quid che ti coinvolge. Il pubblico sembra distante anche se viene spesso chiamato in causa dal singer Jacob Samuel -autentico intrattenitore e uomo di palco-. La strumentale nonché inedita “Lullaby for Jimmy” è piacevole ma perde di incisività soprattutto se il pezzo successivo è il “drum solo” anch'esso non certo brutto (merito anche del coretto eseguito dal pubblico sulla nota canzone “Seven Nation Army” dei WHITE STRIPES ormai inno della nostra vittoria ai mondiali di calcio del 2006), ma non escluderei che al prossimo ascolto il terribile tasto SKIP l'abbia vinta su questi due brani. Tutto sommato le mie personali aspettative sono rimaste deluse perché, visti anche gli ultimi album, mi sarei aspettato un cd live carico di adrenalina pronto ad esplodermi in faccia non appena inserito nel lettore, cosa avvenuta solamente in parte, da “Thundeball” fino al “Line Of Fire” ultimo pezzo dell'album -bonus track nella rispampa del secondo album “Sweet Trade”-. In attesa del dvd per essere coinvolto anche visivamente, io, per essere realmente sicuro do ancora un'ascoltata.

 

Recensione di Andrea Lami

KENNY WAYNE SHEPHERD

Live! In Chicago

Loud & Proud/Roadrunner Records

 

Kenny Wayne Shepard è un predestinato. Una di quelle persone che fin dalla nascita sembra aver stipulato un patto di sangue con il Diavolo per avere un talento immenso alla chitarra in cambio della propria anima. Anni fa toccò ad un certo Robert Johnson che, grazie al suo talento, creò il Blues; adesso sembra toccare a Kenny prendere le redini dei grandi Bluesman della storia come B.B. King e affini. Stiamo parlando di Blues, ragazzi; di quella musica che ti entra nell'anima e ti legge meglio di qualsiasi strizzacervelli da strapazzo. Basta solo un po' di tabacco e un po' di Whisky e il gioco è fatto. Ti rapisce, ti conquista e non te ne liberi più, proprio come i demoni che convivono quotidianamente con noi e a cui le sei corde sembrano dar voce.Kenny Wayne Brobst (vero nome all'anagrafe) questo concetto l'ha capito prestissimo, a 7 anni, età in cui generalmente noi comuni mortali spendiamo in cartoni animati e giochi. Lui no, lui ha iniziato a suonare la chitarra e ad ascoltare i dischi di suo padre. A 13 anni la sua prima apparizione Live con un certo Bryan Lee; a 16 il suo primo album (Ledbetter Heights) e a 20 inserito nella lista dei miglior chitarristi blues dell'emisfero terrestre, secondo solo a Eric Clapton e B.B. King. Decine di riconoscimenti, dischi di platino, una Fender Stratocaster disegnata appositamente per lui e altri traguardi che farebbero impallidire qualsiasi musicista poco più che trentenne. Oggi, alla “veneranda” età di 33 anni esce il suo sesto album, (che sancisce, tra le altre cose, l'esordio con la RoadRunner Records) ed è un live. Concerto registrato alla House of Blues di Chicago con la sua ormai storica e collaudata band (Noah Hunt, Chris Layton, Scott Nelson e Riley Osbourne), con il supporto di grandi special guest come Hubert Sumlin, Willie “Big Eyes” Smith, Buddy Flett, Bryan Lee e Tommy Shannon; ovvero la Chrème della Chrème del Blues americano. Il disco è veramente un capolavoro con i brani più celebri e tipicamente blues del grande Kenny: “Somehow, Somewhere, Someway” (che apre il concerto), “Sell My monkey”, la dolce e Fusion “Deja Voodoo” con la calda Noah Hunt alla voce, per poi arrivare al capolavoro assoluto di Kenny “Blue on Black”, brano di maggior successo in grado di rimanere per ben 17 settimane consecutive al primo posto nelle classifiche radiofoniche americane e, ascoltando l'intensità del pezzo, si capisce perchè. A sorprendere è però un brano intermediarie al disco: sto parlando di “True Lies”, brano in versione studio che troviamo come terza traccia dopo un bell'assaggio di blues live nei primi due brani. E' un brano che sorprende in quanto si discosta notevolmente dallo stile tipicamente blues di Shepard e si orienta più verso orizzonti Hard rock tipicamente americani e contemporanei, con chitarre che picchiano duro e un “Groove” che ricorda molto gli Alter Bridge o, ancor più precisamente, i Nickelback. Un brano molto gradevole, fresco e deciso nel suono, e orecchiabile, che si presta molto come Radio track dei prossimi mesi. Un brano creato ad arte per dimostrare la grande versatilità e contemporaneità di Kenny (in fondo ha solo 33 anni!).C'è poco da aggiungere, il disco è una chicca da ascoltare assolutamente non solo per i fan di vecchia data ma anche per tutti gli ascoltatori che vogliono sentire della musica con i contro cazzi (stiamo parlando di Blues, per l'appunto...). Esordio migliore con la Roadrunner e la Loud & Proud Record non poteva esserci! Un capolavoro!

 

Recensione di SimoSuicide