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WARMBLOOD

Timor Mortis

Punishment 18 Records

 

Attivi da molti anni con questo monicker, ma con un passato ancora più lungo come Noxious Noise (due demo ed anche concerti di spalla agli Estrema….si parla del 1993), il power-three-piece lodigiano ci presenta oggi Timor Mortis, la loro seconda fatica dopo il debut dell’anno scorso Necrocosmos Destination. La formazione lodigiana ha dalla sua una notevole esperienza che, di certo, le consente di sfoggiare un sound abbastanza maturo e personale: un death metal di base americano e tecnico, con le influenze brutal-virtuosistiche dei mai troppo lodati tedeschi Necrophagist e, naturalmente (ed aggiungiamo per fortuna), la fluidità nella struttura ritmica del loro passato thrash metal. Attraverso brani quali The Ghoulish Doctor, Sacred Puritan Scenario o la title-track, si nota il buon lavoro compositivo di Giancarlo Capra e Davide Mazzoletti, le due chitarre (che si occupano anche delle linee di basso), i quali sanno mediare con buon gusto tra la ferocia delle parti brutal ed i fraseggi intricati e ricchi di sweep-picking, per poi passare ad una maggiore dinamicità, grazie alla quale il brano non risulta mai eccessivamente statico oppure freddo. Buoni anche gli assoli, dislocati con saggezza qua e là, per rendere varie track come Underwater Zombie (l'immagine che da questo titolo manda in visibilio i fanatici delle creature di Romero, come il sottoscritto) che scorrerebbero via precise, ma anche un po' troppo lineari, spinte dalla buona e metronimica prova alle pelli di Elena Carnevali la quale, però, si mostra eccessivamente diligente nel mantenere un drumming sostenuto e granitico, ma un po' povero di variazioni. Altri problemi si riscontrano nella produzione, specie quella della batteria, un po' troppo soffocata e che toglie mordente e sfumature al lavoro ed, infine, la scelta delle growling vocal da parte di Giancarlo, troppo orientato verso la soluzione brutal-death, quando il disco, vista la sua personalità varia e non certo anonima, verrebbe di sicuro valorizzato da linee vocali più varie, anche se sempre nel contesto estremo. Buona prova, comunque, ben suonata e con idee interessanti ed una personalità forte. Di sicuro aspettiamo miglioramenti con il prossimo lavoro ed anche buone performance dal vivo.

 

Recensione di Andrea Evolti

ALEXISONFIRE

Dog's Blood

Roadrunner Records

 

Seguo gli Alexisonfire da parecchio ormai e, devo dire che pur essendo una band che apprezzo moltissimo continuo a chiedermi perché continuino così tanto a sacrificare la qualità della produzione dei loro dischi che, nonostante ora siano pubblicati da Roadrunner continuano a mancare di impatto. Quello che però mi è sempre piaciuto del quintetto canadese è la facilità con cui scrivono album di gran qualità che riescono ancora a farli distinguere nel panorama musicale di cui fanno parte oramai fin troppo saturo. Purtroppo non posso dire la stessa cosa di questo EP, le idee qui purtroppo scarseggiano ma soprattutto si gioca un tantino sporco soprattutto nella parte conclusiva dell'omonima opener dove appare forzatissimo l'intervento vocale di Dallas Green. Le due canzoni seguenti, sinceramente, non penso siano all'altezza degli Alexisonfire stessi che, in questo caso ci propongono dei pezzi con una struttura fin troppo ripetitiva e prevedibile. Unico pezzo veramente degno di nota è Vex, canzone/esperimento strumentale con venature post molto ben riuscito al quale la band affida la chiusura di un EP di cui ancora mi sto chiedendo per quale motivo abbiano deciso di pubblicarlo. Sinceramente, dopo l'ottimo Old Crows, Young Cardinals e il lungo tour promozionale dedicatogli, questo temo sia il frutto di un lavoro sviluppato in poco tempo e la qualità, per la prima volta, ne ha risentito parecchio.

 

Recensione di Mattia Jay Giambini

BIANCONIGLIO

Qualsiasi Ovunque Sia

CPSR Records / Venus

 

Intro di piano e poi via, con un miscuglio di stili a mo’ di potpourri per far vedere la luce a questo album, il secondo (il primo è “Lo scatolino sporco”, anno 2008), dei mantovani di Sermide BIANCONIGLIO, contenente 14 tracce più rock che altro, con l’aggiunta di tante contaminazioni, viaggiando attraverso il pop e l’elettronica, il crossover energetico, il rap, il funky, il dub e il nu-metal, senza fare scoperte eclatanti da strapparsi i capelli, ma mixando questa musica multiforme con i testi, che sono indirizzati contro il malgoverno nel nostro paese e parlano della sua decadenza e della mediocrità dilagante, di veline e di quanto la tv ci propina per allontanarci dai problemi reali, quindi con tanto di attuale, ma non solo, si va anche sul poetico e sull’ immateriale e intangibile. Tanto di tutto insomma ed ecco nato QUALSIASI OVUNQUE SIA, cantato a due voci, una in scream e l’altra melodica, che si mescolano, alternano e a volte sovrappongono. Non racconterò qui la storia della band e della loro casa-comune, molto carina, che trovate sul loro sito, ma perderci alcuni minuti per leggerla è una cosa simpatica. Già il loro nome, Bianconiglio, meriterebbe una vasta digressione che porterebbe a dargli molteplici significati, e ad associarli al coniglio narrato dal L. Carrol in “Le avventure di Alice nel paese delle Meraviglie” e alla sua espressione famosa “E’ tardi, è tardi!” che mi echeggia nella mente (e che qui c’entra come i cavoli a merenda, ma no, anzi c’entra perché il tempo passa inesorabilmente…, in ogni caso mi piaceva appuntarlo), ai suoi molteplici significati reconditi e alla simbologia (ma “White Rabbit” è anche il nome di una track dei Jefferson Airplane per esempio, oppure, più attuale nel film “Matrix”, Keanu Reeves , alias Neo è spinto dal suo PC a seguire il bianconiglio, metafora e emblema di una specie di scelta esistenziale, ecc, ecc…). Io mi limiterò a restare nel musicale, e a dire che tra le songs ascoltate in questo full lenght ce ne sono alcune più degne di nota di altre, quali quella d’apertura, dal titolo “In quel prato sul retro”, poi la valida “Si Diverte”, e “Nuda polvere”, più pop con finale forte rap, che scava nel nostro sentimento. Diversa da tutte è “Gradi” in parlato con l’impostazione a voce bassa di Francesca Nadalini (che ci ricorda vagamente lo stile degli Offlaga Disco Pax), dove la nostra età e di conseguenza le tappe della vita sono paragonate ai gradi centigradi, più aumenta la temperatura / più gli anni passano, più diventa faticoso e persino impossibile vivere; quindi “Di giorno in giorno”, che più attuale non si può… Sicuramente l’energia non manca, anzi rimane decisa fino alla fine, una incisività che fa scorrere i minuti d’ascolto senza titubanza e indecisione e mai cede e mai si riposa sugli allori, lasciando il commerciale fuori dalla porta, e, io dico, per fortuna. Line-up: Clà: voce e piano; Macio: voce; K: chitarra e voce; Barça: basso; Faio: batteria; Joe: multimediali. Link: www.bianconiglioband.com ; www.myspace.com/bianconiglioband

 

Recensione di Margherita Simonetti

POISON SUN

Virtual Sin

Metal Heaven

 

La Germania suona ancora e questa volta al femminile, se pur solo in scia vocalist, con i Poison Sun capitanati da Martina Frank che colpisce per forza e intensità e lo stesso dicasi per Herman Frank che rende giustizia attraverso le sei corde a "Virtual Sin", in uscita per la Metal Heaven, rafforzando le dieci tracce class metal rock che lo compongono, tra l'altro Herman ha un eccellente passato per aver suonato con gli Accept e i Victory e non da meno anche in qualità di producer con altre band di alto livello come Saxon, Molly Hatchet e Rose Tattoo, il bassista Stefan Hammer e il drummer Florian Schonweitz completano il quartetto di Hannover. L'album in questione, "Virtual Sin" appunto, presenta come già accennato un class metal rock ben marcato e diretto e che esalta le doti vocali della Frank che ricordano a più riprese Doro Pesch e alcune tracks, nemmeno a farlo apposta, sembrano ripercorrere il sound dei Warlock, band che ha dato i primi successi alla biondissima femme fatale come in "Hitman" di tonante potenza soprattutto nel chorus, nella roboante "Killer", l'imponente "Princess" e che in coppia con la conclusiva ballad Forever si portano dietro anche un pizzico della Doro solista e assolutamente degna di nota la title track, testimonial di un trascinante riff, un chorus che non tradisce e un solo capolavoro di Herman, senza dubbio uno dei brani dell'album che personalmente prediligo. Appena 20 secondi di teatrale attesa e parte a tutta velocità "Rider In The Storm", un'ondata rocciosa e pronta a destare il letargo più profondo anche se non è l'unica song che tiene ben svegli, vedi "Red Necks" puntualmente accompagnata dalle magistrali sei corde di Herman e non da meno la più blanda "Voodoo", ma anch'essa di notevole spessore e che in parte ripercorre (ma senza perderne l'originalità), "Rag Doll" degli Aerosmith. Lavoro davvero interessante, ma non è finita qui perchè ci sono ancora due tracks che ho lasciato per l'epilogo della recensione ovvero "Phobia", dalle cadenze udite udite...AC/DC! Basta l'inizio ed è vero spettacolo e chiudendo gli occhi mi sono dilettato a immaginare Brian Johnson e lo scatenato Angus Young vestire i panni dei fans più fedeli e, a seguire, "Excited" che lascia il meglio a un poderoso riff e un finale si, semplicemente excited come l'intero album e che premia la band tedesca per le proprie personalità e identità e che per le orecchie sopraffine dedite al genere è una chicca da non farsi assolutamente sfuggire, ascoltare per credere.

 

Recensione di Francesco Cacciatore

MICHAEL BORMANN

Different

Frontiers Records

 

 

Dici Jaded Heart e dici Michael Bormann, poliedrico artista dall'ugola miracolosa e interprete di grandi album con la band tedesca e tra i più riusciti vi sono "Inside Out", "Slaves & Masters", "The Journey Will Never End" e in particolare "IV", ma anche protagonista di grandi progetti come Charade, Rain, Redrum e l'ultimo The Trophy per poi arrivare a lavori solisti di grande spessore quali l'omonino, "Conspiracy" e "Capture The Moment" datati rispettivamente 2002, 2006 e 2008 fino al quarto e recentissimo "Difference" fresca uscita per la Frontiers e che rappresenta un piccolo, ma non indifferente sunto di tutto quello che di grande Bormann ha fatto fino a oggi e in tal proposito, chissà che l'opener "Life Is A Miracle" non significhi una sorta di ringraziamento per quello che la musica gli ha permesso e che lui stesso alla musica ha dato, ma il presente lavoro offre anche eccellenti riferimenti a band del calibro dei Mr. Big in "Mr. Rock 'n Roll" e dei connazionali Bonfire dell'acustico "Feels Like Comin' Home" in "My Favourite Time" e quelli più class melodici in "Somebody". Una cosa ho notato nell'ascoltare il resto dell'album, uno stile più personale dell'ex leader dei Jaded Heart e che si distacca dai precedenti lavori più hard rock anche se non mancano brani di tale timbro, pur se a tinta più melodica, come "To The Top", "Breathless" e "Who Really Wants To Get Older" sicuramente il più interessante dei tre perché presenta un sound più fedele al Bormann originale con un intreccio di tastiere, piano e chitarre ben curato e altrettanto ben amalgamato e, come da miglior tradizione, non mancano momenti di sano romanticismo orecchiabili nelle due ballads "Think Twice" e la blueseggiante "Don't You Tell Me", ma la melodie dal miglior tocco sentimentale sono tutte per la ballad più power "Wouldn't Let You Down" e qui l'autenticità del singer man di Duisburg si fa (piacevolmente), di nuovo sentire."No Way Out - It Hurts" è assai curiosa in quanto l'inizio presenta un rumore di passi, una porta che si chiude e un vociferato "not guilty" dopo i quali un piano leggero e armonie ariose accompagnano una track che sfocia in un vero e proprio invito al movimento in stile dance e che porta alla conclusiva e rilassante "Was Mir Felht", interpretata (il titolo la dice lunga), interamente in tedesco. Un'album di assoluto rispetto e per il quale consiglio un ascolto a più riprese per poterlo apprezzare come merita anche se personalmente sono più affezionato alle perle passate più rock e ottimamante affiancate da melodie affascinanti augurandomi così, e di tutto cuore, di riascoltare presto l'autentico e originale Michael Bormann. In coda alla recensione trovo più che doveroso rendere omaggio ai musicisti che hanno contribuito a suonare "Different": Andreas Rippelmeier come guitar man, Lanval al piano e ben tre tastieristi! Chris Ivo, Marco Grasshoff e il celeberrimo Eric Ragno, non c'è che dire, lavoro curato sotto ogni profilo.

 

Recensione di Francesco Cacciatore