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STILLNESS BLADE

Break of the Second Seal (The Eternal Damnation)

Punishment 18 Records – Andromeda

 

Se affermo, con orgoglio, che in Italia il death metal è uno dei generi che sappiamo sviluppare con grande creatività, classe e preparazione tecnica, il motivo è l'ascolto di dischi come quello degli Stillness Blade. Questo three-piece della provincia di Lecce (la Puglia si conferma ancora una volta la 'Florida Italiana') ci regala 8 tracce di cristallino ed esaltante death metal dall'impatto brutale ma, anche, dall'elevatissima caratura tecnico-compositiva, dove abilità strumentale e creatività si fondono perfettamente e dove, per fortuna, le influenze sono sì riconoscibili, ma non invadenti. Break of the Second Seal, che segue a tre anni di distanza l'esordio di The First Dark Chapter (Misantropic Elevation), raccogliendone anche l'eredità tematica del rapporto tra un assassino seriale, le sue vittime, il modus operandi ed un particolare percorso spirituale, mostra un'eccellente livello compositivo, dove la chitarra di Max Schito tesse trame e cesella assoli che richiamano alla mente sia i classici maestri a stelle e strisce come Cannibal Corpse, Deicide ed Immolation, riuscendo, però, a creare un particolare stile, dalla dinamica vicina al thrash metal di gruppi come i Destruction o di formazioni a metà strada tra thrash e death, come furono i Sadus. Questo è riscontrabile in brani come Napalm Rain o Black Aura Shadow, grazie all'incredibile apporto della sezione ritmica, con il bassista Gianpaolo Marsano a dettare i tempi ed il guest Antonio Donadeo ad organizzare veri e propri bombardamenti coreografati, con un drum-work che fa risplendere le composizioni quali Stock of Vengeance o l'opener/title-track Break of the Second Seal di una limpida furia, in cui si può apprezzare e godere sia la brutalità classica del (appunto) brutal death alla Ripping Coprse, sia la fluidità e la tecnica compositiva, che salva le track dal pericolo di essere fin troppo omogenee tra di loro. Un equilibrio che ricorda molto formazioni come Malevolent Creation e Suffocation, con in più un senso del cupo che può ricordare band come Aborted o Decapitated (escludendo, forse, l'ultimo lavoro). Tutto bene, voce compresa, che sembra appropriata e ben eseguita, anche se una ricerca maggiore ben si sposerebbe con il dinamismo del combo pugliese. Altro da dire? Sì: ascoltate questo disco, godetene, riascoltatelo e fatelo sentire agli estimatori del grande death e, soprattutto, a quelli che dicono che in Italia non siamo fatti per l'estremo. La Lama dell'Immobilità farà in modo di punirli.

 

Recensione di Andrea Evolti

UNDEROATH

Disambiguation

Roadrunner Records

 

Con Disambiguation gli Underoath si trovano inevitabilmente al bivio, visto l'abbandono di Aaron Gillespie dietro le pelli, la band si è trovata costretta a cambiare rotta. Il risultato direi che è assolutamente soddisfacente. Il nuovo entrato Daniel Davison (ex-Norma Jean) non è proprio il primo degli sconosciuti e non fa affatto rimpiangere l'ex batterista, anzi, aggiungendo quel tocco di tecnica e gusto in più alle linee di drumming non può far altro che impreziosire questo nuovo lavoro della band di Tampa. Rispetto al precedente Lost in the Sound of Separation questo Disambiguation porta diverse migliorie alla qualità del songwriting della band che ora è assolutamente più articolato, più maturo, meno "ruffiano" e finalmente libero dallo spettro di Define the Great Line, che a mio avviso, resta l'album migliore della band ma anche il più frequente tentativo di imitazione e limite della band stessa. Questa volta il sestetto non si è posto limiti e, spinto dalla voglia di rinnovamento e sperimentazione è andato ad esplorare panorami musicali da loro mai tastati prima riuscendo ad impressionare positivamente, ad esempio in "Driftwood", pezzo riflessivo e paranoico che crea una parentesi di respiro all'interno dell'album senza perdere l'attenzione dell'ascoltatore; oppure "Who will guide the Guardians" dove si punta al gioco tra chitarre e voci sempre in contrasto tra di loro; oppure ancora "A divine Eradication" che fa sentire l'influenza inevitabile di band come Norma Jean e Architects anche se penso che il pezzo migliore del disco sia la conclusiva "In Completion". L'unico pezzo che forse può contenere dei riferimenti al passato degli Underoath è "Vacant Mouth", che per alcune sfaccettature mi ricorda lo stile di They're Only Chasing Safety che, guarda caso, è stato il disco del cambiamento che ha portato ad emergere la band all'inizio della sua carriera. Questa nuova release per gli Underoath oltre ad essere una sfida per la band stessa, è senza dubbio la prova lampante che i ragazzi hanno deciso di fare un'ulteriore salto di qualità, devono lavorarci ancora, ma questo è sicuramente un ottimo "nuovo inizio".

 

Recensione di Mattia Jay Giambini

ANCIENT DOME

Perception of This World

Punishment 18 - Andromeda

 

Delle volte ci si arrabbia..e con motivo. La ragione di questo mio inalberarmi sta (oltre che nella mia claudicante salute mentale) all’interno dell’ultimo lavoro (il secondo per la precisione) degli Ancient Dome, four-piece italiano di thrash metal dalla spiccata matrice Bay Area e dotato di uno notevole gusto per le composizioni articolate ma, allo stesso tempo, incisive, che catturano subito l’ascoltatore. Dopo il buon esordio di Human Key, i 4 thrasher italiani partoriscono Perception of This World, un lavoro che, fin dall’opener Liar (dopo l’intro - Intro (Mission) -) ci mostra un notevole salto in avanti dal punto di vista del songwriting, specie nelle chitarre di Alessandro Fontana e Paolo Porro, vivaci ed in ottima sincronia fra loro, pronte ad intrecciare riff martellanti in stile primi Death Angel, Heathen, Megadeth, ma anche con gusto melodico molto particolare, che piega la struttura di brani come Confused Certainity, alle necessità artistiche della band di modulare impatto e melodia. A dare nerbo al suddetto impatto, oltre alla voce di Paolo, aggressiva, tagliente e che richiama alla mente i Nuclear Assault, anche per i cori che ben s’impastano al tuonare dei riff di When Day Dies, c’è la sessione ritmica formata dalla batteria di Giorgio Alberti, fluido nei cambi e potente al punto giusto, ed il basso di Matteo Cuzzolin: con questo quadro d’insieme gli Ancient Dome riescono a creare buonissimi brani come Face the Facts o la strumentale Gordian Knot, ed un piccolo gioiello che risponde al nome di Predominance. Ma cosa non va allora? Siamo forse incontentabili? Sì..ma su un unico aspetto: la produzione. Nonostante creatività, gusto e tecnica più che buoni della band, la produzione, unica cosa veramente datata in un panorama che prende spunto dal classico sound thrash Bay Area ma gli dona freschezza e genuinità, risulta gravemente penalizzante per la resa delle track di questo lavoro, spegnendone l’aggressività bellica ed appiattendo la varietà delle strutture musicali (si salvano quelle vocali che, però, risultano troppo in primo piano in diverse occasioni). Questo avviene soprattutto per i riff di chitarra ed anche per la batteria, marchiata con quel suono ‘fustino Dixan’ che rovina un insieme stimolante, per un disco che sarebbe stato veramente da applausi, se non avesse perso, per questo, mezzo voto. Peccato, anche se la bontà del lavoro rimane, motivo più che valido per acquistarlo o almeno dargli più di un ascolto. Peccato, però e, obbiettivamente, bisogna cominciare a pensare che l’accontentarsi non giova di certo ad una band di questo potenziale.

 

Recensione di Andrei Evolti