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THE SHOES

The Shoes

Go Down Records

 

Cosa sarebbe stato se, ad esempio, uno come Jimi Hendrix o Eric Clapton, o ancora i Deep Purple fossero nati nel 2010? Bhe, pensate che noia sarebbero stati gli anni 60 e 70. E' vero, c'erano i Beatles e niente da eccepire al riguardo...ma che fine avrebbero fatto quelle chitarre sporche e distorte che infiammarono buona parte di quegli anni? Pensiamoci bene: il Mondo oggi sarebbe stato lo stesso? Perchè molte delle persone che in qualche modo credono nella musica rock sono stati per forza di cose influenzati dalle melodie di quelle leggende. In qualsiasi età tutti noi fossimo nati, non c'è niente da fare, siamo passati di lì prima o poi. Dalle nostre casse a tutto volume, prima o poi, un pezzo dei Cream o dei Led Zeppelin hanno riecheggiato per tutta la stanza. Bene, prendete tutto ciò che questi mostri sacri ci hanno trasmesso e fatevi un bel viaggio nel tempo perchè ad accompagnarvi ci saranno questi (udite udite!) italianissimi The Shoes. Band nata nel 2005 da un'idea del cantante, chitarrista e fondatore Elio di Menza che, totalmente devoto alla musica degli anni 60, in particolare di Jimi Hendrix e dei Cream, decide di creare un gruppo che in qualche modo porti avanti il sound emerso in quegli anni d'oro. La vecchia formazione inizia a registrare dei demo che vanno presto a ruba nel circuito di Taranto. Dopo essersi fatti le ossa dal vivo girando praticamente tutta l'Italia, la band cambia formazione arrivando allo status attuale (Elio di Menza, Marco Pizzolla e Mattia Guidi) e dopo aver trovato la loro precisa identità registrano questo che rappresenta il loro esordio discografico, “The Shoes” appunto, per la Go Down Records. Non c'è nessuna regola che affermi che per fare un ottimo disco bisogna per forza essere originali e questo album, amici miei, è proprio una goduria. Dodici tracce di puro Hard rock con strizzate d'occhio alla psichedelia anni 60; un vero e proprio tuffo nel passato, sia negli arrangiamenti che nel sound, fatto con grande maestria. A tratti sembra di sentire i Cream (The Cage), in altri tratti i Deep Purple prima maniera (I need to Show It; Talk with you) e in altri ancora la carica sensuale ed esplosiva di Jimi Hendrix (Hang On e Kicked to the ground). E' qualcosa che fa veramente venire i brividi; basta chiudere un attimo gli occhi lasciandoci trasportare da queste note, ed è come rimpiangere di non avere, oggi, 60 anni. Perchè solo chi ha vissuto intensamente quegli anni sa cosa abbia significato con quella gente e quella musica ma questi The Shoes, quello stesso spirito, ce l'hanno nel sangue. Veramente una chicca “Waiting on a Web”, una semi ballad che parte con un groove acustico da “Summer of Love” per poi attaccare con un potentissimo riff elettrico del leader Elio di Menza (e una voce che ricorda vagamente Jack White dei White Stripes). Il resto delle canzoni sono tutto un flusso di riff e melodie accattivanti che, sì, possono dare l'idea di qualcosa di già sentito ma riarrangiarle ai tempi nostri in maniera così egregia è un piacere per l'anima.

I The Shoes faranno concorrenza a band che, in passato o attualmente, hanno cercato di riproporre lo stesso stile, come i Flaming Sidebourns o gli Imperial State Electric (nati dalle ceneri degli Svedesi Hellacopters) ma la cosa che più riempie d'orgoglio è che questo trio è al cento per cento Made in Italy e non è cosa da poco. Un esordio con i fiocchi, molto Vintage, ma senza dubbio dal grande effetto. Consigliato

 

Recensione di SimoSuicide

MY OWN RUSH

Sogno italiano

DMB Music

 

Nonostante sia più di una settimana che mi ascolto e riascolto questo disco a ripetizione, la parola che in primis mi viene in mente per descriverlo, purtroppo, è "banale". Mi spiace molto per i My Own Rush che, per quanto possano essere originali ed ironici al tempo stesso inserendo in un numero limitato di copie del disco un gratta e vinci, non sono riusciti ad esserlo altrettanto quando si trattava di dover scrivere i pezzi che lo compongono. Quello che ci propone la band è un genere che si riconduce molto al rock italiano alternativo con venature punk (?) della fine degli anni 90; i riff però sono spogli e già sentiti e non riescono mai ad attirare la mia attenzione, tantomeno i testi, pieni ormai della solita nenia trita e ritrita intenta ad elencare i difetti che il quartetto vede nell'Italia di oggi. Non fa mai piacere abbattere una band italiana sul nascere, ma spero che questo loro "Sogno italiano" (che a me purtroppo è sembrato soltanto un incubo) sia soltanto una falsa partenza e, che al secondo album possano proporci qualcosa di più corposo, sostanzioso che ci faccia parlare di loro, questa volta però, in positivo.

 

Recensione di Mattia Jay Giambini

JEFF SCOTT SOTO

Live At Firefest 2008

Frontiers Records

 

Jeff Scott Soto è per me una delle icone della musica hard & heavy. Molti se lo ricordano solo per essere stato la voce dei primi due album di Yngwie Malmsteen (Rising Force e Marching Out) ma la sua carriera è densa di ogni genere di esperienza. Innanzitutto è uno dei pochi cantanti nel suo genere che, può vantare una tale serie di collaborazioni e dischi al suo attivo che, non basterebbe un’ enciclopedia a contenerli tutti. Dall'inizio degli anni 80 ad oggi può fregiarsi di aver suonato con Malmsteen, Axel Rudi Pell, Journey, Talisman, Eyes, Takara e molti altri. In più ha dato vita al suo progetto solista che con questo Live At Firefest 2008 raggiunge il suo decimo capitolo (4 in studio, 2 Ep e 4 Live). Il doppio cd in questione rappresenta, a mio parere, una della più belle testimonianze in sede live di Jeff Scott Soto. Innanzitutto la band che lo accompagna sul palco è di altissimo livello, troviamo infatti Howie Simon (Talisman, Ken Tamplin) alla chitarra, Gary Schutt (Solista…) e David Dzialak (Jss Band) alla batteria. In Più, chiunque di voi lettori abbia avuto la fortuna di assistere ad un suo show, sa che Jeff è una assoluta garanzia! Si parte con 21st century canzone fresca e ritmata che apre il suo ultimo studio album Beautiful Mess. Sarà proprio quest’ ultimo cd ad essere il più il più gettonato. La qualità dei pezzi proposti è altissima da Color My Xtc, grande pezzo dei Talisman, a Testify i quattro non sbagliano una virgola. La registrazione enfatizza alla perfezione la prestazione della band imprigionando la grinta e la potenza espressa sul palco. Insomma, 70 minuti che esplorano la storia recente di Jeff che comunque non tralasciano pezzi storici come I’ll be waiting e Eyes Of Love. Tra i titoli recenti spiccano alcune entusiasmanti versioni di Soul Divine, Mountain e Testify, tre rock songs di grande impatto. Perfetti i due assoli (batteria e chitarra), semplici, accattivanti ma anche tecnici. La scelta dei brani risulta ben bilanciata, al rock potente si contrappongono momenti più soft e dolci. Jeff è un maestro quando decide di toccare il cuore degli ascoltatori. Con la cover di Crazy (Seal) seguita dal Medley di solo piano e voce, regala emozioni incredibili. Proprio in questo frangente non si può non notare la voce di Jeff: pulita, profonda, densa di passione specialmente in Nobody Said It Was Easy (Eyes) dove sembra che quasi gli si stia spezzando il cuore. Il Medley poi sfocia in Gin & Tonic Sky, altro grandissimo pezzo contenuto nel suo ultimo lavoro, rendendolo ancor più toccante e coinvolgente. I’ll Be Waiting ci riporta nel rock targato Talisman prima di giungere alla chicca della serata: il Funky Medley. Jeff e soci dimostrano di essere artisti completi, introdotto da We Will Rock You dei Queen (grande amore di Jeff) il medley viaggia attraverso la musica Funky anni 70/80. Vengono eseguite senza sosta Jungle Boogie, Kung Fu Fighting, Ice Ice Baby, Macho Man, Stayin’ Alive e molte altre! Certo non saranno canzoni prettamente rock, ma la loro attitudine “Just For Fun” calza a pennello nel modo di intendere le esibizioni live da parte di Soto: suonare per divertirsi e divertire suonando. Si concludono così il secondo disco e il concerto, lasciandoci una voglia matta di assistere dal vivo a uno show come questo. Un voto in più il cd lo merita per il fatto che Jeff, nel periodo in questione, era in tour con I Trans-Siberian Orchestra negli Stai Uniti e che raggiunta in fretta e furia l’Inghilterra ha avuto appena mezz’ora per provare con il resto della band. Se in mezz’ora sono riusciti a raggiungere l’affiatamento che si sente, figuratevi cosa ci si può aspettare vedendoli in un tour ufficiale. In sostanza un doppio cd che non può mancare nella discografia di un fan di Jeff Scott Soto, ma che caldamente raccomando a chi vuol farsi un’ idea di cosa il nostro eroe è in grado di fare davanti ad un microfono e ad una platea.

Nota per chi non conoscesse il festival: Il Firefest è il principale evento europeo dedicato al rock melodico. Sul palco inglese ogni anno si esibisce il meglio della musica Aor/Pomp, basti pensare che quest' anno hanno suonato: Nelson, Lynch Mob, Dare, Pretty Maids e molti altri.

 

 

Recensione di Fabrizio Tasso

PRIME SUSPECT

Prime Suspect

Frontiers Records

 

Daniele Liverani ne ha fatta un’altra delle sue. Dopo i dischi ed i tour con EMPTY TREMOR e TWINSPIRIT, dopo la “trilogia” GENIUS, dopo la carriera solista, dopo i KHYMERA (non fate paragoni stupidi, qui si parla di musica vera, non di talent-show!!) giunge a sorpresa questo album d’esordio. Le canzoni in esso contenute sono state partorite dalla sua mente ed è come se si trattasse di un proseguimento del discorso fatto con i Khymera, però con un nuovo bassista ed un nuovo cantante, ruolo per il quale è stato scelto Olaf Senkbeil proveniente dai DREAMTIDE (una band “satellite” formata da Helge Engelke chitarrista dei grandissimi FAIR WARNING durante la loro pausa musicale). “What Do You Want” è il brano d'apertura ricco di melodia, con un giro di chitarra che una volta che ti entra in testa sarà difficile da togliere: chi ben inizia... I chorus di “I'll Be Fine” e “Change This World” catturano e ci traghettano alla prima ballata un brano dalle linee vocali molto dolci “I Never Know”. Tutto il disco prosegue si questa direzione, belle canzoni ricche di melodie pronte per essere cantante a squarciagola da tutti, proprio come “Deep In My Heart” con il suo ritmo incalzante. Un debutto scoppiettante che merita tutte le vostre attenzioni. Il principale indiziato è la persona verso la cui direzione vanno tutti i sospetti. Qui c’è poco da studiare, gli indizi sono i seguenti: buon songwriting, buoni riff, ottimi assoli, melodia accattivante, chorus coinvolgenti: il colpevole è presto trovato, si chiama Daniele Liverani. Daniele ti dichiaro colpevole di aver creato della buona musica ed una nuova avventura da far proseguire nel migliore dei modi. Consigliatissimo ai fan dei Khymera, Dreamtide, Last Autumn’s Dream, Fair Warning.

 

Recensione di Andrea Lami

VEGA

Kiss of life

Frontiers Records

 

Tom and James Martin (HOUSE OF LORDS, TED POLEY OF DANGER DANGER, KHYMERA, SUNSTORM, PRIME SUSPECT ecc.) incontrarono il cantante Nick Workman (KICK) ormai un decennio fa durante il tour THUNDER-KICK ma solamente di recente hanno deciso di unire le forze per dar vita ad un nuovo progetto. Il dischetto in questione è prodotto da John Greatwood (ingegnere per Tom Lord Alge produttore di numerose band Marylin Manson, Oasis, The Rolling Stone, Peter Gabriel, 30 second to Mars, Blink 182, U2, Korn, Hoobastank, Coldplay giusto per citare qualche nome di band vicine alle “nostre sonorità”) e masterizzato dall’unico Dennis Ward (PINK CREAM 69 - e prossimamente UNISONIC).  Ma avviciniamoci con pazienza e curiosità a questa dozzina di rock song. Non c'è neanche bisogno di un secondo ascolto per apprezzarne le qualità, soprattutto in brani come l'omonima “Kiss Of Life”, davvero coinvolgente da usare come singolo di presentazione della band, vista la forza trainante intrinseca. Altri brani simili per carica e grinta possono essere “Another”, “Headlights”, “Heart Of Glass”: insomma quest'album contiene delle canzoni molto belle ed ormai questa band è entrata a pieno merito tra le mie band preferite. Da oggi in poi VEGA non sarà più un nome negativo legato al nemico per eccellenza di Goldrake, quello che quando attaccava la terra, faceva arrossire la luna, ma rappresenterà una nuova realtà musicale, molto positiva. È previsto un tour di supporto all’album quindi ogni tanto alziamo gli occhi alla luna, non sia mai che cambi colore. Consigliatissimo ai fan di Europe, Bon Jovi, ma anche Danger Danger, Firehouse e Slaughter, la musica che amo.

 

Recensione di Andrea Lami

NELSON

Before The Rain

Frontiers Records

 

Una chicca tira l'altra e così dopo la trionfante uscita di "Lightning Strike Twice" i fratelli Nelson non si fermano e presentano, con la benedizione della sacrosanta Frontiers, "Before The Rain" lavoro dal titolo curioso e allo stesso tempo interessante perchè propone 16 demo-tracks, tra le quali 9 mai edite, scritte nel periodo che va dal 1986 al 1990 nel quale Matthew e Gunner hanno anche collaborato con Dweezil Zappa per la composizione dei brani destinati al debut album dello stesso (figlio del leggendario e mai dimenticato Frank), "My Guitar Wants To Kill Your Momma". Il duo di Nashville ha proseguito il proprio percorso compositivo attraverso la realizzazione di brani dal tipico timbro melodic rock accompagnato anche da sfumature pop e col fondamentale supporto del producer Marc Tanner alla registrazione, brani che non hanno tardato a catturare l'attenzione dell'A & R scopritore di talenti John Kalodner (anno 1989), e a tal punto da proporre i Nelson, per il loro primo e importantissimo contratto discografico, alla Geffen/DGC Records nella quale ha preso vita il poi vendutissimo (ben 300.000 copie), "After The Rain". Il presente "Before The Rain" è diviso in due parti se vogliamo, 9 tracce demo che adranno a comporre la quasi totalità del debut album e tra le quali non possono mancare "(Can't Live Without Your) Love And Affection", "After The Rain", "More Than Ever", "I Can Hardly Wait", "Bits And Pieces", Everywhere I Go e "Will You Love Me" e la fresca (consentitemi il paradosso), "You're All I Need Tonight" del recentissimo "Lighting Strikes Twice"; le tracks restanti già trasmettono, con la medesima intensità delle altre sopra citate, le innate qualità dei Nelson e il merito di possedere un'anima compositiva di indiscusso valore e ascoltarle mi ha fatto anche (e piacevolmente), riassaporare a 360° gli amabilissimi anni '80 deliziandomi tra i sound ariosi di "Far Away From Home", "It's Gotta Get Better", l'acustica "Avalon" e della più catchy e conclusiva del cd "Love Is All We've Got". Entusiasmanti ventate rock nella spettacolare "Runnin' Out Of Time" resa ancora più pregevole nei chorus, nella travolgente "Let's Get This Show On The Road" e non da meno la più teatrale e a tratti anche suadente "That's Love". "Dulcis In Fundo" non potevano mancare le ballads, perché i cuori dei due fratelli pulsano romanticismo a fiumi e come onde travolgenti bagnano una marea di cuori che si lasciano trasportare dalla passionale "I Wish" e dall'elegante e più acustica "Senorita". Avessi un giorno lo storico onore di poter intervistare i Nelson tra le tante domande che porrei loro ci sarebbe sicuramente questa: "cari Matthew e Gunnar, perché avete atteso venti anni di straordinaria carriera prima di pubblicare brani di così grande impatto e allo stesso tempo di lodevole semplicità maestra?" Pazienterei ben volentieri per la risposta, ma visto che l'attesa sembra piuttosto e purtroppo lunga, mi prendo la libertà di rispondere in prima persona: "perché le ciliegine si aggiungono per abbellire la torta e renderla ancora più dolce ".

 

Recensione di Francesco Cacciatore

NELSON

Perfect Storm After The Rain World Tour 1991

Frontiers Records

 

Ancora loro! Ancora i Nelson!! Grazie Frontiers!!! Inimitabile etichetta discografica che ha l'onore di lanciare il cd live testimonal per eccellenza del duo fraterno di Nashville e per il quale è tutta mia la gioia di poterlo raccontare vivendone traccia per traccia, all'epoca non ho avuto la fortuna di assistere personalmente a tale evento, ma chiudendo gli occhi spesso la fantasia prende il volo e la mia sta per decollare con il presente "Perfect Storm - After The Rain World Tour 1991" e assieme a una line-up di assoluto valore: Gunnar Nelson voce e chitarra, Matthew Nelson voce e basso, chitarra solista e cori per Brett Garsed, Joey Cathcart in qualità di chitarrista ritmico, il keyboardist Paul Mirkovich (anche questi ultimi due si uniscono ai cori), e udite udite, il super drummer Bob Rock. E adesso mettiamoci comodi e prepariamoci per la partenza con destinazione "World Tour Nelson", un volo di 70 minuti in scia audio, ma vi assicuro comunque esaltante già con l'intro "On With The Show" dalle roboanti rullate che lascia intuire una serie a go go di fuochi d'artificio e che comincia subito a farsi sentire attraverso la dirompente "Fill You Up" per proseguire a tutto stile con "More Than Ever" e cautelarsi sulle successive e accomodanti note della wonder ballad "Only Time Will Tell" arrivando alla prima song strumentale dal titolo curioso "Uluru", affascinante mix di tastiere e che sfocia in un crescendo griffato Brett Garsed con un solo memorabile, da applausi a non finire. Dopo l'entusiasmante pausa strumentale tornano a deliziarci le voci di Matthew e Gunnar con "Will You Love Me" e a seguire, con il loro epocale cavallo di battaglia "(Can't Live Without Your) Love And Affection" tra le urla assordanti dei fans e che si ripetono lungo tutto il live per un supporto davvero incredibile quanto coinvolgente attraverso le perle che si susseguono l'una dopo l'altra quali "Two Heads Are Better Than One", "Bits And Pieces", la sempre verde "After The Rain" e che portano alla seconda track strumentale "The Legend" e il titolo non è a caso perché si tratta di pura energia omaggiata dalla classe di Bob Rock, drummer che non finisce mai di stupire per creatività e improvvisazione semplicemente colossali. "Thank You And Goodnight" è una piccola anteprima di ringraziamenti al pubblico che ha partecipato con anima e cuore a una performance che da qui a poco volgerà al termine, ma con autentici colpi di scena che si aprono con l'atmosferica e profonda "Interlude" arrivando agli ultimi ed eclatanti fuochi d'artificio di "Everywhere I Go" che lascia spazio nel finale a una breve, ma monumentale jam session per una chiusura davvero scoppiettante. Volo in fase di atterraggio, ma con una gradita sorpresa all'arrivo perché i Nelson offrono l'ennesima ciliegina con la studio bonus track "Keep One Heart" in versione full band in quanto il brano in origine è acustico e, sottolineandolo a titolo di curiosità, inserito come B-side di "More Than Ever". "Lightning Strike Twice", "Before The Rain", "Perfect Storm", i Nelson hanno seguìto alla perfezione la regola del "Non C'è Due Senza Tre" e visti i risultati non solo hanno fatto benissimo, ma in cuor mio spero che faranno altrettanto negli anni a venire.

 

Recensione di Francesco Cacciatore