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OJM

Volcano

Go down Records

 

Arrivano momenti in cui una band decide di guardare dentro loro stessi e cercare di dare una svolta al proprio percorso sonoro. Non è una cosa da poco prendere coscienza di quello che rappresentano soprattutto per il loro fan e cercare in qualche modo di stupire o dare un'impronta differente del loro essere. Certo è che i trevigiani OJM hanno decisamente sterzato la propria strada compositiva per arrivare alla definitiva consacrazione della loro essenza musicale. Farsi produrre da tipi come David Catching ( al lavoro già come band del calibro di Queens of the Stone Age e Eagles of Death metal) e Michael Davis (MC5) non è certo una cosa da poco, ma questo, dato il calibro dei personaggi con i quali hanno lavorato, non deve ingannare più di tanto, anche se fa palesemente vedere cosa la band abbia voluto dimostrare. Con questo Volcano, che rappresenta la loro quarta fatica discografica (prodotto dalla validissima Go down Records), gli OJM hanno deciso di sperimentare e di strizzare l'occhio verso l'hard rock di stampo sabbathiano con contorni di psichedelia anni settanta, mischiato al più sporco ed irriverente genere Stoner tanto caro a band, appunto, come Queens of the Stone age e Fu Manchu. Le 10 tracce sono tutto un susseguirsi di stili diversi e sperimentazioni che toccano l'apice con l'intensa « Oceans Heart »; brano di oltre sette minuti dove si coglie pienamente l'intensità di una semi ballad a tratti Stoner e per altri versi Hard rock alla Black Sabbath. Lo si percepisce anche dalla voce dell'ottimo David Martin che sorprendentemente a tratti sembra ricordare il buon vecchio zio Ozzy, soprattutto nell'altrettanto ottima rock track “ Escort”. Tutta la band cerca di dare il massimo con Andrew Pozzy che, passato dal basso alla chitarra, sfodera riff di grande intensità, e dove Stefano Pasky con la maestria del suo organo e piano dà sempre quel contributo che riporta ai virtuosismi anni settanta con spruzzi di Blues che ricordano vagamente i The Doors. Con l'open track “Welcome”e “Wolf “ si rimane in pianta stabile sulle orme dei QOTSA ma già con “I'll Be Long”, presentata già in anteprima durante gli show invernali, si sente aria di cambiamento. L'anima è sempre composta dalle chitarre sporche tanto care al desert palm di Josh Homme ma durante tutto il pezzo si intravede aria di cambiamento, con un groove a tratti punk e psichedelico e con un finale tipicamente settantiano con le note dell'organo di Stefano Pasky a primeggiare. Di stampo simile anche “Disorder” sebbene dai riff più pankeggianti. Tiratissimo invece il primo singolo estratto “Venus” che profuma molto di Rolling Stones tanto che sembra che il caro Mick Jagger si sia fatto rubare ogni tanto l'anima dal buon David Martin. Senza fiato lascia, a chiudere il disco, la splendida “2012”. Un'intensa ballata mid tempo che mette i brividi in quanto ti catapulta in pensieri e danze soavi che ti cullano in un'idea, a mezzo sorriso a denti stretti, della fine che ci attende. Senza dubbio “Volcano” rappresenta la prova della maturità di questi trevigiani OJM che promettono di diventare la band di riferimento (ma non solo) del genere Stoner, proponendo nuovi orizzonti non solo in campo Italiano ma internazionale. Veramente un lavoro che va oltre ogni rosea aspettativa.

 

Recensione di SimoSuicide

MANO-VEGA

Nel Mezzo

Domus Vega / Wondermark

 

Che fatica, una immensa fatica ! Boh, sarò io che non recepisco al volo, sarò lenta d’intelletto, meglio dire scarsa di cervello, ma ho trovato super mega iper difficile entrare in sintonia con questo disco dei laziali MANO-VEGA, un esordio per loro che ha avuto una gestazione lunghissima di circa sei anni, durante i quali è stata fondata anche la loro etichetta discografica, la Domus Vega, che ha prodotto NEL MEZZO, lavoro fatto di tutto un po’, una mescolanza di rock industrial unito alla musica ambient, quindi all’elettronica, poi a un po’ di dark e di sound psichedelico. Insomma un hard job, ma che dopo alcuni ascolti è diventato piacevole, quindi un consiglio (l’unico) che do è di ascoltare l’album alcune volte per coglierne le eterogenee sfumature fatte di ombre e colori. La prima track su nove, la molto lunga “Ondanomala”, mi ricorda tanto i miei adorati Teatro degli Orrori (tranne per la voce, bella si, ma diversa in tutto da quella del mio idolo Capovilla) come struttura e stile, ed è una song che mi piace molto, la ascolto cinquanta volte e ne colgo i diversi giri, i cambi di ritmo, e la tanta espressività, fatta di un rock alternative, con voce di toni differenti, persino narrante, che è dove mi piace di più. Rilevanza ce l’ha “Nel mezzo”, un mix di staticità e picchi elevati. “La prova del vuoto” dà risalto a un suono del piano importante e degno di nota. Poi si prosegue con la lunga “Sinestesia” e con un’elettronica “Magnum Opus”, fino a “dal Nero al Bianco”, track di chiusura dalle tonalità fortissime da lasciare senza respiro. L’album è curato, tutto cantato in lingua italiana (finalmente una band di casa nostra che canta in italiano), un cut and paste di generi appunto, e tanti Nine Inch Nails a fare da ascoltatori assenti ma presenti. Ma è soprattutto un album difficile come menzionato in apertura, ostico, per gli amanti del rock di sperimentazione e dell’elettronica, ma quella ardua però, difficile nel sound poco melodico e orecchiabile, con alcune variazioni di tendenza verso il metal e l’industrial, e esigente anche nei testi, strutturati sul piano esoterico e percettivo sensoriale ed extra sensoriale. Non negando però l’indiscutibile tecnica, fatta di tradizionale più tantissimo synth, che crea la virtualità, pertanto maggiore complessità, e fa volgere lo sguardo e la mente al magnetico, all’oscuro e non tralascia di trasmettere la grande preparazione della band, anche se manca quel non so che di accattivante che cattura e allarga gli orizzonti. Un buon lavoro dunque, molto artistico, ma di nicchia, e come direbbe qualcuno per molti ma non per tutti. Line-up: Valerio D’Anna (voce, piano, synth, program & handsonic); Giovanni Macioce (chitarra, theremin); Lorenzo Mantova (basso); Andrea Scala (batteria – nei live). Link: www.myspace.com/manovega

 

Recensione di Margherita Simonetti

UNDERGROUND RAILROAD

Moving The Mountain

Alka Records

 

Appena ho preso in mano MOVING THE MOUNTAIN, il CD degli UNDERGROUND RAILROAD, credevo di essere in procinto di effettuare un’immersione nella musica rock pesante, non so, sicuramente è stato il booklet dalle tonalità cupe, un esemplare biglietto da visita delle band metallare, a sviarmi, con bellissime foto che rimandavano la mia mente a una vecchia fabbrica in disuso, in una location tipica appunto delle heavy bands, che poi Enrico, il cantante e chitarrista, mi confermerà essere uno zuccherificio abbandonato di Codigoro, in provincia di Ferrara. E invece no, ecco che con grande sorpresa ascolto una blues rock band di tutto rispetto, e che rispetto ! Non trovo una pecca in questo CD, sempre tenendo conto che non a tutti potrà piacere, già dalle prime note si sospetta che ci addentriamo in un sound blues con forti influenze rock, chiamiamolo rock/blues o blues/rock come volete, comunque non è solo uno o solo l’altro, la certezza è che stiamo per intraprendere viaggio psichedelico negli anni ’60 e ’70 accompagnati da chitarra, basso e batteria, come nella più tradizionale delle situazioni, con la sua essenzialità, ma di effetto molto speciale. E’ un mix che ben si accorpa generando un sound a volte strong a volte delicato. La voce è perfettamente inserita, conforme al genere, e gli arrangiamenti semplici ma potenti di un’efficacia strabordante. Un CD lungo di dodici tracks tutte cantate in lingua inglese, andando a cercare nel rock ma tenendosi sempre all’interno della cornice blues che fa molto american boys. Questo blues è lavorato e rielaborato, anche modernizzato, ricco di assolo, di riff decisi, grazie ad archi e drums di livello, di cambi di giro e tanto ma tanto rock, in alcuni punti diventa perfino hard rock, come se fosse un disco Seventy ma attualizzato e contestualizzato alla nostra epoca, il tutto molto ambient, da club un po’ fumoso. “Black Rain”, prima traccia d’apertura che oscilla on the rock verso il blues, determina già quanto poi verrà fissato dai brani successivi : la competenza dei nostri. In “Same old place” riconosciamo un basso dominante, “Riverside” va verso la psichedelia, che rimarrà anche nelle tracce a venire; la ballad “Hard to let go” non ci abbandona facilmente coi suoi acustici d’effetto (qui Pink Floyd docet), e via, fino alla chiusura con “Dirty woman” e ci inchiniamo a un bel rock puro. Non mi resta che complimentarmi con questi American Yankee Italian Romagnoli guys amanti dei Led Zeppelin e ricchi di sostanza , quindi dico a loro: Chapeau ! Line-up: Enrico Cipollini (chitarra e voce); Andrea orlandi (basso); Nicola Fantini (batteria). Musica e testi: Enrico Cipollini. Link: www.under-rail.com ; www.myspace.com/underrail

 

Recensione di Margherita Simonetti