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SECRET SPHERE

Archetype

Scarlet Records

 

Gli Alessandrini SECRET SPHERE tornano ad incidere un nuovo lavoro (il sesto in 13 anni di carriera), a due anni di distanza dal precedente e questo “Archetype” è una sorta di prova del fuoco visti i cambiamenti in seno al gruppo stesso. Si perché dopo l'uscita di Paco (chitarra) e Antonio Agate (tastiere), sostituiti rispettivamente da Marco Pastorino e Federico Ciaccia, c'era da verificare se l'identità del gruppo fosse in qualche modo cambiata grazie all'innesto di due nuovi membri -che come si sa portano linfa vitale e tutto il bagaglio d'esperienza personale- senza contare il nuovo contratto firmato con l'etichetta nostrana Scarlet. A quanto pare nulla o quasi pare essere cambiato -merito anche del fatto che le canzoni sono state partorite per lo più da Aldo Lonobile- e le dieci tracce possono essere tranquillamente avvicinate al power-prog metal per il quale gli stessi Secret Sphere sono diventati famosi sia in Italia che all'esterno (degne di nota le partecipazioni a ProgPower Usa Festival 2004; ProgPower UK ed Evolution Fest nel 2007 oltre ai tour insieme a King Diamonds, successivamente Astral Doors e recentemente con Gamma Ray/Freedom Call). Ma torniamo senza indugio al presente, ad analizzare queste nuove composizioni il più dettagliatamente possibile, la strumentale “Pattern Of Thought” ci indica la strada per la “Linea Di Fuoco” e si parte subito in quarta con ritmi serrati, doppia cassa in evidenza, duelli sia tra chitarra e tastiera che tra le voci di Trevor (SADIST), il primo ospite, e la voce di Ramon. Il platter continua sulla stessa strada appena intrapresa. L'altro ospite d'eccezione (nonché “secondo cantante ufficiale della band” viste le numerose apparizioni live) è Alessandro “Alle” Conti (TRICK OR TREAT) che con i suoi cori, rende “Mr. Sin” ancora più piacevole e più vicina ai maestri di questo genere. La dolcissima voce di Faith Fede (THE SHIVER) ci introduce “All In The Moment”, una ballad -molto power oriented- che fa un po' riprendere il fiato, forse proprio per questo discorso l'avrei messa un po' prima in scaletta. Chiude la versione giapponese dell'album la canzone che dà il nome a questa release dal ritmo tiratissimo, ricca i cambi di tempo e di cori coinvolgenti. Parlavo di edizioni giusto per mettervi in guardia, visto che nella versione europea sono contenuti ben due brani inediti: “Vertigo” e “The Look”. Il primo pezzo non è la cover del singolo scalaclassifiche degli U2 ma una ballata acustica, mentre la seconda bonus è proprio la cover dei Roxette, abbastanza fedele all'originale grazie anche al duetto con Barbara Inzirillo. Buona caccia japan-fan!!! Personalmente ho amato “Heart & Anger”, più vicino alle mie sonorità ma questo è un ottimo album, molto diretto che non fa altro che confermare quanto di buono la band avesse già fatto e che sicuramente la porterà a calcare i palchi italiani ed europei al più presto.

 

Recensione di Andrea Lami

LUCKY BASTARDZ

Bite me, dude

Red Pony/Audioglobe

 

La storia dei Lucky Bastardz è abbastanza nota perché sono veramente molte le date ed i luoghi nei quali il quartetto ha suonato (arrivando fino in Germania), ma la riassumiamo brevemente: il singer Geppo (responsabile merchandise dei Secret Sphere) sfida Paco (allora chitarrista degli stessi Secret Sphere) a mettersi in gioco e a fare un disco di sano e puro rock'n'roll. Concluso il tour tutto assume una forma più reale con l'inserimento della sezione ritmica ricoperta da Evan L.A. al basso e Pippo, prima Mr. Immorale e definitivamente Mark, alla batteria tanto da portarli all'incisione dell'album d'esordio “Hate For Who We Are”: un concentrato di carica, adrenalina che sorprende un po' tutti gli ascoltatori che si sono avvicinati alla band, ne seguirà il relativo tour di supporto (nel quale Evan L.A. deciderà di abbandonare il combo e verrà sostituito da Mr. TNT). Il rumore di una scatola di fiammiferi, lo sfregamento, la successiva accensione della sigaretta e l'apertura di una lattina sono quanto precede l'urlo di Geppo ed il tutto si fa da intro a “Fire, Beer, Rock n' Roll”, una canzone che è l'emblema stesso dei LBZ, violenza allo stato puro, arricchita da alcune finezze di chitarra di Paco. “We Wont Let You Down” è il mio pezzo preferito, diretto come non mai, ruvido, tagliente complice anche il riff di chitarra ed il chorus gridato dalla band e “doppiato” da Geppo che dal vivo farà sfaceli. “Sin City” mi piace ancora prima di ascoltarla, visto che è ispirata dall'omonimo film, col quale il mio idolo cinematografico, Mickey Rourke, è tornato al grande cinema. Ascoltandola non posso che confermare, complici anche i cori molto “glam” (anche se Geppo mi odierà per questa definizione). “Tale From The Land Of Mafia” è un semplice intro che ci traghetta a “Honour And Blood”, dove la chitarra di Paco richiama per sonorità vagamente i D.A.D. anche se è sempre Geppo a catturare tutte le attenzioni dell'ascoltatore con urli fuori dal normale. Spendo una parola in più per un raro talento che risponde al nome di Mark, drummer dalle eccellenti qualità (quindi complimenti anche a Mr. TNT che riesce a stargli dietro!!) ma capace di suonare anche chitarra, basso e di comporre canzoni di alto livello. Complimenti sinceri. Preparatevi al contraccolpo perché questo album, tolto un brano più tranquillo (“The Ballad Of Kelly The Killer” dove Paco si occupa del cantato-parlato) è un condensato di brutalità, aggressività, compattezza, tanto che l'unico paragone che mi viene in mente è quello di un incontro di boxe con un peso massimo: lo sfidante ci ha messo all'angolo, ci sfodera nove diretti ed un gancio. Impossibile non andar giù!! Sdraiato per terra sento l'arbitro che esegue il “the final countdown”, cerco di alzarmi ma non è facile. Se mi alzo ho idea che questi LBZ saranno capaci di sferrarmi altri colpi di egual potenza, forse meglio star tranquillo al tappeto.

 

Recensione di Andrea Lami

SPEEDJACKERS

Favourite sons

New Model Label/Audioglobe

 

Gli SPEEDJACKERS sono una band vicentina che arriva alla pubblicazione di un album vero e proprio dopo “solo” due demo, grazie all’etichetta New Model Label. Anche se la foto di copertina e del booklet provano a spiazzarci, il genere proposto da questo sestetto è un facilmente riconducibile ad un punk’n'roll influenzato da svariati altri generi (southern, classic rock), anche se l'ingrediente principe rimane proprio il punk con i ritmi più o meno violenti e la voglia di far del gran casino. Ad un primo ascolto l'album scivola via sia senza infamia e senza lode come una saponetta nelle mani bagnate, non lasciando praticamente nulla: non rimane niente in memoria se non qualche assolo (degni di menzione per esempio quelli di “A Little Boom” e di “Wild Side”). Ad un secondo ascolto il giudizio migliora, ma non tanto da raggiungere la sufficienza visto che l'unico brano che mi viene da canticchiare è “Shake it”. L'album contiene tracce in inglese ma anche due brani in italiano, una scelta “discutibile”, magari fatta per non chiudere del tutto al mercato italiano (mia ipotesi!!!). Il punk con il cantato in italiano non è proprio parte integrante del palinsesto delle radio popolari nostrane anche se il testo risulta sicuramente più immediato. La conclusiva “Favourite Son” della durata di otto minuti non fa altro che confermare che gli Speedjackers sono una band che suona musica per sé stessa, non per assecondare un mercato discografico o per far contento un pubblico. Lo spirito è giusto. Curiosando nel booklet ed incuriosito dal folto numero di partecipanti alla band (6) visto il genere proposto, scopro che ci sono ben tre chitarristi, cosa che mi sembra superflua e soprattutto che non avevo sentito in sede di ascolto. L’album ed il secondo demo sono disponibili nel sito-myspace della band a prezzo calmierato.

 

Recensione di Andrea Lami

THERAPY?

We're here to the end

Demolition Records/ Frontiers Records

 

Seguo i Therapy? dal 1995 dopo aver ascoltato la loro canzone più "Pop" cioè" Loose" contenuta in "Infernal Love". Recentemenete gli ho visti live e, con mio dispiacere, non l'hanno eseguita. Perchè scrivo questo? Perchè nel marzo 2010 la Band Irlandese ha celebrato 20 anni di carriera con tre concerti al London Water Rats Theatre, le esibizioni sono state registrate e raccolte in questo album doppio arrivato fresco in redazione che andiamo a recensire. Trentasei canzoni divise in due CD che raccolgono il meglio di tutta la carriera del gruppo. Nonostante il numero elevato di pezzi, anche in questo caso, manca "Loose". Non mancano "Sister", "Stories", "Diane" "Meat Abstract", tratta dal primo album, "Nowhere", Epilepsy" e "Isolation". Dal vivo non hanno mai deluso sia come energia sia come bravura, non fa eccezione la versione CD dei loro concerti. Lo giudico un lavoro per Fans. La qualità della registrazione non è perfetta. Nonostante questo i brani rendono bene e la versione Live aumenta la potenza degli stessi. Come in studio anche dal palco i tre si avvalgono di un aiuto elettronico dove previsto. Recensire un album live non è mai facile in quanto esso non potrà mai sostituire l'emozione fisica e sonora che si ha ad essere presente all'evento . Ma in molti casi è un buon sostituto o rende l'idea di cosa ci si può aspettare se si avrà l'occasione di gustarsi un concerto della band. Come loro stessi hanno dichiarato "I Live show sono parte integrante della nostra storia e del nostro successo". Per chi segue i Therapy? ed è Fan questo doppio CD è sicuramente una buona strenna natalizia . Per la lista completa dei pezzi vi rimando al loro sito ufficiale www.therapyquestionmark.co.uk  

 

Recensione di Luca Casella

HELSTAR

Glory of Chaos

AFM Records

 

Tornano, dopo il come-back del 2005 di King Of Hell, uno degli storici gruppi del 'vero power metal' o, come si definisce oggi, per maggior correttezza, U.S.Power, gli Helstar, autori di capolavori negli anni '80 come A Distant Thunder e Nosferatu. Questa nuova fatica dal nome Glory of Chaos, ci presenta una formazione in ottima forma, sia esecutiva che creativa, mostrandoci, oltre al consueto nerbo musicale, anche la voglia di vedere il mondo attraverso gli occhi di un power metal sì fedele alla tradizione, ma anche aperto e recettivo nei confronti dei sound più attuali. Angels Fall to Hell è, da questo punto di vista, una opening-track che fa da perfetto manifesto di quella che è la linea guida attuale della band: impatto, melodia tagliente ed imperiosa, velocità adrenalinica e la voce inconfondibile di James Rivera (voce che si è prestato a moltissime altre band storiche come Vicious Rumors, New Eden e Seven Witches) pronta ad assaltare con la sue melodie taglienti e le sue pugnalate ad alta frequenza l'orecchio dell'ascoltatore che va, giustamente in visibilio per una partenza così imperiosa. Partenza che non delude durante tutto il resto dell'album, con brani aggressivi, quasi al limite del thrash, ben strutturati e con quel tipico gusto della melodia che il power americano può vantare e che lo rendono un filone assolutamente unico e sempre attuale, come ci dimostrano track come Monarch Of Bloodshed o Anger, perfetto equilibrio di impatto e strutturazione. A rendere ancora più stimolante questa prova sulla lunga distanza del quintetto americano, la performance individuale dei singoli elementi, con le asce di Robert Trevino e Larry Barragan in primo piano, impegnate in un lavoro di grande precisione, per poter piegare la potenza alla fluidità ed al taglio da dramma sinfonico, trade mark di Alma Negra e Trinity of Heresy, altri high-light dell'album. Molte luci ma anche qualche ombra, che si concretizza, in particolare, nella scelta di una produzione delle chitarre giustamente aggressiva, ma, probabilmente, un po' troppo compressa, che, ogni tanto, toglie agilità e rende scorrevoli non al 100% i brani, nonostante l'ottimo lavoro della sezione ritmica Abarca-Lewis. Un vero peccato, perchè, con una scelta maggiormente incentrata su suoni un po' più taglienti e snelli, contando anche la bella produzione scelta per le chitarre, che mixano potenza e capacità abrasiva, nota di rinnovamento in un sound collaudatissimo e sempre efficace. Lavoro di ottimo livello, comunque, che avrebbe toccato vette molto più alte con un occhio maggiore al controllo, invece che puntare molto sulla potenza......in quel caso Deathtrap sarebbe stata una vera arma impropria. Viene in mente un vecchio slogan pubblicitario 'La potenza è nella senza controllo', ma, per questo Glory of Chaos, sarebbe veramente ingiusto: un signor disco con qualche piccola pecca....ma sempre una gran disco da una grande band.

 

Recensione di Andrea Evolti

SALUTE

Heart of the machine

Escape Music

 

SALUTE è il progetto di Mikael Erlandsson, già cantante solista con all'attivo sei album (cinque più un best), successivamente voce dei LAST AUTUMN’S DREAM, senza dimenticare le varie ospitate in progetti più o meno noti come il pregevole SHINING LINE oppure il recente Phenomena atto IV (cd dei quali potete leggere la recensione tra le pagine del nostro magazine). Evidentemente non pago di queste situazioni, continua la sua avventura iniziata solamente l'anno scorso con il buon “Toy Soldier”: musicalmente parlando siamo rimasti ancorati al rock melodico, avvicinabile a band come gli LAD, ma anche a band come i FAIR WARNING o gli stessi EUROPE, TNT, TREAT, o STAGE DOLLS, merito senza dubbio della melodia ricercata e racchiusa in queste undici tracce di facilissima assimilazione. Se il primo lavoro poteva essere eventualmente accusato di ancora poca personalità, cosa abbastanza comune negli album d'esordio dove risulta sempre un po' troppo forte l'influenza delle band ispiratrici, in questo caso ci troviamo di fronte ad un album che sta in piedi da solo, senza bisogno di aggrapparsi a facili paragoni. Henrik Thomsen (Hope) al basso e David Reece (ex Accept, Bangaloir Choir recentemente tornati in sala d'incisione e Sircle Of Silence) sono gli ospiti dell'album, il primo solo in fase di esecuzione, mentre Reece anche in fase di composizione. Come perle di una collana, le canzoni che compongono questo album sono ugualmente importanti e piacevoli, un perfetto mix tra melodia, potenza e dolcezza (nella disperatissima ballata “I Will Be There” o nella semi-ballad “Your Servant Tonight”). Ogni tanto Mikael non disdegna l'introduzione di parti elettroniche che danno una spruzzata di novità, un po' come l'oliva nel Martini che non è necessaria, ma dà un tocco di colore. La pubblicazione di un album è una sorta di fotografia di un certo momento, un po’ come una visita medica nel tastare il polso per controllare la situazione: la band in questione gode di ottima salute. Consigliatissimo.

 

Recensione Andrea Lami

PHENOMENA

Blind faith

Escape/Frontiers Records

 

A distanza di cinque anni dall’ultima uscita, Tom Galley (produttore) riprende in mano -forse non l’aveva mai accantonato, ma chi può saperlo…- il discorso Phenomena e dà alle stampe la quinta fatica di questo progetto molto ambizioso, nato nel 1984. L’idea era semplice ed ai tempi innovativa: riunire i migliori musicisti del panorama Hard Rock Melodico sotto un'unica bandiera, confezionando per ognuno un brano che potesse calzare come un guanto. Tra gli ospiti illustri che hanno preso parte al progetto ricordiamo sicuramente in primis il cantante-bassista Glenn Hughes (Trapeze, Deep Purple, Norum, Hughes&Turner e recentemente Black Country Communion senza dimenticar la notevole carriera solista!!), il chitarrista Brian May (Queen). Con album del genere è necessari il track by track visti i personaggi coinvolti e quinsi si parte: “The Sky Is Falling” è il brano d'apertura molto cadenzato affidato a Mike DiMeo (Masterplan e Riot) che non sfigurerebbe nella discografia dei Whitesnake, si prosegue con “Blind Faith” brano che dà il titolo all'intero album, il primo affidato a Rob Moratti (Saga, Final Frontier) anch'esso potente e già più convincente del precedente; “Fighting” aumenta un po' il tiro, cosa molto prevedibile visto che alla voce c'è Ralf Sheeper ed al basso Mat Sinner, il binomio portante dei Primal Fear. Un coro “da chiesa” ci introduce “Liar” cantanta da Tony Martin (Black Sabbath), una canzone che con l'aggiunta di un assolo al fulmicotone ricco di scale suonate alla velocità della luce, avrebbe fatto felice Malmsteen. Robin Beck autrice di una carriera omonima si districa con maestria in “It's Over (I Was Gonna Tell You Tonight)” portandoci alla mente la migliore Allannah Myles ed è solo grazie alla sua ispiratissima interpretazione che arriviamo a fatica alla sufficienza. “Angels Don't Cry” è un'ottima song ricca di cori ed interpretata magistralmente da Mikael Erlandsonn (Last Autumn's dream e Salute) il cui giro di tastiera la avvicina alle produzioni AOR. “If You Love Her” passa del tutto inosservata se non fosse per il chorus ripetitivo e per la bella voce di Chris Ousey (Virginia, Heartland). Siamo in dirittura d'arrivo, mancando solamente tre pezzi alla chiusura dell'album. Bussiamo e le porte della “Casa Dell'Amore” (“House Of Love”) si aprono: sulla porta troviamo ancora Rob Moratti che ci offre una prestazione maiuscola, tanto da portar questo brano direttamente tra i miei preferiti di tutto l'album. Gli ultimi due brani hanno come interpreti i singer che più volevo ascoltare ed eccomi finalmente a loro. Steve Overland (FM, Shadowman, Overland) si occupa di “Don't Ever Give Your Heart Away” un brano AOR un po' insipido anche se tra gli autori dello stesso leggo Hughes (non sia mai che si tratti di Glenn) che lascia il posto a “One More Chance” affidato all'ugola di Terry Brock (Strangeways, Giant, Terry Brock) il quale si districa bene, anche il brano in sé non sembra all'altezza delle sue ultime produzioni. Questi album al primo ascolto ti catturano e coinvolgono totalmente, semplicemente perché vista la lunga lista di ospiti, non si può fare a meno di ascoltar l’album con il booklet in mano per provare a riconoscere la voce dell’uno o lo strumento dell’altro. Ma con prosieguo degli ascolti, il disco lavoro assume una sua identità ben precisa. Non ho avuto la fortuna di ascoltare i precedenti capitoli (cosa che farò a breve) ma questo album è un bel disco, molto piacevole, vario, merito anche del cambio di singer in ogni pezzo.

 

Recensione di Andrea Lami