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LENA'S BAEDREAM

Memo - Love Chronicles

Zeta Factory

 

Il primo pensiero che ho avuto ascoltando questo disco è stato: « Wow! ». Che disco ragazzi! Un suono energico, grintoso, carico di malinconia e pathos. Un rock dall'impronta moderna, cupo nella sua anima e che si rifà a band d'oltre oceano come Tool, Alter Bridge, i Soundgarden che furono e i Faith No More. I parmensi Lena's Baedreams sono tutto questo. Cinque ragazzi, rispettivamente Nicola Briganti (Chitarra), Gabriele Anversa (Batteria), Cristian Ferrari (Voce), Francesca Alinovi (Basso), Carlo Alberto Morini (Chitarra ritmica), che con grande talento si stanno ritagliando uno spazio di tutto rispetto nel panorama rock contemporaneo. Una delle più grande soddisfazioni, e chi era presente se lo ricorderà, è stata quella di suonare quest'estate a Mestre a l'Heineken Jammin' Festival nello stesso palco dove si sono esibiti i Pearl Jam, gli Aerosmith e gli Skunk Anansie. Ovviamente per loro è stata una grande emozione e grazie alla loro grinta hanno suscitato senza dubbio un grande interesse, sbaragliando la concorrenza di oltre 3000 band candidate. Hanno vinto loro e si sono guadagnati anche la stima di Mario Riso, capo del progetto Rezophonic, che gli ha immensamete colpiti per quell'attitudine rock di qualità di stampo internazionale. « Memo – Love Chronicles », eccolo qua il loro primo disco per la Zeta Factory, che esce come un vero e proprio terremoto di emozioni e qualità compositive da far veramente invidia alle band più gettonate. Già dall'open track, « Chewin’ Razorblades », si intravede la voglia di stupire con un groove tiratissimo ispirato dai Faith No More e un'inizio che inganna con un lento Intro acustico. Undici tracce potenti con qualche accenno tribale e a momenti riflessivi come nell'intensa « Message to Jolene » ricca di numerose contaminazioni elettroniche. Con « Equal to 0 » si va invece più su un rock moderno con sfumature Punk rock che si discosta molto nei suoni dalla linea compositiva e cupa di tutto il disco, ma in ogni caso è un brano molto efficace con Cristian che fa il suo dovere alla voce e grandi schitarrate che non guastano mai. Molto interessante è poi la cover di un vecchio pezzo degli Inglesi Everything but the girl « Missing ». Brano che originariamente si discosta molto dal rock con sonorità Fusion e Pop anni 90, ma i Lena's Baedreams qua riescono a ri-interpretarla in maniera esemplare dando al pezzo quella misto di cattiveria e malinconia, già insito nella canzone in sè, ma che in questa nuova versione risulta anche migliore e ricca di intensità. Sinceramente è difficile trovare un difetto a tutto il lavoro. Molto efficaci anche i sussurri tra un pezzo e l'altro e soprattutto nella grintosa penultima tracca « D. ». Questi ragazzi dimostrano di avere una maturità e genialità compositiva da veri e propri veterani della musica con tutti gli elementi della band che si amalgamano alla perfezione tra suoni e testi intensi ed esplosivi.

Un inizio con il botto, non c'è che dire.... Straconsigliato!

 

Recensione di SimoSuicide

HOLLOW HAZE

End Of A Dark Era

Crush and Burn Records

 

Terzo album per gli italianissimi Hollow Haze dopo l'omonimo uscito nel 2006 e "The Hanged Man" datato 2008, band tricolore che vede al comando di una line-up rivoluzionata ancora e quasi per intero l'unico superstite BB Nick Savio, veterano del metal italiano già membro dei conosciutissimi White Skulls e che per il presente "End Of A Dark Era", targato Crush And Burn Records, ha richiamato il drummer Camillo Colleluori e il bassista Davide Cestaro già compagni di band dello stesso Savio nei Cyber Cross e in qualità di vocalist ha cercato e trovato una totale new entry, Ramon Sonato che ha prestato la voce a due cover band, i Three Times Six per gli Iron Maiden e i Chrome Steel per i Judas Priest, a completare la line-up c'è il validissimo Simon Giorgini alle tastiere. La differenza tra il cd in questione e "The Hanged Man" è che, pur rimanendo in linea con l'heavy metal e l'hard rock più classici, "End Of A Dark Era" presenta sonorità più cupe e a tratti rallentate accompagnate da un discreto uso di sintetizzatori e campionature (in piccola parte anche per la voce), per un sound ancora più robusto se vogliamo, ma il buon metal come già accennato non manca e a partire dalle prime due tracks "Every Single Word" e la successiva "Open Your Eyes", veloci, energiche e dove la voce di Sonato colpisce per intesità e concretezza, qualità già ascoltate nel tributo ai Judas Priest in quanto lo stile di Rob Halford è ben delineato nella timbrica di Ramon, ma le due tracks sono arricchite anche dai bellissimi assoli di Savio, infinito guitar man che si ripete con la classe e l'eleganza di sempre lungo il percorso dell'intero lavoro. I climi cupi e i ritmi rallentati sono presenti in "Dark Night", "Coming From Hell" e "Hot Blood", ammetto che le fasi più interessanti del cd si ascoltano nei momenti più veloci, ma è anche vero che le due ultime tracks appena citate offrono ampi ed eccellenti spazi di tastiere dell'ottimo Giorgini orecchiabili anche nell'atmosferica "Born To Be Alive" e nella possente "Running" in scia Savatage, ricordo ancora e con grande piacere quando ho acquistato "Gutter Bullet" e l'entusiasmo che mi ha accompagnato durante l'ascolto del vinile che tuttora conservo gelosamente assieme ad altri piacevoli ricordi a 33 giri...bei tempi davvero. Interessante la cover dei Raimbow "Gates Of Babylon" decisamente irrobustita per l'occasione, ma che omaggia come si deve la storica band di Ritchie Blackmore e del mito ineguagliabile e mai dimenticato Ronnie James Dio. Il finale ci offre "Beyond", senza dubbio uno tra i brani più riusciti di "End Of A Dark Era" e dove un'azzeccato e fantasioso riff lo rende ancora più interessante per un album che se pur delineato da momenti cupi e rallentati, non snatura assolutamente l'anima rivestita di metal puro e cristallino e che dal 2006 rappresenta in tutto il loro (e il nostro), orgoglio Made In Italy gli Hollow Haze.

 

Recensione di Francesco Cacciatore

SENES

dE-eVolution oF thEorY

DR2 Records

 

Steve Senes è un chittarista per ora poco conosciuto. Questo "dE-eVolution oF thEorY" è il suo primo lavoro solista e che disco ragazzi!! Innanzitutto Steve è l’autore di tutte le 12 songs, ha suonato tutti gli strumenti, prodotto e mixato confezionando un piccolo gioiello strumentale. Se dovessi scegliere un aggettivo per descrivere questo cd sarebbe sicuramente: schizofrenico! Nel senso buono del termine. Infatti Senes riesce a passare da un genere musicale all’altro con una semplicità disarmante, conservando sempre però un feeling stupendo sia con lo strumento sia con la canzone che stà suonando. Le influenze sono molteplici, si passa dal rock, al metal, al country, al funk, al soul, alla classica! Il grande pregio del cd è che, pur attraversando generi così diversi, la tecnica non è mai fine a se stessa ma è messa al servizio della canzone. La profondità, la varietà del suono e la produzione cristallina riescono a portare l’ascoltatore a perdersi nelle melodie ricamate dalla chitarra. In alcuni pezzi poi non si disdegna neanche un po’ di sano headbanging. Certe melodie si fissano nella testa per giorni, per esempio “Cop Show” sembra la sigla di un telefilm anni 70 con la sua carica “funk oriented”, “High & Mighty” mi ha ricordato un po’ il Doug Aldrich di Electrovision, Colossus ti ammalia con i suoi riff pesanti alla Malmsteen ed Angel con il suo incedere di musica classica supporto da una tenera chitarra acustica è un piccolo gioiello. E’ strano che questo ragazzo sia rimasto sconosciuto fino ad ora, certo ha vinto il Guitar Superstar 2009, ma rimane comunque l’incognita di come un talento del genere sia rimasto nell’ombra. Per darvi un’idea di come suona Senes immaginate di prendere Satriani, Vai, Van Halen e Santana, miscelateli insieme ed aggiungete un po’ di sana originalità e il mix è fatto. Bellissime risultano anche “Greaseball” ( molto Satriani epoca The Extremist) e Ruth (dotata di uno splendido arpeggio acustico). In sostanza un piccolo capolavoro strumentale che sicuramente farà parlare di Steve Senes nei prossimi anni. La salita alla “ Guitarway To Heaven” è iniziata ma sono convinto che il nostro guitar hero non avrà bisogno del plettro del destino per arrivare in cima. Dedicato ai puristi della chitarra e a chi vuole cimentarsi nell’ascolto di un album strumentale anche se non è avvezzo a tali sonorità.

 

Recensione di Fabrizio Tasso

SEVENTH WONDER

The Great Escape

Lion Music/Frontiers

 

I Seventh Wonder nascono nel 2000 a Stoccolma e giungono dopo 10 anni di onorata carriera al loro quarto cd. Che i ragazzi fossero una delle migliori rivelazioni della scena prog-metal europea si era già notato con il loro precedente cd “Mercy Falls” uscito nel 2008. Ma con questo “The Great Escape” stupiscono oltre le più rosee previsioni. Già dal primo ascolto ci si accorge che le melodie presenti sul dischetto rimangono impresse nella testa. Il loro sound non è certo il più innovativo che esista sul mercato ma la sua arma vincente risulta essere la freschezza. Il loro misto di prog, metal, power, classica e Aor (nelle ballad) è miscelato alla perfezione grazie al talento artistico di Andreas Blomqvist (basso) e di Johan Liefvendahl (chitarra). I due ragazzi oltre ad avere una grandissima tecnica dimostrano di essere anche due eccezionali songwriters, ma quello che impreziosisce il lavoro sono le linee vocali ricamate da Tommy Karevik! Si parte con Wiseman song potente che ha il suo punto di forza nei cori e nel bellissimo tappeto di tastiere che supporta l’intero pezzo. Bellissimo il break dove la voce è supportata solo dal piano. Segue Alley Cat primo singolo del cd. Chi ha già visto il video su youtube ( 74.000 visualizzazioni) sà di cosa stiamo parlando. Bellissimo il connubio basso-batteria e ottimi gli intrecci solistici della chitarra. Angelmaker con i suoi 8 minuti strizza l’occhio ai Symphony X, il chorus è strepitoso e l’assolo non è da meno. Con King of Whitewater si rallenta un po’ il ritmo a favore delle aperture classicheggianti. Splendido il lavoro del violinista Arto Järvelä che alza decisamente il valore del pezzo. Long Way Home è la ballad del disco ! Ancora una volta l’intreccio dei cori e la splendida voce di Karevik rappresentano un valore aggiunto. Devo dire che la sua interpretazione mi ha ricordato, a livello vocale, il miglior John Waite. Il duetto con la sorella Jenny conclude il pezzo in un crescendo di emozioni. Con Move on Through, penultimo pezzo, si fa una sortita in territori più melodici. Il ritornello è sfacciatamente Aor e sono le tastiere a dominare più che le chitarre. Signore e signori la ciliegina sulla torta è servita: The Great Escape ! Suite di oltre 30 minuti basata sul poema Aniara di Harry Martison pubblicato nel 1956. La storia racconta delle peripezie che deve affrontare un’astronave, che trasporta profughi da una Terra devastata da catastrofi naturali e dalla guerra nucleare. Questa viene catapultata, a causa di un incidente, al di fuori del sistema solare e finirà per autodistruggersi. L’intro di chitarra acustica e voce accompagna l’ascoltatore nella storia. Gli arrangiamenti e i cambi di tempo sono perfetti. Tutto il brano ha una fluidità incredibile, cavalcate metalliche, intermezzi pianistici, cori intrecciati e la superba voce di Tommy Karevik che sfodera una prestazione da urlo! Il Brano si chiude come inizia e non sembrano affatto passati i 30 minuti, anzi la voglia di riascoltarlo è ancora alta. A mio parere questo The Great Escape si candida ad essere una dei cd Prog/Metal dell’anno. Grande produzione, grande tecnica e soprattutto grande feeling! Capolavoro.

 

Recensione di Fabrizio Tasso