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MR. BIG

What if...

Frontiers records

 

Anno nuovo... disco nuovo, ma che disco!! Una supersorpresa col botto, anche se non è una sorpresa vera e propria visto che il singolo “Undertow” con relativo video sta già girando da mesi nel web, impressionando e facendo aumentare la voglia di ascoltare questo full length. Breve -e forse superflua- biografia di un'altra superband formatasi a fine anni 80 e comprendente il cantante Eric Martin già abbastanza noto per la sua carriera solista, il bassista Billy Sheehan, conosciuto da addetti ai lavori e non come il migliore bassista hard rock e già famoso per aver suonato con Talas e David Lee Roth Band, il talentuosissimo chitarrista Paul Gilbert arrivato al capolinea con la sua esperienza Racer X ed anche lui alla ricerca di nuove esperienze, ed il batterista Pat Torpey, già all’opera con Robert Plant e con gli Impelliteri. La band parte di gran carriera e già l'album d'esordio ottiene ottimi risultati, mentre il secondo album addirittura migliora la situazione piazzando “To Be With You” al primo posto delle chart. L'attività del gruppo continua imperterrita fino all'arrivo del grunge, anni nei quali il gruppo viene “congelato” in favore delle carriere soliste dei vari membri. Solamente nel 2009, per celebrare il ventennale, i Mr. Big intraprendono una tournée e, grazie anche al successo riscosso, danno alla luce un ennesimo album dal vivo, “Back in Budokan”. A grande richiesta di tutti i fan del mondo, i quattro virtuosi sono rientrati in studio ed il risultato è sorprendente anche per chi conosce benissimo la band. Le canzoni contenute in questo ultimo lavoro hanno tutte quelle caratteristiche che hanno reso famosa questa band, riff semplici e diretti, chorus immediati, tecnica musicale ad altissimo livello. Bastano i primi cinque secondi di “Undertow” per riconoscere la band che abbiamo amato ed ascoltato per anni, cinque secondi per stupirsi e per ritrovarsi a seguirli ed imitarli suonare nel miglior air metal. “American Beauty” ha un intro alla “Shyboy”, una ritmica serrata merito del duo Torpey-Sheehan, ma sugli scudi ci sale Billy con un esecuzione pazzesca. “Stranger In My Life” è il primo lento dell’album, qui le luci della ribalta son tutte per Eric Martin, per la sua dolcissima voce e proprio quando ci si abitua al ritmo dolce del brano precedente, arriva “Nodoby Left To Blame” una sorta di midtempo davvero piacevole, complici i virtuosismi mai noiosi. “Still Ain't Enough For Me” è un pezzo arrabbiatissimo dove il quartetto pesta sull’acceleratore quasi quanto potrebbe fare un pilota di Formula1, splendido l'assolo prima di chitarra, poi di basso ed infine di entrambi gli strumenti. “Once Upon A Time” convince come canzone in sé, senza che nessuno debba o voglia primeggiare e forse questa è la qualità migliore del combo. “As Far As I Can See” sembra una bella canzone strumentale, tale è la presenza massiccia della chitarra, con la parte solistica che sembra sostituire la voce di Eric, ma è solo un'impressione sbagliata. Le canzoni scorrono una via l'altra ed arriviamo ad “All The Way Up”, la seconda ballad dell'album che arriva dritta al cuore complice il ritornello accattivante. “I Won't Get In My Way” è un brano divertente che trae forza dal suo chorus. “Around The World” è un altro pezzo tiratissimo dove Sheehan e Gilbert tornano a sfidarsi a suon di note ma l’unico vincitore è l’ascoltatore. Durante l'ascolto di “I Get The Feeling” si ha l'impressione di un già sentito pur risultando un brano riuscito. “Unforgiven” è la bonus track dell'album che chiude un album di ottima fattura. I Mr. Big sono quattro musicisti che già da soli valgono parecchio, ma insieme valgono più della semplice somma dei quattro singoli elementi, e qui siamo ai livelli di massima espressione. Una sorta di Dream Theater del hard melodic rock, con a loro vantaggio la musica che compongono, sicuramente di più facile ascolto rispetto ai maestri del progmetal. Poche chiacchiere, chi ama la musica DEVE avere questo disco.

 

Recensione di Andrea Lami

HURTSMILE

Hurtsmile

Frontiers Records

 

Negli anni 90 gli Extreme (insieme ai Mr. Big ed ai Tesla) sono stati il fulcro intorno al quale è nato e si è sviluppato quel “discorso” battezzato l'unplugged e cavalcato fino alla fine da MTV. Canzoni come “More Than World” (unitamente a “To Be With You”) si sono fatte apprezzare per la loro semplicità e loro capacità di arrivare al cuore dei vari rockers. Il binomio Cherone-Bettencourt non si può certo riassumete solo con il brano “More Than World” visto tutto quello che hanno fatto sotto il moniker EXTREME, il cui picco più alto è stata -forse- l'esibizione al Freddy Mercury Tribute. Nel 1998 Cherone si unisce ai Van Halen (in sostituzione di Sammy Hagar) per dare alla luce “III” un album controverso ma lontanissimo dall'essere un brutto lavoro. Purtroppo le scarse vendite ed problemi fisici di Eddie Van Halen hanno fatto decidere alla band prima una pausa e poi -quando Eddie si è rimesso- un cambio di rotta in favore di David Lee Roth. Finita l'esperienza Van Halen, Gary darà alle stampe “Exit Elvis” con i TRIBE OF JUDAS che altri non sono se non una versione degli Extreme senza Bettencourt, visto che le parti di basso sono state affidate a Pat Badger e quelle di batteria a Mike Mangini. Nel 2008 finalmente il ritornano gli Extreme con “Saudades De Rock” e l'anno successivo con “Take Us Alive” il primo album live della band (già recensito nelle nostre pagine).

Non pago di tutte queste esperienze ed approfittando un qualche momento libero dai riformati Extreme, Gary torna sul mercato discografico con la realizzazione di un progetto personale e molto “familiare”, un'idea nata tra le mura di casa Cherone e più precisamente da Gary e dal fratello Mark. Vanno a completare la line-up Joe Pessia bassista (allievo di Bettencourt) e Daba Spellman alla batteria (allievo di Mike Mangini) proprio per “restare in famiglia”. “Just War Theory” apre il disco come meglio non si potrebbe, una rock song con quel tocco funky che ha sempre caratterizzato gli Extreme. Lo scetticismo che avevo nei confronti del fratello d'arte si dissolve nell'arco di un po' meno di tre minuti ed addirittura a fine dell'ascolto dell'intero lavoro rimango completamente soddisfatto del suo operato. La conferma della validità della band è palese già dal secondo pezzo “Stillborn” molto vicino al primo brano, ma leggermente più tranquillo e più cadenzato dove tutti i musicisti coinvolti riescono a non sfigurare al fianco del singer.  Il trademark (o tradegary in questo caso) è evidente in tutta la durata del disco, complice la voce di uno dei cantanti più trasmessi tra le onde radio e video. Da brivido l'esecuzione del lento “Painter Paint”, dove Gary ci delizia con un cantato in punta di piedi; non siamo ai livelli di “More Than World”, ma non siamo neanche distantissimi, non è da meno la Dylaniana “The Murder Of Daniel Faulkner”.

 

Recensione di Andrea Lami