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A_LIFE [DIVIDED]

Passenger

AFM Records

 

Quando otto anni fa, al loro debutto, ascoltai gli A_Life [Divided] tutto mi sarei aspettato tranne la svolta che hanno fatto passando da un progressive metal a un rock con forti inclinazioni elettroniche. Ben vengano le sperimentazioni e i cambi di rotta, perché questo disco ha veramente molto da dire sebbene si ispiri ad una corrente ormai quasi del tutto consumatasi nella decade passata. All'interno di questo Passenger possiamo trovare influenze dei loro connazionali Stahlmann, oppure ancora dei Theatre of Tragedy di Muzik e volendo anche qualcosa dei primi Pain. Il punto di forza di questo album è sicuramente la varietà dei pezzi ma soprattutto l'intensità che anziché perdersi brano dopo brano (come spesso purtroppo accade) qui va in crescendo trascinando l'ascoltatore sempre di più al suo interno. Un disco che è rimasto e rimarrà a lungo nel mio stereo, soprattutto grazie a pezzi come “Heart on Fire”, “Hey you”, “Save Me”, “Other Side” fino ad arrivare alla riuscitissima cover di “Sounds Like a Melody” degli Alphaville.

Svolta tanto coraggiosa quanto riuscita questa dei A_Life [Divided], aspettando di vederli in tour, vi consiglio di andare a procurarvi questo disco!

 

Recensioen di Mattia Jay Giambini

THE NEW BLACK

II Better in Black

AFM Records

 

Se dovessi parlarvi delle influenze dei tedeschi The New Black potrei scrivere per ore ed ore, preferisco limitarmi paragonandoli a un mix tra Godsmack, Black Label Society e, perché no, Nickelback e Alter Bridge. Better in Black in sé non spicca per originalità, diciamocelo, ma resta comunque un lavoro con ottime idee al suo interno e soprattutto, non annoia l'ascoltatore, rischio che spesso si ritrova a correre una band che suona un genere come il loro. Il disco scivola via veloce e coinvolgente per le prime quattro tracce, peccato che pezzi come “Into Modesty” e “When it all ends” vadano un po' a "rovinare" l'atmosfera, presentandosi quasi come se avessero una crisi d'identità, ovvero, sembra che la band sia partita con l'idea di scrivere una ballad ma che a metà del pezzo sia rimasta a corto d'idee. Le successive Altar Boys e Happy Zombies purtroppo non riescono a risollevare il tiro del disco ma restano comunque pezzi orecchiabili. Finalmente con “My Favourite Disease” la band riporta il disco ai fasti delle tracce iniziali e mantiene il resto dell'album più o meno sullo stesso livello.

Nel complesso è senza dubbio un disco valido, che rischia però di indurre l'ascoltatore premere il tasto eject dopo quei due o tre pezzi malriusciti e, purtroppo, anche un po' simili tra loro.

 

Recensione di Mattia Jay Giambini